Quando lo vengono a prendere

8 luglio 2007

Il campetto respira a pieni polmoni. Vive.
Urla. Risate. Tonfi.
I bimbi corrono dietro a quell’amico fidato che non li tradisce mai, non potrebbe. Il pallone, dal canto suo, rotola placido. Si diverte a sgusciare nei posti più impensati. Aspetta e si lascia prendere. Poi torna a sfuggire. Nessuno gli ha mai spiegato perché tutto quel dimenarsi li diverte, i bambini. Eppure lo vede stampato sui visini bianchi e rossi. E gli piace. Sta lì per quello.
Attorno la vegetazione si infittisce. Sopra, il sole è ancora forte e sveglio. Allunga i raggi e accarezza le pelli fresche, vagamente lattee.
Alcuni angoli del campetto sono tappezzati di adulti. Genitori. I genitori. Che controllano. Osservano distratti. Supervisionano. Richiamano. Scalpitano. Si chinano per recuperare il cellulare. Urlano.
Due gambe pelose sbucano da dietro un albero. E’il quarto giorno consecutivo. Anche le mani fanno capolino, ma non spesso. Il tronco dietro cui si è seduto è di quelli enormi. Che di gente ne deve aver vista parecchia.
Due settimane dopo è ancora lì. Stessa ora, stesso posto.
I bambini continuano a giocare. Il cielo è chiaro. L’aria umidiccia si attacca ai vestiti corti e sottili.
Quando lo vengono a prendere la partita è appena finita. Certi genitori se ne sono già andati o stanno sgommando nel parcheggio esterno con i figli aggrappati al finestrino per non volare fuori.
Quando lo vengono a prendere si fa in strana un pò di gente. Residenti della zona. I proprietari del campetto di calcio. Perfino un assessore, dicono, senza specificare quale. Non importa. Basta la presenza.
Il campetto si dispiace per tutto quel trambusto. Il sole sta calando e avrebbe un gran bisogno di riposare. Ma tutta quella gente assetata di sangue glielo impedisce. Sangue e anima. Solo questo vogliono.
Quando lo vengono a prendere, si alza e si lascia trascinare dentro l’automobile.
Il volto si mostra. Piatto. Fisso. Stupidamente calmo. Tutti concordano che avrebbe dovuto scalpitare. Supplicare. Chiedere perdono. Dimenarsi, toro nell’arena.
Già. Quegli schifosi a cui piacciono i bambini sono tutti uguali.
Due giorni dopo si è saputo che si chiama Fabio, ha quarantotto anni e fa l’imbianchino. Sta divorziando dalla moglie.
Suo figlio gioca al campetto. Da qualche mese è stato affidato alla madre.
Così Fabio si siede dietro il tronco, per non farsi riconoscere, e lo osserva mentre gioca. Felice. Sorridente. Come non lo aveva mai visto.

Si dice che dopo, qualcuno si sia anche scusato.
Si dice.

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