Ancora un pò

6 giugno 2009

di Barbara Gozzi


Ci pensa un attimo. Stringe ancora il bicchiere vuoto. Ma no, no. Non ce la fa a starsene lì fermo, solo.

Si alza, deve camminare. Sa che la sta inseguendo, sa che quel potere glielo sta ridando e che dovrebbe smettere di cercare, di pensare a. Ma è più forte di lui.
Al terzo piano c’è ancora meno gente, la musica è di quella che ormai i giovani non ascoltano più, neanche conoscono probabilmente. Anni ottanta, al massimo qualche vecchia ballata dei novanta. E lì, esattamente dove doveva essere, la rivede. In piedi davanti a un ampio finestrone aperto, spalancato. L’aria le muove i capelli.
Si avvicina, deve farlo.
Mi stai seguendo? Neanche si volta mentre lo dice.
No, o forse si. Mentire con lei non è mai servito, almeno questo lo ha imparato, a suo tempo.
Perché sei qui? E non pare una domanda scomoda, lei volta la testa, ha i gomiti appoggiati al davanzale.
Non lo so, non volevo stare a casa. E si appoggia al muro. Tu? Le vede il mento che si abbassa, come a cercare una risposta che non trova, non c’è.
Più o meno la stessa cosa direi, e non è sarcastica. Solo triste.
Continua a fissarla, così da vicino, basterebbe muovere una mano per toccarla. Basterebbe e ci pensa. Si sposta dal muro, un passo, uno soltanto si dice.
Non farlo, la voce è secca stavolta, asciutta e svelta come quando si rimprovera un bambino. Come quando si sta per fuggire.
Lei ha spostato i gomiti, ora tiene le mani incrociate davanti al petto, si protegge. Non farlo, ripete. E con gli occhi la cerca, la via d’uscita. Ma dietro di loro la gente balla, gruppetti di ragazzi passano in quell’unico spazio di transito rimasto.
Non ci sono parole, lui lo sa eppure si sforza, qualcosa vorrebbe dirla, smentire o confermare ma non può. La vede mentre si mordicchia le labbra e fissa la gente che attorno continua, ride, cammina, spintona.
E’ tardi devo.
Poi con un colpo di anche tenta di oltrepassarlo.
Ma la sua mano è pronta, le afferra un gomito, la blocca.
La sente tremare e all’improvviso decide. La guida oltre i rumori, oltrepassano gente, sorrisi. Si ferma in un angolo, dietro di loro la scala a chiocciola che collega i piani. Lei non ha protestato, non si è ritratta né a commentato. Si guarda attorno ora, finge di non sentirla, la vicinanza. E’ impaurita, lui lo sa, sente tutto.
Allunga una mano, le alza il mento. Ora si, sono così vicini da sfiorarsi anche senza volerlo.
Dimmi, le mormora a fior di labbra. Ancora trema lei, poi chiude gli occhi. Non farlo, non farlo, è tutto quello che riesce a rispondere. Ma è già abbandonata. Così anche lui cede e la abbraccia, se la prende contro e la stringe sentendole la schiena, i capelli, il corpo addosso al suo.
Non farlo ripete lei, contro il suo collo, poi si scosta. Mi stai giudicando, lo so.
Lui le sposta una ciocca di capelli dagli occhi. No, ora non più, e si stupisce di averlo detto. Perché è vero.
Naso contro naso si studiano, gli occhi parlano ma le parole, i messaggi, sono confusi, complicati. Lui le accarezza la schiena, piano, lentamente. Non andare via adesso, ed è uno sforzo disumano riuscire a dirlo. Lei vacilla, teme e vuole. Le indica i divani dietro di loro. Solo qualche minuto, vorrebbe urlarle ma non serve, anche lei sa.
Vieni qui.
Da seduto allunga un braccio.
Vieni.
Qui.
E lei cede, si accomoda sulle sue gambe, si lascia stringere i fianchi mentre appoggia la testa tra il collo e le spalle. Ora può annusarlo, sente quell’odore che aveva dimenticato o forse no, voleva farlo ma poi. La mano destra disobbedisce e si allunga, glielo accarezza il collo, lo sfiora con la delicatezza di chi ha paura di romperlo, di spezzare la superficie con il solo contatto dei polpastrelli.
Sente che le sta baciando i capelli e rialza la testa. Vuole vederlo. Guardare quegli occhi enormi, confusi quanto i suoi. Avvicinarsi. Ancora un pò. Ancora.

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