Tanto lo so

9 aprile 2008

– Una volta mi hai detto che avresti potuto.

– No che non l’ho detto. Ti sbagli. Non potrei mai dire una cosa del genere, ti sembra?

– Io so solo quello che ho sentito. Non era neanche tanto tempo fa…

– Insomma, la smetti? Ti ho detto che non è possibile. Basta. Adesso vai, ho molto da fare…

Matteo la guarda, apre la bocca poi la richiude in fretta, pochi attimi di esitazione. Certi amori sono così, destabilizzanti. Schiavi.
Lei finge di chinarsi per aprire un cassetto. Non aspetta neanche che sia uscito, gli da le spalle e inizia a rimescolare i coltelli vecchi, quelli tenuti lì per ansia, se magari il servizio buono finisce rubato…

A Michela piace quando lui la aspetta. Quando la cerca in quel modo quasi infantile, come se fosse una specie di entità-madre, un qualcosa di rassicurante che fagocita paure e incertezze. Solo che lui non è più un bambino, ha trent’anni suonati e oltre. E certe volte ne ha paura. Di questo rapporto che gli altri non capiscono – neanche ci provano – quasi esclusivo, una forma inversa di dare-avere dove non c’è un confine preciso, qualcosa che li qualifichi. Lui non è compagno, marito, amante, amico o fratello.
Matteo è, c’è.
Il resto diventa un inevitabile guazzabuglio di sensi che non sono e parole sprecate. Perché certe risposte non esistono, non hanno un corpo e neanche lo cercano.


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Si rialza sospirando.
Chiude il cassetto e non le va di fare niente.
Mi hai detto che avresti potuto innamorarti di me.
Ed era vero, che l’aveva detto. Tre mesi prima, alle sei di mattina mentre fumavano da un micro terrazzo alla festa di compleanno della Betta che sembrava più un ritrovo di psicolabili. Fissavano il piccolo sole nascente che scalciava le nuvole nere. L’aveva detto si; ma non intendeva; non era proprio; pensava a tante cose; poi lui era così vicino e.

Il ritornello di ‘One’ degli U2.
Sms in entrata.
Tanto lo so.

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Immagine di BG.

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Questo testo rappresenta la seconda pagina del Moliskine su Declinato al Femminile.

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Eccetto

5 aprile 2008

La sua voce era armonica, distesa.
Chiacchierava con Tania da ormai venti minuti. Erano secoli che non succedeva.
Tania aveva preso la cattiva abitudine di rimanere nello stesso posto per non più di mezza giornata. Milano. Londra. Amsterdam. Canicattì. Non c’era verso di afferrarla. Così Paola si era rassegnata a viverla come veniva, un’amicizia in trasferta. Finché quel pomeriggio sono riuscite a intercettarsi, Tania seduta su una valigia all’aeroporto di Linate e Paola che guidava piano, verso casa.
Il cancello automatico era lento, assonnato, Paola continuava a squittire, rideva con il telefonino stretto tra l’orecchio destro e la spalla mentre raggiungeva il garage. E’ scesa correndo, cadeva una pioggia fine e il cielo aveva ormai abbracciato i toni della notte in arrivo. Ha infilato l’utilitaria tra i muri chiari, la lampadina penzolava malinconica, emanava una luce chiara, ghiacciata. Ha chiuso il garage aiutandosi con i piedi, il portone in metallo pesante tendeva a slittare con facilità. Infilato il cellulare nella borsa ha alzato lo sguardo.
Il cortile interno era deserto, l’ha notato per la prima volta.
L’ha notato e ha sentito arrivare il formicolio dal basso. Era un’onda avvolgente, lingue infuocate che le attraversavano il ventre fino al collo. Stringevano i tessuti e le arrossavano le orecchie.
Poi un rombo sordo, come una sirena lontana ma non c’era una direzione precisa, un angolo da afferrare per capire, orientarsi. Paola continuava a guardarsi in giro, cemento e alberi secchi, spogli. Tutto era come doveva, come l’aveva lasciato uscendo qualche ora prima.
Eccetto.
Qualcosa le ha fatto salire le lacrime agli occhi. Qualcosa di sempre più preciso, nitido, che si è materializzato davanti a lei accecandola.
Mancava la macchina.
Non una qualunque, quella della signora Grenzi, la vecchia tata che chiamava nei fine settimana quando gli impegni improvvisi le impedivano di rimanere a casa, al calduccio a coccolarsi il suo cucciolo e a fare giro-giro-tondo ridendo come una scema.
Mancava la sua macchina, dunque. Il rombo era sempre più forte, insistente.
Ha aperto la borsa rompendo la cerniera esterna, le mani afferravano oggetti inutili. Il borsellino, fogli sparsi, due fazzoletti, il rossetto. All’improvviso lì dentro c’erano solo cose sconosciute, forme e colori privi di senso che ricacciava indietro nel vuoto della borsa maliziosa. Ma del telefonino nessuna traccia.
Se è uscita con Tommaso mi avrà mandato un sms o troverò una chiamata persa.
I pensieri ruotavano, formavano cerchi incompleti mentre le mani erano pale che giravano troppo in fretta, provocavano scintille inutili. E una voce (la sua?) ha iniziato a ripetere ossessivamente la stessa nenia, lenta e disperata.
Per favore no. Per favore no. Per favore no.
Paola si è lanciata verso l’ingresso della palazzina, aveva freddo mentre il cuore accelerava. La chiave ha girato al terzo tentativo. Tremava, era sorda e cieca. Perfino girare quella piccola chiave scura le sembrava complicato, un rompicapo nuovo.

La signora Grenzi aveva sessant’anni. Guidava solo per venire a casa sua il sabato o – meno spesso – la domenica. La signora Grenzi aveva le guance candide, i fianchi larghi e i capelli corti resi morbidi e gonfi dalla stessa permanente leggera che si faceva quando Paola era una ragazzina magra e brufolosa. La signora Grenzi non usciva mai con Tommaso. Aveva paura delle strade trafficate, dei malintenzionati, di perdere le chiavi per rientrare o di dimenticare aperto il gas. In tre anni non era mai uscita una volta, neanche in piena estate. La macchina bianca della signora Grenzi non era parcheggiata davanti al garage di Paola, non era accanto all’albero marcio dei Rinaldi che la primavera successiva sarebbe passato a miglior vita grazie all’ultima delibera condominiale. La macchina della signora Grenzi era da qualche parte fuori dal cancello di via due Giugno al civico trentanove.

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Paola aveva il fiato corto, le gambe molli affrontavano i gradini a due la volta.
Per favore no. Per favore no. Per favore no.
Ormai lo sapeva, se lo sentiva tra i polpastrelli tremanti che era successo qualcosa di brutto. Molto brutto. E il ronzio assordante, il cuore impazzito, i tremori. La stavano avvertendo che ormai non c’era più niente da fare, l’incanto era stato spezzato. Le risate sotto il piumone, sgridarlo mentre piroettava yogurt dal seggiolone appiccicaticcio, parlare con il vasino per convincerlo a sedercisi sopra e quegli abbracci che sapevano di buono; loro insomma, non esisteva più.
Alla seconda rampa i gradini sono diventati alti e scivolosi. La bretella della borsa le strappava la pelle delle spalle, un piccolo masso che le rallentava l’andatura, la strattonava verso il basso; giù, sempre più. La paura era ovunque, gridava attraverso i muri e le stringeva le caviglie, l’eco era assordante.
Si è aggrappata alla ringhiera, Paola. Ha strizzato gli occhi mentre ordinava alle gambe di alzarsi, alle ginocchia di piegarsi in fretta e ai piedi di appoggiarsi sul marmo freddo. Ordinava attraverso rantoli silenziosi, imprecazioni strozzate.
Per favore no. Per favore no. No. No. No.

La porta blindata si è aperta subito. La signora Grenzi non l’aveva neanche chiusa con le solite tre mandate.
Il profumo della pelle di Tommaso l’ha investita a tradimento dopo il prima passo. Dietro di lei la porta ha sbattuto seccata, la rimproverava per tutta quella confusione improvvisa. Ha rovesciato la borsa sul tavolo della cucina, gli oggetti hanno preso a correre attraverso il tessuto rugoso della tovaglia in plastica, quella con i fiori enormi che Tommaso cercava sempre di strappare.
Il cellulare la fissava da dentro il sottile astuccio scamosciato. Era dove l’aveva infilato pochi minuti prima, non si era mosso da lì.

Schiacciava tasti a caso, li premeva sotto un impulso illogico quanto isterico. Paola non era più lì, il suo corpo – quello si – continuava a dimenarsi, ma la sua mente si era nascosta, accucciata da qualche parte non voleva vedere, sentire, capire.
Chiamate perse.
Nessuna.
Sms in entrata.
Cartella vuota.
Si è rialzata barcollando – con il cellulare tra le mani si era lasciata scivolare finché il pavimento l’aveva afferrata. Il freddo era penetrato oltre le ossa, direttamente dentro il cervello e le mangiava la materia grigia molliccia, trasparente.
Rialzandosi ha allungato una mano per afferrare il cordless sulla piccola mensola dietro di lei.
‘Zero zero’ segnava il display rosso.
E quel rosso lì l’ha assorbita. Annientata.

Ti sto implorando.
Per favore.
Fai quello che vuoi.

Ma lui no.

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Immagine di BG

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Questa composizione rappresenta la seconda pagina del Moleskine su Declinato al femminile.

E se noi, se poi.
Ti guardo e so che basterebbe proprio poco. Potresti allungare un braccio, spostarlo dal comodo appoggio sotto le coperte, potresti sai? Sfiorarmi e magari stringermi fino a convincermi.
Mi piace parlarti piano, sussurrarti mentre dormi chiuso nel tuo mondo, con le labbra leggermente piegate come adesso, i tuoi capelli sono morbidi, mi solleticano i polpastrelli.

L’ho fatto, si.
Si.
Ti ho dimenticato per un po’ mentre un altro corpo si muoveva dentro di me, mentre altre mani mi facevano tremare, odori diversi, suoni improvvisi e quel risucchio che non ricordavo, pensavo di non esserne più capace e invece.
Poi Sara. Quando se n’è andata credevo di spezzarmi, di non riuscire a reggere l’urto e avevo paura che quel buco enorme e pieno di spifferi ci risucchiasse. Eppure siamo ancora qui.

L’altro giorno mi è tornata in mente mia madre. Lo so, lo so, riusciva a inacidire perfino le torte – con te poi che la stuzzicavi ogni volta era quasi dovuto, un gioco di ruoli solo vostro, direi. Comunque l’ho rivista fasciata in quel vestito lungo macchiato di fiori piccoli, fini. Ti ricordi com’era bella? Io si. Andavo a lavarle i capelli e ci mettevo ore a pettinarla come voleva lei.
Mi è apparsa per strada, in quella panchina che fa angolo con il vecchio parco, prima non c’era niente da quelle parti, solo alberi e prati pieni di erbacce, mentre adesso. Lo sai. Comunque era lì e mi guardava, è stato l’altra mattina che ero anche in ritardo. Quella cavolo di sveglia nuova ha suonato mezz’ora dopo – o l’avevi spenta tu, secondo me è andata così ma non insisto. Avevo la testa già dentro le scartoffie quando il suo sorriso mi ha riacciuffato prima della curva. Era lei ti dico, sono sicura. E voleva che frenassi, anzi no, che inchiodassi proprio per sedermi lì anche se faceva un gran freddo e in alcuni angoli l’asfalto era lucido, brillava per il ghiaccio sottile, subdolo.


So che lo sai, comunque. Di Piero. E adesso ti vorrei, ho bisogno di sentire che tu ancora; di stringerti e leccarti finché non riesci a stare fermo e allora anch’io. Il tuo corpo mi ha sempre mosso qualcosa, laggiù dove non c’è spazio per le bugie, i rancori e la voglia di farsi del male. Anche questo dovresti sapere. Solo che alle volte è così… così e basta.
Com’è poi che non ti spuntano mai i capelli grigi?
Fuori il cielo si muove, vedo i primi bagliori.

Sogni d’oro, amore.

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Questo testo rappresenta la prima pagina del Moleskine su Declinato al Femminile.

 

Sogni d’oro, amore

8 marzo 2008

L’altro giorno mi è tornata in mente mia madre. Lo so, lo so, riusciva a inacidire perfino le torte – con te poi che la stuzzicavi ogni volta era quasi dovuto, un gioco di ruoli solo vostro, direi. Comunque l’ho rivista fasciata in quel vestito lungo macchiato di fiori piccoli, fini.Ti ricordi com’era bella? Io si. Andavo a lavarle i capelli e ci mettevo ore a pettinarla come voleva lei.

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Oggi, otto Marzo 2008 inizia un viaggio, un incontro di donne ma anche di desideri, scelte e condivisioni. Qui le parole di Francesca Mazzucato che chiariscono lo spirito di uno spazio multiforme.

E sempre oggi si apre un taccuino virtuale dal sapore agrodolce.

Qui maggiori informazioni sulla rubrica.

Mentre QUI il frammento completo, il cuore di una donna che parla al suo compagno addormenta, lo sfiora e gli sussurra tutto quello che forse non riuscirebbe a dirgli con il sole in faccia.

[immagine di BG]