Mazzucato Francesca – Kaddish profano per il corpo perduto

17 maggio 2008

Annotazione a parte.
Gli appunti di cui sotto sono apparsi tra i commenti di un post dedicato al romanzo in oggetto apparso su Letteratitudine, ovvero QUESTO. Che consiglio per gli approfondimenti sulle tematiche del libro e per la notevole qualità generale degli interventi.

Dunque questi appunti (assolutamente imperfetti quanto incompleti) sono solo annotazini mie, da lettrice, analizzatrice nonché assorbitrice di realtà e parole.
Non c’è sudditanza.
Non rappresentano il ’saldo’ di nulla.
Non sono telecomandati o forzati dal buonismo del ‘ti conosco per cui ci vado morbida’.
Tanto volevo precisare, poi ognuno è libero di credere in quello che vuole.

Barbara

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“ Siamo noi che scriviamo, va detto, malati. Lo siamo tutti in qualche forma, se la patologia non si trova sui manuali, occorrerà segnalarlo… […] E senza scrittura non potremmo vivere e lo sappiamo. Sappiamo che è così e basta.” (pag.11)

La scrittura dunque come linfa vitale nel senso più letterale possibile. La scrittura che è forma espressiva, è esternazione di qualcosa che da dentro ‘deve’ uscire. La scrittura come canale, flusso unilaterale quanto meno nella sua prima fase, di stesura iniziale. ‘Un vomitare’ parole, concetti, storie e sentimenti che ‘è’, esiste insomma e in quanto tale non può essere dimenticato, zittito troppo a lungo o annullato.

Dentro al romanzo si insinuano anche le ‘paure’. A pagina 55 c’è una partenza. Le paure che rendono fragili ma che sono anche un elemento distintivo, una caratteristica radicata quanto familiare al personaggio. Paure che forse la scrittura lenisce ma che quando si presentano sono insistenti, dominanti. E sono anche paure, secondo me, che alla fine entrano nella scrittura e a tratti rendono più doloroso il percorso ma più vero e pulsante il risultato.

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Nel romanzo le annotazioni, gli spunti sul ‘post scrittura’ sono numerose (che sono certo anche denunce sul mondo dell’editoria, sul trattamento riservato alle storie ‘dopo’). C’è un passaggio in particolare che mi sembra molto rilevante. A pagina 42 la protagonista ammette che ci sono delle regole per entrare in questo ‘mondo’ solo che lei non le conosceva quando ha iniziato e le sembra che tutti i libri che ha scritto dopo (oltre dieci) non siano stati altro che mosse sbagliate, un giocare per perdere in un certo senso. Mi ha colpito questo passaggio perché mi ha subito ricordato un altro testo che ho letto da poco il cui senso – in effetti – è lo stesso. Ovvero ‘La mossa del matto affogato’ di Roberto Alajmo. Nel romanzo di Alajmo il protagonista ha altre mire, si occupa di teatro ma non di scrittura quindi le ‘sue’ mosse mirano ad altro (alla conquista del potere, del denaro, di quella posizione che lo fa sentire ‘vincente’ e quindi temuto quanto coccolato e ricercato…) eppure anche in questo romanzo, piano piano, mossa dopo mossa, il protagonista subisce il peggiore degli scacchi, si affoga da solo in pratica. E nelle parole della Mazzucato, in quelle che mette in bocca alla protagonista mi sembra che il sapore sia lo stesso. Un riconoscere che nonostante il tempo trascorso, i tentativi e la voglia di ‘far parlare’ certe storie che non sono omologate ma sono le ‘sue’ storie. Insomma. In questo percorso ha totalmente trascurato quelle regole che invece nel romanzo riconosce, perché ‘quelle’ regole servono – di solito – a portarti più lontano, a entrare nel patinato mondo delle ‘grandi’ distribuzioni, si diventa ‘scrittori ricercati’ chiamati qui e là, perfino nella tivvù nazionale. E sono regole implacabili, che non lasciano spiragli. O così o niente. Il peso prima di tutto. E qui si sprecano i riferimenti. ‘Le scrittrici XXS e viso bambino’ scrive spesso la Mazzucato. Ecco dunque la rappresentazione di queste regole del mondo editoriale moderno. Ma non solo. E’ anche una questione di argomenti. C’è un dialogo tra la protagonista e l’amico con cui partirà che ne chiarisce il senso. Lei ha sempre cercato di scrivere di qualcosa che sentiva vicino, di importante per lei, che ‘sentiva’ importante. Errore imperdonabile. Bisogna scrivere di qualcosa che interessi la gente, di ‘vendibile’ insomma, che abbia un potenziale tra i lettori che dovranno poi comprare (e a certi livelli anche molto). Eccola dunque, la denuncia. Il riconoscere dinamiche distorte già nell’approccio ai testi e al loro valore. Ecco perché le scrittrici under trenta taglia XXS sono ovunque e sanno anche come muoversi. Le regole, sono sempre loro, che dettano i ritmi. Chi vince e chi perde. Dentro o fuori.

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Sul tema del ‘cibo’ e dei ‘vuoti’ si potrebbe scrivere molto rispetto al libro della Mazzucato. Moltissimo e comunque io sono ancora in ‘corso di lettura’.
C’è in ogni caso questo concetto che mi sembra centrale.
I vuoti arrivano. Esistono.
Sono assordanti e debilitanti.
Allora la protagonista corre a colmarli e lo fa da una parta attraverso la scrittura, parole su parole per tamponare l’emergenza. Dall’altra attraverso il cibo, il masticare cercando il senso di appagamento e benessere che colma ‘quel dolore’ che precede l’abbuffata. E’ un rituale, si potrebbe dire. Qualcosa che permette alla protagonista di proseguire, di non rimanerne schiacciata, di smettere (anche se per poco) di stare così tanto male da perdere la rotta. Dinamiche così, in realtà, sono molto comuni ai disturbi alimentari in generale. Alla bulimia quanto alla c.d. ‘fame nervosa’. Nell’anoressia (che nel romanzo è più una contrapposizione) il fenomeno è contrario. Massimo controllo, ferrea disciplina e forza che arriva proprio quando si riescono a controllare quelle pulsioni naturali che inducono ad alimentarsi.
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‘Tutto è ricarcabile’ affermerà a un certo punto la protagonista ‘ il reload è sempre possibile’ (intorno a pagina 27). Anche questa è una dinamica che meriterebbe osservazioni approfondite. Viviamo in un mondo di ricariche. Quasi tutto si può riportare alla condizione iniziale, prima del consumo insomma. Tutto tranne i sentimenti, forse e il corpo. Consumiamo, a volte, perché ci fa sentire sicuri, e magari felici (o così crediamo) e lo facciamo quasi con leggerezza perché è tutto sommato facile e alla portata di tutti. I centri commerciali sono il paradiso di questa pulsione. Ma nell’osservazione della Mazzucato io ci ho sentito tanto vuoto attorno, è un notare un comportamento che non lascia niente, che resta fine a se stesso, un dare e avere sterile e che impone loop continui per non sbilanciare la situazione.

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Molto altro ci sarebbe da dire.
Molto altro vorrei dire.
E prima o poi, forse altrove, forse vis-a-vis lo farò.

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Kaddish profano per il corpo perduto’
di Francesca Mazzucato
Azimut Edizioni
Isbn: 978-88-6003-063-4
E. 12.50

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