Thereupon

12 giugno 2007

Lo so che ci sei.
Non nasconderti stanotte. Non serve. Qui è freddo. Lo sapevi? Me ne accorgo solo ora. Il parco non c’è. O meglio, vedo una distesa di terra brulla. Spoglia. Gli alberi sono spariti, dove poi? Perché li hai portati via? Neanche adesso posso tornare sulla panchina? Non ti capisco. Urli. Scalpiti. Sputi. Mi trascini dove vuoi tu. Poi non ti basta.
Cammino in mezzo alle zolle. Sono molli. Non lascio orme perché appena stacco il piede si ricompongono. Un risucchio. Il nulla.

Sei sempre la solita. Non guarirai mai. Te ne rendi conto, vero? Anche adesso, che fai la piccolaaddormentatanelboscosenzaalberi. Proprio non puoi farne a meno. Lo sento nelle ossa. Le tue. Le mie.
Ti piace il ruolo, porca puttana se ti piace! Cos’altro può essere? Sentirti schiacciata. Vittima. Farfalla senza ali. Ti da un sottile piacere sapere. Che puoi spargere lacrime, tenere la testa bassa. Mostrarti sbattuta. Sconfitta. Bastonata. Seminata di graffi e tumefazioni. Violacee. Abnormi. Stagnanti.
Perché.
Lui.
Tanto basta. Mi fai pena, lo giuro.
Tu.
Non.
Vuoi rimanere lì ogni notte? Sicura, sicura? In mezzo alla terra secca. Nuda. Immobile? Come ti pare. Io non ci sto. Continuo a dimenarmi. A spintonarti il più lontano possibile. Adesso arrivo. Prima mi siedo un attimo. Il tempo di riprendere fiato. Sono spossata. Sfibrata per via dell’altra notte.

E’chiuso.
Lo stanzino non si apre. Sono venuta prima che potessi trascinarmici tu. Come fai ogni volta che chiudo gli occhi da mesi. O anni? Non ho più paura, sai? Di addormentarmi. Non dopo l’altra notte. Sei stata violenta. Rude. Hai ricostruito tutto nei minimi dettagli. Lo stanzino com’era dentro. Gli odori che mi solleticavano la punta del naso. I gesti. Familiari. Vagamente rabbiosi. Trasudanti bava e muco.
Quello che faceva lui.
Lui. Non c’era. Non ci sei riuscita, a ricrearlo. Tutto il resto era esattamente come. Come.
E’chiuso. Sei stata tu allora? O io?

Tu e io. Io e te. Siamo riuscite a bloccare il dolore? A farlo appassire. Sfibrare. Rammollire. Cristallizzare. Frenare. Qui. In questa dimensione di incontro onirico, dove possiamo tutto e niente. Dove siamo. Respiriamo. Digeriamo.
L’abbiamo fatto?

Si sveglia. Di soprassalto. E’ancora notte, l’orologio proietta numeri verdastri sul muro. 02.39. Il cuore corre, attraversa una discesa e non può fermarsi. Non subito. Se ne stupisce. Non si sveglia mai in quello stato. I sogni sono mostri deformi. Gelatinosi. Se poi ci si mette lei diventa dura sopravvivere. Alla rivisitazione realistica. Dura ma non impossibile, l’altra notte se l’è cavata bene. Sono rimaste chiuse nello stanzino – che lei aveva ricreato nei minimi dettagli – e lo hanno fatto. Ogni singolo movimento. Esattamente come faceva.
Lui.
Quando si è svegliata c’era del sereno. In fondo. Da qualche parte tra il cuore e la mente. La sua. La loro.

Tornerà. Lei lo fa sempre, forse non se ne libererà mai più. Va bene così, in fondo. Lei è l’altra parte. Di se stessa. Se svanisce cosa le resta?
Torna a sdraiarsi ma non li chiude. Gli occhi. Non subito. Dormire è pericoloso. Molto pericoloso.

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: