Male

3 luglio 2009

di Barbara Gozzi


Malessere. Essermale.

Ricorda quando ne hanno discusso, a lungo, con ragionamenti puntigliosi e quell’innocenza testarda degli adolescenti sfacciati. Ricorda anche gli esempi. A Sonia veniva sempre in mente la zia, Teresa, una di quelle persone con un soprannome che ha senso solo per chi la conosce, dunque non per lei. Strega, si sussurrava nel quartiere, durante riunioni di famiglia che puntualmente la donna evitava. Però Sonia la nominava in continuazione, quell’estate nel mezzo degli anni ottanta. La portava a esempio di malessere, ne faceva soggetto, giuria e imputato di quanto si potesse essere sfortunati, disperati, soli senza aver fatto nulla. Così. Per libero destino, si erano dette loro due, amiche da sempre, ragazzine alte e con la pelle ancora ‘vecchia’, con le croste e i pori dilatati dell’infanzia in fuga.
Ma poi erano arrivate anche altre logiche.
Oggi se l’è ritrovate davanti.
E saprebbe anche spiegarselo, il motivo di quell’arrivo improvviso, del viaggio nel tempo, se smettesse di mordersi le pellicine attorno alle unghie.
Forse è un essermale, aveva detto Sonia, una specie di istinto. Zia Teresa non era mai stata una brutta donna, anzi, un tantino bassa ma formosa al punto giusto, coi capelli castani morbidi, il naso piccolo. Graziosa l’avevano definita, piacente avevano sentito dire altre volte dai Grandi (non grandi come loro, beninteso, ma gli adulti veri e propri, i vecchi-vecchi che ormai potevano solo morire, altri passaggi intermedi non ce n’erano).
Dunque graziosa e piacente, zia Teresa. Con una casa ereditata dai genitori. Non se la passava poi così male, insomma. Eppure.
C’era nel suo modo di stare, essere, qualcosa che stonava. Infastidiva e confondeva.
Era quel malessere lì, ripensa, quello su cui da ragazzine avevano spettegolato in molti pomeriggi afosi, tra giri in bicicletta e granite insapore.
Però magari essermale era necessario, stare-male perché lo si è, male. Lo si merita, in un certo senso. Perché solo così si esiste, non ci sono scuse o sconti di pena.
Alla fine dell’estate si erano tranquillizzate, lei e la Sonia. Doveva essere così, era la spiegazione più logica (per loro).
Non si sceglie il dolore, non lo si cerca men che meno cattura.
Dunque zia Teresa aveva questa specie di ‘dono’ per leggitima acquisizione, dalla nascita in pratica.
Mai, decisamente mai, era venuto in mente di spiegarlo, alle due ragazzine. Quel male che fagocitava zia Teresa, che la rendeva ossuta e raggrinzita, che la faceva sbiancare, e tremare. Mai si sono chieste chi era. Il male non è essere. Esiste e basta. La colpa, perchè di questo si trattava, era di quella donna capitata tra i parenti di Sonia ma lontana da ogni senso del vivere che conoscevano. Loro, due ragazzine padrone del mondo su biciclette bourdeax, cestino nero davanti e due marce con cambio manuale.
Ricorda, si, e non le piace per niente.
Vorrebbe telefonarle, ora, nella vaga speranza di tranquillizzarsi. Ma poi, chissà dov’è Sonia. A Roma o Napoli, in una delle mille filiali a strappare contratti e blaterale su compravendete innovative.
Si rigira nel letto ancora indecisa.
Addosso solo una lunga sottoveste di seta ormai sgualcita e sbiadita. Rosa pallido che con la pelle smorta che si ritrova la rende molto simile a Morticia, che però aveva i capelli neri, lunghissimi e splendenti. Lei no. Li tieni sfilacciati, di un biodiccio banale. Rosa. Giallo. Bianco. E la nausea risale, gli acidi scivolano, tra esofago, fegato, interiora.
Zia Teresa, anche lei la chiamava così, aveva sempre un ottima ragione per stare male, per quel malessere diffuso, pressante, opprimente che la rendeva incapace di. Qualunque cosa, alla fine. Eccetto forse amare. C’era stato quel ferroviere, il nome proprio non l’ha memorizzato, ma era alto e robusto, proprio bello. Si guardavano in un modo che ancora non sapeva spiegare, lei che faceva la smorfiosa e si metteva il lucidalabbra sentendosi ‘grande’. E zia Teresa pareva trasformarsi perfino nelle pieghe delle mani, quando c’era anche lui. Poi più niente. Non ricorda cos’è successo, forse non lo dissero, erano appena delle ragazzine ignoranti, nessuno si preoccupava di spiegare. Ci sarebbe stato tempo, per quello. Il ferroviere non si è più fatto vedere comunque, con zia Teresa (che non era sua zia ma l’aveva sempre chiamata così, forse perchè da bambina passava interi pomeriggi a casa sua, la donna preparava la merenda, raccontava tonnellate di storie buffe e avventurose, forse perchè sembrava appena un battito d’ali vicina ma all’epoca ancora non sapeva. Non. Sapeva. Quanto.)
Si decide per la resa.
Non si alzerà per oggi.
Aspetterà di puzzare, verso pomeriggio.
Di provare noia, vuoto e fastidio tra le ossa per essere rimasta nelle stesse tre posizioni tutta la notte e parte del giorno.
Aspetterà di avere le guance indolenzite. Di tremare e sudare.
Poi dovrà decidere di nuovo.
Il pavimento sembra lontano. Da dov’è,  nascosta da strati di coperte, non pare ragionevole. Scendere. Poi?
Malessere, e sghignazzavano.
Essermale, e si facevano facce assurde, lei e Sonia, linguacce e occhi storti.
Chi vorrebbe essermale?
Nessuno certo.
Ma forse ci si nasce.
Anzi no.
Le basta guardarsi allo specchio, fissarsi dita, gomiti o ginocchia.
Essere.
Male.
Male.
Di essere.
C’è qualcuno che piange,  sotto le coperte o nella stanza ma vicino, molto, addosso. Sente.
Ormai sa.

Ora che non ci sei,
che manchi qua dentro, ovunque.
Ora che aspetto qualcuno che già mi stringe la gola.
Il Nulla.
Mi chiedo se potrò, ancora, nuovamente,
resistere senza, rialzarmi, tornare là fuori
come se tu non fossi mai stato.
Come se non lo sentissi, il Nulla,
neanche lo vedessi, nell’inutilità di essere.
Ora.
Non posso.

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