Attorno al corpo di Eluana Englaro

«Sì, è per uno spettacolo a Bologna» ho risposto quasi a bassa voce. Il sorriso del negoziante era di quelli furbetti, che la sanno lunga.
«Ecco mi sembrava. È una di quelle cose per giovani?» E mentre lo chiedeva, avevo l’impressione di vederle, nella sua testa, le immagini di calche colorate e sudate, baccano ovunque, abbigliamenti che non coprono, letture e proclami pieni di slang incomprensibili, parole masticate, fumo, erba o chissà-cos’altro si agitava nella testa del commesso di mezz’età dal sorriso facile, abituato all’odore stantio e la penombra del colorificio paesano.
Ho afferrato il sacchetto pieno di tempere che mi allungava attraverso il bancone: «No, direi di no. Tratta di tematiche sociali, partendo dal corpo di Eluana Englaro».
Ha preso ad annuire come se il movimento, ripetuto, rapsodico, fosse un automatismo normale: «Ah. Ho capito. Me la ricordo quella ragazza».

In quel momento, osservando il commesso, mi sono chiesta cosa resta, a distanza di oltre un anno dalla sua morte, di lei, di quella ragazza. Cosa si ricorda? Cos’è rimasto di fatti, chiacchiericci, logiche e implicazioni sociali, politiche, religiose, individuali, etiche e morali?
Cosa sottintendesse quel ‘Ah’ non ho potuto decifrarlo.
Ma so cosa intravvedo in sguardi, toni e silenzi ormai da molto tempo e non soltanto nel frame che ho appena raccontato: cronaca mordi e fuggi, pensieri svelti, labili, elaborati per essere impermeabili, per non coinvolgere restando lontano dal vissuto, dalla sfera individuale. Intravvedo esattamente quell’alone smemorato, inerte, (in)consapevole, cieco e sordo che mi ha insistentemente urticato da quando ‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ è diventato bisogno mutevole ma crescente, in me, e che ultimamente si è arricchito di altri sentire, accanto a quello in ‘video-photoshoperò’ di Francesco Forlani, nelle prossime rappresentazioni si sono aggiunte contaminazioni musicali di Un incoerente come tanti, e visive di Lorenzo Palloni. Volti, menti, talenti, percorsi diversi che si sono sfiorati sentendosi addosso ‘qualcosa da dire attorno a’.

Ho pensato, uscendo dal colorificio, che il senso d’una ricerca che è poi diventata progetto in tre movimenti, tra ‘ascoltare’, ‘dire’ e ‘raccontare’; ho pensato che il senso (mi) tornava perfino nei momenti più impensati, facendosi largo tra routine e vivere comune: non cedere alle sottrazioni, al perdere frammenti di storie che non sono solo storie. Non lo sono nelle declinazioni sociali quanto in quelle massmediatiche fino a raggiungere le sfere egoisticamente soggettive.

Eluana Englaro, il suo corpo e quanto attorno si è mosso (ancora si muove): tutto questo non ha smesso di sussurrarci.
Cosa?
L’unica risposta che posso dare è dipende. Da ciò si è disposti ad ascoltare e trattenere. Da quanto si intende scavare, affondare. Dipende da pelle, carne, mente, anima.
Ma che qualcosa di residuale ancora ci resista tra pieghe e aderenze, bricioline magari come nella famosa fiaba ‘Hansel e Gretel’ dei fratelli Grimm, mi sembra indiscutibile.

Forse stiamo entrando nella casa della vecchia-strega-cattiva, noi che insistiamo ‘attorno al corpo’, noi che viriamo tra forme artistiche, percezioni e rappresentazioni. Forse, riempirsi bocca, intestini e pensieri, del morire, dei transiti tra vita e morte, le volontà individuali e ogni altra diramazione che Eluana Englaro (suo malgrado) ha scatenato; forse è errare inutile.
Eppure, in quel ‘forse’ c’è la scintilla del dubbio.
Una scintilla che non andrebbe sottovalutata, in un Paese che vorrebbe decidere per i vivi e si ritrova sempre più spesso morti che respirano a occuparne spazi e tempi.

Aprile 2010,
Barbara Gozzi

Mercoledì 28 Aprile 2010 ore 21.00
Malazeni, via Mascarella, 84d Bologna, tel:051/243727

Attorno al corpo

di Eluana Englaro

con la collaborazione artistica di
Francesco Forlani
Un incoerente come tanti
Lorenzo Palloni

di e con Barbara Gozzi

Per informazioni: barbara.gozzi@gmail.com
[illustrazione di Lorenzo Palloni]

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di e con
Barbara Gozzi

con

video-photoshoperò ‘vis à vis d’Eluana Englaro’ di Francesco Forlani
contaminazioni musicali di Un Incoerente come tanti
contaminazioni visive di Lorenzo Palloni
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Mercoledì 28 Aprile 2010 da Malazeni,
via Mascarella, 84d – Bologna
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Di Eluana Englaro si è detto, scritto e dibattuto.
Ma attorno al suo corpo, a più di un anno dalla sua morte, ancora restano ‘zone d’ombra’, sospensioni.
Perché non si tratta di un volto solo, un nome, una storia.
Ma dei corpi tutti.
Si tratta di fine-vita, morire, progresso tecnologico, libertà individuali, volontà, testamento biologico.
Si tratta di non rassegnarsi a smemoratezze, cecità, silenzi.
Perché può accadere in qualunque momento.

Io me ne andavo mentre lei entrava in quello stato che per tanti anni aveva trattenuto il mio corpo.

È stato in quel momento che l’ho sentito.

Il tocco.

Tre lei e me. Me e lei.

E con questapelle le resto attorno.

Non importa chi ero, con che nome mi chiamavano. Io sono morta, lei no. Per ora.

Non siete d’accordo?

Ascoltare. Dire. Raccontare.
Tre movimenti interpretati da creatività e forme artistiche diverse in uno spettacolo concepito per virare tra angolazioni e sensi.

Non esiste un’unica risposta per tutti.
Basta non smettere di domandarsi.

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Prossimamente ulteriori informazioni.
Contatto: barbara.gozzi@gmail.com

La ‘prima pillola’ QUI.
La seconda, QUI.

Ci sono ‘i’ matti, in questo romanzo, che siamo noi che leggiamo, lo sappiamo praticamente dalla prima pagina, che siamo matti consapevolmente (e forse neanche poi tanto infastiditi, anche perché lo possiamo pensare senza vergogna, nessuno ci sente e giudica mentre leggiamo, nessuno può criticarci per l’ammissione). La ‘follia’, la condizione, l’essere o diventarlo, ‘matto’ è espresso con la normalità della marmellata sulle fette biscottate la mattina. Così è.

Tecnicamente una scelta che potenzia, rinforza, lo stile consapevolmente gergale che alterna i riassunti di Beautiful con le sedute del Terapista da coccole e frustate; sono le ripetizioni. Gli svolgimenti, onde anomale in continua mutazione, variabilmente costanti, tendono a fissarsi su temi ed eventi, e lì ripetono con abilità impressionante, concetti che il lettore finisce per assorbire come lo studente che la notte prima dell’esame dorme con la lezione registrata e riprodotta in loop attraverso le cuffie.

A luglio s’era creato un forte disguido con le autorità e con il ministero della Difesa e poi l’11 settembre 2001 c’era stato un forte disguido tra l’America e l’Afghanistan e mi sembra che l’Italia avesse deciso di partecipare a questo grosso disguido e poi in Italia c’era stato anche un disguido tra la televisione di Stato e dei giornalisti… (pag.49)

Penso che nei rapporti d’amore non ci sia niente da capire, anzi io proprio non voglio capirci niente perché comunque hanno sempre il loro flusso liquido inevitabile che arriva sempre dove deve arrivare, per mi rapporti sono così liquidi che se ci si pensa a un rapporto vengono in mente solo cose liquide, anche i corpi diventano un po’ liquidi con tutte quelle secrezioni fisiologiche e poi ci si tocca in un modo così liquido che la carne diventa gelatina. (pag.88)

Dopo tutto questo disquisire, è doveroso considerare anche le screpolature, che si sono, si sentono pur non inficiando letture e sensi. Come l’eccessiva pressione, sul finale, dei valzer tra personaggi, quasi schegge impazzite dove non è sempre facile riconoscerne tratti caratteristici, la velocità con cui fanno, si prendono e si lasciano, è qui decisamente pressante, si impone. Allo stesso modo, con il medesimo approccio, il finale inteso come chiusura del romanzo, di fatto non esiste. Diventa quasi un riporto di titoli, news che scorrono veloci e già si dimenticano. Un voler informare il lettore sugli ‘ultimi’ (dal punto di visto cronologico) eventi, senza però entrarci, lasciando la lettura sospesa tra la lista della spesa e il riassunto da guida tv.

Il bianco è il non colore, qualcosa che facilmente si associa a tutto e a niente, sta bene su tutto, si sporca facilmente dunque se ‘è’ qualcosa, lo è per poco. Il bianco è delicato, pare insapore e inodore. La neve è bianca. I teneri e delicatissimi capelli delle nonne, sono bianchi. Ma il bianco è anche un sapore mescolabile, adattabile al resto, agli altri, a qualsiasi cosa. Bianco come vuoto, ma anche silenzio. Bianco come parete spoglia che attende. Come le infinite possibili scelte. Come il latte che però si può mescolare con il cioccolato in polvere ma anche con il caffè e perfino con gli sciroppi (come la menta) e ogni volta resta latte con un qualcosa in più, che lo trasforma, lo rende altro e se stesso allo stesso tempo.

Così è questo romanzo.

Da assaporare riconoscendo(ci) un non-qualcosa di familiare.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

La ‘prima pillola’ QUI.

“Ci sono due tipi di persone” dice il narratore che è interno ed esterno ai tessuti, alto e basso, vicino e lontano rispetto al lettore quanto ai protagonisti (che definisce anche ‘i miei personaggi’a un certo punto e prima ancora: “Io non lo so perché io non mi preparo su questi argomenti psicologici”, dunque lo si colloca su piani diversi o su tutti, in un certo senso). “Ci sono due tipi di persone” insomma. E mentre leggo penso che siamo esseri buffi certi volte. Abbiamo continuamente bisogno di riconoscerci sapendolo già (chi siamo). Eppure è vero. Ci sono quelli che vivono di ‘cose’ e quelli che attraverso cose cercano ‘persone’. Poi sull’equazione algebrica che vede nei primi i maschi e nei secondi le femmine, ho sempre diffidato ma restano echi che da generazioni insistono, qualcosa vorrà pur dire.

Metafore leggere, sottili prendono corpo tra routine di una banalità forse imbarazzante, irritante addirittura (per qualcuno), inutile (per altri). Eppure. Come Michela affronta le scale, in salita e in discesa, e in questo suo atteggiamento, c’è un simbolo, del suo vivere. Delle energie che disperde, regala con la facilità del battito di ciglia. Cede con la disperazione di chi non riesce a vincere sulle frustrazioni, i sogni persi, i buchi e i vuoti che non danno tregua mai, proprio mai. Ma anche Serena che si dona completamente accogliendo mali e dolori di tutti finché “le viene la merda”, metafora di una necessità estrema, finale, di espellerlo quel male accolto per liberare gli altri ma poi impossibile da sopportare tutto insieme. Perché siamo contenitori. Anche. Che bisognerebbe svuotare o ripulire, di tanto in tanto. Tenere con cura senza esagerare. Spostare perfino, assolutamente.

Questo narratore poi, che è tutto e niente, gioca coi ruoli come carte i cui simboli spariscono e mutano sotto gli occhi del lettore costretto a subire, indeciso se capire o proseguire ignorando. Consiglio di provarci, a capire, merita senz’altro.

Le frustrazioni che hai si stratificano così tanto sulle tue energie e sulle tue forze che se riesci per caso a trovare qualcosa che ti toglie queste frustrazioni senti proprio nascere dalla pancia e risalire fino agli occhi e alle mani e ai piedi un calore magnetico… […]… perché sei tu quella cosa che esce fuori… […], sei tu con le tue accettazioni che riconosci quelle budella spappolate che adesso accettano tutto perché hanno accettato di non capirlo, di non cambiarlo, di non chiuderlo dentro a una scatola. (pag.35)

E subito sotto insiste, il narratore, fissa il lettore con un’insistenza imbarazzante di una prepotenza spiazzante. “Provate a chiudere gli occhi e a immaginare la vostra scatola”. Pare una seduta terapeutica. Forse lo è. Forse questo libro è un seduta di auto analisi stimolata da strumenti semplici come parole e trame, forse il prezzo di copertina che entra a pieno titolo nel mercato editoriale, ne nasconde un altro, di prezzo, più o meno pericoloso a secondo di quanto si è pronti a sedersi nel famoso divano-sdraio del terapista-se stessi.

Alcune pagine sono veri e propri inseguimenti. Pare di leggere nell’angolo in basso a destra, pagina dodici, di GuidaTv, il brevissimo riassunto della punta tremilasettecentoventinove di Beautiful, solo che in ‘Bianco’ non sono per niente brevi, i riassunti di accadimenti, viaggi, lauree, affettività e (dis)attaccamenti. Veloci schemi di passaggi e crescite che i personaggi subiscono, vivono inconsapevolmente spostando angolazioni. C’è un’abilità particolare, nella Menozzi, che accelera e rallenta, vola alto poi vira e rasenta la cute del lettore, accarezza personaggi finendo col ‘parlare ‘ di sé.

“Bianco” è un libro che se lascia indifferente (in ogni possibile declinazione) qualcuno, questo qualcuno lo prego di contattarmi, vorrei parlarci, capire. Come si può non provare nulla leggendolo. Provare la qualunque emozione, pulsione, pensiero o accanimento. In ogni possibile senso (positivo o negativo).

Anche quando per esempio ti muore qualcuno non è il funerale o quando te lo dicono o i pianti che senti dentro e fuori, ma la cosa che ti sconvolge di più è che tutto è stato distrutto e ti aspetteresti la fine del mondo ma poi tu vai e c’è ancora tutto e le cose sono uguali a prima. C’è ancora l’11 barrato che porta a Baggiovara ci sono ancora i giornali c’è ancora Enrico Gualdi su Radio Bruno e queste cose che sono diventate così neutre perché sempre uguali ti fanno sentire ancora di più te stesso perché a te è successa una cosa inaccettabile…(pag.44)

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.