Soldati ancora

17 aprile 2009

I sentimenti ci convincono che siamo parte di qualcosa.
E può essere qualsiasi cosa.
Il distacco è una pressione forte, crudele, che ci riporta alla condizione neonatale. Si torna indifesi, confusi e soli. E’ una transizione che dimentichiamo, crescendo, ma che si ripete alla fine di ogni distacco, quando il disamore non è più vapore ma olio.
Un olio che non si assorbe, resta sulla pelle, la fa splendere e ricorda ogni giorno, ogni volta che si guarda un palmo, il lobo di un orecchio, il mento o l’ombelico; ricorda che ancora si può.
Essere creature neonate.
Che non hanno bisogni sentimentali consapevoli, che non cercano persone precise, per motivi precisi eccetto – forse – mamma e papà (voci che restano anche nel silenzio, in mezzo al vuoto di un mondo sfuocato e ignoto).

Il disamore è una regressione.
Si torna estranei agli altri. Si torna onesti verso se stessi perché estranei lo siamo sempre stati e sempre lo saremo. Si smette di cercare e pretendere fuori da corpo e mente.

Tutto si muove.
Le persone, gli affetti, gli amori, gli stati possono diventare eccezioni di comodo falsando la realtà. Ma è una deformazione fasulla, destinata a crollare perché Loro (affetti, amori, stati, persone, cose) vanno e vengono, arrivano poi svaniscono. Funziona così.
Ogni tanto – se siamo fortunati, molto fortunati – il tempo ci permette di ricordarli, di registrarli sui muri della mente, di superare formalità e ruoli.
Ogni tanto ci resta qualcosa, prima che la sabbia nella clessidra smetta di scivolare. C’è semrpe una clessidra da qualche parte. E l’immobilità dei suoi granelli scandisce il ritmo del risucchio. Di quella forza invisibile che afferra i corpi allontanandoli dai bisogni, da quei legami a cui si erano attaccati con le ventose del cuore.

Spesso tentiamo di combatterlo, il disamore, non ci piace perdere.
Ma Lui non si arrende.
Sa.
Che prima o poi lo capiremo, smetteremo di rimanere artigliati alle rocce che si sgretolano.
Niente è definitivo, nulla è per sempre.

Ho imparato tutto questo sul campo, combattendo.
Porto con me tanti graffiti, segni di persone che hanno deciso di rimanere dentro il mio muro interiore, che hanno deciso di essere importanti a modo loro. Molti se ne sono andati. Altri no.
Credo dipenda tutto dal vivere. Da come ci si lascia attraversare. Da quanto si ascolta, dalle scie lasciate passando. Dall’affettività vissuta come movimento, evoluzione.
Ci vuole pratica, questo si.
Bisogna imparare a non fermarsi, a combattere.
Sono un soldato anche per questo.
E ne vado fiero.

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