Aste Fiorenza – Cocci di bottiglia

25 settembre 2007

All’origine della lettura c’è stato un errore. Uno scambio per l’esattezza.
In uno di quei rari momenti in cui i programmi sembravano incastrarsi alla perfezione, aspettavo un libro che mi è arrivato tra le mani il giorno dopo averne concluso un altro.
Tempismo si potrebbe dire. Richiamo ho pensato io, con un sorriso ebete.
Sta di fatto che ho aperto il pacco in fretta (i libri mi trasformano in una bimba invasata davanti alle caramelle) poi sono rimasta immobile. La copertina. La grafica. I caratteri. Li conoscevo eppure. Eppure non era lui, quello che aspettavo.
Era ‘Cocci di bottiglia’ di Fiorenza Aste.
Di cui avevo letto un’appassionata recensione di G.Franchi che mi aveva emozionata. Ricordi vicini eppure già lontani. Flash di facce. Letture fugaci on line.
Ho deciso. I libri tra le mani chiedono solo di essere letti e sapevo che questo sarebbe stato un viaggio tra emozioni intense. Graffi.

C’è una prefazione di Antonella Lattanzi che è un frammento di storia tra le storie, un’introduzione che vorrebbe presentare ma non ci riesce perchè a conti fatti sono altre le cose da dire, da spiegare a chi non sa. Tante sono le sensazioni, le percezioni di un testo e di una donna, la Aste, che emerge dai racconti e non teme il dolore, lo condivide. Antonella Lattanzi racconta di un parco, di un cane che le si è avvicinato e di una telefonata con l’autrice che l’ha fatta sentire a casa, le ha fatto arrivare parole e sensi già risvegliati dalla lettura di “Cocci di bottiglia”. Una prefazione che è il battito di ali delicate ma acute, lucidamente profonde, che trasforma l’oggetto libro in uno strumento di conoscenza. Perchè dentro “Cocci di bottiglia” ci sono tre donne e un uomo, quattro persone le cui voci hanno toni diversi, presenze che si alternano ma che lasciano al lettore piccoli doni. Il cuore che pulsa e sanguina, le mani che dirigono e le pennellate sfumate ma decise sono della Aste ma le vene che portano in giro quel sangue sono della Lattanzi così come la pelle che racchiude ogni coccio non può che appartenere a Francesca Mazzucato. In ultimo, per rispetto e intelligenza, arriva la voce di Gianluca Ferrara, editore atipico che vive di testi capaci di trasmettere e lotta dentro un mercato che invece si nutre famelico di proiezioni di vendita e marketing.

Entrare nei dodici racconti è un risucchio. Un universo di colori, odori, percezioni e dettagli. Piccoli si potrebbe pensare, quasi insignificanti e invece. E invece è proprio in quegli elementi di margine che si nascondono i sentimenti intensi, crudeli, tristi. Reali. Mollemente appiccicosi.
La vita è un insieme di dettagli che spesso ci scivolano dalle mani senza che ce ne accorgiamo ma che racchiudono percezioni prepotenti che possono trascinare in un viaggio da cui non si torna. Non del tutto e non come prima.
C’è una patata pelata che intorpidisce l’acqua in cui viene immersa. Ci sono espedienti olfattivi di una forza impressionante come l’odore di casa.

“Quell’odore. Si sente quell’odore appena si entra dalla porta di casa. Non sa che odore è. E’ l’odore della casa.” (pag. 39)

Lo stesso sentire che anch’io più volte ho provato a spiegare ma non ci sono termini appropriati. Casa mia ce l’ha quest’odore che non è lo stesso delle altre case e la Aste trova così l’espediente letterario per farci entrare il lettore.
Oppure c’è una certa sensazione che sale fino alle labbra riunendo due stimoli contrari:

“Ha una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Come se avesse fame e nausea insieme”. (pag. 85)

Poi sarebbe infinita la lista dei dettagli visivo-olfattivi che emergono dal tessuto narrativo risvegliando nel lettore emozioni associate alle parole.

“Ha un colore noioso. Latte e luna. Liscio e floscio”. (pag. 51)

oppure

“La voce suona grigia nella stanza nuda. Chissà perché è così nuda, pensa. Tutta bianca di formica e di metallo.” (pag. 66 )

In mezzo a tutto questo “sentire” emergono annotazioni, riflessioni importanti che si annidiano tra i respiri. Tutto nei racconti della Aste arriva e si incolla in un continuo valzer di contatti.

“E’ perchè leggo troppo che sono così. Noi tutti siamo condannati a sapere. Sdraiati sui letti e sui divani e condannati a sapere. Non è una bella cosa.” (pag. 63)

Oppure ancora

“Tutta questa gente condannata a sapere. Anche i bambini. Così piccoli e già vecchi. Decrepiti.” (pag. 73)

Quando poi l’olfatto e la vista entrano anche nei racconti e portano il protagonista di turno a tornare indietro con la memoria, a ricordare qualcosa o qualcuno che sembrava perso, ecco che il processo della Aste è completo, si chiude un cerchio. Sono associazioni. Le stesse evocate dal flusso di parole poi associate a puntuali percezioni soggettive e per questo variabili e incontrollabili.

“Un odore. La faccia di mia madre. E’ improvviso e violento. Viene e va.” (pag. 100)

Ho pensato, mentre leggevo, a come tratteggiare questa raccolta di racconti coraggiosi, intensi, delicati e dolorosi. Ho pensato a come riuscire a spiegarli senza sminuirli, senza farli sembrare qualcosa che non sono.
Ma non c’è un modo.
Bisogna leggerli e non è retorica. La narrazione della Aste ha tanti strati, tanti sussurri, tante percezioni racchiuse in parole usate con sapienza. E’ un libro che richiede più di una lettura, senza dubbio, perchè quello che ho sentito oggi probabilmente sarà diverso fra qualche mese o magari un anno. I racconti hanno quell’alone di sospensione che abbraccia il lettore e lo trascina verso ragionamenti soggettivi, che dipendono proprio da lui, dal lettore, sospeso negli spazi e nei tempi modulati dalla Aste. Qui il bagaglio di esperienze e percezioni di chi affronta la lettura può fare la differenza nella decodifica degli elementi.
Non è quindi un libro facile, tutt’altro. Scivola veloce ma bisogna entrarci per bene, accettare le emozioni che sgorgano, le attese, il pulvuscolo negli occhi. E non si deve avere fretta.
Alcuni racconti li ho già letti due volte. Ne avevo bisogno e lo consiglio a tutti. Leggere. Riflettere. Poi di nuovo tornare, ripartire. Arriveranno nuovi odori che la prima volta vi avevano appena sfiorato, credetemi.

Cosa mi è rimasto addosso dunque? Cosa porto con me di questo libro così graffiante? Solitudine. Insoddisfazione. Tristezza (quel tipo di tristezza che si fissa nelle ossa e ti fa cigolare a ogni movimento, sempre). Passione non sfogata, erotismo sussurrato. Dolcezza. Quel senso di incapacità e consapevolezza dell’incapacità. L’incomunicabilità (pesante eppure sopportata con quella vaga rassegnazione che è morte nel cuore). Il gelo della fatica ma anche il fuoco dei ricordi. E.

C’è questo frammento, fermo immagine, che mi ha avvicinata a “Cocci di bottiglia” prima ancora di sapere cos’era, prima ancora di decidere. Lo recupero ora che mi è tutto più chiaro, ora che so.
Sabato pomeriggio a Bologna. Uno dei pochi reading a cui posso partecipare senza fare i salti mortali per lasciare il mio piccolo angelo a giocare (perchè per ora le letture ancora non lo interessano!), senza dovermi scervellare per far coincidere impegni e scadenze.
Un sabato pomeriggio, dicevo, di inzio settembre. E una lettura potente, appassionante, devastante. Poi, nella semioscurità, in mezzo al brusio generale e alle opere d’arte appese un abbraccio. Una piccola magia tra due donne. E io lì per caso, sto per uscire alla ricerca della calma necessaria per assorbire l’urto. Un abbraccio che è l’essenza di questo romanzo. Due donne. Una era Francesca Mazzucato. L’altra Fiorenza Aste.

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