Lamri Tahar – I sessanta nomi dell’amore

3 luglio 2008

Tahar Lamri si è trasferito in Italia dopo aver vissuto in Francia e in molti altri paesi europei. Ha lasciato l’Algeria nel 1979 iniziando un periodo di viaggi e lavorando come traduttore e interprete.
Vive a Ravenna dal 1987.
Parla l’italiano benissimo e lo scrive con altrettanta scorrevolezza.
E’ un uomo che ha conosciuto molta gente, ha studiato e scritto storie. Ma soprattutto è un osservatore.
L’aspetto che più mi ha colpito, di lui, ancora prima di leggere questo libro è stato la sua dialettica. L’ho sentito parlare a un reading in provincia di Verona e ne sono rimasta incantata.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è un libricino edito da una piccola casa editrice che in passato ha subito scossoni, cambiamenti negli assetti. La collana ‘Mangrovie’ si occupa appunto di scritture migranti. La mangrovia è una pianta legnosa capace di sopravvivere nei litorali tropicali, periodicamente sommersi da maree. Il collegamento mi pare evidente. Lo stesso Lamri lo spiega in una sorta di introduzione ‘Avant-propos’ (pag.7):

Per me, scrivere in Italia, paese dove ho scelto di vivere e con-vivere, […] significa forse creare in qualche modo l’illusione di avervi messo radici. Radici di mangrovia, in superficie, sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano

Questa è, secondo me, una caratteristica importante per l’autore: lo scrivere in italiano. Lo so, può sembrare scontato eppure non lo è. Tahar Lamri è algerino. Vive in italia da vent’anni, certo, ha studiato molto la lingua italiana e si sente nel parlato quanto negli scritti. Eppure raccontare una storia, scriverla con l’intento di darle il giusto ‘respiro’ è tutta un’altra faccenda. Che ha a che fare con la padronanza delle parole, il loro sapore, il suono e i significati in movimento. Ebbene. Tahar Lamri ha scelto di scrivere in italiano, non c’è dunque filtro (di traduzione). Ogni parola è stata scelta e calibrata da lui, in un processo di trasposizione diretta (Editing a cura di Silvia De Marchi, per dovere di precisione). Ma, a lettura ultimata, mi permetto di aggiungere un ulteriore spinta propulsiva a queste annotazioni: Lamri tenta un passo in più. Lui, straniero, che scrive in italiano non si accontenta di scrivere ‘bene’, seguendo le principali regole della grammatica, sintassi, punteggiatura e tutto il resto. No. Lamri insegue le parole, le cerca mischiandole, ascoltandone le tonalità.

Vorrei spingere la mia esperienza migratoria fino ad abbracciare i dialetti e da lì partire per costruire la lingua italiana assieme agli scrittori italiani. Una lingua nuova che mi permetta, pur portandomi addosso la mia cultura d’origine e le culture che mi hanno investito lungo tutti questi anni di peregrinazioni […], di compiere finalmente il ‘Viaggio’. (pag.8-9)

La lingua dunque, come punto di partenza ma anche di arrivo tra storie diverse eppure piene, intense. Ed è un linguaggio immediato, pieno di aggettivazione vivida e con pensieri costruiti con trasparenza ma mai banali. C’è, in questo periodare, l’intento di trasferire odori, percezioni, colori e moti con la semplicità di chi conosce il linguaggio quanto le storie.
Rimase per un momento sul marciapiede a guardare il vecchio aeroporto: una costruzione irregolare e senza carattere. Una folla, immensa gli nascondeva la parte bassa dell’edificio. Spostò lo sguardo su una fila di palme, dal tronco imbiancato a metà, che corre al di là del parcheggio. Ebbe un tuffo al cuore e si sentì d’un tratto come avvolto da un manto di solitudine. (pag.14)

Ho scelto questo breve estratto dal primo racconto (‘Solo allora, sono certo, potrò capire’) perché è da lì che sono partita come lettrice ed analizzatrice. E mi sembra molto significativo, come estratto, per mostrare le capacità descrittive quanto l’atmosfera ricreata da Lamri. Il ‘vecchio’ aeroporto che è anche ‘irregolare’ e ‘senza carattere’. Le palme ‘imbiancate a metà’ e la folla ‘immensa’. Infine il ‘manto di solitudine’.
C’è, secondo me, si sente tutto, l’ambiente, l’atmosfera che aleggia. Il lettore ci entra a piedi pari e si lascia guidare.
Il viaggio dunque, inizia così ma non è lineare.
Ci sono due persone, Elena e Tayeb che si scrivono email. Un rapporto che nasce tra corrispondenze epistolari e incontri fugaci e poi diventano vere e proprie lettere d’amore. Elena è una scrittrice e cerca informazioni sulle sessanta parole diverse che, in arabo, indicano l’Amore. E Tayeb la aiuta ma a modo suo.
Lamri propone, quindi, queste email alternandole a racconti diversissimi tra loro in un continuo ‘sali e scendi’ di situazioni, ambienti, personaggi e realtà. Non c’è continuità, come spiega lo stesso autore perché ogni scritto risale a un momento diverso e mira a toccare il lettore in modi differenti. Solo Elena e Tayeb tornano, attraverso queste corrispondenze moderne a ricordare al lettore che l’amore non ha colore ne forme precise, può mutare ed essere espresso in tantissimi modi diversi.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è dunque, una raccolta atipica di racconti, per quanto, la classificazione mi suona stonata, stretta. Ogni racconto è, come già accennato, a sestante, in ogni particolare. Nella lunghezza quanto nei personaggi e in parte anche nello stile. Ho avuto l’impressione che Lamri cercasse di sottolineare queste particolarità, come se ogni storia dovesse acquisire un valore speciale, unico in questo senso. E davvero, ce n’è per tutti i gusti, tra riflessioni, scenari e dialoghi dove la figura dell’immigrato, della cultura ‘non italiana’ emerge con discrezione, senza pretese. E’ un raccontare che scava sussurrando.

A casa ho sempre parlato berbere, a scuola l’arabo, ho sempre pensato in francese e adesso sogno in svedese, ma non credo affatto che la nostra situazione linguistica sia da invidiare. (pag.17)

Le diversità tornano spesso, nei racconti, sia dal punto di vista linguistico che nei luoghi. C’è una sorta di ‘volontà sotterranea’ di mostrare al lettore italiano quanto può diventare difficile vivere senza quei punti di riferimento considerati parte del vivere quotidiano.

‘Io non ho paese. Il mio paese è il mio corpo. Il mio paese è dove sto bene’ (pag.19)

‘Akli mi diceva all’aeroporto che il suo paese è il suo corpo. Mi dispiace, ma non ci credo. Ognuno di noi è legato a qualche cosa: un’immagine, un ricordo, un sapore dell’infanzia…’ (pag.32)

I personaggi esprimono dubbi, paure, inadeguatezze da migrante alla perenne ricerca di un equilibrio e arrivano a toccare questioni delicate, anche di origine geo politica e di attualità. L’intento dell’autore sembra essere quello che non trascurare ogni angolazione. Il migrante si abitua in fretta a cambiare il proprio punto di vista, è necessario per sopravvivere durante i viaggi tra culture diverse. Ecco dunque, che i racconti si stratificano, parlano di realtà differenti anche da bocche provenienti dalla stessa origine. E le diversità possono essere spesse ed evidenti, quanto sottili e acute ma ci sono, e diventano materia di studio e analisi.

Questi banchi sono azzurri e non ci si può scrivere sopra. Sono lisci. Come tutto qui. Anche la faccia della maestra è liscia, sembra che il tempo non lasci segni né sui banchi né sulle facce. Sarà vero? Mah. (pag.37)

In mezzo a tutte queste voci, tornano, Elena e Tayeb che si scrivono, svelano e con loro il lettore prosegue un percorso lento ma incessante verso i ‘sessanta nomi dell’amore’.

‘… lo straniero conosce “in vita” l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi e altri pensieri.’ (pag.40)

‘ Chissà poi se sono vere le divisioni geografiche…’ (pag.40)

‘Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano’ è il titolo di uno dei racconti che, mi sembra, riassume semplicemente la filosofia dietro a questo libro. Un viaggio, certo, ma senza effetti speciali. Che non vuole stupire o generare angoscia o attesa. Un viaggio lento, nel suo incedere, ma simbolico, fatto di diversi strati quanto di personaggi intensi, che svelano angolazioni delicate di culture che oggi, nel 2008, sono anche temute, osservate da lontano.
Tante immagini dunque, che sono scatti rubati in un certo senso, scenari tratteggiati con meticolosa precisione quanto lasciati all’immaginazione, dove il lettore si perde muovendosi in silenzio. L’impressione generale è di scivolare tra muri e sabbie sconosciute ma mai ostili. Ed è un’impressione importante di questi tempi.

“ Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me… […] Io non so se il ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso.” (pag.56)

‘Cose possedute’, dunque, tra transiti imperfetti ma anche ‘cose perse’ eppure trattenute, custodite gelosamente come segni di un’altra vita mai dimenticata.
E, tra tutto questo: le parole. Sempre e comunque.

‘ L’uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra.
COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità’ (pag.100)

E’davvero difficile spiegare questo libro con tante trame intrecciate, odori e sapori orientali mischiati a cemento e abbracci occidentali.
Eppure, lo sforzo linguistico, l’intento di svelare realtà, grattare riflessioni e tratteggiare paesaggi che sembrano (oggi) più lontani; tutto l’insieme merita (soprattutto e a maggior ragione di ‘questi tempi) una lettura meditata. Senza fretta. Con la mente libera da schiavitù e regole preconfezionate.

Io sono italiana.
Nata a Modena e tutt’ora residente vicino a Bologna.
Eppure dentro questo libro mi sono sentita. Si può essere stranieri anche in patria. E Tahar Lamri non sconta nulla. Alla fine, però, qualcosa torna. Qualcosa che dipende dall’occhio e dalla mente del lettore, solo da quello direi. Non c’è rigore scientifico, pretesa oggettiva. Ci sono volti, parole e ambienti. Il resto lo fa il lettore, cogliendo un certo colore o un odore da trattenere. Non lo chiamerei ‘buonismo’, affatto, non nel senso sgradevolmente mieloso che si tende ad associare al termine. Lo definirei: visione tendente al positivo. Che ho trovato di una potenza talmente atipica per noi oggi, abituati a ben altri atteggiamenti verso ‘gli stranieri’, di una nuda onestà da lasciare, a tratti, disarmati.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Tahar Lamri nasce ad Algeri nel 1958. In Libia dall’79 all’84, conclude gli studi in Legge iniziati in Algeria, con la specializzazione in Rapporti internazionali e lavora come traduttore presso il consolato di Francia a Bengasi, si sposta dunque in Francia. In Italia dal 1986, vive a Ravenna. Altre informazioni bio-bibliografiche su Wikipedia.

‘I sessanta nomi dell’amore’ di Tahar Lamri, Michele Di Salvo Editore-divisione TraccEDIverse, collana ‘Mangrovie’, gennaio’2007, pag,196 E.12.

Barbara Gozzi – Maggio’2008

Immagine di copertina di Soha Khalil.

(la riproduzione qui accanto non rende giustizia all’immagine in copertina, soprattutto gli occhi)

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