Mio padre lo chiamava sport

28 maggio 2007

Mi ricordo quando mi divertivo.
Infilavo la maglia. Con il mio numero. E mi sentivo un leone.
Correre. Correre. Senza fermarmi. Guai! Anche sotto la pioggia. Quattro volte mi sono fatto male. Niente di grave per fortuna. Inconvenienti di routine.
Mi ricordo quando sentivo l’odore dell’erba fresca. La tensione sotto il sole. Il sudore ovunque. Le gambe pesanti per la stanchezza. La mente lucida. Poi sovraccarica. Ogni tanto finivo spompato. Ero come fuori fase, faticavo a concentrarmi. Perchè non sembra. Lo so. Ma di concentrazione ce ne vuole un camion intero. Non basta mai. Azzeccare lo spazio. Il momento di ritardo dell’avversario. Inventarsi una traiettoria. Aspettare quando gli altri hanno in mente qualcosa. Stupire con uno scatto improvviso.
Tutto richiede lucidità. Presenza mentale.
Senza fermarsi però. Ovvio.
Correre non è un opzione. E’la regola.
Mi ricordo quando studiavo schemi. Immaginavo gli spostamenti, le reazioni.
Sognavo.
Mille occhi puntati su di me. Telecamere. Interviste. Ragazzine seminude che mi rincorrevano.
Ricordo l’eccitazione quando mi hanno detto ‘Quello là ti vuole per un provino. Roba grossa.’
Ricordo il cuore. Il mio cuore. A mille.
Ricordo.
Ricorderò.

Oggi indosso la divisa con sopra lo sponsor potente. Gli occhi dei miei compagni sono sempre gli stessi. Assetati. Presi. Registratori di cassa. Di redditività.
Quando entro in campo non sento. Gli odori. I sapori. Non c’è tempo. Ne voglia.
Devo stare attento. Molto. A non sbagliare.
Sento gli urli, a volte. I boati, spesso. Gli applausi, di rado. I fischi, ogni volta.
Gli urli. O le urla? Non lo so. Ho avuto poco tempo per studiare. Per essere dove sono oggi.
Le gambe fanno fatica. Ma è peggio quando sono fermo, a bordo campo. E sogno di essere dentro la linea bianca. Di rispondere a un fischietto. E’ un istinto che non so spiegare. Un bisogno che devo soddisfare. Per non perdermi.
Allora corro, più che posso. Sempre. Ma non devo dimenticare.
Che non è un gioco.
E’il mio lavoro.
Non mi devo divertire, oggi.
Devo eseguire.

Mio padre lo chiamava sport.
Mio figlio spettacolo di burattini.
Io non lo chiamo.
Lo faccio e basta.
Non sgarro.
Ma non mi diverto più.
Un lavoro non deve essere divertente, in effetti.
Ma questo poteva esserlo.
Per me. E per chi paga per vedermi.
Poteva.

C’è chi si aiuta. Io no. Almeno questo, borbotta mio figlio. Che mi vuole bene. Ma non approva.
Eppure agli ordini non posso trasgredire. E’il sistema. E’la regola.

Iosonopartedelsistema.

Mio padre lo chiamava sport. Se fosse vivo forse si vergognerebbe.
Come me.

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