Alajmo Roberto: intervista

29 ottobre 2009

Alcune considerazioni preliminari QUI.

Raggiungo telefonicamente Roberto Alajmo, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.

Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo on line del 17 Luglio (sopra citato) dove si nomina il romanzo di Nicola Gardini, gli chiedo curiosa: “Ti vengono in mente altri titoli, autori, che hanno subito lo stesso non trattamento divulgativo in Italia?“.

Alajmo non fa nomi. “ Ce ne sono tanti, moltissimi” mi risponde “ma rischio di dimenticarne e comunque sarebbe una lista fine a se stessa”. In effetti la domanda è provocatoria. Il romanzo di Gardini è uno dei tanti, un nome per tutti si potrebbe sintetizzare. “Non si tratta di questo o quello, altrimenti diventa sterile come approccio. E’ piuttosto la logica, ciò che scatena il fenomeno, che vale la pena di discutere. Esiste una precisa dinamica, dove l’editore conosce l’autore, entrambi (o uno dei due) conoscono il giornalista, il giornalista scrive, e la scrittura ritorna tra editore e scrittore , che è anche giornalista magari. E’ un triangolo chiuso, che il più delle volte si autoalimenta. Un triangolo delle Bermuda dove scompaiono i libri alieni. Ciò che esce sui giornali è lo specchio di questa situazione e il lettore, quello abituato alla lettura, ha fiuto ormai. Se legge, tendenzialmente non è uno stupido. Non compra solo perché su Repubblica, e cito Repubblica perché è il quotidiano che leggo abitualmente, trova la recensione di quel critico o giornalista con esperienza. In narrativa le recensioni cartacee non fanno vendere”.
Alajmo è diretto, centra nodi e li espone. La dinamica divulgativa, promozionale anche, delle recensioni su quotidiani o riviste è tutt’ora dibattuta e ambita da moltissimi esordienti e non. Eppure Alajmo insiste: “attualmente il mio libro più venduto, “Palermo è una cipolla“, è quello che non ha ricevuto recensioni cartacee, nemmeno una. In pratica sui giornali non se n’è scritto. Eppure è stato acquistato più degli altri. Le recensioni il più delle volte servono a tenere alto l’ego dello scrittore, i lettori comprano seguendo conoscenze, consigli e gusti diversificati, raramente si fanno influenzare dalla recensione di tal dei tali. Poi c’è il giornalista che si fissa su un autore o un libro e decide di lanciarlo, fa le classifiche di grandezza –Roth è il più grande, seguito da Vargas Llosa, a ruota tutti gli altri– e questo approccio agonistico riesce ad attrarre il lettore”.

Ma tutto questo vale per un certo tipo di narrativa, quando le storie sono storie, più o meno frutto della mente dell’autore, senza la precisa intenzione di raccontare realtà concrete, come nel caso di ‘I Baroni”.

“Infatti” prosegue Alajmo “ per libri del genere, cosiddetti scomodi, anche la stroncatura viene evitata, perché per stroncare se ne deve comunque scrivere, e scrivendo lo si addita al potenziale lettore. Ciò che esattamente si vuole evitare: avviare il passa parola, le riflessioni sul tema”. Annuisco, ci avviciniamo ad una centratura:
Quali sono secondo te le tematiche, le realtà attuali che non si vogliono far conoscere?
E mentre lo chiedo mi vengono in mente la malasanità, l’istruzione per l’appunto, le morti bianche e per riflesso i mandanti di questi silenzi (politica, corruzione, potere…). Resto spiazzata dalla sua risposta: “ho sempre avuto una precisa convinzione: che ancora prima della malafede c’è la stupidità. Basta leggere periodicamente le pagine culturali di un quotidiano italiano per capire di cosa parlo.”

E mi propone alcuni esempi di articoli pubblicati perché scritti da questo o quel critico, dove l’uso linguistico si flette secondo regole non convenzioni e dove non esiste correzione possibile né da parte dell’autore tanto meno del redattore del caso. “La situazione in Italia è anchilosata, c’è una reiterata impossibilità a selezionare i libri secondo criteri super partes, figuriamoci scatenare ragionamenti o dibattiti che non risultino geriatrici o già visti. C’è a monte un problema legato al percorso di chi arriva a occuparsi di cultura tra le pagine delle testate giornalistiche”.

Già. Incredibile che esistano ancora libri che insistono sulle ‘storie verie’ per non dimenticarle nel cassonetto dell’immondizia. “ In effetti, mera narrativa a parte, i libri come quello di Gardini raccontano di una certa realtà sperando di non cadere nel silenzio. Ci tengo a precisare che nel caso di “I baroni”, nessun giornale siciliano ne ha scritto fin ora, e questo l’ho trovato curioso, interessante, proprio perché il libro dibatte di alcune pratiche dell’università di Palermo. Dunque si è creato un fenomeno di appiattimento generale. La stampa locale che appoggia l’università locale e viceversa. Perché a livello nazione c’è stato chi ne ha scritto, ma non è la stessa cosa. Manca il riscontro in loco, proprio dove potrebbe avere un senso preciso appunto parlarne.”
E mentre lo ringrazio, chiudo la conversazione indecisa se davvero sono pronta a scriverne. Penso che i libri (pre)destinati al silenzio sono ovunque, racchiusi forzosamente da incastri, eccessi, dinamiche neanche poi tanto moderne o recenti. Eppure qualcosa continua a muoversi, (r)esiste.

L’apatia, il senso di rassegnazione da omologazione, quel ventriloquare il detto da altri per non dover pensare; tutto questo c’è, pulsante e pesante, nella società italiana ma non è ancora il tutto. Allora i silenzi, le storie che non sono solo favolette ma anche gli intrattenimenti che ricaricano, loro, nascono e si espongono per stuzzicarci. Ci sfidano. Quanto ne siamo effettivamente consapevoli, non saprei.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.
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