Cosa vedi?

15 luglio 2009

di Barbara Gozzi


Mi parla, con quegli occhi abbassati. Spenti. Non muove neanche le mani. Ha il volto pallido, vagamente gonfio. Ha cinquantatre anni, e quando ci siamo presentate la prima volta pareva così delicata, buona. Infatti lo è. Adesso però, che parla convinta eppure abbattuta. Spiega cose che conosco, marchi sulla pelle sopportati per anni, eppure ancora, tutt’ora, si viene, si resta. Perché ce n’è bisogno, si sa, della fantomatica  busta del dieci o il ventisette, dipende dal contratto nazionale applicato.

Comunque ce l’ho davanti, io in piedi appoggiata allo stipite della porta, lei seduta scomposta, abbandonata ai discorsi di primo mattino, a un posto che assorbe, risucchia.
La guardo fingendo di concentrarmi sul discorso, fingendo di non notare quanta paura mi fa, lei più avanti di me nel percorso della vita, eppure con qualcosa addosso che la rende pericolosa.
Qualcosa che ha un nome preciso: rassegnazione.
I giorni passano, dice, ogni tanto volano altre volte rallentano.
E io che non so bene cosa rispondere, che la vorrei scuotere presa all’improvviso da un istinto che non posso assecondare, non è mio, non si confà all’ambiente, la circostanza.
Tanto noi siamo sempre qui, conclude. Poi sbircia fuori dalla finestra, la primavera che è quasi un’estate esplosa anzitempo, soffocante.
Mi stringo le braccia al petto e penso che l’ho già vista e vissuta mille volte e più, una scena così, qui, nel silenzio che attende le telefonate, l’inizio del lavoro. Eppure continuo a guardarla, dopo tanti anni passati a respirarsi addosso nove ore e più. Mi ostino sui suoi lineamenti, che sono sempre gli stessi, mi sto dicendo, ma anche no. Decisamente no.
Vedo. L’ammissione di una resa incondizionata, di un vuoto che è parte della giornata, quasi dovere, in quanto elemento dell’equazione precisa; questo stare con inerzia e sopportazione. Questo. Mi irrita. Mi fa mordere le labbra. Sospiro.
Non è tanto la rabbia in sé, l’istinto di uscire dall’acqua prima di annegare, di allontanare un paesaggio rifiutato, doloroso. Non è lei.
Ma quello che rappresenta, quello che insistentemente dice, ammette con la dignità del fiume che scorre pur sapendo di finire sporco e inutile, a mischiarsi ad altra acqua altrettanto putrida.
Non è lei, lo so. Che a guardarla può solo fare tenerezza, in fondo.
E’ la rassegnazione il vero demone, il pericolo che vedo distintamente e mi lascia prurito tra le dita, angoscia sul petto.
Non si ha mai ciò che si desidera, non si raggiungono mai sogni e aspirazione, non si è, ciò che si vuole. Questo accade, ogni giorno, regolarmente.
Ma così, lasciarsi spezzare dal tritacarne senza un gesto, un tentativo, un qualsivoglia moto che spezzi il flusso, o almeno ci provi. Così.
Mi sposto dallo stipite, le frasi restano appese chissà dove, tra le scrivanie e il soffitto, oltre l’occhio umano.
Rassegnarsi totalmente è una malattia, e ci ripenso spesso mentre mi guardo in giro, aspetto l’ora di uscire poi rientrare e via così all’infinito da anni. Rassegnarsi è male, è sprecare quello che si ha, se stessi.
O forse è solo quello che deve essere, deve per assecondare il ritmo, il vivere impietoso, la realtà immutabile e viscida.
Non sei chi volevi, non fai quello che sognavi, non sei dove immaginavi, ma se ti guardi allo specchio, o riflesso nel vetro della finestra, se ti fermi davanti al parabrezza di una macchina, e ti imponi di guardare; cosa vedi?

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