Scurati Antonio – Il bambino che sognava la fine del mondo

5 novembre 2009

Appunti su ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’

di Barbara Gozzi

(Bologna, 05-09-2009)

“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, l’autore invita il lettore a considerare ogni singola parola di questo libro come frutto della sua immaginazione, anche e soprattutto quando si narri di fatti riferiti a personaggi e a contesti che portano il nome di persone o di istituzioni realmente esistenti.”

Questa è la premessa, pubblicata prima ancora della dedica.

E il lettore ne capisce il senso pieno dai primi capitoli.

Scurati sceglie fatti di cronaca, li plasma con farina di fantasia, sposta luoghi ma ne mantiene sapori intensi, trasfigura volti ma conserva legami, sensi, affettività, e sentimenti devastanti.

Si tratta di un’ombra precisa insomma, quella degli abusi sui bambini per mano di chi dovrebbe accudirli, educarli, averne ‘cura’.

Si tratta di una città colpita da un fulmine inaspettato, capace di scatenare onde anomale di proporzioni impensabili, vere quanto costruite da paure, rabbia, orrori, ossessioni e demoni.

E’ un romanzo che incastra una duplice narrazione, alterna capitoli scritti in prima persona da uno Scurati spettatore partecipe della vicenda, uno Scurati come chiunque altro, potrebbe essere un Gozzi o un Messori, Ansaloni, Ghini e così via. Poi c’è un’ altra narrazione, estranea, quasi scientifica, che racconta di un bambino colpito da terrori notturno, un bambino che respira il mondo e il suo Male con una sensibilità e consapevolezza incomprensibili, almeno al principio.

Due rotte. E questa cronaca che entro gli sviluppi della trama diventa statistica, stralci di articoli di giornali, citazioni. E questo vivere che Scurati pare annotare come entro un esperimento scientifico dai contorni già sentiti, non nuovi dunque, ma registrati come durante un’autopsia; questo vivere è metallo duro, spigoloso, indottrinato, pedagogico.

Indubbiamente ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’ colpisce e accusa alcuni aspetti di quest’Italia contemporanea, malata, soffocata da una medialità feroce, dal vociare e plasmare della gente pronta a giudicare, additare, e che ha bisogno di distinguere, sempre e comunque, i buoni dai cattivi, il bene dal male.

Questo Male, che Scurati radiografa, arriva al lettore attraverso angolazioni predeterminate. Ed è forse questo il suo limite maggiore. E’ un Male collettivo, che infetta cittadini dagli animi già portatori virulenti di in-sanità, affamati di colpe, nevrosi, mancanze, cadute altrui, ineffettività e un certo marciume galleggiante. Questo Male è dichiaratamente sbagliato, colpevole, ingiusto, assurdo e pericoloso. Questo “Male è totale” (pag.12), possiede quasi trasfigurando chiunque. Si alimenta del male di tutti, lo cresce con la furia della pestilenza. Questo Male è una caccia alle streghe annunciata che ‘gioca’, danza, tra elementi particolarmente delicati come i bambini, gli abusi, le devianze (presunte o reali), la fame di sangue e carne del giornalismo, la sete di eccitazione della gente comune resa opaca dal proprio vivere faticoso, in gratificante, fors’anche inutile.

La gente scelse Satana, così potente perché pronto all’uso alla prima evocazione. Scelse Satana, così a misura d’uomo.

Spesso, non potendo avere il Bene, tanto sfuggente, sdegnoso, tanto raro, ci si accontenta del Male, con la sua concretezza corposamente immessa nella materialità della vita quotidiana.

(pag.14- da notare che una parte di questo stralcio è stato usato per la quarta di copertina)

La lingua di Scurati tende alla scorrevolezza ma subisce frenate improvvise e periodiche attraverso una terminologia accurata, ricercata fino a quasi l’ossessione, ‘alta’ nell’eccezione di colta, raffinata. Gli aggettivi si accompagnano spesso, gruppi di due o tre. C’è anche una certa prolissità nell’addentrarsi negli sviluppi, nell’insistere su sospensioni, attese (per il lettore), logiche contorte, morbose. Poi l’uso delle anticipazioni velate, l’intento di avvisare continuamente il lettore, di fargli intuire la caduta senza fondo, l’annegamento progressivo, lento eppure inesorabile di una storia che nell’uso della fantasia tenta un avvicinamento ‘globale’. Gli eventi si svolgono a Bergamo, ma è una Bergamo-globale, secondo me, che potrebbe tranquillamente essere Milano, Torino, Bologna, Venezia, o almeno mi pare questo l’intento di Scurati, il ricreare una sorta di terra di frontiera, vicina e dunque conosciuta dall’autore, eppure simbolo (o tentativo di) di altri luoghi, dell’Italia.

Lo stesso intento che mi pare di intravvedere nella scelta del narratore-personaggio, come a voler affondare nella c.d.(e recentemente attaccata) ‘auto-fiction’ senza che lo sia del tutto, auto-fiction. Perché Scurati si è ispirato alla sua vita, quanto meno ad alcune parti ad esempio professionalmente, come docente, ma anche ed evidentemente sul piano geografico, Bergamo. Pare quasi ‘dire’: io ci sono, questa è Bergamo, questi sono articoli di giornale ‘veri’, questa è la gente di una Bergamo dell’Italia a te nota, lettore, ma io non sono io, non solo, perché io sono te che segui la cronaca, la commenti, ti ci fai fagocitare fino a scoppiare.

Concettualmente mi sembra anche vicino al roman à clef, dove la chiave interpretativa è evidentemente l’autore ma inversamente perché Scurati ha impastato una realtà di cronaca nota, nazionalmente nota (ma non necessariamente da lui vissuta direttamente) con elementi propri per i quali è appunto la chiave. Su Cabaret Bisanzio (link in fondo), Enzo Baranelli dice: “Il bambino che sognava la fine del mondo” ribalta la struttura alla Ballard: i fatti sono reali, ma si devono considerare finzione, Scurati affonda nelle date, nella cronaca, mentre in Ballard si crea il romanzo-sociologico partendo da una realtà, e poi estremizzandone i conflitti, costruendo l’impianto romanzesco.”

Non avevo appetiti per il suo corpo di donna adulta. A chiamarmi era la sirena di sua figlia. Margherita, era quell’urlo agghiacciante fuoriuscito dalla bocca di una bambina nel cuore della notte. Desideravo essere introdotto nel suo mondo di fantasmi. Volevo gli impareggiabili terrori dell’infanzia. Volevo entrare nel filmato.

Per fortuna quella sera Marisa Comi non m’invitò a salire. Purtroppo, però, lo avrebbe fatto in seguito.

(pag.100)

Segnalo alcune analisi, che nel corso degli ultimi mesi sono apparse on line, per questo libro candidato allo Strega, finito al centro di una polemica tra le tante di cui – pare – l’editoria italiana ha bisogno. Forse i tempi non sono ancora maturi, per poterlo commentare con il giusto distacco. Ma non nascondo che resta una narrazione a me lontana.

Il male è proprio ciò che vi è di più immateriale, poiché muove la sua guerra accanita contro ogni essere concretamente vivente e, se lasciato fare, distruggerebbe la base stessa della creazione.

(pag.10)

Su Nazione Indiana: il 23/04/2009 e il 17/08/2009 (recensione di Gianni Biondillo).

Di Valter Binaghi il 29/08/2009, parole che non nego vicine al ‘mio sentire’, mio dunque soggettivo e imperfetto per il quale mi assumo le responsabilità del caso.

Su Cabaret Bisanzio (recensione di Enzo Baranelli) il 08/04/2009.

Su Ibs.

Link alla pubblicazione originale su PrimaveraEstate.

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