Camminare e non guardare

2 ottobre 2008

Mi dicevi ‘cammina e non guardare’ e io non ci pensavo.
Eseguivo.
Cammina svelta e basta. Non pensarci.
Col tempo ho imparato davvero a non pensarci. Ho scelto uno e mi sono sposata. Non abbiamo avuto figli ma lì un pò c’entravi anche tu, per via di questo corpo gracile e di un utero troppo secco, friabile per.
Poi ho ottenuto la promozione. E ancora ho continuato a camminare. Mi svegliavo e riaddormentavo senza darmi il tempo per registrare quello che accadeva – che mi accadeva – in mezzo.
Finché ti è venuto in mente di morire. E neanche si è capito bene come o perché. Incidente domestico, hanno detto. Ti fissavo, mentre quelli delle pompe funebri portavano via il tuo corpo. Semichiuso dentro la sacca di rito, con la testa che si dimenava neanche fossi mai stata un’isterica.
Allora ho aspettato che tutti se ne fossero andati. Mio marito. I tizi in nero. Il ragazzo sudato della croce blu. Sciò.
Mi sono chiusa in casa e non ho fatto niente, mi sono fermata. Non aveva più senso restare in movimento, quel rantolare ovunque tenendo i muscoli tesi. Allora mi sono spogliata e ho aperto il tuo armadio. Ne è uscito l’odore di rose che tanto ti invidiavo da ragazzina. Ho indossato quasi tutto. Perfino le mutande e i reggiseni enormi, che guardandomi allo specchio sembravo in restringimento. Forse lo ero.
Da quel giorno ho smesso.
Era più semplice prima. La tua voce scandiva il tempo, dava il ritmo.
Adesso invece, se provo ad ascoltarmi sento solo un gran silenzio. Che non mi piace.

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