Tra donne e uomini: storie di carta e di vita.

4 gennaio 2009

Qualche domanda a Giorgio Sannino autore del recente romanzo ‘Il pianto delle falene’ (Edizioni Smasher, 2008).

Inizierei dall’elemento più forte e rischioso del tuo ultimo romanzo: il narrare in prima persona attraverso la voce della protagonista. Come sei arrivato a una scelta così delicata e controversa? Quanto è stato difficile infilare ‘quei tacchi’? Immagine di Il pianto delle falene

È stato difficile solo in parte, mi è risultato piuttosto naturale, quasi una scelta obbligata. Volevo parlare di una donna e descrivere quella che credo essere una delle fasi più delicate della sua vita, l’età matura e la sua consapevolezza. Per di più volevo che questa donna soffrisse di attacchi di panico, e scriverne in prima persona mi è parso fin da subito la forma più adatta, per via di una serie di considerazioni proprio legate al panico: una sorta di mondo strettamente legato all’Io di ognuno di noi. Ho incontrato le maggiori difficoltà all’inizio, in qualche modo non conoscevo ancora a fondo Katia, la protagonista. Poi il personaggio, e i personaggi, hanno preso vita e si sono fatti strada da soli, come spesso mi accade. È il modo che uso per capire se una storia funziona, altrimenti lascio stare.

A romanzo concluso, pubblicato e quindi dopo un ragionevole lasso di tempo dalla stesura, credi di esserci riuscito, a dare credibilità a una voce femminile o ci sono parti, aspetti, che oggi vorresti cambiare?

Ho rielaborato il romanzo più volte. Dapprima da solo, poi su indicazione dell’editore. Quella pubblicata è la terza revisione. Rileggendolo oggi, il romanzo mi pare decisamente femminile. Non intendo dire che sia adatto ad essere letto solo da donne, ma che forse potrebbe sembrare scritto da una di loro. Probabilmente ci sarebbe ancora da fare, e tuttavia mi chiedo se esista un limite, la stesura perfetta. Credo di no. Trovo Katia credibile e questo mi basta. Ci sono capitoli che mi piace rileggere e ogni volta mi stupiscono. A distanza di tempo, come giustamente intendi, si ha un occhio più obiettivo e soprattutto succede quella magia: leggersi come fosse la prima volta e come se si trattasse dell’opera di qualcun altro. Sono contento, il romanzo regge e ti porta per mano fino alla fine, questo è quello che provo e quello che mi arriva dai primi lettori. Va bene così.

Quanto c’è, dentro il personaggio di Katia, di te?

Io ci sono, ma poco. All’osso, l’inevitabile, se preferisci: il mio di cui non posso fare a meno. Per il resto ho rubato molto alle donne, soprattutto a quelle che conosco. Prima di cominciare a scrivere ho ampliato le mie frequentazioni femminili, le ho sbirciate, ho scavato. Ho perfino chiesto di guardare nelle loro borse. C’è un dialogo serrato fra Katia e Caterina, un personaggio non marginale del romanzo, durante il quale entrambe svuotano il contenuto delle proprie borse sul tavolo e si divertono a sezionarlo. E poi abitudini, sensazioni, miraggi femminili. Ho chiesto a tutte di provare a spiegarmi le sensazioni del ciclo. Non solo fisiche, anche sensoriali. È stato un viaggio unico, inimitabile. Ho avuto una certa difficoltà ad apprendere l’uso dei trucchi, ma ho scoperto di potermi innamorare di una crema da corpo al muschio bianco, per dire. E poi la magia del pensare femminile, il loro punto di vista sulle cose. Quelle quotidiane e quelle eterne. Poi, chiaro, c’è la mia parte femminile, che reputo piuttosto sviluppata e che ho scoperto avere un grosso potere ammaliante. Considera che io adoro le donne, le reputo decisamente superiori all’uomo da ogni punto di vista. In un certo senso ho scritto al femminile per invidia.

Da ‘Assolo’ a ‘Il pianto delle falene’ una delle evoluzioni più evidenti è la gestione di una storia che si svincola dall’essere soprattutto introspettiva (come appunto in ‘Assolo’) per mescolarsi a molto altro, attraverso vari e diversi personaggi che ruotano attorno alla protagonista e, in molti casi, ne determinano in parte le scelte, i comportamenti quanto i dubbi e le incertezze. Poi gli ambienti, le atmosfere, odori, colori e sapori. Cos’è successo al Giorgio Sannino che scrive, nel tempo intercorso tra questi due romanzi?

Ho continuato a scrivere, semplicemente. E letto molto, come sempre. Di Assolo sono state dette svariate cose, non ultima il fatto che si trattasse di un tipico romanzo di formazione. È in gran parte autobiografico, innanzitutto. E scriverlo mi è costato enorme fatica e direi sofferenza. Tutti ingredienti che con Il pianto delle falene non ho provato o ho provato in forma nettamente minore. Diciamo che ho scritto “Il pianto” con molta più facilità, perché nel complesso mi sono divertito di più. C’è molta più invenzione, proprio perché per nulla autobiografico. E divertendomi ad inventare ho dato vita ai personaggi, di conseguenza alle atmosfere e ai colori. È molto più vitale, limpido. Anche più facile, probabilmente, pur affrontando tematiche di una certa importanza. Nella versione iniziale i personaggi erano anche di più, poi li ho eliminati perché non necessari. Anche gli ambienti, i sapori di cui parli sono completamente nuovi. In Assolo cupi, a carboncino, monocolore. Nel pianto decisamente più luminosi.

Questo pianto inconsolabile, bambino direi, delle falene è, secondo me, un simbolismo molto forte che richiami in varie circostanze, intervallandolo all’evoluzione nella trama. E’ un lanciare sassolini, in un certo senso, in attesa che il lettore li noti per raccoglierli. Da dove arrivano le falene? Sono volutamente simboli di fragilità e forza, che quindi riprendono le caratteristiche di Katia, oppure c’è dell’altro?

Un sogno, innanzitutto. Le falene che piangono sono un sogno terribile che feci una sola volta, ormai non ricordo più quando. Me ne stavo in questa stanza devastata, piena di mobili e oggetti distrutti, cercando la fonte del pianto di bambino che sentivo nelle orecchie, fino ad accorgermi che a piangere erano falene. Mi arrivavano addosso da ogni dove, finché mi svegliai molto agitato. Sogni così, soprattutto se vividi, non ti lasciano indifferente. Pensai dopo qualche tempo, un anno circa, di farci un romanzo. Il simbolismo con Katia mi parve perfetto.

La vita della protagonista è, tutto sommato, simile a quella di molte donne over trenta che ancora si cercano e affrontano le giornate in perenne stato di caccia e attesa. Verso se stesse e il mondo attorno a loro. Eppure le crepe, quel lieve sfaldamento costante, ciclico, ne ‘il pianto delle falene’ mi sembra decisamente accentuato. Sottolineato. Come se cercassi di far voltare la faccia del lettore proprio lì. Pensi che le donne ‘moderne’, le trentenni, quarantenni di oggi siano più fragili, contraddittorie rispetto al passato? C’è più bisogno di ascoltare certi dolori ormai non più adolescenziali?

Decisamente sì. Non solo le donne, per dirla tutta. Oggi siamo tutti più esposti, soprattutto per via delle nostre stesse aspettative. Il panico di Katia deriva da un eccesso di aspettativa. Nel romanzo ho cercato di enfatizzarlo, perché il più delle volte chi vive in qualche modo sfasato rispetto alla realtà è così che si sente: un alieno. Ha voglia di gridare di esistere e di voler essere come gli altri anche se non sa esattamente cosa significhi. E soprattutto non si rende conto che gli altri non sono diversi. C’è più bisogno di ascoltare certi dolori. E meno li ascoltiamo più ce ne creiamo. In fondo il più delle volte basterebbe semplicemente parlare, comunicare. Quando Katia impara a farlo ha inizio la sua rinascita.

Katia ha superato i trent’anni eppure non ha ancora un compagno fisso tanto meno figli o una famiglia stabile accanto. Oltretutto si è lasciata un passato ingombrante alle spalle. Perché hai scelto una figura femminile ‘fuori’ dai c.d. ‘passaggi evolutivi’ che dopo i trenta vorrebbero la donna o sposata/ accompagnata (più facilmente con almeno un figlio) o in carriera (e quindi lanciata nel mondo del lavoro)?

Sono passaggi evolutivi non più così radicati. Oggi a trent’anni una donna non è più automaticamente compagna, moglie, mamma o in carriera. Katia ne ha trentasei, l’età di mezzo, per come la vedo io. In cui una donna può ancora tutto. Mi piaceva l’idea di dimostrare la possibilità di un inizio post trenta. Chiamalo ottimismo, se vuoi, anche se non mi sembra così straordinario. Anzi, ti dirò, nei miei libri mi piace dimostrare la straordinarietà dell’ordinario. Sta tutto lì, mi pare: vedersi straordinari e andarne fieri.

Nonostante il tipo di narrazione, le figure maschili ne ‘Il pianto delle falene’ sono importanti, direi determinanti. L’amico gay, il compagno part time, il misterioso amante desiderato, la figura paterna sostitutiva… ce ne vuoi parlare?

È vero. Tutti i personaggi, anche quelli maschili, sono determinanti e definiti. Non ci sono personaggi negativi e questo è un altro aspetto che mi piace sottolineare. Non è necessario, per come la vedo io, essere estremi, anche nella negatività. Anzi a volte la stessa persona avversa, da cui ci si allontana, è una persona positiva. La presa di coscienza del proprio posto nel mondo, la consapevolezza, sta anche nelle rinunce. Katia impara a non accontentarsi, non è affatto poco, mi pare. E lo fa fidandosi dei consigli di Peter, Paolo, Umberto, Nico. E Geremia, non dimentichiamolo: il fedelissimo gatto. Sono tutti personaggi dotati di propria personalità, mi sono sforzato di definirla, anche se a volte con brevi tratti. Il ruolo dei personaggi sta nelle loro azioni. La coerenza di Nico, l’istinto di Paolo, la schiettezza di Umberto, lo sguardo indagatorio di Peter. Katia non può farne a meno e, contemporaneamente, impara a non abusarne.

C’è una ‘certa’ elettricità che scorre in molte pagine, direi in interi capitoli. E’ una carica sessuale velata ma non troppo, che accompagna la protagonista pur nelle sue contraddizioni, nel sentirsi destabilizzata, in bilico, nelle fughe quanto nelle attese. E’ stata una scelta ponderata, necessaria a tratteggiare la protagonista?

Sì, assolutamente. Ho usato la sessualità – e la sensualità conscia e inconscia – di Katia per delineare lei e la sua psiche per molti versi instabile. È una donna attraente. Vive la sua femminilità come un’arma che non sa usare. Non sa togliere la sicura, in un certo senso. Chi soffre d’ansia, a livello patologico o quasi, si trova a proprio agio solo nei propri spazi. Sessualmente lei vorrebbe esprimersi più di quanto non faccia, così arriva ad essere sfrontata, accoglie Nico al primo appuntamento in casa sua e si fa trovare nuda ad attenderlo sulla porta. Ci sta, per come la vedo io, ma solo perché il tutto avviene sul suo territorio, se così vogliamo chiamarlo. Fuori di lì, per esempio a casa di Nico, questo non sarebbe mai potuto accadere, a meno di non conoscerlo già da tempo. Fuori dai suoi spazi, infatti, Katia diventa goffa. La sua sensualità non l’aiuta. Accenna timidi tentativi che finiscono in un nulla di fatto. Le aspettative la opprimono. Il bilico, le attese, le fughe di cui parli si esprimono alla perfezione con l’erotismo. A volte sfociano nella violenza. In un episodio lei ammicca a un superiore, il padrone del fast-food in cui lavora da ragazza e che la assilla con proposte indecenti. Infine Katia si inginocchia di fronte a lui e al momento opportuno gli assesta un morso al pene. Anche questa è un’arma. Senza sicura, per una volta.

Qual’è, secondo te, la principale differenza (se esiste) tra la scrittura di un uomo e quella di una donna?

Adoro Joyce Carol Oates, per dire. E Nick Hornby. Mi sembrano due fulgidi esempi di scrittura femminile e maschile. La prima descrittiva, umorale, a pastello. La seconda diretta, pratica, colori a olio, per intenderci. Eppure entrambe istintive, caratteristica dalla quale per come la vedo io non si può prescindere, anche se molta letteratura di oggi, invece, ne fa tranquillamente a meno. Nel mio caso mi piace sperimentare. Credo che leggendo Assolo non possano sorgere dubbi: scrittura maschile. Con Il pianto delle falene, invece, i dubbi sorgono, così mi dicono, se non altro per il nome stampato in copertina. Io sorrido sotto i baffi che non ho. Mi piace scrivere da donna e non credo che smetterò di farlo. In pratica ti sto rispondendo a caso, perché non credo di conoscere la risposta alla tua domanda. Ho scritto al femminile e basta. Non credo di averlo potuto fare per via del fatto di avere capito, anzi sono certo che non è così. Alla fine esiste solo l’urgenza. L’urgenza di dire cose. La forma e tutto il resto vengono dopo.

Grazie a Giorgio Sannino.
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Barbara Gozzi – Luglio 2008

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