RosaArancioneBlu

4 maggio 2007

Alberto Rigamonti è un ragazzo alto e ben piantato. Di quelli che, se lo vedi camminare per strada, ti volti a guardarlo. Non perché sia il clone di Brad Pitt, tutt’altro. Non è poi così bello con il naso leggermente storto e la faccia allungata. Però emana qualcosa. Di magnetico. Aggraziato.

Lavora alle ‘Onoranze funebri Marchi’.

La filiale che sta proprio accanto al cimitero. Solo per questo non ha ancora una ragazza fissa. In paese si è rovinato la piazza quando ha iniziato a lavorare proprio lì, part time. Sette anni fa.

Scelta obbligata perché il suo vecchio aveva portato l’azienda di famiglia al fallimento e lo stipendio da impiegata comunale della madre non poteva garantire acqua, luce, gas, telefono ed elettricità per tutto il mese. Così il signor Marchi, il fratello maggiore, quello che tiene ben salde le redini dell’attività, Paolo, ha offerto al ragazzo un lavoretto. Da ufficio in realtà. Una specie di tuttofare. Nessuno vuole lavorare per le onoranze funebri e l’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Alberto ha accettato subito. Di andare all’università non se ne parlava neanche: coi voti delle superiori la borsa di studio poteva solo sognarsela e poi aveva esaurito la pazienza sui libri. Studiare non gli interessava.

Alberto Rigamonti ha iniziato così la carriera alle ‘Onoranze funebri Marchi’. Commissioni. Contatti coi fornitori. Gestione dei documenti. Raramente presenzia alle cerimonie e solo se uno dei fratelli Marchi è malato. Lui coi morti non ci vuole avere niente a che fare. E poco importa se gli amici lo chiamano ‘il becchino’ o ‘il guardiano dei trapassi’. Alle cretinate si sopravvive – se nel portafoglio hai qualche banconota che conta – ma ai morti no. Quelli se ne saranno anche andati ma il loro corpo ce l’hai ancora davanti. E Alberto è terrorizzato dall’idea che non sia poi così fredda e immobile come dovrebbe. La salma.

Non le ha mai raccontate a nessuno, queste paure. Ogni mattina oltrepassa l’entrata del cimitero a passo svelto, non lo sbircia mai, tira dritto fino all’edificio accanto per entrare dalla porta sul retro e inizia a smistare fogli. Ogni tanto fa telefonate, parla con gente viva. Controlla la contabilità. Un lavoro come un altro, tutto considerato. Onesto. Ben retribuito sopratutto.

Alberto Rigamonti è preoccupato. Deve sostituire Paolo in camera mortuaria. Trenta minuti per raggiungere l’ospedale. Sotto il sole e il traffico dell’ora di pranzo. E tutto perché arrivano i parenti del defunto e ci deve essere un rappresentante della ditta. Queste cose non le ha mai capite: non lo rubano mica il morto! Ma no, il signor Marchi ci tiene a ‘fare bella figura’, il cliente deve essere seguito, accompagnato in tutte le fasi. Bella fregatura.

Quando arriva ci sono già alcune persone che aspettano fuori.

Alberto entra con calma. La stanza è immersa nella semioscurità. Posa su una mensola laterale i documenti e si guarda in giro in cerca di un angolo appartato dove potersi nascondere. Niente. E’tutto così spoglio che si vedrebbe una mosca volare.

La testa di una donna bassa e con il familiare viso arrossato fa capolino.

– Si può?

Si sforza di rimanere calmo. Accenna un sorriso di circostanza e allunga alcuni passi.

– Solo un attimo, signora. Controllo che sia tutto in ordine. Aprirò fra pochi minuti.

Se ne va in silenzio. E lui ripiomba nell’incubo. Il signor Marchi vuole che tutto sia impeccabile. Combattere la concorrenza è difficile. Bisogna essere professionali e accurati. Fornire un servizio più che perfetto. D’altra parte si muore una volta sola, il che significa che ognuno avrà un solo funerale a disposizione – che tra l’altro non potrà decidere personalmente- per cui commettere errori è imperdonabile. Verranno ricordati a vita (quella di chi ha organizzato la cerimonia, di certo non del morto).

Sa cosa deve fare, Alberto, ma gli tremano le gambe. In sette anni è la terza volta che si trova così vicino a uno di quelli. Neanche li vuole nominare. Per carità. Eppure deve avvicinarsi alla bara per controllare che il defunto sia in ordine. Presentabile. Con il vestito e gli accorgimenti concordati coi parenti.

Si obbliga a leggere i fogli ormai sparsi sulla mensola. Meglio sapere con chi avrà a che fare, anche se si limiterà a dare un’occhiata. Più di così proprio non può fare, ha la pelle d’oca.

‘Il defunto indosserà un completo giacca e gonna blu fornito dalla famiglia. Una collana di perle al collo. ‘

Dunque il morto è una donna. Alberto si concede un lungo respiro. Sa esattamente cosa deve fare, l’avrà sentito ripetere in ufficio migliaia di volte. Fino alla nausea. Una ronzio fastidioso.

Controllare che i capelli, se ci sono, siano in ordine. Pettinati o spazzolati.

Verificare che i vestiti siano ben indossati, senza pieghe innaturali o macchie.

Accertarsi che la salma abbia gli occhi chiusi fino in fondo.

Testare la stabilità della bara, nel caso qualcuno si appoggiasse o la colpisse incidentalmente.

E’pronto. Fuori sente rumoreggiare. Il tempo a disposizione sta scadendo.

Si avvia con passo trascinato. Il cuore pompa brandelli di sangue senza logica. La testa si fa pesante. Pulsante. Le braccia si irrigidiscono e la gola è una distesa di carta vetrata.

Raggiunta la bara allunga il collo tutto d’un fiato, senza pensarci. E’l’unico modo o le gambe cambieranno direzione senza il suo permesso.

La vede.

E subito gli appare davanti un’immagine. Rosa. Arancione. Blu.

RosaArancioneBlu.

Tutto quello che gli viene in mente quando pensa a lei.

Simona.

La sua Simona.

Non aver letto le generalità del defunto è un’abitudine. Non gli interessano mai i nomi. Perché dei morti non ricorda mai niente. Questa volta avrebbe dovuto sapere che si trattava di lei. La prima donna con cui ha fatto l’amore.

Quattro anni prima. Non l’amore ‘Dentrofuori-fuoridentro-sonoarrivato’. Quello c’era già stato con una compagna delle superiori.

No. L’amore coi tocchi, le carezze, la voglia di baciarsi in continuazione. La penetrazione lenta.

Simona.

Con gli occhi chiusi e un completo blu addosso.

Simona.

Morta.

Si è appoggiato alla bara in un movimento istintivo, per evitare di rotolare a terra con un tonfo. Nessun crollo, segno che tutto è stato sistemato a dovere. Può allontanarsi. Aprire ai parenti e mettersi in un angolo. Uno qualsiasi. E sperare che il tempo si decida a premere sull’acceleratore.

RosaArancioneBlu.

Lei era la fusione di quei tre colori.

Si sono conosciuti una sera di pioggia intensa. Da diluvio universale. Gli ha offerto un riparo sotto l’ombrello, il tempo di attraversare la strada. Acqua ovunque. La prima scossa su per le gambe.

Si sono scaldati davanti a due tazze di caffè fumante. Cinque minuti al massimo compresa la fila alla cassa. Lei era commessa e aveva un impegno. Non ricorda quale.

Rosa.

Si, Simona era decisamente rosa. Fragile e femminile. Educata e leggermente maliziosa.

Sapevano entrambi che poteva essere solo un ‘transito’. Un momento di abbandono. Di evasione. La scelta di gustarsi prima di riprendere i percorsi già delineati. Trentacinque anni lei. Ventitre lui.

Eppure l’arancione è stato forte, un tatuaggio indelebile. Di quelli che ricorderà anche quando sarà vecchio e sdentato. Che non potrà cancellare. Molti pensano che la passione sia rossa. Non per loro. Lui, Alberto, uomo a tutti gli effetti per quanto giovane, nel pieno delle potenzialità mascoline la desiderava con calma. La assaporava senza fretta. Simona era un groviglio di fili arancioni. In mezzo alle altre tonalità. Intensi. Brillanti.

La relazione è durata sette mesi. Più di quanto si aspettassero.

Poi è arrivato il blu che ha mischiato la tela delineando i tratti di una donna complessa, moderna e sola. Le piaceva avere tutto sotto controllo. Prendeva decisioni. Organizzava. Pagava. Si tirava su le maniche e riparava una perdita nel lavandino.

Blu insomma.

Ad Alberto non dispiaceva in effetti. Solo che si sentiva superfluo. Ogni tanto.

Lei sapeva bastarsi da sola, quando voleva. D’altra parte RosaArancioneBlu è l’abbinamento per la perfetta sopravvivenza. E Simona ne era consapevole. Si sforzava di smussare gli angoli ma non poteva cambiare una natura già scritta.

Mentre la osserva si sente piombare addosso ricordi, sensazioni. Simona è stata parte del suo processo di maturazione. A lei non importava che lavoro faceva. Non dovevano sposarsi. Né innamorarsi. Era solo un ‘passaggio’. Una fase di evoluzione nelle loro vite così diverse. Eppure simili.

Si acciglia, Alberto, e si scopre a suo agio.

Simona è morta.

E lui è così vicino al corpo che potrebbe toccarlo.

Non ha paura.

Lo stordimento iniziale è scemato portando con sé le tensioni. Lontano.

E’ancora bella come allora. Delicata. Decisa. Il volto non mente mai. Specialmente quando non scorre più sangue sotto. Gli vengono in mente le risate, solo lei sapeva farlo ridere di tutto. Perfino delle Onoranze Marchi. Del fallimento del padre. Del guscio di sua madre.

Simona gli ha fatto capire molte cose senza usare le parole. Lasciandolo libero di arrivarci. Anche adesso. Muta. Splendente. Distante.

Ha allungato una mano e le ha aggiustato il colletto della camicia chiara. Avrebbe potuto accarezzarle i capelli, una guancia. Appena un attimo. L’ultima volta.

Si allontana di un passo.

I gesti superflui andrebbero aboliti anche nei pensieri. Quelli di chiaro stampo romantico quando la situazione non lo è. Lei non è più in quel corpo. E’solo un involucro. Che presto appassirà. Completamente.

Alberto Rigamonti muove il collo in senso orario, libera le ultime tensioni muscolari. Sfoga un sorriso. La paura dei morti è proprio divertente vero Simo?

Quando apre la porta viene investito da una decina di persone. E’in ritardo e si scusa nel modo più professionale che gli riesce. Si ferma sulla soglia ma non scompare, non ce n’è motivo. E’Simona quella là sdraiata. Se n’è andata. Per lui più di tre anni fa. Per il mondo da qualche giorno.

I suoi colori no. Gli sono rimasti tatuati addosso.

Un pass permanente di accesso alla vita. D’altra parte in mezzo ai morti già c’è.

RosaArancioneBlu.

Quando sarà pronto.

Quando sarà ora.

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