Intervista a Silvia Ferreri – III

23 giugno 2008

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BG Premettendo che ‘Uno virgola due’ l’ho scoperto da poco, mi sembra però che il progetto meritasse un’altra visibilità.

SF Purtroppo questo è il prezzo che si paga a lavorare in Italia.

BG Infatti te lo volevo proprio chiedere perché sono rimasta stupita. Tra giornali, trasmissioni di approfondimento ed internet, cerco di tenermi aggiornata il più possibile, in un qualche modo ricettiva diciamo eppure questo progetto l’ho scoperto in un blog, per caso. E mi ha fatto riflettere perché è un po’ come voler dire ‘queste tematiche che colpiscono in realtà molte donne, lasciamole in un angolo’. O no?

SF In realtà, quando è uscito il documentario ci sono stati vari articoli sui giornali, ne hanno parlato Repubblica, Famiglia Cristiana, Il Manifesto… sono state pubblicate alcune segnalazioni e mi hanno anche invitato ad alcune trasmissioni televisive, più che altro della mattina. Quando poi, l’anno scorso, è uscito il libro insieme al film, di nuovo c’è stato un po’ di interesse da parte della stampa e delle televisioni. Alla presentazione del libro, e lo ha introdotto Miria Mafai insieme a Francesca Comencini, c’è stato dell’interesse. Proprio un minimo però perché la verità è che, alla fine di tutto, la Rai non lo ha comprato (il documentario – n.d.a). Gli editori a cui mi ero proposta mi hanno detto tutti di no per cui alla fine fortunatamente ho trovato Ediesse che è un piccolissimo editore a distribuzione nazionale e dunque è stato comunque distribuito in tutt’Italia, è possibile trovarlo, il libro con il dvd, più o meno ovunque. La Rai però non ha comprato il film. E se un film del genere non lo trasmette la Rai, chi lo trasmette? Infatti nessun’altro poi si è fatto avanti. Quindi ho avuto molte ottime recensioni al film e al libro, molti giornali italiani e stranieri si sono interessati. Però poi la verità è che il più grande mezzo di comunicazione ovvero la televisione non si è occupata di parlare di questo argomento tanto meno di mandarlo in onda.

BG Sono mancate proprio le forme di divulgazione di massa, mi sembra. Nonostante la tematica sia purtroppo molto diffusa.

SF Non parliamo poi delle grandi distribuzioni come quella cinematografica. E’ impensabile un documentario così che va al cinema in Italia, è praticamente impossibile. Anche il libro, quando è uscito… ci sono state delle librerie, anche a Roma, comunque librerie importanti che lo hanno tenuto in vetrina per qualche tempo. Ma quando poi non lo vedi più in giro perché finisce in uno scaffale in alto, certi libri sono finiti. Perché nessuno lo chiede, non è qualcosa di un autore noto che si può comunque cercare. No? E’ un libro che se non te lo trovi davanti e non leggi il retro di copertina, non lo compri. Comunque mi dicono che ha venduto abbastanza per essere un saggio di un’autrice praticamente sconosciuta insieme a un dvd, deve aver venduto qualcosa come… settecento copie che per l’Italia è già un gran risultato. Ma a me viene da ridere quando mi dicono ‘ guarda che ha venduto tantissimo’… cosa gli rispondo? Poi va bene, si dice che Kafka abbia venduto dieci copie della prima edizione delle ‘Metaformosi’… è chiaro che un libro così ha bisogno di essere reso visibile. Ma ci sono state trasmissioni televisive, senza fare i nomi, comunque importanti, di punta della Rai a cui il progetto era piaciuto molto e quando si è parlato di invitarmi per presentare il lavoro, per un’intervista… diciamo per fare un lancio vero e proprio… parliamo comunque di trasmissioni in fasce orarie di nicchia però seguite, su Rai2 o Rai3… il risultato è stato: ‘ a ma lei non è famosa’. Quindi non mi hanno invitato nonostante il progetto piacesse, e mi avessero spiegato che l’argomento andava assolutamente trattato. Però siccome io non sono famosa… e io ho anche risposto: ‘cosa vuol dire non sono famosa? Chi se ne importa!’

BG Vuoi dire che anche per approfondimenti di questo tipo conta molto l’essere commerciabili? Il potenziale appeal…

SF Assolutamente. Per cui anche in queste trasmissioni vanno di più magari certi attori famosi in quel momento o comici importanti piuttosto che un’autrice sconosciuta. Ma se n’è parlato a lungo, mi hanno telefonato per molti mesi temporeggiando… alla fine mi hanno detto che non si poteva fare. In pratica la figura della giovane autrice regista non famosa… non funziona. No. E’ proprio una cosa che non frega niente. E quindi anche in questi programmi ‘Uno virgola due’ non è passato neanche come messaggio che invece sarebbe stato importante per il progetto, per farlo conoscere.

BG Anche per dare ‘ascolto’ alle storie dentro il documentario e poi riprese nel libro. Perché qui parliamo di realtà molto forti, pesanti. Ci sono vere e proprie denunce…

SF E’ evidente che ci sono molte persone a cui queste cose non interessano per niente se non in certi modi. Mi spiego: ci sono state dopo, a progetto concluso, redazioni che mi hanno chiamato per chiedermi se potevo fornire i contatti delle donne che avevano parlato nel documentario. Perché il caso penoso, che fa piangere tira sempre. Per cui meglio far parlare loro piuttosto che il progetto nel complesso. E devo dire che dopo le prime due o tre trasmissioni a cui alcune sono andate, pensando che fosse un buon modo per parlare di questo argomento poi però si è capito che lo sfruttamento mediatico era semplicemente un ‘vogliamo fare pena’ a chi guarda. Allora hanno iniziato tutte a rifiutare ogni proposta. E non c’è distinzione nelle modalità. Dal programma culturale di rai3, raisat extra, laSette fino a mtv… tutti chiamavano per avere le donne in studio, perché è importante parlare del caso umano che fa audience. E quando, a un certo punto, ho iniziato a rispondere che non potevo più fornire nominativi e che comunque nessuna era più disponibile… si finiva anche per parlare del progetto con la premessa ‘noi non vogliamo lei’ e io ho sempre risposto che non volevo andare, mi interessava che parlassero dell’argomento, del lavoro come messaggio… il punto non era che io volessi o cercassi di andare qui o là. Pochi giornalisti hanno parlato con o senza di me di ‘Uno virgola due’ perché è anche capitato che non fossi a Roma o avessi altri impegni, per cui tranquillamente non sono andata in trasmissione però loro parlavano comunque del lavoro… per esempio punto donna su tg3, rai educational… ci sono stati anche dei giornalisti che ne hanno parlato perfino in televisione e nel modo giusto ma la maggior parte delle richieste era per ‘il caso umano’, per parlare di questo argomento facciamo piangere. E queste sono le classiche dinamiche che mi fanno incazzare perché nel mio film questi elementi non ci sono sono.

BG Infatti nel corso della visione si sente il filo logico ma le interviste vertono sulle circostanze, non c’è spettacolarità nelle riprese…

SF Infatti. L’unico momento in cui c’è questa donna, Maria Grazia, che si emoziona e che piange è un momento che ho deciso di tenere nonostante all’inizio fossi molto indecisa… ma semplicemente perché era importante quello che stava dicendo in quel momento. Ovvero il suo sottolineare che finché gli attacchi (del datore – n.d.a.) li rivolgevano a lei, ci stava, ma quando ha cominciato a capire che erano anche rivolti a sua figlia non c’è stata più, è diventata una iena. E queste affermazioni le dice con le lacrime agli occhi perché pensava a sua figlia non perché si piangesse addosso. Per questo è un momento emozionante che era giusto tenere. Diversamente tutte le donne che hanno partecipato al film, dopo la prima proiezione, mi hanno fatto i complimenti, nessuna si è sentita tradita o usata. Si sono riconosciute tutte nel montaggio delle interviste. Perché stravolgere un’intervista con il montaggio è facilissimo, basta accostare due concetti e hai già cambiato il senso originale. Invece in questo film ho preferito rispettare la sostanza dell’intervista e dell’intervistata anche se avevo sfocature, o tagli improbabili che magari nessun altro regista avrebbe montato me ne sono fregata. Ho lavorato privilegiando il contenuto.

segue…

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Stralcio dal libro:

‘ Alcune sono venute a vedere la prima del film a Roma, molte sono state contattate da giornali e da televisioni perché raccontassero anche a loro le storie di discriminazione che avevano subito. Dopo i primi clamori, però, tutte hanno rifiutato gli inviti. Sono state felici per un momento di poter far sentire le loro voci, ma poi sono ritornate a essere quello che sono sempre state e che vogliono essere: delle donne normali.
Hanno voluto sottolineare che le loro storie sono esemplificative, ma che loro non sono affatto delle eroine. Come loro ogni giorno molte madri affrontano problemi o disagi.”

(pag. 143 – ‘Uno virgola due’ di S.Ferreri- Ediesse)

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Apparso su Declinate al femminile.

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