Lo scantinato – pag.2

29 agosto 2007

A un certo punto si immobilizza.
Sta urlando da così tanto che non sente più la sua voce. Si sta dimenando come un’anguilla da così tanto che si è graffiata indifferentemente braccia e gambe.
Però c’è qualcosa che non torna. Così. All’improvviso.
Lo scantinato se lo ricorda piccolo. Stretto. per via del mobile che ci mise suo padre per custodirci cianfrusaglie, robe sue comunque che la madre non voleva vedere in giro per casa. I vini li appendeva negli spazi creati dai ferri piantati nel muro a formare quadrati stretti, adatti alle sagome delle bottiglie. Fortunatamente quelli, i ferri, li ha tolti. Non ricorda quando ma a un certo punto, qualche anno fa, suo padre ha smesso di investire in bottiglie pregiate e lì sotto la struttura per sorreggerle non aveva più ragione di esistere.
Meno male, pensa. Altrimenti le toccava di rimanere anche accovacciata, a testa bassa insomma.
Di nuovo quel senso. Di incertezza. Sfuggevolezza.
C’è il mobile. Dalla parte opposta i buchi dove prima c’erano i ferri. Lei tocca una parete umida con la parte sinistra del corpo, proprio sotto a dov’era sistemata la scaletta pericolante. Così sono tre lati. Allora…
Allora davanti al mobile cosa c’è?
Niente.
Si sente una cretina.
Ha urlato e si è sbucciata pelle e muscoli per rimanere in un angolo strettissimo che in realtà non esiste.
Esita. Credere è un’arma pericolosa. Se si sbaglia come ne esce viva? Credere è sperare. E sperare può farle sbattere il muso contro qualcosa di insopportabile in quel momento.
Fanculo.
Allunga il braccio destro verso l’esterno.
Niente.
Non c’è niente.
Fanculo.
Con un colpo di reni sposta la gamba verso destra. Stesso nulla.
Muove il sedere in avanti. Ancora. e di nuovo. Toc. Con la punta dei piedi nudi ha colpito un angolo. Sarà il mobile. Certo che lo è, cretina!
Poggia le mani con il palmo rivolto verso il pavimento. Non fa caso al freddo, ormai è concentrata. Si aiuta con il sedere perchè la schiena le lancia ancora fitte dolorose. Con un piccolo movimento verso l’alto, sposta il busto e con i palmi cambia direzione. La schiena adesso poggia contro un’altra parete, quella che prima le ha scorticato il braccio e la gamba sinistra.
Provo? Fanculo, si!
Allunga le ginocchia, rilassa i muscoli delle cosce e spinge i piedi (punte comprese) fino alla massima estensione. Niente.
Niente!
Sente le formiche che camminano sui muscoli rattrappiti finalmente liberi di distendersi a piacimento. Con la mano sinistra esplora il vecchio mobile. Arriva ai piccoli piedi e si convince. Si. Adesso c’è posto davanti a lei. Può addirittura sdraiarsi.
Respira più in fretta. Anche meglio, le sembra. Sopra la sua testa alcuni tiepidi raggi sottili provengono dall’alto, da quelle fessure che non sono mai state sistemate.
Finalmente.
Fissa i coriandoli luminosi, così sottili eppure li vede bene. Sarà per l’oscurità a cui si è abituata. Sarà perchè da qualche parte ha letto che nei momenti di pericolo i sensi si potenziano. E’una forma di difesa.
Quello che è insomma.
Li fissa finchè le parlpebre si fanno pesanti.
Perchè no? Adesso si che può riposarsi senza preoccuparsi dei crampi, dei movimenti. Certo, non può ancora alzarsi, quello no. La schiena ha preso una certa botta nella caduta. Proprio. Nè può voltarsi completamente perchè adesso alla sua destra ha la parete lunga mentre a sinistra il mobile ormai famoso.
Però.
E’un cambiamento notevole.
Dolce.
Inaspettato.
Chiude gli occhi.
Sembra quasi sorridere per il piacere dell’abbandono.
Scivola nel sonno senza sentire nient’altro. La fame. La sete. La paura. Il dolore. La solitudine. L’angoscia. Le strizzate all’altezza del cuore.
Puf.
Spariti.
Lo scantinato si schiude come i petali di un fiore raro e profumato. Per proteggere quel sonno nuovo. Silenzio.
<!– –>

Annunci