Bianco serpente

7 Mag 2008

C’è un pianoforte che suona.
Ed è un suono armonioso, potente, che arriva a urlare tant’è profondo e fiero.
Ma c’è anche tutto quel bianco che a vederlo così vicino agli occhi non è tranquillizzante, per niente. Tutt’al più invadente, onnipresente. Sotto, dov’è sdraiato lui; sopra, avvolge la macchina che lo sta fotografando emettendo dei rumori che si, lui finge di non sentire (il pianoforte è ancora più forte, per ora) finge ma se si deconcentra un attimo eccoli che arrivano, i botti e il bianco. Abbraccia tutto, questo bianco muto, serpente.
Anche la questione dello ’stare fermo’ è diventata complicata. Quando la donna dietro il vetro gliel’ha ripetuto – con quel fare cadenzato e annoiato – le ha sorriso, per commiserazione. Certo che lo so, voleva dire quel sorriso e adesso se lo rimangerebbe volentieri, se potesse. Basterebbe spostarsi di lato, spingersi verso il pavimento; così gli sembra di vederla, la tentazione di infrangere le regole. E’ la macchina che lo sta incoraggiando. Da, vai, ti basta spostarti a destra usando la spalla, scendi con le gambe e vattene da qui, brigati!
Basta si.
Gli viene da pensare a suo fratello.
Erano anni che non gli succedeva, di pensare a lui all’improvviso. Di vedere il suo volto scavato, quella pelle verdastra cucita su un corpo rinsecchito, un verde chiaro con qualche venatura violacea, colori stridenti eppure altrettanto naturali su di lui. Perché suo fratello era malato e lo ricorda solo in questo modo, da malato insomma. Però era anche abilissimo con gli esami, lui una macchina così se la sarebbe mangiata, l’avrebbe staccati a morsi (col pensiero) pur di non farsi schiacciare. Lui si.
Il pianoforte continua a suonare.
Com’è che certe volte diventiamo così piccoli e fragili che neanche ci riconosciamo? Se lo chiede proprio mentre l’ovale candido sopra di lui ricomincia a emettere intervalli svelti di tonfi cupi, mitragliate.
Chiude gli occhi e suo fratello torna. E’ sempre lo stesso, coi jeans della Charro larghi e scoloriti e una felpa rossa che adorava. L’aveva ricevuta in regalo, prima che.
C’è sempre un prima che, però è più facile fingere di non averlo visto, quel momento lì che si avvicina al ‘che’. Prima succede sempre qualcosa, anche una cosa piccola, insignificante. Ma noi la ricorderemo sempre perché siamo fatti così, viviamo di attimi, ricordi che la mente afferra e cataloga – dove, lo sa solo lei – e ogni tanto riusciamo anche a nasconderli, quei pezzi del passato. Riusciamo ma facciamo una fatica bestia. Finché di nuovo si liberano e tornano a danzare, per noi. Davanti a noi.
Suo fratello sorrideva prima che. Gli stava ricordando tutta una serie di cretinate che avevano fatto da bulletti alle scuole, le sceneggiate sugli autobus (all’immancabile vecchietta mezza sorda e mezza cieca sul trentotto), i ritrovi sui colli (e le bottiglie di birra rubate da casa), gli scherzi alla Letizia che era davvero una rompicoglioni (graziosa ma rompicoglioni), l’atmosfera del mercato quando si mettevano i giubbotti da fighetti e giravano tra i banchi affollati per fare l’occhiolino (sgembo e nel complesso ridicolo) alle belle ragazze.
Tracce che credeva perse.
Invece no.

Mentre suo fratello osservava serio, con quegli occhi vivaci che dicevano tante cose e tutte insieme, lui si sedeva accanto al letto e attaccava a ricordare ad alta voce. I ricordi non sono processi controllabili, questo l’ha imparato sulla pelle.
Finito.
Si rialza un pò stordito, confuso.
Finito?
La donna gli lancia un’occhiata guardinga ma non si sbilancia (chissà quanti futuri malati le passano tra le mani ogni giorni, chissà. Troppi comunque). Cerca di scendere dal lettino ma gli gira la testa.
E’ tutta una questione di importanze, gli aveva detto una volta suo fratello. Quanto pensi che conti per me questa flebo adesso? Lui era rimasto con la bocca semi aperta, incerto, ogni risposta che gli saliva alle labbra poteva essere sbagliata, offensiva perfino. Si sbagliava. A suo fratello non fregava niente della flebo perché non si riferiva al corpo (Il corpo? Un involucro che ci contiene, nient’altro. E se il mio è difettoso non lo posso sostituire, i sette giorni di prova sono scaduti da un pezzo!, è l’unica fregatura dell’essere umani e non oggetto). Suo fratello pensava al resto. All’energia, le passioni, i colori e i legami. Ecco allora che la flebo diventava un puntino ridicolo se.
Qual’è il mio se, adesso? Si sente domandare.
Ma non c’è nessuno in quella sala alta e bianca. Nessuno che possa rispondere per lui, che possa spiegarli qual’è la prospettiva giusta (se c’è). Lui, che non è abituato a essere malato, arranca, gli sembra di aver nuotato per giorni senza fermarsi. E non è per niente una bella sensazione, di polmoni strizzati e ossigeno indigesto.
Si volta indietro e la macchina è lì, a qualche passo. Immacolata e muta.
Fra una settimana le mandiamo i risultati a casa, boffonchia la donna ma non lo guarda, non si volta neanche – lo schermo del computer l’ha risucchiata – e lui annuisce. La porta scorrevole si apre e scende le scale strette senza sapere bene dove andare. Quasi corre e ha paura di scivolare dall’urgenza di.
Andare.
Aspettare.
Intanto il bianco se n’è andato. Fuori, per strada, i colori sono ovunque; il grigio domina, contamina, investe.
Si guarda in giro, il bianco è rimasto tra le mura che odorano di disinfettante e fiori finti anche se il silenzio, quello se l’è portato appresso.
Il silenzio.
Gli servirà.

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Annotazioni dall’ ‘Officina’.
Racconto: risale a fine novembre, quando mi sono effettivamente sottoposta a una risonanza.
In quel periodo ascoltavo di continuo un cd di Roberto Cacciapaglia (Quarto tempo).
Poi sotto a quella macchina mi sono vista come dall’alto. Ero un uomo che ricordava il fratello morto. L’associazione con il bianco asettico della stanza, gli odori e i rumori hanno fatto il resto. Forse ero semplicemente più preoccupata di quanto volessi ammettere eppure lì dentro c’era quest’uomo che, al posto del mio corpo, meditava di scappare e rammentava questo fratello così abituato agli esami clinici da esserne ‘immune’. Una sorta di priorità capovolte tra i due.

Immagine: l’ho scattata in uno dei palazzi adiacenti al centro medico, mentre aspettavo il taxi. Avevo bisogno di portare con me una scheggia di quella strada, di quel posto così brulicante quanto decadente ai miei occhi un pò stanchi (nel caso qualcuno fosse pratico, si tratta di Via Irnerio a Bologna). C’era un cielo bellissimo, bianco e azzurro come nei cartoni, però la via era buia, grigia come accenno nel racconto, i palazzi alti facevano da scudo protettivo contro la luce. Così mi è rimasta impressa.

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Foto BG.

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Pagina tratta dal Moleskine.

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Patina

25 aprile 2008

Lo fissavano con occhi concentrati, affamati. Quasi a volerlo toccare, saggiarne la superficie con piccoli morsi delicati. Attorno a loro il brusio non era fastidioso, la galleria straripava di gente curiosa, ilare e attenta imporre la propria faccia con smania vagamente celata, sottilmente crudele. L’ambiente era illuminato da tenui faretti incastonati nei muri candidi, proiettavano verso l’alto tonalità color carne, nocciola e rosa confetto. Ogni opera era esposta con cura, distante dalle altre come a volersi isolare.
Ma loro stavano lì, con i bicchieri freddi in mano. Seri e rigidi. Indecisi. Sbavati.
– Per me non è una foto.
– Ma dai, hai letto bene la targhetta?
– E tu l’hai vista bene?
Brusio, risate e passi lenti, indolenti.
– A me sembra un quadro. Dai, uno di quelli da sala d’aspetto di provincia…
– Stai esagerando. Com’è andato poi quel lavoro?
– Ti dico che è il dettaglio di un dipinto. Dell’ottocento ecco, ti do anche un periodo storico così ti senti più tranquillo.
– Va bene, va bene, come ti pare. Però non mi hai risposto.
– Non è andato.
– Ah.
– Magari la prossima volta.
Sorriso spontaneo ma poco convinto.
I due si allontanano. E quella patina tra loro, in mezzo a loro, se li trascina senza sostanza, umore inconsistente quanto schiacciato, rattrappito da qualcosa che non c’è, non ha corpo eppure li ha presi con sé, li porta con un guinzaglio corto, scintillante.
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Foto BG.
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Nota dall’ ‘Officina: dettaglio di una fotografia scattata ieri a metà pomeriggio con la fotocamera del cellulare, da cui la sgranatura, le imperfezioni e la qualità complessiva nettamente inferiore. Eppure l’effetto complessivo di questo angolo di immagine da subito mi ha fatto pensare a qualcos’altro, di diverso nella ‘veste creativa’. Come se non avessi scattato davvero. Ma spennellato.
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Scheggia contaminata apparsa sul blog Declinato al Femminile.

Non sono

17 aprile 2008

Ogni tanto penso ancora di non aver trovato.
‘Non aver trovato’ in generale, come concetto intendo, né persone inquadrate in un
certo modo tanto meno situazioni regolari, nella norma insomma.

[…]… in coda a questo ‘trenino sghembo’ ci sono io che non sono né carne né pesce – e, per concludere gli incisi, non c’entro niente neanche con frutta o verdura.
Ci sono io 
si, che nonostante tutto sbatto contro muri invisibili e giro come una trottola per qualcosa che neanche ricordo.

[…]
In questo momento mi mancano di più le persone morte. Delle vive.
E non è proprio un buon segno, secondo me.

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Foto di BG.

Note sulla fotografia: risale a martedì scorso (18 marzo 2008), i colori sono naturali, non c’è manipolazione, il verdastro ‘sporco’ e il giallo ‘sfumante’ sono – insieme con il nero – tonalità decisamente frequenti nelle campagne emiliane (specie nei momenti di transito tra la notte e il giorno o viceversa); il grigio, invece, che qui non c’è assorbe praticamente tutto ma solo quando si alza la nebbia.
Note sul testo: questi stralci fanno parte di una storia nuova che si è ‘stabilita’ nella mia testa da qualche settimana. Sono bozzoli, brandelli di parole della protagonista. Li ho scritti di getto, come si usa dire ‘di pancia’ e rileggendoli non c’è dubbio che lì dentro ci sia un pezzetto di me che probabilmente in questo periodo ha più bisogno di gridare qualcosa al mondo. Senza la pretesa di essere (ascoltato) o l’intento (di andare in un posto preciso), anzi. Gridare e basta.

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Contaminazione apparsa sul blog di Declinato al femminile.
Breve spiegazione di questo nuova voce QUI.

Tanto lo so

9 aprile 2008

– Una volta mi hai detto che avresti potuto.

– No che non l’ho detto. Ti sbagli. Non potrei mai dire una cosa del genere, ti sembra?

– Io so solo quello che ho sentito. Non era neanche tanto tempo fa…

– Insomma, la smetti? Ti ho detto che non è possibile. Basta. Adesso vai, ho molto da fare…

Matteo la guarda, apre la bocca poi la richiude in fretta, pochi attimi di esitazione. Certi amori sono così, destabilizzanti. Schiavi.
Lei finge di chinarsi per aprire un cassetto. Non aspetta neanche che sia uscito, gli da le spalle e inizia a rimescolare i coltelli vecchi, quelli tenuti lì per ansia, se magari il servizio buono finisce rubato…

A Michela piace quando lui la aspetta. Quando la cerca in quel modo quasi infantile, come se fosse una specie di entità-madre, un qualcosa di rassicurante che fagocita paure e incertezze. Solo che lui non è più un bambino, ha trent’anni suonati e oltre. E certe volte ne ha paura. Di questo rapporto che gli altri non capiscono – neanche ci provano – quasi esclusivo, una forma inversa di dare-avere dove non c’è un confine preciso, qualcosa che li qualifichi. Lui non è compagno, marito, amante, amico o fratello.
Matteo è, c’è.
Il resto diventa un inevitabile guazzabuglio di sensi che non sono e parole sprecate. Perché certe risposte non esistono, non hanno un corpo e neanche lo cercano.


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Si rialza sospirando.
Chiude il cassetto e non le va di fare niente.
Mi hai detto che avresti potuto innamorarti di me.
Ed era vero, che l’aveva detto. Tre mesi prima, alle sei di mattina mentre fumavano da un micro terrazzo alla festa di compleanno della Betta che sembrava più un ritrovo di psicolabili. Fissavano il piccolo sole nascente che scalciava le nuvole nere. L’aveva detto si; ma non intendeva; non era proprio; pensava a tante cose; poi lui era così vicino e.

Il ritornello di ‘One’ degli U2.
Sms in entrata.
Tanto lo so.

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Immagine di BG.

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Questo testo rappresenta la seconda pagina del Moliskine su Declinato al Femminile.

Eccetto

5 aprile 2008

La sua voce era armonica, distesa.
Chiacchierava con Tania da ormai venti minuti. Erano secoli che non succedeva.
Tania aveva preso la cattiva abitudine di rimanere nello stesso posto per non più di mezza giornata. Milano. Londra. Amsterdam. Canicattì. Non c’era verso di afferrarla. Così Paola si era rassegnata a viverla come veniva, un’amicizia in trasferta. Finché quel pomeriggio sono riuscite a intercettarsi, Tania seduta su una valigia all’aeroporto di Linate e Paola che guidava piano, verso casa.
Il cancello automatico era lento, assonnato, Paola continuava a squittire, rideva con il telefonino stretto tra l’orecchio destro e la spalla mentre raggiungeva il garage. E’ scesa correndo, cadeva una pioggia fine e il cielo aveva ormai abbracciato i toni della notte in arrivo. Ha infilato l’utilitaria tra i muri chiari, la lampadina penzolava malinconica, emanava una luce chiara, ghiacciata. Ha chiuso il garage aiutandosi con i piedi, il portone in metallo pesante tendeva a slittare con facilità. Infilato il cellulare nella borsa ha alzato lo sguardo.
Il cortile interno era deserto, l’ha notato per la prima volta.
L’ha notato e ha sentito arrivare il formicolio dal basso. Era un’onda avvolgente, lingue infuocate che le attraversavano il ventre fino al collo. Stringevano i tessuti e le arrossavano le orecchie.
Poi un rombo sordo, come una sirena lontana ma non c’era una direzione precisa, un angolo da afferrare per capire, orientarsi. Paola continuava a guardarsi in giro, cemento e alberi secchi, spogli. Tutto era come doveva, come l’aveva lasciato uscendo qualche ora prima.
Eccetto.
Qualcosa le ha fatto salire le lacrime agli occhi. Qualcosa di sempre più preciso, nitido, che si è materializzato davanti a lei accecandola.
Mancava la macchina.
Non una qualunque, quella della signora Grenzi, la vecchia tata che chiamava nei fine settimana quando gli impegni improvvisi le impedivano di rimanere a casa, al calduccio a coccolarsi il suo cucciolo e a fare giro-giro-tondo ridendo come una scema.
Mancava la sua macchina, dunque. Il rombo era sempre più forte, insistente.
Ha aperto la borsa rompendo la cerniera esterna, le mani afferravano oggetti inutili. Il borsellino, fogli sparsi, due fazzoletti, il rossetto. All’improvviso lì dentro c’erano solo cose sconosciute, forme e colori privi di senso che ricacciava indietro nel vuoto della borsa maliziosa. Ma del telefonino nessuna traccia.
Se è uscita con Tommaso mi avrà mandato un sms o troverò una chiamata persa.
I pensieri ruotavano, formavano cerchi incompleti mentre le mani erano pale che giravano troppo in fretta, provocavano scintille inutili. E una voce (la sua?) ha iniziato a ripetere ossessivamente la stessa nenia, lenta e disperata.
Per favore no. Per favore no. Per favore no.
Paola si è lanciata verso l’ingresso della palazzina, aveva freddo mentre il cuore accelerava. La chiave ha girato al terzo tentativo. Tremava, era sorda e cieca. Perfino girare quella piccola chiave scura le sembrava complicato, un rompicapo nuovo.

La signora Grenzi aveva sessant’anni. Guidava solo per venire a casa sua il sabato o – meno spesso – la domenica. La signora Grenzi aveva le guance candide, i fianchi larghi e i capelli corti resi morbidi e gonfi dalla stessa permanente leggera che si faceva quando Paola era una ragazzina magra e brufolosa. La signora Grenzi non usciva mai con Tommaso. Aveva paura delle strade trafficate, dei malintenzionati, di perdere le chiavi per rientrare o di dimenticare aperto il gas. In tre anni non era mai uscita una volta, neanche in piena estate. La macchina bianca della signora Grenzi non era parcheggiata davanti al garage di Paola, non era accanto all’albero marcio dei Rinaldi che la primavera successiva sarebbe passato a miglior vita grazie all’ultima delibera condominiale. La macchina della signora Grenzi era da qualche parte fuori dal cancello di via due Giugno al civico trentanove.

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Paola aveva il fiato corto, le gambe molli affrontavano i gradini a due la volta.
Per favore no. Per favore no. Per favore no.
Ormai lo sapeva, se lo sentiva tra i polpastrelli tremanti che era successo qualcosa di brutto. Molto brutto. E il ronzio assordante, il cuore impazzito, i tremori. La stavano avvertendo che ormai non c’era più niente da fare, l’incanto era stato spezzato. Le risate sotto il piumone, sgridarlo mentre piroettava yogurt dal seggiolone appiccicaticcio, parlare con il vasino per convincerlo a sedercisi sopra e quegli abbracci che sapevano di buono; loro insomma, non esisteva più.
Alla seconda rampa i gradini sono diventati alti e scivolosi. La bretella della borsa le strappava la pelle delle spalle, un piccolo masso che le rallentava l’andatura, la strattonava verso il basso; giù, sempre più. La paura era ovunque, gridava attraverso i muri e le stringeva le caviglie, l’eco era assordante.
Si è aggrappata alla ringhiera, Paola. Ha strizzato gli occhi mentre ordinava alle gambe di alzarsi, alle ginocchia di piegarsi in fretta e ai piedi di appoggiarsi sul marmo freddo. Ordinava attraverso rantoli silenziosi, imprecazioni strozzate.
Per favore no. Per favore no. No. No. No.

La porta blindata si è aperta subito. La signora Grenzi non l’aveva neanche chiusa con le solite tre mandate.
Il profumo della pelle di Tommaso l’ha investita a tradimento dopo il prima passo. Dietro di lei la porta ha sbattuto seccata, la rimproverava per tutta quella confusione improvvisa. Ha rovesciato la borsa sul tavolo della cucina, gli oggetti hanno preso a correre attraverso il tessuto rugoso della tovaglia in plastica, quella con i fiori enormi che Tommaso cercava sempre di strappare.
Il cellulare la fissava da dentro il sottile astuccio scamosciato. Era dove l’aveva infilato pochi minuti prima, non si era mosso da lì.

Schiacciava tasti a caso, li premeva sotto un impulso illogico quanto isterico. Paola non era più lì, il suo corpo – quello si – continuava a dimenarsi, ma la sua mente si era nascosta, accucciata da qualche parte non voleva vedere, sentire, capire.
Chiamate perse.
Nessuna.
Sms in entrata.
Cartella vuota.
Si è rialzata barcollando – con il cellulare tra le mani si era lasciata scivolare finché il pavimento l’aveva afferrata. Il freddo era penetrato oltre le ossa, direttamente dentro il cervello e le mangiava la materia grigia molliccia, trasparente.
Rialzandosi ha allungato una mano per afferrare il cordless sulla piccola mensola dietro di lei.
‘Zero zero’ segnava il display rosso.
E quel rosso lì l’ha assorbita. Annientata.

Ti sto implorando.
Per favore.
Fai quello che vuoi.

Ma lui no.

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Immagine di BG

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Questa composizione rappresenta la seconda pagina del Moleskine su Declinato al femminile.