Paolin Demetrio – Il mio nome è legione parte II

14 dicembre 2009

Già pubblicata: Parte I : conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
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Parte 2– Approfondimento del libro.

Tra le parole chiavi citate nella prima parte (link sopra), c’è anche ‘romanzo’. E credo qui sia necessario chiarirsi bene, eliminare eventuali aspettative falsate.
Da Dizionario Italiano on line: sm in epoca moderna, componimento narrativo in prosa, di ampio respiro, imperniato sui casi di uno o più personaggi.
Da Wikipedia (ma ho trovato la stessa spiegazione anche su altri siti minori): Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.
La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè “parlare in lingua romanzata”, vale a dire in lingua di derivazione latina.

Di fatto per essere un romanzo non ci ‘devono’ essere precisi ‘ingredienti’ eccetto – parrebbe – la prosa, una certa estensione (dunque una lunghezza che lo distingue ad esempio dal racconto sebbene esistono poi i c.d. romanzi brevi nonché i racconti lunghi, ma è tutt’altro discorso), personaggi e i casi (di uno o più personaggi appunto).

Ha scritto Giorgio Vasta in questa recensione pubblicata su Vibrisse (sulla quale tornerò nella terza e ultima parte):
[…]…ho pensato che sarebbe bello che Il mio nome è Legione venisse affrontato e letto con la stessa perentorietà con la quale la sua scrittura affronta il lettore. Senza presumere di dover capire in quale tassonomia critica ordinarlo, senza domandargli moderazione e correttezza… […].

In effetti, seppure a livello teorico (la pratica, secondo me, è soggettiva nel momento in cui il cui c’è lettura, diventa del lettore), ‘Il mio nome è legione’ è un romanzo, ne ha i requisiti, la precisazione di Vasta è urgente, necessaria. Perché le aspettative quando si usa il termine ‘romanzo’ non sono soltanto – nell’immaginario del lettore, nella consuetudine di lettura – per la presenza di personaggi, di una ‘certa’ lunghezza nonché ‘accadimenti’. L’aspettativa, in realtà, ruota attorno a una trama, sviluppi che, prima o poi, in un qualche modo o maniera, si ‘spiegano’, chiariscono la linea temporale, generano sequenzialità nei fatti, negli eventi stessi. Inoltre – possibilmente – si attendono colpi di scena, capovolgimenti, rotazione di volti, e un finale che ’chiude cerchi’ (seppure quest’ultimo elemento si sta limando, anche grazie a numerosi libri di contemporanei che non hanno ceduto alla tentazione da chiusura attesa, l’happy end per intenderci).

Chiarire tutto questo è fondamentale perché ‘Il mio nome è legione’ non ha molti di questi elementi, non nel senso ‘classico’ del termine. Se riprendiamo in mano la quarta di copertina (qui in formato virtuale, come scheda di approfondimento), è più semplice ora intuire cosa non è. Ci sono accadimenti, ma sono schegge. Non c’è linearità, nell’esposizione, seppure i capitoli scandiscono tempi apparentemente lineari (1998, maggio – 2001, fine novembre – 2004, aprile – 2006, marzo). In effetti è ciò che viene narrato dentro i capitoli, i sotto tessuti, sono loro che virano, salgono e scendono, fondono eventi con ricordi con analisi con testi scritti dal protagonista. Questa narrazione è un magma in movimento, ma è magma sotterraneo, fatto di strati come la crosta terreste. Dunque non ci si deve aspettare una struttura simil ‘inizio-svolgimento-fine’ tanto meno ‘personaggi che fanno, dicono, poi succede, allora accade, infine si scopre’. Non ci sono scoperte ‘materiali’. Ci sono morti ma non si cercano colpevoli, non ci sono indagini né Ris o investigatori o commissari. Ci sono sviluppi, il protagonista muta, si evolve ma resta qualcosa di intangibile (non c’è il misero cittadino comune che diventa eroe, non c’è il cattivo poi redento in buono, non c’è il fallito trasformato in vincente, il single che ne esce innamorato e così via). La crescita c’è, ma è interiore e delimitata da avvenimenti che ne strutturano le tappe, segnali velati, simboli. Il protagonista muta perché la narrazione mira a spogliarlo, scarnificarlo, scuoterlo fino a strappargli gli organi (o forse è più onesto riconoscere che è lui stesso a strapparsi interiora pulsanti, le mostra così come sono, viscide e repellenti, al lettore).

Dunque, è necessario secondo me che il lettore sappia.
E’ un romanzo.
Ma non è facile, la lettura, l’avvicinamento, la comprensione.
Non lo consiglierei sotto l’ombrellone.
E scrivo tutto questo non per discriminarlo, anzi. Per liberarlo da precisi schemi, o meglio dalle aspettative. Per spezzare catene.
Leggere ‘Il mio nome è legione’ implica l’accettazione di un qualcosa a cui si è poco abituati, nella letteratura contemporanea italiana intendo. Qualcosa dove ogni paragrafo – il più delle volte – ha bisogno di ampi respiri, decodifiche, de-compressioni.

E fino alla fine i simboli, le chiavi, gli accessi sfuggono facilmente, attendono, chiamano. Forse non sono neanche alla portata di tutti, anche questo va chiarito. E anche qui non sto discriminando. Opero di onestà. Bisognerebbe chiedere: cosa sai di Renato Curcio, Mohamed Atta, il Cristo di Quattordio, Vittorio Alfieri, Cesare Pavese?

Ma soprattutto: sei pronto ad addentrarti nel Male in molte sue forme, facce, aspetti, manifestazioni, interiorizzazioni, ammissioni? Sei disposto a entrarci, abbracciandolo, cedendogli, aprendoti a lui?

E non sono banalità. Piuttosto ammissioni di responsabilità. Perché ci sono libri che proseguono anche se il lettore decide (più o meno consapevolmente) di rigettare, ignorarne richiami, strati o collegamenti interiori, fondi. ‘Il mio nome è legione’ non è uno di questi. Perdere la presa, mollare il contatto con ‘il Male’, e tutti gli altri strati significa finire inghiottiti dalla lava o peggio, non vederla affatto.

Ci sono quattro personaggi, eccetto il protagonista, che di fatto reggono precisi nodi nella tela del romanzo. Quattro figure che si rincorrono, appaiono e scompaiono al punto che è estremamente facile perderne le tracce o trascurarne l’impatto nella visione d’insieme. Eppure è proprio attraverso la consapevolezza di ’cosa’ sono, che è possibile delineare una sorta di percorso ipertestuale.
Il padre di Demetrio.
La madre.
Silvio, il fratello minore.
E Giulia. Quest’ultima, figura femminile sfocata, amica-amante-collega-complice o nessuno dei quattro ruoli in particolare, è probabilmente il personaggio più ’defilato’, tra quelli significativi eppure in lei si racchiude un preciso sentire, un antagonismo per/verso/attraverso il protagonista che gli restituisce un’ombra precisa solo dopo, in fase conclusiva, quando Demetrio-personaggio decide di interrompere definitivamente i seppur altalenanti e lontani rapporti con lei. Le mail che si scambiano, lettere e pezzi che rimescolano memorie con logiche, hanno uno spessore preciso, che affonda in una complicità sottile, alone pur sempre velato eppure proprio con lei (ma lontano da lei) Demetrio riesce a scavarsi più in profondità, alla fine le parole hanno finalmente un ’corpo’, complesso certo, contorto al punto da sembrare un ’non senso’. Ma c’è. Mi sembra (sbaglierò) che il personaggio di Giulia sia tratteggiato per porre l’accento su un certo Bene, come una torcia che ogni tanto – quasi a tradimento – viene accesa, illumina, poi di nuovo buio. Giulia è spesso un’apparizione, si insinua nel tessuto narrativo poi ne resta inghiottita, cede il passo. Ma quando c’è sembra illuminare. Scrivo ’sembra’ perché i tratteggi non sono nitidi. Non si chiarisce mai, con parole o frasi precise, che lei gli vuole bene eppure il lettore lo sa, lo sente nella pazienza con cui lo segue, lo cerca, lo ascolta, tenta di entrare in questo suo mondo che però la spaventa. Perché Demetrio la spaventa, questa sua familiarità con il male, l’esserlo, l’averlo, il viverlo, lei comunque non può capirlo, non le riesce. E questo finto scontro, che è più un gioco di ruoli e inversioni, stimola secondo me il lato più acuto del protagonista, lo sprona a farsi luce tra le sue tenebre che tali resteranno ma con precisi sensi, consapevolezze anche rassicuranti, alla fine.

Se io faccio una cosa malvagia sono nel male, ma non c’è differenza se io il male lo soffro. Per te siamo nella medesima sostanza. Non credo nemmeno tu faccia troppa differenza tra il male fisico e quello morale. Tu hai vissuto un’esperienza, di cui non hai mai parlato con nessuno, che ti ha mostrato la malvagità come qualcosa di fondamentale.
(pag.105 – voce di Giulia da una email a Demetrio)

Lui parlava e io ricordavo di quando parlava da solo e tutti mi dicevano che ero come lui: abbiamo qualcosa nel nostro cervello che è una specie di tara, una malattia; è un bernoccolo: è il mio male, era il male di mio padre.
[…]
Mi sono chiesto se tutto quello che mi è toccato di vivere sia stato bene o male; se anche la follia di mio padre, carsica e viva, abbia avuto un senso, una ragione.
C’è forse male in questo?
[…] … è anche vero – ne prendo coscienza solo adesso che il bianco della tinta mi macchia le mani – che io ho amato mio padre, come ho amato mia madre e mio fratello, come ho amato ogni persona che ho amato in vita mia e come alla fine ho amato anche me stessa, per quel male che covava dentro, che coviamo in noi, per quella lebbra che aveva nel cervello e che avevamo tutti noi coperto, lui per primo.
È perverso tutto questo? È perverso postulare il male per poter avere la possibilità di amare senza riserve?
(pag.138-139 – voce di Demetrio, da una email a Giulia)

Ma, se Giulia acquista un senso preciso attraverso i contatti con Demetrio, gli altri tre personaggi principali mi sembrano funzionali più per quello che scatenano nel protagonista, per il ruolo e il sentire che gli scaricano addosso. Figlio-(s)conosciuto. Figlio-bastone. Fratello maggiore-colpa.
C’è dunque qualcosa, in questi legami, tra i ricordi che riaffiorano come l’urlo della madre di cui Demetrio non vorrà mai parlare, tra le piaghe di vicinanze e lontananze, che svelano la nascita, l’approcciarsi del protagonista al Male. Il suo sentirlo, esserlo. Di fatto, sin da bambino, Demetrio si sente annegare in questa sorta di liquido denso, pesante, faticoso, intriso di colpa e vergogna che ha facce diverse, passa attraverso gesti, volti, relazioni, ma resta pur sempre Male. Subito. Procurato. Sentito. Annusato. Cercato anche. Bevuto. In effetti, è l’esperienza diretta, che glielo fa sentire, questo Male, è scontrandocisi, assecondandolo, sentendoselo dentro, che Demetrio impara a dargli un nome, a guardarlo negli occhi. Ad affrontarlo accettando di svelare se stesso per quello che è. Essere imperfetto, difettoso, incerto, confuso, attratto dall’oscurità, dai meandri nascosti, scomodi, da quello che ’non è bene dire, fare, provare, essere’.

Fin ora ho evitato un altro personaggio. Perché secondo me non lo è, mero personaggio. Ma soprattutto perché è il cuore pulsante di un preciso simbolismo nonché di facili fraintendimenti.

Tomacek.
Mai ’realmente presentato’ al lettore. Si capisce che è un bambino quando anche il protagonista lo è. Un bambino che però non è come gli altri, e lo si intuisce da quello che fa, dice, da come l’autore lo inquadra soffermandosi su dettagli precisi, anche qui simboli. Tomacek dunque amico di Demetrio. Grande amico. In un rapporto che scatena un’affettività diversa da ogni altro legame che il protagonista affronterà anche da adulto. Eppure Tomacek è destinato a un epilogo preciso, che può scatenare confusione, pare scheggia impazzita. Ma non lo è.

Nessuno osava dir niente, solo Tomacek reagiva con forza: « È handicappato, è un cretino» […] Ma Tomacek era irremovibile: « Mica solo a lui fanno cose orribili, non c’è solo lui con cose terribili» E se ne andava via come un gatto… […] Demetrio andava a prenderlo e gli carezzava i capelli rossi, appoggiava le sue labbra sul capo… […] Tomacek per un attimo stava fermo, stupefatto da questi atti d’amore – amore lui stesso – e poi ripartiva quasi che nulla fosse accaduto.
(pag. 13- prima scena con l’ingresso di Tomacek nel romanzo)

Tomacek era nato in Polonia e aveva questi occhi vispi, le guance rosse come i capelli e lentiggini dappertutto. […] Non gli riusciva di stare fermo neppure a messa: quando la serviva, faceva piccoli salti sul posto.
[…]
« Ma quando si diventa grandi ci sono anche cose belle»
« No. Si diventa grandi, si piange quando si diventa grandi e si diventa tristi. Io non divento grande.»
« Tu non vuoi essere grande?»
Non disse una parola, ma scrollò da destra a sinistra la testa e con la testa tutti i capelli che aveva, e quel gioco – per lui tutto era un gioco – gli piacque a tal punto che continuò a farlo fino a stordirsi e a rischiare di cadere a terra.
(pag. 64-65)

Vorrei a questo punto, tra i diversi simboli del romanzo, tentare di chiarire, decodificare, Tomacek.

Demetrio, chi è Tomacek? Cosa rappresenta, e qual è il suo apporto al romanzo?

“Mi verrebbe da risponderti che Tomacek è un personaggio del romanzo e di chiuderla qui. Ovviamente non è solo questo. Credo che la storia di Tomacek, la parte vera e quella inventata spieghino benissimo come ho cercato di lavorare al romanzo. Il personaggio di Tomacek nella realtà ha un altro nome, la medesima età e la stessa fine. Successe veramente nel paese dove allora vivevo, io avevo giustappunto 16 anni, che un piccolo ragazzino di 11 anni si togliesse la vita senza lasciare spiegazioni e altro. Questo aveva scatenato in tutte le persone del luogo un eccesso di morbosità e di attenzione su questo accadimento, che per molti ragazzi della mia età credo divenne – volendolo o meno – un passaggio decisivo della adolescenza. Eppure di questo fatto inusitato, inusitato per un paese di mille anime, nessuno sembra averne memoria. E’ stato dimenticato e rimosso.
Perché, mi sono chiesto, la gente non ricorda più questo fatto? Per quale motivo ci si è scordati così in fretta del bambino che ha ingerito il veleno?
Ho provato più volte a darmi una risposta a tali questioni e più volte ho provato a scriverne, ma ogni volta qualcosa mi sfuggiva. Infine nella mia mente è nata la fantasia di questo bambino che toccava con un misto d’amore e crudeltà il cuore del protagonista. E ho capito che quel silenzio che avvolgeva il fatto era legato alla consapevolezza che quel suicidio ci mostrava nudi. Completamente nudi di fronte al male.

Quella buona creanza e buona educazione che ci permette di vivere in questo consorzio di persone civili saltava se si guadava al bimbo undicenne morto suicida.

Era il desiderio e la caduta. Egli era il peccato originale.
Tomacek, il personaggio del romanzo, vive di questa ambiguità: ogni suo gesto sembra essere primigenio, è dettato da qualcosa che è avvenuto prima della creazione, prima d’ogni cosa. Questo lo rende desiderabile, amabile e amato. Il suo destino (proprio come il frutto dell’albero che è la mela, il malum ovvero il male) è segnato: Tomacek è consapevole d’essere ‘il male originale’ e Demetrio lo sente e lo vive con la medesima consapevolezza.
Credo che i miei compaesani, e io stesso allora in modo confuso, fummo colpiti da questo: avevamo davanti a noi il male puro, il male come poteva essere alle origini, quando ancora né cielo né terra erano stati creati, e ne abbiamo provato un senso di disagio che abbiamo voluto subito tacitare.
Quel disagio, credo, sia lo stesso avvertito dal lettore quando Tomacek e Demetrio sono in scena insieme o quando Tomacek viene evocato.”

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

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