Bucciarelli Elisabetta – Io ti perdono

22 luglio 2009

Richiama le sue fantasie. Le manda giù. Le annulla. S’impedirà di fare quello che fa sempre. Raccontare la verità. Questa volta si darà tregua. Invocherà un piccolo perdono. Anche per se stessa.

(pag.242)

Perdonare.
Chi ha dimestichezza con il web sa che wikipedia è un grande raccoglitore di contenuti, analisi e spiegazioni. Spesso imperfetti, incompleti ma comunque di rapida fruibilità. Ebbene, su Wikipedia non c’è ‘perdonare’. Ed è significativo, secondo me.
Perdono invece si: La parola deriva dal verbo perdonare che ha origine da condonare con cambio di prefisso e come forma rafforzativa (dal latino medievale, documentato nel secolo X). Poi una serie di ulteriori precisazioni, angolazioni che ne mutano in parte il senso attribuito, il peso e forse anche il ‘valore’ riconosciuto: (1) è un gesto umanitario con cui, vincendo rancori e risentimenti, si rinuncia a ogni forma di rivalsa di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore; (2) è anche un atto di clemenza di una pubblica autorità, un atto di grazia, la sospensione della persecuzione per varie categorie di reati; (3) in senso ecclesiastico è la remissione dei peccati, l’assoluzione delle colpe contro Dio e contro la Chiesa; (4) in senso biblico è la remissione dei peccati che Dio accorda quando il peccatore pentito riconosce, confessa e abbandona il suo peccato.

Nel romanzo uscito da poco di Elisabetta Bucciarelli, ‘Io ti perdono’ (Colorado Noir – Kowalski) il titolo stesso pare portare lì. Al perdono. Al perdonare chi, cosa, come e quando ovviamente da scoprire leggendo. Ed in parte è così. Ci sono diversi tipi di perdono, citati, ripresi, sottolineati, afferrati, intravisti, in questa storia. Diversa per soggetti, ruoli, importanze e attribuzioni. Eppure tutto ruota, restando fermo, come se alla fine, ognuno dei personaggi col proprio pensiero finisse per scontrarsici soccombendo.

Siamo davvero capaci di perdonare? Di andarci vicino almeno? Cosa e chi, si può davvero perdonare? Poi: è realmente necessario, farlo? O doveroso per esigenza sociale, etica, religiosa, morale o altro?
Il romanzo inizia con una sparizione. Un bambino, nei boschi della val d’Aosta. Poi si scopre che non è una novità. Questo sparire. E’ successo anche ad altri nello stesso paese che poi sono ‘tornati’, feriti dentro e fuori, ma vivi. Questo no. Non si sa, non si capisce per buona parte della trama.
Poi c’è lei. Maria Dolores. Donna ispettore ma anche psicologa (ex in teoria, nella pratica non sempre). Donna comunque. Dura, temprata, eppure in perenne lotta contro tutto (se stessa compresa). Maria Dolores cerca e fugge dagli affetti con costanza, vive in mezzo ai dolori altrui ma i suoi li rinchiude il più possibile (dentro di sé, per lo più, qualche volta altrove, tra ricordi ammuffiti e pensieri cancellati).

Lei e la sua corazza di verità presunte. Perché solo se hai quel buco nel cuore riesci a sentire il cuore spaccato degli altri. E cerchi altri come te. Dannati e costretti a fare i conti con il male in ogni istante della vita. Un brivido e ancora deve rispondere.

(pag. 203)

Maria Dolores ha però bisogno, di un certo ‘livello’ di affettività, che resta basso, il più possibile rasoterra, eppure le è necessario ‘sentirlo’ serpeggiare, per ricordarle che esiste, che c’è. Una parola, un mezzo sguardo o un sospiro che qualcun’altro fa per lei. Per.
Elisabetta Bucciarelli racconta una storia intensa, scura e profonda. E lo fa con un linguaggio, uno stile e una struttura precisa. Capitoli brevi, da ‘buttare giù’ quasi senza pensarci, un sorso alcolico che poi – poco dopo – brucia stomaco e cervello. Aggettivazione precisa, puntuale e cadenzata. Sono spesso in gruppi di ‘tre’, gli aggettivi, si rinforzano a vicenda, amplificando o diluendone significati e percezioni.

“Roll up, per favore”, l’uomo è giovane, scolpito, luminoso. Ogni movimento è armonico, essenziale, direzionato.

(pag.21)

Rivendicava e manteneva la purezza del suo ruolo, negando però un ascolto laico, umano, disinteressato.

(pag.25)

Le finestre a Milano servono a prendere luce, ma aria no. E’ malata, chiassosa, molesta.

(pga.36)

Caldo. Umido. Afa. Una cappa solida sopra le teste dei milanesi. Strano inizio d’autunno. Piove da due giorni.

(pag.51)

“L’ha cercata perché è un ispettore di Polizia o per amicizia?”, domanda il comandante, prossimo ai cinquanta, occhialuto, distratto, ordinario, senza alcuna presa emotiva sull’ispettore.

(pag.130)

Da allora iniziò a pensare di iscriversi a Psicologia. Per sanare se stessa, prima di tutto. Per capire meglio, scoprire e rimarginare la sua ferita. Cercare nei libri le risposte. Altre. Diverse. Definitive.

(pag.196)

Le descrizioni dunque sono portanti, mai troppo eccedenti però, in larga parte necessarie ad ingoiare il lettore, a trasportarlo in un mondo silenzioso quanto sommerso da grida fastidiose. La trama si sviluppa con ritmo, senza perdersi piuttosto con l’abilità di chi in testa sa già dove andare, lasciando che alcuni tasselli si allontanino per poi recuperarli con una zampata. Un approccio per certi versi simile a ‘Femmina de Luxe’ (PerdisaPop, 2008), ma qui forse per maggiore respiro in lunghezza o vicinanza alla protagonista, l’autrice scava dentro i personaggi con un’intensità, una forza, una lucidità che stordiscono.
Ci sono molti protagonisti in questo romanzo, secondo me. Di ‘carne e ossa’ quanto ‘senza precisa materia’. C’è una Milano crudele, dove tagliare ciocche di capelli è un modo per sfogare ossessioni, bisogni repressi. Dove cadaveri, prostituzione, e passato tessono intrecci grattugiati, amarognoli e arrugginiti.
Ma ci sono anche le relazioni galleggianti, quel certo modo di non provare che è sentire da lontano, come in apnea, lasciando che davvero poco filtri in superficie e anche quel poco è troppo. Dove i legami non hanno nomi precisi, e si finisce come intorpiditi nel tentativo di trattenerli e allontanarli insieme. Anche qui le linee d’ombra mutano, avvolgono il lettore rendendolo suddito di percezioni all’apparenza vaghe, rapporti multiformi, che cambiano al calar del sole, ologrammi di se stessi.

“I doloro assoluti non esistono. Sono sempre relativi”

La soglia di sopportazione del male. Ognuno ha la sua. L’abitudine a frequentarlo, certo, rafforza. Crudeltà, cattiveria, sadismo, plagio, quante forme esistevano capaci di piegare fino a spezzare il corpo umano? E ognuna doveva fare i conti  con le resistenze individuali. Non tutti siamo capaci di attuare le stesse difese. Non siamo permeabili al dolore nello stesso modo. Non abbiamo la stessa consuetudine alla frequentazione del Male.

(pag.117)

Alcune scelte linguistiche, infine, sono vere spennellate d’autore. Confondono e rafforzano. Elisabetta Bucciarelli espande immagini e percezioni, ad esempio attraverso l’uso della doppia negazione.

“Vergani che c’è?”

Non sto male”, salta i passaggi, alzando lo sguardo con l’espressione rassegnata, senza dichiarare il motivo.

“Non ti credo e sai che di solito non insisto, ma ti vedo all’angolo. E mi dispiace.”

(pag. 56)

Si sente per bene, serenamente inserita nell’ambiente ma soprattutto non dissimile nelle proporzioni alla ragazza ventenne che era una volta, affilata allo stesso modo…

(pag.17)

Oppure con alcuni capitoli fulminanti, costruiti con frasi brevissime, che tolgono il fiato, lo trattengono fino alla fine, fino a perdersi nella corsa.

Cruscotti. Interni di portiere. Sedili. Sporgenze, ostacoli non previsti. Anomalie nei suoni. Attenzioni estreme per i dettagli. Ormai sono dei professionisti. La loro arma è il cacciavite. Spaccato, a stella, Pozidriv, Robertson, Trox,.

(pag.90)

Di Maria Dolores ce n’è una ogni strada, quartiere, periferia, piazza. Una per ogni fragilità trattenuta, dolore sopportato con sudore e fatica, vomitando e annegando tra lacrime incrostate. E quell’indurirsi che è rinuncia ma anche estrema, disperata, pesantissima protezione; quel vivere accettando i vuoti, le etichette sbiadite, illeggibili da subito; quello scavare fuggendo, lottando per gli altri con la disperazione del proprio dolore; tutto questo non è romanzare e basta, non è sapiente costruzione narrativa fine a se stessa. E’ osservazione attenta, sensibile quanto impietosa di alcuni tratti dell’animo umano, di noi oggi fragili e duri, ufficiali e ufficiosi, silenziosi e senza fiato per le grida sentite quanto emesse.
Elisabetta Bucciarelli racconta dei diversi percorsi del perdono mettendone in discussione il significato stesso.
Forse anche per questo, per via di una latitante incertezza sul ‘peso specifico’ esatto del termine, la storia lascia serpenti viscidi ai piedi del lettore, consiglieri invisibili e confusi, demoni nuovi e vecchi pronti a sedimentare.
Io non sono riuscita a perdonare, comunque.

Io ti perdono
di Elisabetta Bucciarelli
Colorado noir – Kowalski
Isbn: 9788874966882

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