Gli inesistenti

10 marzo 2007

Saranno stati quindici o venti giorni fa. Quanti non importa: il fatto è che – benedetta curiosità – mi sono infilato in quel portone socchiuso.
Ci passavo davanti due volte al giorno, la mattina e verso le diciannove, all’uscita dal lavoro. E ogni volta vedevo gente che entrava e usciva. Un viavai ininterrotto. Sotto gocce di pioggia o raggi di sole. Circa un mese fa un collega, di ritorno da una nottata al solito pub e solleticato dai miei racconti, si è fermato davanti al portone – rigorosamente socchiuso – ma non ha fatto in tempo ad entrare; un signore distinto gli si è materializzato davanti chiedendogli di spostarsi per lasciarlo uscire. E l’episodio si è chiuso con il collega che se avviava verso casa.
Ma io non riuscivo a smettere di pensarci. La curiosità è una brutta bestia, in effetti, e io avevo perso il controllo. Alla fine ho ceduto aprendo il portone quel tanto che bastava per farci passare il mio corpo secco e, una volta dentro, ho ricreato la fessura magica ‘attira ficca naso’.
Mi trovavo in un piccolo atrio chiaro, pulito e dal vago odore di disinfettante. Alla mia destra c’era una porta dipinta di bianco che cercava di amalgamarsi con il muro. Forse uno sgabuzzino. A sinistra, invece, era impossibile non notare un’ampia scalinata di vecchio fatturato, con la ringhiera scrostata. Ho mosso i primi passi sui gradini con circospezione, mi sembrava strano non veder passare nessuno. Dopo alcune brevi rampe mi sono ritrovato al primo piano con due portoni, ai lati opposti, e annessi campanelli con tanto di targhe lucide. Studio notarile DeBenedetti. Fam.Gigli. Niente di strano insomma. Potevo tornare indietro in quel momento – perché no? Ne uscivo pulito e senza guai – ma non ero soddisfatto. Un vago senso di solletico mi infastidiva lo stomaco, tanto valeva proseguire. Al secondo piano c’era una porta sola, blindata e orfana della targa. Basta, mi sono detto, non c’è niente da scoprire qui. Ma ormai era tardi. Proprio mentre riprendevo in mano la ringhiera per scendere, una ragazza slanciata e con un berretto in testa mi è venuta in contro.
« Ah, sei arrivato. Alla buon ora! Su, seguimi. Non perdiamo altro tempo… ». Mi è passata davanti sfiorandomi e ha estratto un enorme mazzo di chiavi. Stavo per presentarmi ma la ragazza mi ha preceduto con un’aria stizzita che mi ha paralizzato.
« Allora? Ti muovi si o no? » Mentre la seguivo dentro, l’ho sentita brontolare sottovoce. Ce l’aveva con me, era ovvio. Sembravo un pesce lesso con la faccia ebete e lo sguardo incerto. Richiusa la porta alle mie spalle, mi sono trovato in un appartamento senza stanze. Open space. In pratica c’era un’unica camera dalle dimensioni irregolari a seguire la forma della struttura principale dell’edificio. Le poche finestre presenti erano coperte da pesanti tendaggi in stile retrò mentre ovunque serpeggiavano tavoli in legno chiaro sostenuti da cavalletti spartani. Attorno a ogni tavolo, a testa china, c’erano uomini e donne multicolore. Misti in tutto. Per età, sesso e pelle. Se ne stavano curvi, con le mani che ormeggiavano davanti a loro. In silenzio. Gli unici rumori che si avvertivano erano cigolii, strisciate e tonfi leggeri.
Era il momento di svelarmi e uscire, avevo già visto fin troppo per una persona sensata. E invece no, di nuovo la curiosità – maledetta tentatrice – mi ha bisbigliato all’orecchio. La ragazza che mi aveva fatto entrare, dopo un rapido giro di saluti, è tornata verso di me e si è sforzata di sorridermi. Non era male, in effetti, senza il berretto le era scesa una folta chioma color nocciola. Riccioli morbidi e luminosi.
« Ok, io sono Sonia. Riccardo mi ha detto che te ne intendi di computer. Come ti chiami? »
« Enrico.» Ho risposto automaticamente. Poi mi sono dato dell’idiota perché potevo almeno usare un nome falso. Niente. Ormai era fatta.
« Bene Enrico, vieni con me.» Si è voltata in fretta e io l’ho seguita imprimendomi nella mente ogni nuova faccia che riuscivo a mettere a fuoco nella penombra. La situazione era tragicomica, vista da una certa angolazione, eppure mi attirava l’aria misteriosa che aleggiava ovunque. Cosa facevano tutti?
« Eccoci arrivati.» In un angolo era stata allestita una piccola postazione con scrivania multifunzionale in plastica – del genere che, con Euro 39,99 chiavi in mano, ti forniva il porta case esterno, un cassetto per nascondere la tastiera sotto il tavolo, lo spazio per la stampante proprio dove dovresti mettere i piedi e una serie di porta cd ai due lati del monitor. Tutto in settanta centimetri quadrati.
Mi sono seduto sulla piccola sedia da ufficio con le classiche imbottiture blu.
« Dunque… si tratta di questo: ti colleghi al database dell’anagrafe cittadina, trovi i nomi dell’elenco, li cancelli e inserisci quelli nuovi.» Mi ha fissato con le mani sui fianchi. « Non fare quella faccia per favore! Trovi tutto quello che ti serve nei fogli lì, davanti a te… » Stava per andarsene quando si è voltata di nuovo e mi ha fissato, seria. « Oh, per essere un amico di Riccardo sei proprio strano sai? Non è che sei uno di quelli senza palle, vero? No, perché, l’uscita sai dove trovarla… caso mai avessi cambiato idea, e non vuoi più aiutarci, amici come prima.» Di nuovo un’altra ottima occasione per inscenare una ritirata coi fiocchi.
« Nessun problema. Cercavo solo di capire come funziona.» Il grado di stupidità di un individuo si misura nei momenti di difficoltà. E io non potevo smentirmi!
Sta di fatto che Sonia se l’è filata sculettando e io mi sono messo al lavoro. Il destino mi ha fatto studiare ragioneria, prima, e mi ha trovato un posto tranquillo alla biblioteca comunale, poi. Il punto era che sapevo con esattezza come entrare negli archivi dell’anagrafe. Un giochetto.
Singolare non trovate?
Per non dare nell’occhio ho avviato il computer e, mentre fingevo di ormeggiare, studiavo i fogli lasciati da Sonia. Il primo era un elenco completo di individui e relativi dati personali. Tutti. ‘Gli inesistenti’, diceva il titolo in alto. L’ho scorso in fretta ma non ci ho visto niente di strano. Cosa poi? Il documento sotto conteneva un altro elenco dove, però, tutti i dati erano diversi dal precedente. Nomi. Indirizzi. Codici fiscali. Niente coincideva. Nella prima riga degli ‘Inesistenti’, ad esempio, c’era la signora Loretta Ladu, mentre nell’altro foglio che stringevo trovavo la signora Martina Stanzani. Stessa età e sesso, però. Interessante.
Nel frattempo il computer era pronto. Sono entrato nel database in pochi minuti. Per forza, conoscevo tutte le passworld del Comune a memoria!
D’un tratto la mia mente si è messa in movimento per riordinare i tasselli che avevo memorizzato. C’erano delle persone che lavoravano chiuse in una specie di appartamento trasformato in laboratorio. E avevano bisogno che qualcuno – nella fattispecie io – cancellasse alcuni nominativi dai registri anagrafici e ne inserissi dei nuovi. Era un po’ come far svanire nel nulla una persona.
Con l’avvento dei nuovi meccanismi informatici, da alcuni anni, tutti i dati personali sono agganciati agli estremi anagrafici. Codice fiscale, ma credo che fosse già così anche prima. Codice identificativo inserito nella tessera sanitaria magnetica. Numero di matricola Inps e Inail. Numero della patente di guida. Tutto insomma. Agendo sui dati anagrafici si modificano anche le informazioni degli altri identificativi. Infatti, per eseguire cambiamenti bisogna inserire più di una chiave d’accesso – e io le conoscevo tutte, per l’appunto – .
Sono entrato qualificandomi come Federica Rigamonti, una delle segretarie del sindaco con la puzza sotto il naso e il seno disponibile a orario continuato. Nel caso qualcuno avesse voluto rintracciare chi aveva fatto le modifiche, la bella svampita avrebbe avuto qualcosa da fare.
Dopo circa due ore ho rivisto Sonia, stanca e meno agguerrita, venirmi vicino, quasi addosso. « Puoi controllare se hai già sistemato questo?» Mi sono trovato davanti agli occhi un passaporto nuovo di zecca. Ottavio Fachin. Ho scorso l’elenco degli Inesistenti, avevo gli occhi affaticati, probabilmente rossi per lo sforzo prolungato. « Ma non lì! Si può sapere di cosa ti sei fatto per essere così lento quando parlo? » Mi ha strappato di mano il passaporto e si è allungata sul tavolo per prendere il secondo documento.
Ho visto una lampadina accendersi davanti a me.
« Perché tanta fretta? » Com’era il detto? ‘Fatto trenta, tanto vale fare trentuno’.
« Ah, ma allora parli! Sbrigati, deve andare via adesso. Non può più aspettare. A che riga sei arrivato con le sostituzioni?»
« Trentadue.» Mi ha sorriso, per la prima volta con slancio.
« Ottimo. Gli porto questo e gli dico che è tutto in ordine. » Come a voler ripetere la scena di qualche ora prima, si è allontanata di alcuni passi per poi rigirarsi. « Non sei poi così male, Riccardo aveva ragione.» Sparita.
I tasselli sono ripartiti per incastrasi nel punto giusto: puzzle completato.
Le vere identità venivano cancellate.
Al loro posto se ne inserivano altre. False.
E si fabbricavano documenti con i nuovi dati anagrafici.
Lì dentro si cancellavano gli Inesistenti. Ecco svelato il mistero! Forse si trattava di disperati in cerca di una vita nuova. Migliore, speravo io per loro.
Riccardo. Mi sono ricordato che conosco qualcuno con quel nome.
E’ il collega che, un mese fa all’uscita dal solito pub, mi ha detto di non essere riuscito a entrare e, così facendo, ha seminato una scia di curiosità. Apposta. E io mi sono lasciato ammaliare.
Adesso faccio un’altra strada per andare al lavoro e Riccardo non mi parla più. Non ho chiesto spiegazioni, né ho mai pensato di denunciare il fatto.
Se gli Inesistenti cercano una seconda occasione, chi sono io per negargliela? Chissà dove sono adesso…

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