Il solito stronzo

17 ottobre 2008


Non ti affezionare.

Lo hai pronunciato lentamente, convinto.
Lei ti ha fissato con gli occhi sbarrati, deformati dal sesso appena consumato e l’alcool ancora sul comodino.
Ma non aveva capito.
Infatti si è abbandonata a un lungo sbadiglio senza muoversi dal cuscino.
Lo hai ripetuto, sempre più deciso. Ruvido.
Non ti affezionare, è meglio.
E lì qualcosa dev’essere scattato perchè si è alzata provocando singhiozzi al materasso, e ti ha dato del ‘solito stronzo’. Ma non aveva ancora realizzato che non ti riferivi ai giochetti che facevate. Per niente.
Era solo una faccenda di odori, suoni e umori. Qualcosa di terribilmente stuzzicante, piacevole. Solo che da lì non doveva muoversi. E non era tanto per quella casa che ti aspettava, coi giocattoli sparsi e l’odore di mangiare a ogni ora. Era per te.
Non te lo potevi concedere.
Un altro sentimento.
Altro come ennesimo, perché, in ordine di tempo, negli ultimi dieci anni ti eri innamorato quattro volte, sposato (una) e avuto due figlie.
Eppure mancava sempre qualcosa.
I buchi c’erano, non si potevano ignorare, mutavano nelle forme ma non smettevano di rosicchiarti la carne, le ossa, il cuore.
Per questo giocavi. Ricostruivi quello che non provavi più da troppo tempo. Ricreavi atmosfere, percezioni. Brividi. Non era premeditato, fare ‘il solito stronzo’, tutt’al più c’eri diventato. Per non cadere, per non finire ancora nella rete marcia delle illusioni. Quel ‘non ti affezionare’ ti era scappato, scivolato tra le labbra gonfie ma era per te solo, in realtà, che lo avevi pronunciato.
Come se bastasse quello, il tirartelo fuori dalle viscere, per renderti immune.
Hai sentito il rubinetto che si apriva, il gorgoglio della vasca che si riempiva lentamente e non hai resistito. Ti sei alzato e l’hai raggiunta. Così com’eri. Ancora nudo, sudato.

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Foto e testo di Bg.

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Noi due, mi mancava quello che avevamo, che eravamo.
E in certe notti solitarie, mentre fuori pioveva o il vento muoveva i rami degli alberi vicino alle finestre, mi concentravo. Tentavo in tutti i modi di ricordare e non ci riuscivo mai. Potevo anche essermelo immaginato. Quello che eravamo. Poteva anche averlo costruito, tutto da sola, idealizzando gesti o parole.
E se non fosse mai esisto quel ‘noi’?
Se.
Aspettavo, cercavo e chiamavo una condizione inesistente, immaginaria.
Allora – forse – ero io che avevo spostato traiettoria, angolazione o quello che volete.
Avevo la testa immersa in un liquido molliccio e denso. Caos bavoso, lava in movimento.
E continuava a sentirmi scricchiolare le ossa, lo stomaco, la testa.
Se c’era stato, oppure no, mi mancava comunque.
E non volevo vivere così.
Con un ‘vicino’ che non mi ascoltava, che rimaneva sempre e comunque un’entità autonoma e indipendente da me. E io lo stesso.
Non sapevo quasi niente.
A parte che avrei dato i miei, di polmoni, per salvare mio figlio.
E che non volevo più sentirmi mortalmente sola.
Mortalmente come se fossi condannata a vivere in quel modo per sempre, come se nulla potesse più cambiare dentro e attorno a me.
Mortalmente era una sentenza che non ammetteva deroghe o sconti. Acido puro che bruciava le mie ferite senza curarle, aprendole sempre di più, centimetro dopo centimetro.
Io, invece, cercavo un’offerta promozionale. Un ‘tre per due’ per l’esattezza.
Mi stavo scoprendo sarcastica.


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Bozza imperfetta, stridente scritta il 20/9/08 ore 21.30. Corpo cavo.

Silenzio

7 ottobre 2008

Gli era già capitato.
Di finire ko.
Certe donne sanno come, sono. Si conoscono e ci giocano. Ammaliano.
Però, in un rapido bilancio pre quaranta, ne usciva vincitore.
Fino a due anni fa.
Quando a lei è venuto in mente di presentarsi, di allacciare un ‘contatto’. Senza un perché sensato, così. Tra sette, forse nove uomini ha scelto lui e gli ha sorriso.
Certe volte è così semplice, credere. Agli odori, gli sguardi, i corpi che si cercano e le parole.
Troppo semplice.
Non gli serviva un sentimenti così, o forse si. Ne aveva bisogno per ricordare cosa si prova a sentirsi bene solo perché si esiste, però nel complesso no. Era proprio meglio di no.
Ma lei non le sapeva, tutte queste cose. Anzi. Le ignorava beatamente. Arrivava, lo lusingava poi spariva.
Ci sono donne che sono consapevoli anche per le altre. Lei era una di queste. Non calcolatrice, non proprio. Diciamo: allegramente seduttiva.
E quel cercarlo ogni volta di più lo aveva già fregato quattro volte. Questo sei mesi fa. Poi il crollo, i pianti (avete capito bene: lui, un omone fatto, vissuto, ha pianto eccome). Non si sono sentiti per quattro settimane. Non un sms. Mail neanche a parlarne. Telefonate e passaparola fuori discussione.
Poi è tornata.
L’ha invitato a una cena di gruppo.
E ci è ricascato.
Solo che, come ogni volta, si è ritrovato a distanza di qualche giorno solo. Svuotato. Con il suo odore tra le ciglia, qualche sorriso ebete e quel dolore da strappo. Persistente. Diabolico.
Adesso ha le mani sulla tastiera.
E’ solo in casa, fuori è tutto nero. Silenzioso.
Non ha fame, né sonno.
Lo stereo in sottofondo è sintonizzato su una radio che programma solo musica anni ottanta. O almeno così recitava il gingle di apertura. Poi è arrivata lei, melodia che si trascina una valigia enorme di tanto, tutto. Maledetta Faith Hill!
Le mani hanno preso a scrivere e non la smettono più.
Parole, frasi, punti.

Smettiamola di ballare.
Io così non posso.
Queste distanze non le digerisco. E tu che fingi di non capire ancora meno.

And I want to thank you
Now for all the ways
You were right there for me

Ha spedito la mail, chiuso il portatile, spento tutte le luci. Si è rannicchiato sul letto senza spostare le coperte.
Cinque, dieci, venti minuti.
Quando il cellulare si è messo a vibrare il mondo ha tremato. Lo ha afferrato tenendo gli occhi chiusi. Non voleva ancora sapere.
Ha accettato la chiamata e se lo è portato all’orecchio.
Silenzio.


Come la mettiamo?

7 agosto 2008


Alice ne ha fin troppo, riflette. Di spazio suo. Che è un ‘non posto’ in effetti, proprio come ha detto a Caterina. Non esiste, non ha coordinate precise. Eppure ci si ritrova da sola. Come adesso. Andrea è lì, a pochi passi. Ma non si sa dove sia sul serio, con la mente e il cuore quanto meno. Il corpo conta il giusto, e in momenti come quello le sembra che – anzi – non sia altro che un ammasso di strati coprenti che evitano ai polmoni di rotolare per terra, alle vene di correre ognuna dove le pare e al cervello si schiantarsi sul cemento. Nient’altro. Una scatoletta più o meno carina destinata a disintegrarsi.
Esce di corsa.
Il bisogno è troppo forte, pulsante.
Andrea, il suo Andrea c’è ma non è. O forse è ma non c’è. Comunque non si può, così proprio no. E neanche trova le parole per spiegarselo quel fastidio che è anche imbarazzo e vergogna.
Non si scappa da qualcuno che si ama. Anche se forse è più morto che vivo.
Eppure restare sarebbe peggio, lo sa. Con lei è tutto peggio. Quando ci si mette d’impegno è capace di distruggere tutto.
Allora la ritirata è la soluzione più sensata.
Se adesso lui potesse vederla la sgriderebbe. Non l’amante, no, ma l’amico si, eccome. Scappi da quando avevi dieci anni, A, non è ora che la smetti e affronti quei demoni?
Finalmente fuori, all’aria aperta, si blocca. Massaggia gli occhi ancora umidi e prende fiato.
Sarebbe ora si, vorrebbe rispondergli adesso, ma sto scappando da te. Come la mettiamo?
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Foto, rielaborazioni, incastri e testo di BG

Cosa vuoi?

13 luglio 2008



Laggiù ci sono le montagne.
Cosa te lo dico a fare? Tanto lo so che non le vedi, manco ci provi.
Tu.
Cosa vuoi?
Cosa vieni a fare qui – no dico, proprio qui – se poi non.
Ci sono, ti dico.
Le montagne.
E oltre il mare.
Sto sorridendo sai. Di me e di te, insieme. Siamo così patetici, miopi.

Scommetto che non l’hai notato.
Ti ho fatto cercare montagne e mare e lì sei andato, a caccia in un angolo dell’immagine, sul fondo quasi.
Non l’hai notato, insomma.
Il cielo.
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@Foto BG.
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Annotazione dall’ ‘Officina’: vi è mai capitato di cercare qualcosa, fissarvi su un dettaglio perché in quel momento ne avete bisogno? Allora vi concentrate su quello, lo fissate e ve lo imprimete per non perderne neanche un’imperfezione. Poi però, dopo, molto dopo non vi viene il sospetto di aver dimenticato qualcosa? Qualcosa come la visione d’insieme, il tutto insomma. Altri dettagli, altri spigoli che c’erano ma voi non li avete considerati, sono rimasti da qualche parte. Forse qualcun’altro ha guardato proprio quelli dimenticando i vostri.
E voi e loro – insieme – potreste ricostruire ‘il tutto’ che c’era. Ma che poi si è frammentato nei ricordi, nelle menti di chi ha visto e registrato un parziale che tenderà alla deformazione col tempo. Tenderà ad allungarsi, appiattirsi o magari inspessirsi se.
Avete mai pensato a quanti angoli perdiamo?
A quante sfumature, toni, retrogusti non riusciamo ad afferrare.
Ma qualcun’altro si.
Allora siete ancora convinti che da soli ci bastiamo?
Io no.
Ma è un discorso lungo che spesso ci tedia quando siamo in fila per ritirare una raccomandata e fissando l’orologio realizziamo che non abbiamo il tempo per ingoiare neanche una brioche, doppiamo rientrare al lavoro e c’è anche da fare benzina perché se no fino a casa stasera non ci arriviamo, poi… lo so. Lo so. E’ così che funziona…

Barbara