Cielo ferito

1 dicembre 2007

Cielo ferito di Barbara Gozzi

Il cielo si è tagliato, mamma.

Stringe il volante e sorride. La bambina seduta dietro, sua figlia, è alta e sottile in quei sette anni portati con urgenza. Si è messa le calze da donna, come le chiama lei, che sono un paio di collant centocinquanta denari a righe fitte rosa, bordeaux e verde pisello. La gonna a frange nocciola le arriva a mala pena al ginocchio ( quella mamma, quella ce l’hanno tutte le mie amiche ti dico, e poi ormai sono grande posso fare la signorina ogni tanto).
E’bella, sua figlia, ha l’ovale chiaro incorniciato da lunghi capelli castani che la luce del mattino stria di rosso, sono spettinati adesso, i capelli, perché la partenza è stata frettolosa (decisioni così diventano urgenze incontrollabili, pruriti da croste che si staccano).

Il cielo si è tagliato.

Torna a osservare la strada poi più su, quel cielo frizzante che le si para davanti, come a volerla rassicurare. Andrà bene vedrai, sembra sussurrarle, non vedi cosa sono?
Lei osserva e le sembra di essere meno. Trepidante, tremante, schiacciata.
Si sente bene a fissare quello squarcio come fosse normale, agganciare gli occhi alla ferita sanguinolenta di qualcosa che non le appartiene ma sente vicina (è anche un pò suo, quel cielo striato, rossiccio, venato di promesse e bellezza muta, suo e di sua figlia).
L’orologio accanto al conta chilometri segna le sette e venti. D’inverno la luce arriva prima e in certe giornate limpide si concede di giocare con gli elementi, sposta le nuvole, allunga le forme e colora lo spazio con toni mutanti che aprono varchi in quello che normalmente è cielo e basta (perché sopra la terra c’è solo lui, il cielo e neanche ci si fa più caso che c’è o com’è, perché poi? E’sempre lì, basta alzare gli occhi, staccarsi dai volanti, abbandonare per un attimo i cicalii nauseanti e i piedi che si muovono, basterebbe poco, si, ma ormai non lo fa più nessuno).

Quando arriviamo, mamma?

Lancia un’occhiata fugace alla figlia curiosa riflessa nello specchietto retrovisore, la bimba muove la testa attorno al finestrino, le gambe rannicchiate si nascondono sotto il debole riparo della gonna corta.
Certe risposte non sono semplici, sembrano (semplici) ma quando le devi pronunciare diventano talmente pesanti da non poterle sopportare. Non lo so, si sente uscire dalle labbra screpolate e ha già gli occhi umidi. Torna a guardare il cielo, quel cielo ferito così intenso e pensa di fermarsi. Perché no? Le strade sono deserte, la campagna non ha nulla da aggiungere a ciò che la sovrasta mentre l’aria fredda apre i polmoni, calma i nervi. Fermarsi va bene, ma dopo? Restare con la faccia per aria a immortalare (imprimersi nella mente) quello spettacolo che le ha accolte senza chiedere, le ha aspettate proprio la mattina che sono partite, trafelate, eccitate. Ma dopo?
Si concentra sulla strada, stringe il volante ancora, e ancora. C’è questo silenzio sottile che avvolge l’abitacolo dell’utilitaria (la radio si è rotta da un pezzo, è rimasta muta, ha detto sua figlia). E’ un rumore avvolgente, il silenzio, e il rosso del sole che tenta di abbracciarle toglie il fiato. E’un rosso intenso come quello delle foglie autunnali e tutto quello che tocca si ammorbidisce, sfuma, sembra più caldo.
Vorrebbe spiegarle perché la macchina le sta portando lontano. Perché certe volte si sbaglia strada e allora bisogna cercarne un’altra, infrangere le regole pur di togliersi da lì, correre lontano e non voltarsi (mai guardare indietro, allungare una mano e perdersi in qualcosa di familiare ma bruciante, che si fissa sulle dita poi risale il braccio, raggiunge il collo e si dirama, arpiona il cuore con un uncino e blocca il cervello, troppo alto e possente per essere annullato, mai).
Vorrebbe raccontarle cos’è questa vita che crediamo di conoscere, gestire, decidere e invece è lei la padrona di tutto, è lei che sa di noi e può anche pensare male, toglierci l’amore e regalarci un cielo ferito.

Dove sono tutti? Qui non c’è nessuno.

Non c’è nessuno. Sospira e tenta un sorriso pacato, tenta ma in fondo non si sente sincera e smette. Dormono, risponde, o mangiano o fanno, vivono. E’tutto quello che le esce. E’presto per parlarle della solitudine, del sentirsi soli in mezzo a tanti, del riconoscere quei momenti in cui nessuno (ma proprio nessuno) può.
La bimba resta in silenzio.
Le piace stare lì, lasciarsi cullare dai sedili vagamente ruvidi ma profumati (hanno quel particolare odore che solo abbracciando sua madre ritrova). Le piace ascoltare il cielo, lasciarlo raccontare e sorridere al vetro del finestrino che riflette due occhi neri e qualche angolo che può essere il naso o lo spigolo della bocca. Ma più di tutto le piace stare con lei, sua madre, che ha qualcosa. Di diverso, insomma, che non le è mai riuscito di spiegare ad alta voce eppure c’è.

Ha male, il cielo?

Sorriso lungo, morbido.

No, non preoccuparti. Vedi quanti colori? E’contento perché siamo qui e lo osserviamo.

Ma lui come fa a saperlo, mamma? Che siamo dentro la macchina e lo stiamo guardando?

Il volto si distende, la paura evapora, diventa pulviscolo e sale, si infila nella fessura del finestrino e sparisce, rapita da una folata di vento.

Perché ci vede.

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Oggi 1/12 due anni fa è nato mio figlio. Gli dedico questo racconto che la scrittrice Francesca Mazzucato ha generosamente pubblicato su Books and other sorrows.
Ma oggi vorrei anche ricordare i bambini scomparsi.

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