L’altra fame

2 agosto 2007

Ci sono tanti tipi di ‘fame’. Intesa come smania. Esigenza. Desiderio.

La prima volta che è stata usata l’espressione ‘fame di sesso’ qualcuno deve aver riso. D’altra parte è una necessità che, per alcuni, può tranquillamente paragonarsi al bisogno biologico di nutrirsi. La ‘fame di potere’ ha secoli di storia alle spalle. E molti altri che l’attendono. E si potrebbe continuare ancora. La fame. Di successo. Di ricchezza. Di bellezza.

C’è però un’altra fame che di rado viene ricordata. Molti neanche la conoscono. Per nome almeno. Perché coinvolge il cibo e viene quindi identificata con lo stimolo naturale al nutrimento. Reazioni chimiche che ci procurano quell’urgenza perentoria di mangiare. Per non morire. Per dare carburante agli organi, alle cellule, a tutti i tipi di collegamenti che ci tengono insieme.

Peccato che l’altra fame sia qualcos’altro. Il cibo ne è causa ed effetto, in questo si, sono legati stretti. Causaeffetto. Ma nasce da carenze più profonde. Radicate. Nascoste da sorrisi plastici e silenzi rumorosi.

L’altra fame è subdola. Velenosa. Logora i nervi. Annerisce il cervello. Gioca a bocce con le priorità e ne inverte l’ordine. Si diverte, lei, perché spesso vince. E’abituata a vincere. E si sente forte. Invincibile addirittura. Le sue vittime sono fragili. Anime inquiete. Dubbiose. Che cercano. E quasi mai trovano. E hanno la stessa maledetta paura di non farcela.

L’altra fame è più vicina di quanto immagini. Non la vedi. Non la senti. Arrivare. Ma quando ti avvolge sai che la battaglia è iniziata. Sarai capace di togliertela di dosso?

L’una e ventitre minuti. I rumori in strada sono impercettibili, assorbiti dall’oscurità. L’aria umida entra da una finestra. Timida. Le ante sono accostate. La casa è immersa nel silenzio, fatta eccezione per il ronzio del televisore a volume quattro. Trasmette l’ennesima replica di un telefilm americano.
La porta che si affaccia al corridoio è chiusa, nessuno dalle camere da letto deve interrompere il sonno. La notte è fatta per dormire.
Il rumore inconfondibile del frigorifero sembra amplificarsi tra le mura della cucina. Si apre. E chiude. Una, due, tre volte. Gli sportelli della credenza cigolano a ogni movimento. Fruscio di scatolette e sacchetti che cedono sotto la pressione di dita svelte. Piatti e posate che tintinnano allegramente.
Concerto notturno per pochi intimi. Lei sola.
Finalmente assaporare. Masticare. Riempire.
Si abbandona al divano con le mani piene, appoggia il bottino su un cuscino, facendo attenzione a non sporcare niente, e si immerge nel telefilm. Continuando a fagocitare. Gli occhi sono dentro lo schermo, il cervello vede e rielabora, la mente si immedesima e immagina. In tutto questo lavorio l’unico riflesso incondizionato, a cui non deve pensare affatto, è il trasferimento del bottino dal cuscino allo stomaco. Attraverso le fauci che si spalancano ritmicamente e la mascella che mastica. Vorace. Impaziente.
Sono le due e cinque minuti quando sciacqua in tutta fretta forchetta, coltello e piatto piccolo. Il sacco dell’immondizia è ben livellato, con una manata ha appiattito tutti i residui. Lava la mano con il Nelsen per i piatti, contro i microbi è imbattibile. Si spera. In salotto controlla di non aver sbriciolato o unto qualcosa, poi si rituffa davanti alla scatola ipnotizzatrice. L’avvocato occhio-di-ghiaccio sta per vincere l’ennesima causa di stupro anche se c’è una tipa del suo studio che ha commesso un’infrazione e rischia di essere radiata. Peggio per lei, quelle gambe secche sotto le minigonne, con cui si presenta in tribunale sono un reato bello e buono. Disturbo della quieta pubblica delle donne over size. Vilipendio agli affamati.
Sbadiglia e si massaggia lo stomaco.
E’ il momento del pentimento. Dell’odio. Dello schifo.
Con la pancia piena si ragiona meglio, lo dicono in molti, solo che lei li detesta. I ragionamenti che le piombano addosso dopo l’ennesima abbuffata. Le si incurva la schiena per il peso.
Si osserva le cosce. Flosce. Grosse. Il primo segnale che il suo corpo fa pena. La pancia e i fianchi può anche non vederli, basta indirizzare lo sguardo altrove. Ma le gambe no. Le nota anche se non vuole, sono troppo ingombranti e quando sta seduta, come in quel momento, se ne stanno in bella mostra a poca distanza dal viso. Maledette. 
Un’ora fa non gliene fregava niente. Contava solo quell’urgenza. Aveva una fame che avrebbe mangiato un pollo intero. Se ci fosse stato. Invece si è accontentata di pietanze già pronte, trovate qua e là. Prosciutto e maionese. Biscotti al cioccolato immersi nel latte caldo. Patatine fritte in busta e ketchup. La ciambella con la marmellata della zia Edda. In ultimo, giusto perché aveva l’impressione di non essere sazia del tutto, ha trangugiato mezza confezione di sottaceti all’olio d’oliva dentro il gnocco ingrassato, quello che avrebbe dovuto farcire di lì a poche ore per Federico. Devo ricordarmi di preparargli un’altra merenda prima di colazione.
A quell’ora le tentazioni sono troppo forti. Amanti irresistibili. Passionali. Che sanno come accecarla lasciandola scossa da brividi di piacere. Hanno quell’odore inconfondibile, un richiamo carico di promesse. E lei ne ha bisogno. Delle promesse. Per smettere di stare male. Ogni leccornia brilla a modo suo, luccica al punto da accecare tutto il resto. Ansie. Paure. Insoddisfazioni.

Azzeramento dei debiti. Temporaneo ma efficace.

Se solo non ci fossero, le leccornie, se non le avesse sotto gli occhi tutte le sere. Forse. Il prima diventerebbe dopo. Ma c’è un problema: in una famiglia numerosa come la sua, non si può lasciare la cucina vuota. Federico ha dieci anni e Francesca sei. Poi c’è suo marito che da solo saprebbe ripulire metà dispensa. La zia Edda che si presenta all’ora dei pasti per una ‘visita a sorpresa’. Gli amichetti di Federico che a giorni alterni si fermano a merenda. E la lista potrebbe continuare. C’è sempre qualcuno da sfamare. In ultimo arriva lei, che si nutre di notte.

Si nutre.

Quanto tutto tace.
Quando nessuno la disturbare.
Quando è impossibile capire. Vedere.
Apre e si serve con quello che trova. Senza l’impiccio di dover cucinare. Raramente scalda precotti al microonde. Ha paura che i rumori sveglino qualcuno. Sarebbe troppo umiliante lasciarsi guardare con la bocca piena e le mani sporche. Nessuno deve sapere. Immaginare. Sospettare.
Che lei mangia come un maiale.
Che lei ha così fame che mescola i sapori, ignora le scadenze, si riempie di cibo al limite della nausea.
Lo stesso cibo che di giorno rifiuta.
Alla luce del sole si traveste da salutista. E’una vera professionista. A pranzo un’insalatina con poco pane. Molti liquidi durante il giorno. Frutta e verdura. Storce il naso davanti agli snack. Fa la linguaccia ai dolci e rimprovera i grassi saturi e non.
Tutte le colleghe la invidiano.
Solo che non si spiegano come possa avere qualche chilo di troppo. Giusto un paio, sei al massimo, non di più. Ma rispetto a quello che non mangia è incredibile lo stesso.
Sarà la tiroide. Buttano lì.
Una disfunzione del metabolismo. Meditano.
La cucina viene avvolta dall’oscurità. La televisione smette di brontolare.
Adesso si che può concedersi qualche ora di sonno.
Farà ginnastica domani, prima di cena. Smaltirà l’abbuffata a suon di flessioni delle gambe. Non ci vuole poi gran ché. Bastano due o tre cicli da cinquanta.
Si, bastano.
Poi a letto presto, insieme ai bambini. Domani a quest’ora dormirà profondamente e non ci penserà. Agli odori che aleggiano in cucina.
Promesse. Le stesse che infrange ogni giorno.
Eppure non le può evitare, ne ha bisogno per continuare la sua esibizione, in equilibrio sul filo della sopportazione. Quell’equilibrio che la porta in giro ogni giorno con un corpo che rifiuta. Che fatica a guardare. Che la mette a disagio. La fa sentire goffa. Inadatta.

Eppure è una fame che la divora da dentro. Prepotente. Impietosa. Una voragine sempre aperta, che non conosce riposo ne bonus.
Ritorna.
Sempre.
Implacabile.
E allora crolla tutto. Programmi. Auto-imposizioni. Buoni propositi.

E’sempre più forte lei. L’altra fame.

Il videoregistratore lampeggia. La musica urla attraverso le casse. Non come vorrebbe lei, ma si deve adattare. I vicini hanno padiglioni auricolari satellitari, captano anche gli starnuti.
Si è seduta davanti al tavolo, con i fiori di plastica sopra il centrino che cercano di sorridere. Li fissa. Peccato che la plastica non sia particolarmente divertente.

Fuma.
Non le interessa se poi ci sarà puzza. Tanto fra poco deve cucinare. L’odore del cibo ha il potere di assorbire ogni altra esalazione, fagocita tutto. Sempre.

Simone tornerà verso le venti affamato e pieno di aspettative. Filetto al pepe, contorno di zucchine alla piastra con pane alle olive e torta margherita con uno strato di frutta fresca di stagione.
Sbircia l’ora sul videoregistratore. C’è ancora tempo.
Giusto quei minuti necessari.
No.
Inspira e si volta. Non vuole vedere il frigorifero. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Dall’altra parte c’è la dispensa. Andiamo bene.

L’idea di un’unica stanza come cucina e salotto sembrava molto fica quando hanno comprato quell’appartamento. Roba all’americana. Cazzate. Nient’altro che cazzate nude e crude. E’una vera rottura, non c’è posto per fare niente. Se guarda la televisione o ascolta la musica è costretta a sentire la vocina del frigo. Se sta cucinando sente i rumori del salotto e si distrae.
No.
Si alza, butta la cicca dentro la pattumiera e cambia stanza. Resiste appena cinque minuti. La doccia l’ha già fatta. Non ha sonno. Non ha voglia di leggere. E allora?
Rientra con passo incerto, svogliato. Ennesima sbirciata all’orologio. C’è ancora tempo. Minuti preziosi per.
No.
Si affaccia dall’ampia finestra accanto ai fornelli. Macchine. Clacson. Traffico. Tipe in tutine aderenti che portano in giro cani enormi, espressione della totale mancanza di buon gusto della gente in soprappeso. Carrozzine.
Boring.  
Si volta e lo rivede. Il frigo. Amico di tante battaglie perse, nemico subdolo che le sbatte in faccia la sua superiorità. Lui vince sempre, è questo il dramma.
Si avvicina. Ipnotizzata.

Forse non c’è più tempo, dovrebbe iniziare a preparare la cena. Si, dovrebbe proprio. Solo che adesso è lì, lì. Per avviare un contatto. Il contatto. Tra il cibo che aspetta al fresco e il suo stomaco che brontola. Impietoso. Doloroso. Ma brontola davvero? O è la mente che vuole farglielo credere? Che tenta di convincerla con segnali distorti?

Continua a fissarlo.
No.
Lo apre. Finge noncuranza. In ogni caso deve tirare fuori la carne. Giusto una sbirciata.
Quella bastarda della contabilità ha una faccia da schiaffi da manuale. Gliele passano tutte, errori compresi. Sarà per quelle tette che sfidano le leggi della gravità? E io sgobbo come un mulo per un pugno di euro…

No.

Allunga un braccio verso il secondo ripiano.
Simone vorrà fare l’amore dopo cena. L’altra volta stavo male. Per davvero. Ma oggi? Cosa mi metto con questo corpo da pera cotta? Se avessi qualche giorno davanti potrei provare a mangiare meno, qualche chilo lo riesco a perdere con un pò di tempo…
No.
Afferra un formaggio fresco. Biancastro. Molle. Profumato.
Questo fine mese iniziano le rate della macchina. La bellezza di euro 180 a botta sul groppone. Centottanta euro in più che volano via senza chiedermi il permesso. Almeno la carta di credito pretende la firma, ogni volta che la uso. Il bancomat vuole il codice. Ma le rate no. Ce la farò? In teoria si… forse dovevo rinunciare alla pizza della settimana scorsa e al cinema. Ma se il mio conto va in rosso cosa mi fanno?
Lo annusa.

Aumenta la salivazione. Le narici si ingrandiscono. Le mani iniziano a tremare. Lo stringe come un avvoltoio con la sua preda.
Una volta in più non cambia niente…

Addenta il formaggio con un balzo felino. In piedi davanti al frigorifero aperto. Con gli occhi sulla confezione aperta di salumi, lasciata in bella mostra sull’ultimo ripiano. L’odore della mortadella le solletica il naso. La scelta è fatta, in un istante.
Il solito istante.
Quello che calma l’anima.
E aumenta i cuscinetti di grasso. I suoi cuscinetti che la fissano sotto la doccia facendole pernacchie e smorfie patetiche.
Ma non adesso.
Il sapore sulla lingua è favoloso, insostituibile. Tutto il resto viene assorbito dai morsi. Durante la discesa verso lo stomaco che attende con trepidazione di sentire.

Riempire.

Almeno per ora.

I vuoti.

Alle venti e tredici minuti serve la cena. La torta margherita sta terminando la cottura in forno. Diventa croccante giusto in tempo per concludere il pasto, la guarnisce in fretta con la crema già pronta e la frutta tagliata mentre Simone finiva la doccia. Voilà!
Tutto perfetto.
Come sempre.

Ha spiluccato il filetto e si è tuffata sul pane alle olive come un drogato in crisi d’astinenza. In effetti si sentiva già sazia dopo lo ‘spuntino’ pre-cena, ma cucinare ha risvegliato il bisogno.

Sazietà. Tepore. Stordimento. La voglia di prolungarli è irrefrenabili. Anche la torta non è male. Tiepidobollente ma buona. Tre porzioni generose spariscono in pochi minuti. Simone è intento a seguire una trasmissione sportiva, non guarda neanche il piatto che ha davanti. Figuriamoci se fa caso a quello che succede dall’altra parte del tavolo.

Adesso si sente bene. E’ come un palloncino pieno d’aria teso, fino al limite, poco prima di scoppiare.

Gonfia e in pace. Intorpidita.

Non c’è posto per nient’altro.

Pensare è troppo faticoso. Ed è meraviglioso, finché dura.

Appuntamento a domani pomeriggio, quando  l’altra fame tornerà.

Din.

Round numero…

Go!

 

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