Dadati Gabriele – Sorvegliato dai fantasmi

15 ottobre 2009

Siamo in pieno agosto, tempo di vacanze per qualcuno, per altri solo afa, caldo e città semi deserte. Tempo di sospensioni, lunghe o brevi che siano.
Comunque.
Già da luglio, in alcuni casi giugno, sono iniziati i ‘proclami’ da letture ’estive’. Come se le stagioni imponessero per tutti gli stessi ritmi, le stesse dinamiche di fatica e riposo, presenza e assenza, tempo o non.
Allora in questo giovedì post ferragosto propongo una lettura che non ha nulla a che fare con l’essere sotto l’ombrellone o in coda davanti al semaforo. Un libro che non è best seller internazionale tanto meno novità dell’ultim’ora.
Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati.
Quando questo libro è arrivato per la prima volta in libreria era il 14 febbraio 2006: avevo ventitré anni. L’avevo consegnato all’editore verso la fine del 2004, e scritto nei due anni precedenti…
(pag.205)
Nella ‘nota alla nuova dizione’ Dadati dice tutto quello che il lettore non sa ma dovrebbe. E lo fa con intelligenza, semplicità. Lo fa, forse senza la piena consapevolezza, preparando il lettore a ‘un’ Dadati che nel 2008, anno della nuova pubblicazione per Barbera, non solo compie ventisei anni ma procede attraverso un percorso narrativo, strutturale ed esplorativo cbe, fra qualche settimana, si evolverà con l’uscita di un nuovo romanzo.
A rileggermi e a ripensare a quel Gabriele mi viene un naturale senso di tenerezza.
(pag.205)
E bisogna aspettare il nuovo libro per capirne a pieno il senso. Bisogna spostare piani temporali. ‘Sorvegliato dai fantasmi’ è stato scritto da un poco più che ventenne con diverse idee in testa, storie, strumenti narrativi da testare, sperimentare, affinare. E’ stato scritto per essere tante cose in uno, nell’insieme che è poi diventato già dalla prima pubblicazione.
Si tratta di una raccolta di racconti. Ma non ho intenzione qui di riprende l’ormai raggrinzita diatriba tra ‘romanzo si, racconti no’. Diatriba peraltro irrisolta, seppure le meravigliose statistiche di gradimento e vendita delle case editrici non lasciano spazio a logiche. Il mercato, in generale, non ha poi tutta questa voglia di teorizzare, gli basta instupidire, il più delle volte.
Questi racconti però, che hanno avuto precisi riscontri già dalla prima pubblicazione (qui una sorta di rassegna stampa di PeQuod, primo editore), sono piccole tessiture imperfette che racchiudono generi, sensi e storie mai prevedibili, mai uguali tra loro, mai scontate o banali. “Se un romanzo costruisce un universo, un racconto crea un mondo. Gabriele Dadati, i suoi mondi, li costruisce con cura e abilità’ scrive Gianluca Morozzi nell’edizione per Barbera. E credo renda perfettamente l’idea che resta dopo la lettura.
I racconti scorrono in autonomia, sono indipendenti quanto variabili. In un certo senso si può affermare che accontentano anche ‘gusti diversi’. Il Dadati ventenne ha padronanza della penna, conosce la lingua, in parte se la flette a piacimento, ma soprattutto si mette alla prova con strumenti che sono tecniche e strutture della narrativa oltre la linearità e le trattazioni convenzionali. Dunque sapori, odori e intenti differenti. Ci sono gli sposi alla ricerca della felicità condivisa, i genitori che hanno perso l’ ‘io’ per un figlio amatissimo ma che in qualche sottile finestra scura, risveglia anche altro. Poi le indagini con annessi colpi di scena, scambio di identità e malattie. Perfino Max Pezzali, c’è, assieme all’ex compagno Mauro Repetto e ai sogni realizzati poi infranti. Ci sono lettere da prigioni, e prigioni tessute. C’è un’apocalisse annunciata a gran voce, vissuta oltre la fine poi disattesa, e portaceneri che sono schegge di ricordi e volti familiari persi.
“E’ il nascondimento di uno scrittore’ spiega la voce dello stesso Dadati in questo video-presentazione per Booksweb.tv, “ I fantasmi del titolo sono degli io narranti diversi dall’ io biologico dello scrittore che vengono ad esigere che la loro storia sia raccontata”. E sono “storie di prove affrontate” conclude l’autore, storie – aggiungo io – di tappe, evoluzioni, scelte e conseguenze. Ed è sorprendente, l’ho pensato sin dal primo racconto, come un ventenne possa entrare in sentimenti così diversi, angoli che si, sono comuni ma a chi li vive o li ha vissuti come l’essere genitori, ma anche l’amare nell’impossibilità di stare insieme, o ancora rincorrere un amore, attendere una fine annunciata accudendo, ricercare e assecondare verità scomode, insomma tanti spigoli che Dadati coglie con una certa precisa onestà. Rara direi, molto rara. Per età, crescita, e approfondimenti.
Altrettanto stupefacente è la capacità di ogni storia di ‘riempire’. Non che i sospesi manchino, anzi. Nulla si esaurisce, non soltanto per la lunghezza della narrazione ma anche per una sorta di visione d’insieme che riconosce le numerose variabili nelle storie e si sofferma solo su alcune. Questo fa il narratore, i fantasmi che (rac)colgono e sussurrano a personaggi addormentati quanto al lettore, chiunque esso sia, ovunque.
Una particolarità, elemento ‘curioso’ forse, anomalo di questa edizione per Barbera, è la necessità dell’autore di farsi presente, oltre i fantasmi e le storie in sé. ‘Necessità’ l’ho definita io, perché è così che mi è arrivata leggendo. C’è la già citata ‘nota alla nuova edizione’ ma anche uno scritto, l’ultimo non credo a caso, intitolato ‘Dovuto alla madre. Una lettera di dedica’. Tra queste pagine, in pratica le ultime otto su duecentosei, mi sembra siano diretta espressione del Dadati autore contemporaneo alla nuova edizione, scrittore ma anche essere che si espone, lascia parole che sono le sue, parlano di ciò che è oggi, che era, di ciò che è diventato o dove si tende mentre scrive, tra ricordi e volontà. Non conosco personalmente Dadati, eppure tra le righe qualcosa, piccola nervatura guizzante, sembra lasciarsi sfiorare.
Decidendo di scriverti invece mi costruisco lo spazio per chiarire i motivi per cui questo libro è tuo, e il primo motivo è questo: il libro che hai tra le mani è una restituzione. Queste storie pagano quelle che hai speso per me, su di me, quando ero piccolo.
(pag.201 – Dovuto alla madre)
E non c’è nessun bisogno che sia io a far notare come queste pagine diventano anche incursioni in una sorta di privato dell’autore, lo dicono le parole, il periodare, l’intimità che quasi pare violarsi nel momento stesso in cui viene letta. Eppure è anch’essa parte del libro, ne è elemento aggiunto forse, valore che si affianca alla pura narrazione, alle storie nate da digitazioni ed elaborazioni, scritture e riscritture, sebbene. Anche questa è una storia, un’altra.
I racconti sono strutture adattabili. Dunque vanno bene tra creme abbronzanti e bagni, quanto entro pause caffè o pranzi in piedi al bar. Di notte, sotto le coperte con la stanchezza che già pulsa sulla fronte o la mattina presto col caffè bollente tra labbra indolenzite.
Questi racconti impastati da Gabriele Dadati chiedono, però, qualche attenzione in più, rispetto alle storie che generalmente si decantano in questo periodo, d’estate intendo, in vacanza possibilmente (ammesso che in agosto si possa davvero non lavorare, tutti insieme appassionatamente). Richiedono un pizzico di attenzione perché celano spunti, dettagli e intenti. Non ancora così stratificati quanto, credo, nei prossimi scritti ma abbastanza da essere. Compiuti e intensi.
Tecnicamente la scrittura di Dadati ha già in questi racconti tratti caratteristici. Accenni in alcuni casi. Eppure importanti per ciò che era e forse sarà, virando o potenziando.
Le ripetizioni o meglio, l’abile uso di parole che si ripetono ravvicinatamente acutizzando percezioni e sensi.
Poi, durante il dicembre scorso, ha scoperto come muoversi nel buio e dove potesse portarlo il muoversi nel buio perché le porte della sua camera e della nostra camera si fronteggiano ed entrambe restano aperte la notte. Così, visto che c’era un calore speciale tra il corpo di Roberto e il mio, ha deciso di abitare quel calore, di tornare in possesso di quel calore che, si può dire certamente adesso che mi viene in mente, è proprio il calore da cui è nato. Quel calore, questo calore, perché parte esattamente da qui, …
(pag.10 – Vittorio si è scavato una nicchia)
Anche le parole, alcune in particolare, tendono all’emersione, si tendono nel tentativo – forse – di farsi notare più di altre. Credo che la più prepotente, tra le diverse storie sia ‘corpo’(e le sue declinazioni), prepotente e quasi onnipresente. Una partenza che è eredità. Un’altra che fa capolino, ancora acerba è ‘male’, ma anche ‘l’uomo’, ‘tempo’, ‘pioggia’, ‘idea’, ‘morto’, ‘calore’. Dadati ha lavorato molto, con le parole, si sente la ricerca, l’accuratezza.
Non mancano i simbolismi, tra le storie, alcuni più evidenti e forti di altri. Dadati si avvale di azioni, situazioni, gesti e personaggi, per lasciare ogni tanto altri messaggi, sensi che non solo finalizzati al racconto in sé.
Una cosa che mi fa impressione è aspettare su una banchina lungo un binario, stando al di là della linea gialla. Poi passa velocemente il treno in transito e se rimango fermo ho di fronte al volto un mentre di grande moto in cui se mi buttassi contro il fianco del treno verrei rimbalzato, a terra, rotto. Invece un attimo dopo il treno è passato, tutto è nuovamente fermo. Il fatto che non ci sia una gradualità del passaggio tra i due stati, il moto e l’immobile, è quello che mi riesce a impressionare.
(pag.59 – Portacenere)
Partendo da qui, prossimamente, il 3 settembre (salvo cambiamenti dell’ultimo momento) proporrò un’analisi-confronto sul nuovo romanzo di Gabriele Dadati, Il libro nero del mondo, Gaffi Editore. Con alcune domande all’autore.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.
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