Se proprio

22 agosto 2007

– Se proprio.
E’ un ‘se proprio’ grosso. Importante. Di quelli che buttì lì fingendo noncuranza quando invece esattamente dove stai andando. Quante cazzate si porta dietro il ‘se proprio’.
Se.
Proprio.
Valentino non sorride. Dovrebbe, sta pensando, almeno per darsi un contegno ma non gli riesce e lui di fingere ne ha fin sopra i capelli. Certe falsità vanno bene finchè si è ragazzi. Finché ci si sente ancora forti, in grado di sopportare di tutto o quasi. Lui no, non più.
Elena, la sua amante, ha un piede sul marciapiede e l’altro sul primo gradino del treno. A Roma va. Si è decisa, alla fine. Il biglietto sola andata l’ha comprato on line, gli ha detto. Se proprio non mi trovo vado alla biglietteria direttamente in stazione. Ha continuato a spiegargli mentre spingeva la chiusura a scatto con il sedere sopra la valigia rossa, comprata in saldo il mese scorso.
A Valentino non sembrava ci fosse altro da replicare. Gli strappi non si ricuciono quando sono ancora freschi, mollicci. Viscidi. Elena ha lasciato la lettera di dimissioni nell’ufficio del capo reparto. Tre giorni fa. Lui non c’era. Aveva una chiamata fuori sede, di quelle urgenti che proprio non ti levi di dosso finchè non ci vai e fai tacere tutti. Valentino se lo sentiva. Come adesso. Tra i nervi. Che lei stava per mollare. O aveva già mollato.
Tutto.
Lavoro. Casa. Vita, in pratica.
Se proprio ci vediamo nel week end, gli sta dicendo con entrambi i piedi sul secondo gradino. Ha i capelli sciolti, selvaggi. Lei che li piastra ogni due giorni per la paura di essere in disordine.
Sta cambiando, Elena e a lui verrebbe da urlare, prendere a pugni qualcosa o magari qualcuno. Doveva succedere o se l’è procurato questo strappo? A saperlo…
Intorno a loro tutto fischia. La gente parla e si muove.
Il biglietto è a posto. La valigia rossa è dietro di lei, oltre i gradini. Aspetta in silenzio. Lei lo sta guardando,
ancora, ma non come si aspettava Valentino. Lo osserva e basta. Non si capisce se è più contenta per l’aver mandato tutti a puttane o se le dispiace lasciarlo solo. In pieno agosto. Con la città deserta e la casa vuota.
Non si capisce.
Se proprio glielo chiedo stasera, al telefono, pensa. Quando è arrivata e si è sistemata. Quando ha meno fretta e magari si è data una rinfrescata dopo il viaggio. Le voci sono meno pericolose degli sguardi. Si possono pronunciare molte parole se non ci si vede, se non si annusa l’atmosfera. E’quella che frega, quasi sempre. Il capire tutto. Meglio limitarsi. Non scavare e lasciar perdere i contorni.

Elena si siede ma non si stacca dal finestrino. Lui è sempre lì, davanti al vagone. Non capisce ma tace e lei vorrebbe ringraziarlo ma non le escono le parole giuste. Ammesso che esistano davvero, parole giuste per circostanze sbagliate.
E’tutto sbagliato in questa vita fatta di automatismi e spazi stretti. La casa. Il lavoro. Il sesso.
Tutto fuori posto. Per lei almeno. Non è tanto una faccenda di ruoli o schemi, affatto. Le piace ancora non essere niente in particolare e allo stesso tempo rappresentare tutto quello che lui vuole. Cerca. Brama. E’ il resto che non torna, non quadra come dovrebbe.
Se proprio glielo dico dopo, mentre sono in viaggio. Si rassicura mentalmente. Lo ringrazio per non aver creato problemi. Per avermi accompagnata e guardata senza pretendere.
Se proprio torno, non subito. Fra un pò. A respirare di nuovo quest’aria densa. Magari scopro che è meno soffocante del previsto. Magari.

Il treno parte. Con ventisette minuti di ritardo.
Se deve finire senza schiamazzi, è proprio un modo perfetto quello.
In ritardo. In silenzio. Senza risposte.
Via.

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