Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Stelle cadenti

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Le storie migliori sono quelle che non ti aspetti, arrivano, (ac)cadono e tu te ne stai lì a grattarti la testa come uno scimpanzé chiedendoti cosa c’entri, cosa ci stai a fare in mezzo a quel pandemonio che poi, piano, lentamente, ti penetra e la messa a fuoco ti restituisce la condizione di parte-in-causa, piuttosto che comparsa come avevi erroneamente creduto all’inizio.
Le storie migliori sono tornadi che frullano carne, sangue, organi e strati soffici di materia grigia molle. Che non si possono evitare, mai, arrivano a un certo punto e spazzano via. Ogni tanto ci impiegano tempo, ad arrivare, questo si. Dipende da quanto lontano ti trovi dall’origine, da quante resistenze credi di conoscere e usi, dalla forza di correre lontano, in quel sempre più lontano che è vicinanza inesorabile.
Le storie migliori nascono dai fondali, serpeggiano tra buio e ombre, non pretendono luce in realtà, se arriva se la godono ma non ne fanno una questione poi così rilevante. Perché non sono tanto le condizioni, il ‘circondario’ che le rende tali, gli optional possono aspettare, se in quel fondo ci si sta, non necessariamente comodi, si sta. Le ossa smettono di scricchiolare, i muscoli si rilassano, il volto cede alle espressioni di sé e dal dentro dei corpi qualcosa si stacca, sfalda congiunzioni. I fondali sono posti bui. Ecco perché non ce li si va a cercare, e si sbaglia. E’ proprio dove l’umido pare insopportabile, i disagi esposti sono ferite purulente, colpiscono l’occhio ferendolo; lì è meno necessario ascoltare le altre voci, ne resta una sola, la propria, che può sbagliare ma per le storie migliori si espone, diventa eccezione, guida.
Certe storie, che di migliore non hanno nulla, eccetto una definizione vuota, apatica, insensata; certe storie sono assorbimenti letali, affondano in quelle carni che per troppo tempo non hanno nulla, respirato, mosso, stuzzicato, sopportato; nulla. Affondano tra piaghe di immobilità, impongono dapprima guizzi affinché le masse possano gradualmente adattarsi al nuovo stato. E reggersi senza aiuti. Andare. Tornare. Provare.
Migliore è un essere che sottintende un contrario, definisce graduatorie, scalette, ordini di arrivi, vittorie e sconfitte. Eppure le storie non si conoscono tra loro, non sanno chi c’era prima e si disinteressano del dopo. Non chiedono, sono nel momento in cui sono, esistono entro finestre che tra tempo e spazio respirano. Le storie migliori non sono migliori di niente, forse neanche delle aspettative. Non superano nessuno, eccetto magari – magari – gli interminabili strati di pelle superflua, i peli folti e gli scudi (in)distruttibili, oggetti custoditi e trattenuti tra sè e il resto e che le storie imparano a conoscere e temere, subito.
La miglior cosa che si può, entro e oltre sè e una storia, è non migliorare alcunché. Semplicemente goderne, seguirla, respirarla e sentircisi.
Le storie diventano migliori quanto mutano in memorie e lì resistono.
Ma prima, molto prima, è necessario che attraversino la carne e i suoi numerosi strati verso il nocciolo. E’ necessario assorbimento, digestione, riallineamenti, (con)cessioni, cedimenti  e sguardi.
Siamo noi le (in)finite storie che vivendo tentano di entrare, nel migliore che è in noi, in quel piccolo angolo buio e freddo difeso con sangue e dolore, (non) considerandolo tale, migliore insomma. Tutt’altro. Spesso diventa linguaggio faticoso, male dalle teste feroci che nascono entro altro teste.
Spesso.
Ci imponiamo fatiche, ci feriamo con la crudeltà dell’aguzzino pur di negare l’angolo, l’apertura. Pur di non lasciarci vedere vedendoci, dalle storie e dal miglio-re. Pur di non sentirci. E non ri-metterci in gioco.
Rischiando di perdere.
O il suo contrario.
Chissà.
Le stelle cadenti non sono stelle. Sciame meteorico pare essere uno dei termini tecnici corretti. Eppure continuiamo a chiamarle solo stelle cadenti.

Testo di Bg

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 1, 2009 alle 2:13 am

Pubblicato in 2009

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Per te

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Scrivere perché altro non si può.
E’ quello che faccio ora.
Scrivere perché questo mi resta, nell’inutilità, incapacità, pochezza di gesti, parole pronunciate, peso soffocante trattenuto.
Scrivere di un bambino che per anni, anni e ancora anni ci ha provato. A vivere.
Ma che adesso – oggi – in queste ore sta aspettando. Di morire.

A casa, quella che doveva essere anche la sua casa ma che poi forse non ha mai conosciuto, non quanto le camere asettiche e disinfettate degli ospedali. Assieme ai volti di altri mancati adulti che come lui entravano e uscivano. E il dolore, quel male addosso inestirpabile, risucchio ingorgo, sgrassatore del non sporco che siamo.

Non è più umano, mi è stato detto poco fa. Si sussurra tra muri carezzati dal sole di un fine settembre frizzante, aggrappato a un calore fatto di dilatazioni ma che resiste all’autunno nebbioso a cui la piana è abituata.
Non è più umano, è morfina. E mentre lo scrivo la pelle fa male, gli occhi fanno male, la gola fa male, il petto fa male. Un male invisibile, che va controllato, mascherato, celato. Non è posto entro cui cedergli, questo da cui scrivo.

Eppure me ne sto qui, lontana. Non conosco quella casa. Qualche volto, qualche mano – si – qualche sguardo, qualche frammento di frase detta a suo tempo, detta in diversi tempi, quelli che hanno scandito l’otto volante di una vita piccola e grandissima.

Io me ne sto qui e penso che sono una maledetta vigliacca. Una maledetta vigliacca che non c’entra. Con quella famiglia. Con quella madre che ha ceduto a un figlio. Che ha lasciato il resto, l’altra figlia più piccola in età, che ha lasciato il resto-tutto per mesi, anni di investigazioni, segugio fidato, ammalato a sua volta d’un amore che non può finire rinchiuso entro gabbie di sensi pre-confenzionati. Che non si può qualificare. Io non c’entro. Ma ho visto. E questo sole oggi mi disturba. Quest’aria tiepida mi fa lacrimare. Questo ticchettare sulla tastiera levigata è distruttivo, lingua ruvida che saggia senza sentire, che vorrebbe. Non provare nulla, staccare telefoni, luci, richiami. Vorrebbe urlare, correre, sudare fino a vomitare il caffè della colazione, i residui della cena a tarda ora e i succhi gastrici in perenne produzione costante. Vorrebbe.

Che non ci fossero corpi destinati a morire prima di aver goduto – un pò, qualcosa, appena – questo loro esserlo. Carne. Capacità. Occhi. Dita. Labbra. Voglie. Odori. Suoni. Amori. Fatiche. Colori. Scegliere. Cadere. Rotolare. Perdere. Ritrovare. Essere, essere, essere.

Io me ne sto qui e mi chiedo se tutto questo è qualcosa di nominabile.
E un abbraccio, uno solo, piccolo, delicatissimo, sfiorandoti a mala pena. Un abbraccio te lo vorrei lasciare, creatura in viaggio, umana-non umana che importa? Un abbraccio di parole è tutto quello che posso. Per te.

.

Pensando a D.
Martedì 29 Settembre, ore 10.30
giornata lavorativa.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 29, 2009 alle 10:42 am

Pubblicato in barbara gozzi, morte, vita

Mancassola Marco: il ventisettesimo anno

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Il ventisettesimo anno’ riunisce due racconti, riadattati per quest’ultima pubblicazione con Minimum Fax, come spiega lo stesso Mancassola nella ‘nota dell’autore’ in coda. Il primo, che determina il titolo del piccolo libro, è stato pubblicato la prima volta nel 2004 (ma scritto tra il 2000 e il 2001), il secondo ‘Dov’è finita la realtà’ nasce nel 2004 come “commento narrativo”, scrive Mancassola, ‘a un quadro’.

Due racconti dunque diversi per tempistiche e genesi. Eppure riuniti in questa pubblicazione. Due racconti sul sopravvivere, sottotitola il volume. Francamente chiudendo le settantatre pagine (il termine piccolo libro usato sopra si riferiva a questo), chiudendole insomma ho pensato che l’epicentro delle tessiture è ‘la morte’. Ricordata, rielaborata, vissuta, raccontata, immaginata, attesa, considerata, temuta (più dal lettore, in effetti). Morte comunque come punto di transizione, fase ‘di mezzo’ da cui anche ‘sopravvivenza’ però con una precisa mano allungata verso ‘quella fine’, una sorta di leitmotiv rumoroso, sottofondo che ruba spesso e facilmente inquadratura e attenzione.
Al di là della ‘nota dell’autore’, si sentono le fratture tra i due racconti, le differenze negli sviluppi, le voci e le storie che prepotenti irrompono.

Stilisticamente ci sono caratteristiche, di questa scrittura di Mancassola ormai non più recentissima ma decisamente consapevole, che meritano alcune brevi annotazioni.

Il ritmo è un elemento pressoché costante. Ed è notevole notare come sia stato reso attraverso due diverse strutture ovvero avvalendosi dell’alternanza tra frasi brevi e ravvicinate, spesso proprio fulminanti e il suo quasi-contrario. Quasi-contrario perché il periodare lungo si compone sempre di frasi brevi unite da una punteggiatura sapientemente dosata a regolarne la cadenza, l’incedere sciolto, preciso ed efficace. Di solito si tratta di virgole, ogni tanto sequenze di ‘e’. In ogni caso l’effetto nell’insieme regge e non appesantisce proprio perché resta un assemblaggio di tratteggi semplici, rapidi anche nelle comprensioni.

Al supermercato, sotto le luci oleose dei neon, nell’aria umidiccia proveniente dai banchi frigo, nell’assenza di odori della corsia di prodotti in scatola, loro due riempirono il carrello.
(Pag.29)

Nell’esempio sopra da notare le quattro ‘virgole’ e l’incedere ritmato che fornisce informazioni sensoriali con puntualità senza disperdere l’attenzione.

Le descrizioni sono precise spennellate che pongono accenti senza rincorrere il fiato di chi legge. L’impressione è che sotto ci sia stato un lavoro di ricerca, selezione e accurata scrematura dei termini con l’intento preciso di mantenere incollaggi senza rinunciare allo spennellare che è atto creativo.

Altro elemento che si ripete è l’uso del  ‘come’ che è associazione tra un’immagine o un’azione esterna alla trama principale, usata per chiarirne sensi o intensità. In effetti, di paragoni ce ne sono molti, seminati in entrambi i racconti. Sono descrizioni nelle descrizioni, virate periodiche, cadenzate, che il lettore finisce per attendere, cercare, perchè sviluppano dettagli o angoli di dettagli.

Un po’ era traboccata, bagnandomi mano e polso, lasciando un senso di umido, vagamente bruciante, come la pelle del volto dopo aver pianto. […] Io e i miei colleghi abbiamo iniziato a scavare, mentre lei ci guardava a distanza, e solo quando ho notato il nome del bambino sulla lapide ho finalmente collegato, come quando infili una spina nella presa.(pag.61 – da notare anche qui l’uso della punteggiatura)

Gli incidenti si legavano l’uno all’altro come le punte di uno stesso iceberg, facendo apparire il mare in mezzo come una pozza provvisoria, una patetica copertura.
(pag.13)

Altra caratteristica ricorrente sono le ripetizioni come agganci tra frasi e sensi vicini, amplificando l’incedere e la percezione del periodare stesso. Non è un uso eccesivo, quello della ripetizione, due, tre volte al massimo, eppure il loro inserimento all’apparenza casuale è decisamente abile, centrato ‘sul’ narrare.

Sembrava incredibile che quei prodotti potessero avere un gusto. Sebbene fossero i soliti. Sebbene ogni cosa fosse uguale a sempre, i pensionati con la lista della spesa in mano, le casalinghe in tuta da ginnastica…
(pag.29)

A questa vocazione all’assenza, all’altrove eterno, Hans ha dovuto un giorno piegarsi. La capacità di immaginare in mille modi la propria morte, la morte dei suoi cari, la morte del suo paese: anche questo è il suo talento.
(pag.51)

Credimi, disse, mentre beveva un ennesimo sorso di birra, e i suoi occhi si facevano ancora più lucidi. Credimi, ripeté, non sono ubriaco, è una storia che conosco davvero. Ti credo, dissi io, a mia volta bevendo un goccio…
(pag.57, incipit del secondo racconto)

——

Prossimamente la seconda pillola.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 28, 2009 alle 4:14 pm

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Falco Giorgio – L’ubicazione del bene

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L’ubicazione del bene sconquassa. Non mi vengono in mente altri termini così ‘centrati’.
Delle polemiche, il vociare insistente su questa o quella mancanza a proposito delle ellissi dentro o attorno il libro, preferisco non entrare, non aggiungerei nulla e le sottrazioni non conoscono scadenze né prescrizioni. Ne ho letti pochi, in effetti, di pareri altrui, su Falco e questa sua ‘ubicazione’, c’è sempre tempo per lasciarsi sfiorare dalle opinioni non proprie.
E’ una raccolta di racconti, e mi sembrano interessanti alcune considerazioni in proposito. Punto primo non è facile capirlo, che sono racconti riuniti qui con un preciso intento (o più d’uno direi). Punto secondo una casa editrice tra le grandi che pubblica racconti in una delle sue collane più note, diffuse e prestigiose (Einaudi, Stile libero big) sta lanciando – forse – un messaggio, o almeno è sembrato a me. Infine, punto terzo: non ho realizzato che sono racconti fino alla fine del secondo, inizio terzo, quando il valzer tra i personaggi, le trame che entrano poi cedono, mutano e spariscono, sono un dato di fatto. E non l’ho capito non soltanto per l’assenza di indicazioni inequivocabili nell’oggetto-libro, piuttosto perché ci sono sottili fili di sensi, che serpeggiano con e attraverso i racconti che nelle diversità realizzano un mosaico (im)perfetto eppure nitido, fatto di tracce e collegamenti.
E’ impossibile non porsi alcune domande, partendo già dal titolo. L’ubicazione del bene. Cosa significa localizzarlo, il bene? Poi, quale bene? Quello assoluto, generico e adattabile a tutto e tutti? O uno in particolare? Poi ‘ubicazione’, un termine ‘tecnico’, che ha un significato preciso: posizione di una costruzione in un complesso urbanistico. Dunque pare che Falco stia cercando o svelando o tratteggiando dov’è il bene tra le maglie rigide e catalogate del vivere da intendersi come declinazione materiale, fatta di elementi tangibili, che hanno dimensioni sottintendenti sensi. Ed è vero. Che la scrittura di Falco passa attraverso una componente forte, pulsante, che è materia, masse.
Ne ‘l’ubicazione del bene’ c’è un’attenzione particolare, quasi ossessiva, verso il non umano da intendersi in senso ampio. Falco descrive oggetti di ogni tipo ma anche ambienti, dettagli di azioni fino a fissare inquadrature sugli animali, sulle creature non umane insomma capaci di trattenere sottolivelli e sentimenti. Per gli uomini e le donne c’è poco spazio, ci sono e fanno parte del tessuto narrativo per ciò che sono, dicono, compiono, per le scelte ma soprattutto le non scelte. Ci sono insomma gli umani, ma spesso restano comparse i cui significati sono evidenti da subito. Sono loro che decidono attraverso azioni, non azioni, parole, silenzi, nel viversi. Eppure gli oggetti, gli animali, i singoli gesti, l’inquadrare ambienti e nello specifico le percezioni scatenate dagli stessi; tutto questo fa la differenza.
Un altro elemento che partendo dal titolo dirama nei racconti è il senso inverso, contrario eppure coincidente, racchiuso ne ‘l’ubicazione del bene’. Se sto posizionando il bene, di fatto, vedo, sento, riconosco, sfioro, ‘il male’. Sapendo dov’è, il bene, non si può ignorare che ovunque non è, c’è il male. E di male in questi racconti ce n’è davvero molto, secondo me. Male declinato, (ri)flesso, esposto, sussurrato e stretto. Ha molte forme, questo male, e parole che lo annunciano senza pronunciarlo direttamente. E’ un male che entra tra muscoli, investe sguardi, guida pensieri e si scarica all’improvviso, senza particolari fragori o bagliori. Non è il solito male, insomma. Non lo si riconosce dalle prime righe, striscia, allunga lingue tra non gesti e fallimenti. Attraverso delusioni, paure mai scollate dal corpo, attese inutili, non scelte e scelte destinate a crollare rovinosamente. Eppure lui, il male, non impone nulla, non strepita né urla, non si manifesta avvalendosi dei consueti simboli, non ha una faccia precisa, ogni personaggio umano se lo porta con sé. E lo respira tra sviluppi e immobilità. Questo male che Falco volutamente non sottolinea, evita fari accecanti, tanto meno odori o sapori inequivocabili. Eppure, questo male è. Esiste. Tra stonature insopportabili, frammenti di un vivere pregno di insoddisfazioni, cadute che sono perdite, rinunce affannose, affettività costellate di buchi, carenze, mancanze, apparenze o semplicemente imperfezioni oltre le solite favole per adulti. Così i figli non sono ‘doni’ destinati ad arrivare. E lavorare anche sodo, con passione e dedizione non significa guadagnare proporzionatamente. Sposarsi, e avere figli, non dà una casa propria. Acquistare non è avere. Pagare non è garanzia. Scambiarsi confidenze sulla famiglia non è essere amici. Andare allo zoo non è essere una famiglia. Sentir urlare ‘papà’ e ‘mamma’ non implica che ci sia un bambino nei paraggi, nascosto chissà dove. Non volere figli non è volere altro, animali ad esempio. Avere una casa, anche di proprietà, non è sentirsi (al) sicuro. Essere ‘due’ non è ‘non essere uno’. Sognare non è realizzare. E così via.
Localizzare il bene è acquisire consapevolezza, accettare il male nell’altrove che non si cerca eppure è, resiste e non si scompone.
Per tutte queste logiche, mi sembra che il libro sia perfettamente inquadrabile in un preciso percorso seguito da alcuni autori contemporanei italiani, che nel-con-verso-dentro-oltre il male (si)cercano, scavano, affondano, riconoscono, oppure semplicemente restituiscono una realtà nuda, spoglia.
Falco è narratore di dettagli, di un sentire paziente, sottilmente acuto, dove non c’è giudizio. Forse anche per questo, il male non è definito tale. Si sta ‘male’, tra le maglie di storie comuni, agonizzanti spesso, che si accettano nel non essere. Lo si sente, il ‘male’ tra la pelle quando i vecchi modelli generazionali si mostrano per quello che sono: nullità inconsistenti, incapaci anche di apparire ormai, sfaceli durissimi, fallimenti piccoli e grandi, perdite. Ubicare il bene forse è mera perdita dei sogni. Laddove il bene si ferma, attorno l’uomo si arena, non ce la fa a raggiungerlo, a volte preferisce definire come ‘bene’ qualcosa che non lo è, ma ne simula alcuni elementi come l’apparenza. O i giochi linguistici. L’usare termini invertendo sensi e convincersi che l’inversione è definizione. Mentre resta mera accettazione di una mediocrità imbarazzante, spesso inutile, che non sfoga passioni, interessi, volontà, voglie e capacità. Perché sembrano morti, evaporati, latitanti. Le passioni, gli interessi, le volontà, le voglie e le capacità. Tutto pare mediamente accettabile. Tutto è accettabile. Perché tutto è negazione, un ‘non’ essere o ‘non’ avere o ‘non’ raggiungere o ‘non’ scegliere, ‘non’ capire, ‘non’ provare, ‘non’ cercare.

Per le opinioni su altri (e gli stessi) aspetti di questo libro: Giuseppe Genna, Demetrio Paolin, Franco Foschi, Ivano Porpora che in questo passaggio esprime benissimo l’equazione orrore-(bene)-male:

Così Falco, allo stesso modo, tratta in modo quasi asettico, con l’asepsi propria dell’habitué, l’Orrore del Quotidiano, quell’Orrore Infrastrutturale (chiamiamolo così) che tanto fa paura perché è un Orrore cui ancora la nostra società non è abituata. O cui, forse, la Società si è tragicamente abituata e da cui, ora che ne è infestata, non riesce a liberarsi. Gli idioti che si fingono intellettuali, i matrimoni da preparare con un anno e mezzo di anticipo, gli slogan e i nomi di prodotto che finiscono con una ì o una ò o un oso, il mutuo che succhia metà dello stipendio, le crociere con la cena al tavolo del capitano, le agenzie immobiliari che si fingono privati per acquisire informazioni su case in vendita, le visite obbligatorie dei parenti o dai parenti, i ponti da passare fuori città, il traffico delle sei della sera, i colleghi da fregare per non esserne fregato: Falco conosce questo male (male nelle sue forme più radicate, male di pensiero, parola, opera e soprattutto omissione) e non vi punta il dito contro ma ci si immerge dentro. Falco non vuole essere, a mio parere, né causa né effetto né redenzione di questo male ma vuole, passatemi il gioco, ubicare il bene, situarlo, isolarlo, studiarlo, dove bene – parliamoci chiaro – non c’è o è difficile da situare. Perché solo accorgendoci che il male c’è lo si può combattere; capendo che non ha divisa e che, se ce l’ha, questa è la nostra propria veste. (estratto da qui)
Ma ancora: Leandro Piantini su Carmilla, Loredana Lipperini, e qui mi fermo. Navigando tra i motori di ricerca si ritrova anche altro, senza che tra ciò che si scrive di un libro, una storia, un autore debba necessariamente esserci o bene o male, e averla, un’ubicazione.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 24, 2009 alle 2:08 am

Pubblicato in 2009

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Perché PrecarieMenti?

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Paciugavo sui quaderni di scuola alle elementari.
Mi portavo in giro i bloc notes in cui scrivevo ‘cose’, alle medie.
Con il passaggio alle scuole superiori la mia vita si è riempita di fogli. Fogli liberi, ‘volanti’ come si dice, che non stavano più dentro anelli o rilegature. E lo erano per un motivo, che all’epoca, oltre quindici anni fa e più, non indagai: scrivevo ovunque. In classe tra un’ora e l’altra. Di notte mentre avrei dovuto dormire. Durante il tragitto in corriera. E leggevo, ovunque. Usavo le paghette dei nonni per libri usati, per quelli che vendevano nelle edicole, raramente entravo in libreria (ne avevo soggezione, spesso non avevo abbastanza soldi per le copertine patinate), poi la tessera della biblioteca.

Ho fatto delle scelte, nella mia vita.
Scelte che sarebbe fin troppo facile definire ‘obbligate’. Le ho fatte. Non le rinnego.
Non ho frequentato ‘Lettere’ all’università. Non l’ho proprio frequentata, l’Università. O meglio: ho afferrato con le unghie e con i denti un corso di perfezionamento in ‘Tecnologie digitali e net economy’ presso il Cardid dell’Università di Ferrara. Ma l’ho fatto dopo, appena me lo sono potuta permettere.
Perché a diciannove anni ho scelto di lavorare. Ho scelto lo stipendio con tutto quello che ne è seguito, primo fra tutti (dopo qualche anno) il trovare un piccolo posto per me, dove abitare con la mia gatta. Ho fatto il lancio senza rete. E il prezzo da pagare, dall’inizio è stato questo: accantonare, mettere ‘dietro’, quel continuo movimento di parole, odori di pagine, storie.
Ma non ho smesso.
Di leggere, scrivere, studiare, confrontare, cercare, ascoltare.

Ora sono qui.
Negli ultimi dieci anni a passi piccoli piccoli, spesso invisibili, ho iniziato a occuparmi di questo o quello. Insistendo a fare ciò che più mi fa essere. Credo sia questo il punto. Io sono entro le storie che seguo, mie o altrui (più spesso la seconda). Io sono mentre studio, analizzo, interrogo, ascolto. Ascoltando le voci, mi nutro. Occupandomi di un romanzo pre stampa, mi disseto. Incrociando pensieri altrui, logiche, strutture che dalle storie si diramano, io mi sento.
Ma di tutto questo non si campa.

Sono nata a Modena, ma ho vissuto ventiquattro anni in un paesino della provincia piatta. La mia famiglia disomogenea viene dal lavoro manuale, calzolai, barbieri, operai.
Da dove vengo io ci sono cose ammesse e altre no. Leggere e scrivere rientra in queste ultime. La letteratura è materia di studio scolastico, al massimo trastullo della domenica col giornale in mano e il caffè alle labbra (per gli uomini, ovviamente).
Da dove vengo io per dieci anni mi è stato chiesto: ” e con le altre cose che fai? Ma ti pagano poi?”
Le ‘altre cose’ sono ovviamente le attività editoriali, editing, redazionali, collaborazioni ect.
Mentre il seguito della frase ne è la chiave: ma ti pagano?
Da dove vengo io è il denaro che delimita il confine. Tra il passatempo per perdi-tempo e il lavoro propriamente detto.

Ecco dunque perché PrecarieMenti.
Perché nella mia vita ci sono due velocità.
E non è tanto una questione di ruoli ufficiali o riconoscersi entro una specifica categoria professionale.
Forse nemmeno l’identità, è il problema. Io sono ciò che sono.

Perché è un serpente che si morde la coda. Perché per occuparsi di cultura, per svolgere mestieri editoriali, per farli, spesso non bastano serietà, impegno, dedizione, passione, sacrifici, studio costante, cadere e rialzarsi. Perché le attività lavorative, di qualunque tipo o settore, non appartengono a serie. A, B, C… zeta.

Dunque: PrecarieMenti.
Aperto alle voci di chiunque. Aperto ai confronti, le divulgazioni, gli ascolti, le idee. Aperto alle esperienze. A ciò che ci accade dentro e attorno. A tutte le menti precarie, che ancora non conoscono la serenità della stabilità, ma in Italia, oggi, non si arrendono.

Barbara Gozzi
San Giovanni in Persiceto (Bo)
18 Settembre 2009 notte

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19/09/2009, stesso luogo, mezzogiorno.
Aggiungo un’annotazione personale, perché questa lo è, una nota personale.
Per molto tempo mi sono vergognata di questa mia ‘protuberanza’. Come se il mio corpo avesse un ‘prolungamento inaspettato’, non regolare insomma, rispetto a ciò che ci si aspetta dalla forma di un corpo qualunque. Testa, braccia, gambe, busto, articolazioni, muscoli, ossa, vene, sangue… e Lui. Il brufolo enorme. L’escrescienza che in me è. Esiste. Cicciotto, mutevole, instabile, eppure visibile. Questo mio bisogno di storie dunque letture, studi, scritture, analisi e blablabla. Questo mio dedicare tempo, energie, sforzi oltre il resto (la routine, la vita ‘ufficiale’ nel senso di tradizionale tra casa, il paga-spese, mio figlio, gli altri affetti, scadenze e corse). Questo illuminarmi (senza alcun senso ‘alto’ nel termine) per cose che ad altri procurano al massimo commenti laconici come ‘carino’, ’si leggilo, guardalo non è male’ oppure ‘che palle’. Questo mio navigare costantemente nelle-sulle-con le parole. Questo mio ‘esserlo’, parole, storie, voci, analisi, incastri.
Tutto questo mi ha costretta a nascondermi. Per difendermi, suppongo. Per non dover sempre spiegare e guardare le facce di chi, comunque non capisce. O peggio. Giudica. Commisera. Ride.
Credo sia arrivato il momento di smetterla. Per me.
Io sono questa.
E la vergogna si nutre di troppa linfa. Risucchia senza restituire.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 21, 2009 alle 9:07 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Matti, voci e storie di oggi – il progetto parte II

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Riprendendo il percorso su ‘matti, voci e storie di oggi’ iniziato qui.

Recentemente (da un mese circa) è uscita una serie tv prodotta da Fox, Mental. La particolarità sta nell’inquadratura, rispetto ad altre produzioni seriali ‘mediche’ che hanno comunque trattato storie di ‘matti’ intesi come malati mentali ma anche altro, diversi, palesemente non conformi alle norme sociali. La particolarità sta nel mostrarle, queste menti che diventano storie. Lo stesso protagonista (al secolo Chris Vance), il primario del reparto di psichiatria è – a modo suo – un ‘matto’. Affronta le persone, i casi, le terapie con approcci e metodologie in contrasto con la medicina ortodossa e le abituali prassi psichiatriche e psicoterapeutiche. La mente è il centro di tutto. Mente nuda, esposta, in ogni storia si scava tra dinamiche, passato, deformazioni e fratture. Ma resta, tra le righe di dialoghi ed espressioni come, di fatto, nessuno è sano. Medici del reparto compresi. Tutti sono (siamo per trasposizione da immedesimazione) matti con declinazioni differenti.

È dunque curioso notare, a questo punto, come nella fiction, in quella che è considerata ‘realtà inventata’ l’interesse resta alto. Sembra (forse lo è) intrattenimento ‘rilassante’, intrigante, seguire le vicende di dottori e pazienti, ogni puntata un nuovo caso, ogni pasto si cambia pietanza, si entra nella testa di qualcun altro. Entrare è senza dubbio una parola chiave (l’inquadratura della fronte del protagonista che si apre attraverso una cerniera, ammicca dallo schermo avvalendosi si simboli precisi). Entrare in qualcosa di ‘non vero’ appunto. Perché poi, a puntata terminata, spegnendo o cambiando, noi – quelli che guardano – siamo e restiamo ‘normali’, o no? Le nostre menti sono semplici, non celano granché e se lo fanno c’è sempre un motivo che conosciamo ma soprattutto non sono ‘abitate’ da demoni o malattie che piegano volontà e percezioni. Noi stringiamo un telecomando. Ci piacciono queste storie, specie se condite con bei volti, bei corpi, intrighi e risvolti capaci di scatenare tensione, catturare curiosità.
Ma quelli non siamo noi.

Giusto?

I misteri della mente. Lì si concentrano le attenzioni, le non comprensioni che restano tali ma si manifestano con forme precise, oggi hanno più facilmente un corpo, materia riconoscibile. E se ne scrive, le si rappresenta queste ‘realtà’ dove l’invenzione recupera brandelli di vita vera con la facilità dello starnuto.  Raccontando si elimina il fattore ‘sta succedendo davvero’ che terrorizza ancora, il non-capire è confusione, paura, fatica e dolore. Non-capire ci rende schiavi di una condizione in continuo divenire, che si modifica, cambia pelle e forma lasciando immutata un’unica variabile: la diversità. Diversità rispetto a canoni che, come già accennato in precedenza, non sono vere e proprie leggi ma ci vanno vicino. I comportamenti giusti, corretti rispetto alle circostanze, il c.d. ‘contesto’ e le persone presenti. Parole, frasi, ragionamenti che non sono conformi, imbarazzano magari o peggio: spaventano, disgustano, allontanano. Anche la lontananza è un nodo, una chiave importante per la comprensione (o tentativo di).
Lontananza reale, dovuta appunto a comportamenti, atteggiamenti, e discorsi non-immediati (lontani magari da ciò a cui siamo abituati), dunque si cerca spazio che separa, lo si mette in mezzo (tra noi e il matto). Lontano dagli occhi, lontano… (recitano i saggi detti popolari).
Ma anche lontananza interiore, impossibilità di comprendere che è ostacolo apparentemente inviolabile, troppo alto e spesso per permetterne la scalata. Forse. Non-capire, non poter seguire circuiti di logiche e percezioni, tutto questo ci rende fragili, scoperti, la comunicazione si sbriciola nel ‘non’ e lì resta, inchiodata, immobile.

Dal Dizionario Italiano on line, le definizioni (significate per questo ipertesto) di ‘matto’ sono: 1 agg. che ha perso in parte o completamente l’uso della ragione; 2 agg. stravagante, strano, bizzarro; 3 agg.[in senso figurato]rafforza il nome che segue.

Nelle prossime schegge mi addentrerò nella tematica attraverso due autori (Cristiano Ferrarese e Barbara Garlaschelli) e tre libri dagli intenti, stili,e sensi differenti ma che tentano di raccontare la follia. E le parole di Simone Cristicchi e Andrea Di Consoli.
I matti che sono personaggi, ma anche figli di persone e simboli, strumenti per avviare un processo difficile. Processo di de-compressione, di uscita dalle logiche statiche, inutili proprio perché ‘ferme’, che mirano all’immutabilità che non conosce comprensioni.

foto di copertina: Funky64 da Flickr

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 18, 2009 alle 2:39 am

Pubblicato in 2009

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Matti, voci e storie di oggi (il progetto)

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Chi sono i matti? Cosa vuol dire, poi, essere matto o diventarlo?

C’è un immaginario abbastanza consolidato e preciso, attorno alla figura (più o meno reale) del ‘matto’, ovvero di qualcuno che fa e dice cose fuori dall’ordinario, strano, diverso, lontano da quelle che cono le abitudini sociali, le convenzioni, le regole. Ai matti il cervello non funziona bene, è complicato, il più delle volte è impossibile capirli, oltrepassare il confine che li separa da dinamiche consuete (‘normali’). In molti casi è la malattia, a renderli ciò che sono. In altri si cerca la colpa tra le pieghe del passato, in traumi, abusi o violenze subite, avvenimenti che hanno lasciato fratture indelebili mandando in corto circuito il cervello, la memoria, la capacità di stare e essere. In letteratura i matti sono personaggi precisi, ma anche simboli, sensi nascosti in quel confine che ad alcuni pare chiaro, definito mentre spesso non lo è, la linea di frattura tra sanità e malattia, normale e strano, capibile e (in)comprensibile è un non-posto.

Inizia dunque qui una sorta di ipertesto, miscelazione tra voci e storie  di oggi attraverso i quali avvicinarsi, confrontarsi, ragionare sui ‘matti’.

Cominciando da una canzone.

Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura

Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

[…]

Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio misurate le distanze
E guardate tra me e voi chi è più pericoloso?

(Ti regalerò una rosa – Simone Cristicchi)

Testo completo.

Nelle prossime schegge un passaggio attraverso Mental (serie tv prodotta da Fox), parole di Simone Cristicchi, Andrea Di Consoli, un’analisi-confronto di tre libri e le voci dei rispettivi autori: ‘1967‘ e ‘1976‘ (Hacca, 2008-2009) di Cristiano Ferrarese e ‘FramMenti‘ (Mobydick, 2006) di Barbara Garlaschelli.

photo credit: Funky64 da Flickr.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 14, 2009 alle 2:37 am

Pubblicato in 2009

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Governa Cristiano: intervista

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Un tardo pomeriggio, in una Bologna stanca, nervosa. Afa rarefatta, sole intenso ma incerto. Incontro Cristiano Governa e ancora non so bene cosa dire, come le idee frullano ma non si fermano. Qualcosa da bere, occhi vivaci che guardano ovunque, cercano.

Giornalista, collabora con l’inserto ‘Centro Nord’ del Sole24Ore, ma ha scritto per diversi quotidiani e periodici tra cui le edizioni cittadine de La Stampa (Il Domani di Bologna), La Repubblica e Il Corriere di Sera.

Scrittore, ha pubblicato diversi racconti, l’ultimo in ordine temporale nella raccolta curata da Giulia Belloni ‘Giovani Cosmetici’, Sartorio, 2008 (‘Come Mork e Mindy’) e romanzi, tra i quali ‘Il catechista’, Aliberti editore, 2007 ( su Carmilla).

Infine numerose collaborazioni con la Cineteca di Bologna, il Centro Internazionale della Canzone d’Autore, ha curato rassegne, corsi di scrittura (maggiori dettagli su wikipedia).

Prendi la cronaca nera di un quotidiano, una famiglia su cinque fra quelle che si credono “improvvisamente colpite dal male” ci vivevano già nel male e ci stavano da Re; ne parlano come di un sogno infranto, ne hanno nostalgia quasi.

[…] Non abbiamo nemmeno più dittatori seri, reazionari o boia etnici ai piedi dei quali strisciare, ma agenzie di moda, fattucchiere televisive, consulenti d’immagine, calciatori, veline… Non adoriamo Hitler o Stalin, ma dei Gianni e Pinotto armati fino ai denti, intrattenitori mediatici, piccoli animatori turistici prestati al teatrino del potere, paragoni di pagine d’autore.
(pag.178 – Il catechista)

Il mio primo sc(i)ncontro con Cristiano Governa risale alla lettura proprio de ‘Il catechista’ e prima ancora di ‘Come Mork e Mindy’. E proprio dal romanzo pubblicato da Aliberti si intuisce un preciso approccio, spiegato dall’autore stesso in un’intervista:

Ebbene sì, sono anni che di fronte a qualunque libro presentato, film girato o disco registrato, sento gli autori affermare che il loro intento era quello di portare “…un contributo di ottimismo e di speranza. Ché ce n’è tanto bisogno”.

Ma siamo sicuri? No, perché io, devo dirvi la verità, di certi ottimismi per endoscopia ne avrei un po’ abbastanza. E se ci fosse bisogno di scoramento? […] E se dunque, per concludere, accettare la sconfitta, la catastrofe della contemporaneità fosse un modo più efficace per fare luce e guardare avanti? Per ripartire?

Ma poi, dov’è che vorreste andare?
(Fonte: Carmilla)

Le narrazioni però, ho scoperto col tempo, sono una delle tante espressioni di un uomo acuto, sensibile, che non sconta nulla anzi, e vive tra notizie e storie intensamente, con onestà e spirito critico (quel tipo di criticità che è figlia della consapevolezza, del ragionare e decidere).

Recentemente è stato approvato un Emendamento noto per aver introdotto una specifica regolamentazione nell’uso delle intercettazioni ma che – di fatto – impone cambiamenti anche in altre modalità divulgative dunque regola la ‘produzione’ stessa delle informazioni, la gestione delle notizie (uno dei tanti articoli che tenta di riassumerne le conseguenze, testata scelta a caso, il Messaggero). E ci sono state anche reazioni, a questo Emendamento, reazioni che on line si sono mosse tra lo scandalo e lo sconforto (reali o apparenti), Repubblica ha lanciato un appello, definendola ‘La legge del bavaglio’.

Così mi sono chiesta cosa sta succedendo, se sta succedendo qualcosa nel mondo delle news, nel giornalismo italiano. Ma anche cos’è poi oggi la produzione delle notizie, se quel certo senso di navigazione superficiale dell’informazione che da tempo sento, ha una forma precisa. Cos’è che manca, o che ha virato col tempo, nei decenni portandoci a un’infinita striscia che ruota, schizzandoci addosso frasi che sono la sintesi di notizie, informazioni che corrono e si rincorrono. Ma dentro, in profondità, cosa c’è? Qualcosa ci sta sfuggendo, fatica a emergere, a scatenare reazioni, confronti, opinioni.

Ne ho parlato dunque con Cristiano Governa iniziando proprio dal recente Emendamento.

Cosa ne pensi del nuovo Emendamento? Cambierà il modo di ‘dare’ le notizie, l’approccio all’informazione dunque il fare giornalismo? Siamo davvero meno liberi, costretti a tacere talune informazioni?

“Il limite all’informazione, in un paese ormai mutilato nel senso critico, è un falso problema. La gente sa già ciò che c’è da sapere, e tendenzialmente se ne sbatte. Provocatoriamente potrei dire che ormai sembrano essere i reality e i contenitori televisivi a formare la loro identità, se ne rassegnino, i giornali, è andata così. Le informazioni avevano senso quando erano in grado di formare, appunto, un’idea circa la realtà nella testa del loro fruitore, ma adesso l’idea della società, della cultura, della politica, se la fanno altrove. O crediamo ancora che se correttamente informati cambierebbero idea? Non ne hanno più di idee, hanno perlopiù istinti, mitomanie televisive, foie edonistiche. Sono schiavi che lucidano la catena, sperando che sia d’oro. Io credo che ciò che dobbiamo sapere, della politica, dell’economia, della cultura, lo sappiamo già. Il fatto è che informare dei fatti non ha più alcun impatto sull’idea che ne traiamo (da quei fatti) circa i protagonisti. I bavagli non dovrebbero esserci, e comunque ne abbiamo più in testa, depositati nel cranio, che sulla bocca.”

Ma, al di là dei regolamenti recenti, esiste ancora – oggi – il giornalismo? Come vengono gestite le informazioni che poi diventano notizie, articoli, passaggi ai telegiornali?

“Il giornalismo esiste, e come per tutte le cose ne ha forme alte, intermedie e bassissime. Tieni conto però che in ogni comunicazione esistono due soggetti, colui che emette la comunicazione, e colui che la riceve. La responsabilità è di due soggetti, si balla sempre in due. Non mi preoccupa se alcuni di coloro che fanno informazione producono immondizia, viceversa è la stupefacente capacità di inghiottirne del pubblico, che è sbalorditiva e orripilante. Se io mi trovo davanti ad un modo di fare telegiornali, non penso ad uno in particolare ma ad uno “stile”, che invece di mostrarmi com’è ridotta questa nazione, parla di spiagge, gelati e amorazzi estivi, di cliniche di bellezza per cani, di chat erotiche, e delle mestruazioni dell’ultima raccomandata senza talento, sarebbe il caso che spegnessi il televisore, o perlomeno cambiassi canale. Il problema è che l’informazione (o quella che ci spacciano per tale) ormai, è al 50% gossip. Ma questo serve molto di più che taroccare l’informazione politica. Hanno compreso che è molto più semplice devastare il cervello di un ascoltatore su due a colpi di idiozie, che convincerlo di questa o quest’altra idea politica o etica.
Se tu non hai niente da dire è sufficiente che ti costruisca un ascoltatore su misura: uno che non ha niente da chiedere. Insomma non è più necessario mentire, perché la metà di coloro a cui mentiremmo non sono più in grado di riconoscere vero dal falso, anzi, se ne sbattono. Hanno figa, calcio e gingle per telefonini. Chi sta meglio di loro?”

Quello che leggiamo o sentiamo, dunque, cos’è? Le c.d. ‘news’ quale realtà (se credi ce ne sia più d’una) divulgano?

“Come ti dicevo in quello che leggiamo c’è un po’ di tutto, dalle cose più importanti alle più inutili e l’idea di realtà che divulgano dipende, ma questo come dire è fisiologico, dall’impostazione del mezzo comunicante e dalla sua rispondenza o meno a idee (legittime) che oggi chiamiamo linee editoriali. Ciò che ci arriva dipende da come è emesso (schermo, carta, internet) e da come la pensa chi emette. Un giornalista è libero di avere un idea, non scordiamocelo, l’importante è che le linee editoriali non si accavallino con quelle della correttezza d’informazione.
Ma anche in questo caso, come per ogni vicenda umana, entra in gioco il valore etico del singolo.”

Chi sono i giornalisti moderni?

“Con tutte le dovute eccezioni, direi due categorie; quella di coloro che sono entrati anni fa, nel meccanismo, e oggi sono professionisti (perlopiù bravi) e uno stormo di giovani eternamente precari che vengono immessi nella bolgia, pagati a pezzo, fatti correre e formati in certi casi in maniera adeguata, in altri in modo disastroso. In altri ancora non formati affatto. Difficile trovare un giornalista di cinquant’anni totalmente idiota o impreparato (non impossibile, ma difficile) mentre fra le nuove leve, è (qualche volta) possibile imbattersi in figure imbarazzanti che essendo mitomani o ricchi di famiglia possono permettersi di fare un mestiere che li paga tanto quanto valgono, cioè quasi zero. Purtroppo, con una voluta forzatura, potremmo dire che la funzione copia incolla di word, ha spianato nuove strade del giornalismo, e alcuni pezzi che escono sono identici ai comunicati stampa, mischiati giusto un pochino. Ripeto, non sempre, non ovunque, e non per la maggioranza dei casi. Ci tengo precisarlo perché io difendo questo mestiere, ecco perché provo a vederne anche i limiti. I pregi parlano da soli.”

E i ‘fruitori’ delle notizie, la gente che segue, legge e dice di ‘informarsi’ chi è?

“Una buona metà è ancora in salute credo, mentre l’altra è composta da figure passive che cercano di sentirsi dire ciò che già pensano, e non si preoccupano di cercare la verità, attendono che chi la pensa come loro gliela lasci sul comodino.
Poi dobbiamo intenderci su cosa intendi con “notizie”, perché c’è gente che legge, vede e ascolta, tutta la vita “cose” che tutto sono tranne che notizie. Fra gossip, voyeurismo e gusto del macabro, è possibile “stare davanti” ad un fatto, senza però riceverne alcuna notizia ma solamente miasmi, o pettegolezzi. “

Cos’è oggi la cultura, il fare cultura?

“La cultura è una chiacchiera e già parlarne è triste, provare a farla mi sembra l’unica possibilità seria. Cultura non è una cosa, ma un atteggiamento, e pertanto non esiste come stanza nella quale recarci ogni tanto ad inalare aria pulita, ma è, per alcuni di noi, un modo di stare al tempo, e di rispettare la nostra libertà e unicità. Secondo me la cultura è, o dovrebbe essere, una forma inesausta di curiosità, una necessità di domande, più che una raccolta di risposte. Un rimpicciolirsi continuamente di fronte alla complessità del reale, provando però a scalfirne, ogni giorno, la “roccia”. La cultura non è un angolo nel quale parlare di libri, cinema o musica, è il modo attraverso il quale abbiamo imparato a vivere attraverso il meglio di essi (dei romanzi, dei film e delle canzonette). Cultura è ciò che la bravura degli altri, e la loro visione, ha illuminato in noi.
Ma non solo, cultura è ciò che di prezioso impariamo dalla dignità degli altri.
Un persona educata con qualcuno, un gesto di rispetto verso uno sconosciuto, è cultura secondo me.“

Informazione e web. Pensi sia cambiato qualcosa, non solo nella divulgazione, ma anche nel modo, le forme, con cui vengono gestire le notizie on line?

“La rete è una grande risorsa, io ne ero diffidente all’inizio. Ma poi ho visto che come tutti i calderoni, contiene un po’ di tutto, e che esiste la possibilità di orientarsi verso prodotti liberi, intelligenti e preparati. Poi, è ovvio, c’è anche la consueta manica di mitomani e cialtroni, ma quelli sono ovunque. Da internet al pianerottolo.”

Siamo dentro un loop, un serpente che si rincorre la coda? Questo galleggiare senza guardarsi attorno, questo imporre precise etichette a tutti e tutto per agevolare la non comprensione, questo restare l’ombra dei contenuti di altri: è una gabbia senza uscite?

“Non saprei, credo che dalle gabbie se ci si è entrati, se ne possa uscire.
Tocca individuare chi ne ha le chiavi, e fregarlo. Perché lui se ti ha messo lì è difficile che ti liberi.
Se invece per caso, nella gabbia ci siamo infilati da soli, beh saremmo inutili anche da ‘liberi’ se quando lo eravamo abbiamo scelto di imprigionarci senza nemmeno saperlo.”

Chi sono, se esistono, quelli che non accettano omologazioni, che tentano di andare oltre il commerciale approfondendo l’informazione?

“Non è una categoria che si identifica per ciò che fa, ma per come lo fa, sono scrittori, giornalisti, registi, musicisti, artisti, ma anche commercialisti, muratori, ingegneri, casalinghe, chirurghi, operai, giovani o vecchi. Sono quelli che, come diceva Carver ‘ce la mettono tutta’. Chi conosce questo strepitoso autore sa bene che dietro questa apparentemente impalpabile definizione, c’è in realtà un instancabile e coraggioso esercito di uomini e donne straordinari.
Perché sono unici nell’ordinario, e quel “tutta” di cui Carver parla, è la vita.
Ecco cos’è che loro mettono davvero in gioco e per intero, la loro vita.”

Hai detto “l’unico modo per dire qualcosa è scrivere gialli”. Me lo vuoi spiegare? Ma anche: perché Cristiano Governa scrive romanzi e racconti?

“Perché anch’io ‘ce la metto tutta’ (poca o tanta che ne abbia) e la mia forma di mettere in gioco la mia vita è raccontare ciò che vedo. La scrittura infatti è al contempo è una forma di racconto degli altri esseri umani e la messa in gioco della nostra vita. Loro mi prestano le storie, io le “pago” ogni giorno, dicendo ciò che penso e districandomi fra le difficoltà (anche economiche) di questo mestiere (che ha pregi ma anche molti difetti). Provo, nel mio piccolo, a descrivere ciò che siamo e se al momento uso lo strumento del noir, è perché oggi a mio avviso, la chiave più efficace di comprensione della contemporaneità passa attraverso la narrazione del lato più oscuro del genere umano. L’orrore del presente non è dato dal volto malefico del criminale efferato, ma da quanto noi “brava gente” possiamo essere assassini senza aver mai, in realtà, sparato a nessuno. A prescindere dal “genere” utilizzato, Simenon, Jim Thompson, Orwell, Carver, la O’Connor e tanti altri, a modo loro, hanno scavato in questo universo oscuro. Per fare luce.”

Dopo tutto, perché fai ancora il giornalista?

“Perché non è l’unica cosa che faccio.
Io mi occupo di comunicazione, insegno, scrivo e poi collaboro anche coi giornali o le riviste.
Io sono stato e faccio il giornalista, ma cambio, mi muovo spesso e soprattutto non ne ho fatto il mio unico modo di fare questo mestiere perché ho avuto paura di chiudermi in una redazione. Mi piace farlo anche ‘fuori’ dal giornale, insegnando e tenendo corsi, scrivendo romanzi, curando laboratori. Ecco perché solo un terzo del mio tempo è scrivere per quotidiani o riviste, mentre il rimanente è ‘altro’; parlare con le persone, alle persone (direttamente con l’insegnamento o attraverso la scrittura) . Informazione non è solo riportare le notizie, ma anche la vita che si annida nelle storie, siano esse romanzi, film o canzonette. Carver o Altman o Brel, sono fra i più grandi “cronisti” dell’umano, perché raccontano la notizia del vivere e soprattutto le vite che non fanno notizia.”

Ci salutiamo mentre in molti sono seduti a tavola, o si apprestano a entrare nei locali. C’è ancora luce, molta luce ma la periferia bolognese è pronta a ritirarsi, l’aria odora di fresco. La mia testa inizia ad alleggerirsi. Ci sono incontri che chiedono tempo per maturare, e certe volte – preziose – lasciano qualcosa destinato a sedimentare. Ci sono persone che sono quello fanno, che dicono quello che fanno, che cercano anche senza trovare. Ma non smettono.

Grazie a Cristiano Governa.

La verità è manipolabile. La finzione può mettere in scena una rappresentazione che pur sommando tutte cose false rappresenta qualcosa di vero e di reale che stiamo vivendo, che ci sta accadendo, proprio adesso; una somma algebrica di tanti segni ‘meno’ che alla fine danno un ‘più’.
(pag.210 – Il Catechista)

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 7, 2009 alle 3:36 pm

Pubblicato in 2009

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Bilico.

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Dapprima un’immagine. Si è fatta largo fratturando un nero metallo duro. Un’immagine viva, pulsazione pressante, colori intensi, eccessivi e materia plasmata da densità, spessori e consistenze striscianti.

Sabbie (il)limitate, sconfinate. Grigio-giallastre e finissime da faticare ad afferrarle.
Poi piedi nudi che camminano, arrancano, si trascinano fino a fermarsi. Così. Di colpo.
Allora le dita, che fino a qualche attimo prima erano dita riconoscibili, dieci distinti brandelli di carne delimitati da forme a uncino e pelle morbida, chiara, a ricoprirne, proteggerne l’interno; allora. Sono sparite. Sotto l’abile e silenziosa carezza delle sabbie. Lingue fresche seppur infuocate. Nessun odore nell’aria. Solo un vago, lento, strusciare di ossa invisibili.

E le sabbie nutrendosi si affamano ancora di più. Voglio, di più. Allungano, affondano, sono nervature tra i polpacci, lo saggiano con gusto pieni dei vuoti che lo compongono. Perché questo corpo – qui – c’è ma non è. Altrove lo si vede. Altrove lo si spinge, parla, sposta, vive.

Perché questo è l’ ‘altro’ lato della vita. Dove gli echi arrivano ma sbiadiscono. Dove si è divisi nella separazione carnale, brivido che schianta vertebre e informicola occhi lacrimanti. Mentre ciò che succede, ciò che la vita – quella nel lato opposto – è, senza che nessuno si domandi nulla, è e prosegue con l’incedere sicuro della belva ammaestrata. Ma qui, nell’  ‘altro’ lato non si può, essere e vivere semplicemente. Non si può fingere, ignorare, anestetizzare quelle grida che dal fondo ammalano timpani e bruciano gole. Non si può nascondersi ai corpi epilettici, mai fermi, mai quieti, mai sazi.
Qui.
Nello sbaglio, affondando tra malignità e mali, malformazioni che deformano, puzzo e merda molliccia, liquida. Silenzio borbottato, pentola a pressione per pulsioni, (dis)affezioni, fatiche laceranti, negazioni e maschere di carnevali persi nelle memorie ingiallite, muffe d’altri respiri stantii, funghi allucinogeni per avvelenare un presente in bilico tra lati. Bilico per pochi, comunque, maledizione che libera condannando.
L’ ‘altro’ lato non ammette certezze, conformazioni, granito. Non ammette perché ignora, rifiuta conoscenza menzognere, traditrici.
Ma ama dolentemente fino all’orgasmo totalizzante, puro e intoccabile chi si abbandona.

E da qui la voce se la ruba un vento umidiccio, alito inquieto che delle ferite conserva umori, salva solo il bene del male, vomita il male artificioso della gomma luccicante. Solo la creatura infinita, quel male lì, si salva perché voluta dall’alto poi uccisa da chi con la morte ha creduto di poter costruire a propria immagine e somiglianza imponendo.
Si sente, la voce. Attraverso labbra serrate, occhi spalancati e sensi intrappolati nel bilico. La voce entra nelle sabbie, ansima ad altre voci gocciolanti.

Respiro coi piedi in questo lato della vita, lascio che il mio corpo finisca assorbito e che dita, pelle, polpacci subiscano il risucchio. Ne sono irrimediabilmente (at)tirato. Ne sono parte nell’unico lato che mi riconosce, che è entro me.

Lo troverò mai questo qualcosa che non so? (Sylvia Plath)

I saw something in your eyes I’m sure
And baby I saw it
Something in your eyes
I wanted it for myself
(Dave Gahan – Saw something]


[Barbara Gozzi, 3 settembre 2009, dall'una alle dieci e trenta]

Written by Barbara Gozzi

Settembre 3, 2009 alle 9:48 am

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Io la sento

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di Barbara Gozzi
Ci correvo a piedi nudi.
Luglio e agosto giocavo nel cortile cementato. E il caldo risaliva oltre la pianta dei piedi, bruciava la pelle. Eppure era piacevole.
Di primo pomeriggio il nonno fingeva di seguirmi con il tubo, per bagnarmi un pò.
Il tubo era un serpente verde fosforescente che si usava per annaffiare il piccolo orto interno, accanto al bassocomodo che era un edificio a parte dove spesso nonna cucinava. Aveva due stanze enormi, il bassocomodo. Quella vicino all’orto era per le biciclette ma negli anni si era anche riempita degli attrezzi del nonno e di ogni altra cianfrusaglia possibile. Perfino i miei giochi di bambina. Vecchie bambole senza occhi, veicoli motorizzati con una ruota rimasta, scatole impolverate piene di giochi di società risalenti a chissà quale generazione. Stavano tutti dentro, al buio, e quando si aprivano i portoni che assomigliavano a quelli marroni enormi dei garage, quando la luce entrava, si finiva investiti  da un odore di muffa dolce, quasi caramellata.
Il cemento spesso era bollente.
E io me ne stavo dove prima l’ombra si allungava, prima anche cinque, dieci minuti al massimo. Non faceva differenza. Di pomeriggio il sole si muoveva svelto nel cortile interno mentre in faccia alla strada gli edifici ammassati lo coprivano comunque.
Davanti casa non si poteva fare granché. Magari restavo seduta sui gradini, in faccia al cancello, a leggere o colorare. Ogni tanto ascoltavo musica, ma ero già più grande e lunga quando lo facevo e di sicuro non camminavo scalza.
La rassicurante ruvidità di quel cemento, di quelle estati lontane da casa con l’odore nauseante dello zuccherificio tra le narici, e le notti sulle canne di biciclette improbabili tra i bambini e i ragazzi del quartiere, in una via della periferia ferrarese che era come il serpente verde fosforescente (si allungava poi ritraeva più ci camminavi, più la attraversavi); tutto questo mi è rimasto.
E’ ancora lì, dove deve essere.
Perfino tra la pioggia insistente di un aprile uggioso, umido dentro che a distanza di quasi sette anni pare un altro habitat, un altro clima.
Perfino passandoci davanti in macchina, di fretta, con le mani che tremano leggermente strette al volante, il cuore in piena attività irregolare e la casa davanti, pochi secondi appena, trasformata dal tempo e le esigenze dei nuovi proprietari.
Ma il cemento è sempre lo stesso.
La mia pelle bambina callosa e rovinata dalle corse, ancora ci striscia sopra.
Io la sento.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 2, 2009 alle 2:31 am

Pubblicato in 2009

La neve non è neve

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You can sleep forever, but still you will be tired
You can stay as cold as stone, but still you won’t find peace
With you I feel I’m the meek leading the blind
With you I feel I’m just spending wasting time

I’ve been waiting
I’m still waiting
I’ve been waiting
I’ve been waiting
I’ve been waiting
I’m still waiting
I’m with you (with you)
It’s always one step too far
One step too far

(One Step Too Far, Faithless featuring Dido, 2001)


La neve non è neve. Ne ha la consistenza ma non è fredda. Si lascia risucchiare da spostamenti d’aria. Si aggrappa a onde anomale di tessuto colorato e braccia concentrate, muscoli tesi a stringere, lanciare, afferrare e riprendere. La neve si raggruma facilmente, tende al giallognolo fissandola, ma non c’è tempo.
Le risate sono discontinue, alternano affanni, tonfi e parole le cui interpretazioni sfuggono, rapite dalle correnti di pulviscolo. I sensi spezzano lo spazio. Virano attraverso gli attimi, vissuti senza attese, vissuti nel momento stesso in cui sono, vissuti per necessità.
Finché l’aria si distende, qualcosa inverte gesti, in quel ‘sono’ che respira, si ascoltano ridere e sono felici, liberi da liberati. I cuscini scivolano, materia deformante che attutisce urti e ricerche. La neve, che ancora si aggrappa alla materia, rallenta la sua corsa folle, deliziosa.
I corpi sussultano. Stanno. Le risa non se ne sono andate, non del tutto. Le mani volteggiano, i volti hanno tante espressioni, non ci sono vincoli, i limiti sono sagome di gomma flessibile oltre la linea dell’infinito. Si può. Stare. Essere. Gioia. Calore. Immensità. Nerobianco. Leggerezza. Bene. Molto bene, figlio del sottile male che da dentro spurga, vulcano impazzito, che ricopre cristallizzando.
Poco alla volta, con lentezza disarmante, la neve abbandona l’aria. I tessuti smettono di respirare e sul pavimento cedono, mollemente lo ricoprono con il disordine che le cose hanno. Quando l’ascolto si intensifica, e non c’è interferenza, le cose respirano più forte, alitano e odorano. Cantano.
E c’è, questa sottile melodia. Lei la sente. Anche prima, nel fondo della mente, lontana e bassa, le arrivava. Ora però che il respiro si tende stabilizzandosi, il corpo sussulta con frequenza discendente, ora. Il ritmo, i battiti che sono suoni e strumenti, la voce dolce e precisa, puntigliosa, pervade lo spazio, entra tra i pori e lì, sedimenta.
Si piegano, basta uno sguardo. E’ un linguaggio che sordo urla, lancia e afferra quello che tra loro scorre. Le ginocchia obbediscono, il busto flette i suoi muscoli vagamente indolenziti e accaldati, fino alle mani che poggiando sul pavimento spostano il peso dei corpi, li indirizzano all’atterraggio. Così. Per terra. Abbandonati. Non c’è tempo né spazio. Non c’è senso che possa insinuarsi, eccetto quel battito rallentante, il freddo che dalla terra risale per aggrapparsi agli strati superficiali, a quei corpi estranei, muscoli stanchi, volti nascosti.
Ascoltano.
Aspettano.
Si sentono in remissione. L’energia li carezza un’ultima volta prima di librarsi. La neve resta appiccicata a qualche lembo di pelle sudata, le gambe scomposte si conquistano una fetta di vita. E lì restano. Palmi aperti, a contatto con le cose, a cercarne cadenze e movimenti (in)visibili.
Silenzio. Quiete. Tra loro qualche centimetro di nulla, palpebre cadenti.
Ma non c’è volontà, i corpi si assecondano nell’unicità che è crepa, nell’affanno che è divisione, separazione casuale. Lei si incurva, flette la schiena e ruota il collo. La guancia a contatto con la terra dura rabbrividisce, cerca un leggera variante, angolazione che restituisce equilibrio. I fianchi tendono a elevarsi, appena, il necessario al resto del corpo per essere rinuncia e conquista.
Lui l’ha guardata. A lungo. Curioso, fors’anche stupito, non s’interroga. Pieno e vuoto come sempre, tra loro. Ha appoggiato i gomiti e ha aspettato. Adesso che il resto, tutto, si è fermato. Si allunga. Serpente silenzioso la raggiunge. Piano. Delicato e ruvido. Ne sfiora i lineamenti, una carezza che è lingu(a e ingran)aggio. Una carezza che accende ciglia semichiuse, guance e mento. Una carezza prima del bacio, prima che le labbra si aprano, sfreghino risvegliando il collegamento scoperto, frustato, rimasto. Lei si volta appena, sposta ancora il collo, lembo di corpo elastico, attento alle flessioni, e lo saggia. Dalla penombra degli occhi aperti per sbaglio, più chiusi, vicini al buio, lui è carne calda, devastante. Che le parla muovendo aria ed energia. La riporta verso le connessioni, bisogni amplificati dalla pace che da dentro irradia, si assesta in quel nuovo fuori fatto di terra, contatti e assenza. In quel non luogo, tra finta neve e inutile tessitura sfilacciata, a loro non importa sapere ciò che sono, delle cose che attorno seguono un corso qualunque, quello che è e sarà. A loro importa scon-trarsi, (ri)trovarsi e così stare, celandosi tra sguardi sfuggenti, richieste inespresse cullate da guizzi fantasma.
Le alza il vestito, non lungo, appena oltre il ginocchio. Morbido. I polpastrelli arrotolano e tracciano linee sulla pelle. I seni liberi si lasciano rimirare, lei volta la faccia, lo vuole vedere il tempo necessario ad afferrargli quello sguardo. Solo quello. Poi, mentre sente le carezze eccitanti e sa, che presto le sue labbra succhieranno, torna alla posizione originale, semipiegata. Gli offre fianchi e schiena, fondi e accessi. E lui scivola in quel basso che conosce, pulsa. Le sfila le mutande con la grazia dei momenti perfetti, quando le flessioni si allineano.
Ora, dietro di lei, piegato verso.
Le dita si muovono. Calde, piene. Delicate e ferme. Le carezzano membra e muscoli. E’ un incedere costante, liquefatto tra onde e rarefazione. Ma quando entra, e piano, inesorabilmente affonda prima di scegliere e mutare ritmi e intensità, prima. Lei si allarga, offrendosi a lui e lui solo potrebbe. Sporge una mano e lo sfiora, ne beve quel calore, che è altro da sé, senza volto come il suo che affonda e si deforma. Sente la meraviglia nella tempesta, l’irradiazione di un unico corpo che muove e si muove incastrando poli, scegliendo assonanze. E canta. Per lui, assieme. Le voci, dal dentro tremante, si abbracciano. Le mani impastano quei sensi che dopo il gioco e le risa, dopo lo sfilacciamento e la quiete, ormai possono solo chiedere. Chiedere e dare. Dare fino confonderne ruoli e desideri. E’ una, l’ossessione. Com’è una la carne attraverso loro, oltre respiri discontinui e lingue voraci che impongono un tutto necessario. Dentro. Fuori. La resa che è conquista, pretende. Le fragilità espongono le ferite più infette e se le mischiano, accettano. Chi e come. La carne si accende, pulsando in mezzo a note ormai prossime alla caduta, loop insaziabile di intensità irregolari, variabili oltre il sopportabile.
E le lacrime.
Due.
Piccole.
Sole.
Le rigano una guancia mentre le farfalle, dalla gola, si conquistano la libertà.
E la carne.
Da percezione, muta.
Restituisce.
La cosa che sono, dimenticando di essere.
E lui.
Aprendo la mano.
Che stringeva un pene gonfio, inseminato.
S’immobilizza.

[Barbara Gozzi, 04-08-2009, notte]

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Written by Barbara Gozzi

Agosto 29, 2009 alle 7:59 pm

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Troppo poco

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Troppo poco di Barbara Gozzi

Il buio è ovunque.
Le stringe il braccio. Dapprima carezza sulla pelle. Poi le dita intensificano la morsa, ancora e ancora. Lei respira piano, stringe i denti, abbassa le palpebre. Lo sente arrivare, il fischio è inesorabile. Le dita diventano ferro rovente. La carne inizia a fremere, s’increspa. Dal braccio il calore è irradiante, ha lingue infuocate che si disperdono verso la spalle e all’opposto informicolano le dita.
Il dolore.
E’ qualcosa che respira in lei. Aumenta, taglia, affonda tra ossa e muscoli.
Piega la testa, la inclina a cercare qualcosa che non c’è, l’aria dai polmoni volteggia singhiozzando. Quel male che sente, penetra in profondità, le contrae la faccia.
Nessun rumore. Solo in-spirare, e-spirare, respirare. Respirare.
Lui fissa il male riflesso negli occhi e l’energia, che come onde gonfie gli si infrangono contro, lo sommerge rimbalzando. Vanno e vengono, le onde affamate, e lui insiste, le osserva il corpo piegato in avanti, dove il braccio che stringe ne è nuovo epicentro. Schiaccia ancora, e gli pulsa tra la pelle rovente un cuore.
Ordina alla mano di aprirsi. Improvvisamente le dita si scollano, la tensione risale attraverso muscoli e nervi.
Il braccio ferito si abbassa di poco, l’ematoma è in arrivo, lo sanno entrambi. Gli occhi le si sono riempiti. Sudore. Lacrime. Liquidi trattenuti ma scivolosi. Che sfuggono al controllo. Che rifiutano.
Il male. La sta ancora succhiando, la pressione si è assottigliata ma la carne resta rattrappita. Lo stomaco accartocciato. Le spalle dure, granito con venature irregolari che allungano frammenti maligni verso l’alto. Verso la testa pesante, stordita.
Ancora
, e già se lo vede vagamente gonfio, l’ematoma, dalla forma allungata e tozza, scuro miscuglio di ferocia e piacere. Gioco di resistenze. Fuga dal buio.
Lui si avvicina, un passo verso ma lontano dalla ferita, ha il corpo legnoso, incerto. La afferra per le spalle e se la spinge contro. Sente il braccio che penzola, abbandonato, radiazione accecante. Con una mano le tiene il collo, la vuole addosso, quella carne che è prolungamento, gli si è tenacemente conficcata, quella carne sanguinante trasmette. Ne ha bisogno.
Ancora
, insiste. La voce inclinata da equazioni confuse. Ho ancora male, gli sussurra, toglimelo.
E lui sa, sente, che non è capriccio. Che la lesione è dentro e aspetta di guarire fuori, di sputare veleno e grumi. Che il corpo chiede, i loro corpi urlano, di provare, avere, liberarsi.
Abbassa il braccio sinistro, inverte la direzione e crea una simmetria distorta afferrandole la parte alta della coscia, poco sotto i glutei. Se la tiene stretta, schiacciata, carne su carne. La bocca sfiora una guancia fermandosi sull’orecchio.
Anch’io. Lo sai.
Ed è fermo, il tono, basso ma preciso. Lei si passa la lingua sulle labbra, se le trattiene tra i denti il tempo di un lungo respiro. Annuisce a se stessa mentre alza la mano destra, quasi sfiora la sua che le tiene saldamente
la coscia, e la poggia sul fianco nudo sfiorando i boxer ruvidi. Sposta il volto, si guardano sospesi, tra buio e silenzio. Immobili.
Chiude la mano afferrandogli carne e pelle, tra le dita la morbidezza è disarmante. Stringe. Mentre la coscia inizia a scaldarsi, sotto l’altra stretta gemella, intensa.
Schiacciano, premono. Lo sforzo si schianta tra i tessuti, passa da palmi a epidermide conosciuta seppur estranea. Un vago tremolio invade cellule, si fa largo all’interno.
Il dolore si propaga, è forza selvaggia. E’ disperazione, fondale invisibile, patina che spezza, cancella. L’istinto preme, vorrebbe scansarlo questo male irrequieto, che vaga rinforzandosi, non lascia ossigeno, non si ribella pretendendo remissione.
Male, male, male.
I corpi ondeggiano, sussultano insieme e crepano, si incrinano l’uno sull’altro, l’altro nell’uno entro un’irradiazione potente, fondissima.
Le contrazioni interrompono la corsa quando le fronti poggiano sulle spalle. Le dita informicolate restano sospese a mezz’aria, molli dopo lo sforzo. Rantolano sottovoce, sudano appiccicati, doloranti.
Aspettano di calmarsi, si reggono su un epicentro invisibile che sono le loro masse assemblate in dis-equilibrio precario. La mano di lui risale e le alza il mento. Aspetta, e lo sbircia. Il fuoco le (trat)tiene la gamba, se la succhia con calma e fa lo stesso sul fianco che lui non si è nemmeno guardato. Sa. Che il male sta risalendo, galleggia sottopelle prima di riversale melma formando quell’essere deformato, schizzato, che nel buio s’ingrassa tra carne e superficie.
Ma il bacio, le labbra che da incerte, affaticate, si afferrano violente. Ma quel contatto intimo, denso e anch’esso doloroso, graffiante. Sono accettazione. Trasparente, scintillante, animale accettazione. Che cercando il male lo si può attraversare. Che nel dolore c’è sollievo, liberazione. Che i corpi ondeggianti insieme arretrano e si contorcono entro un’unica massa mutevole. Sono. Amalgama sfasciata ma viva.
Le labbra si succhiano. Le lingue giocano. La saliva scorre.
Le strette, governate da braccia che frenetiche cercano appigli, spingono la carne alla tensione, verso pulsioni che fanno e restituiscono male.
Male, male, male.
Troppo?
Troppo poco.
No.
Impareremo.

[ 27-08-2009, notte]

Written by Barbara Gozzi

Agosto 28, 2009 alle 9:28 pm

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Respirare

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Stanotte ho letto una cosa che me ne ha fatte tornare in mente altre.

Non sapevo nulla della morte.
O meglio: sapevo tutto come tutti. Ne avevo letto, avevo ‘visto’ la sua messa in scena nei vari schermi della giovane vita che avevo avuto fino ad allora. Raramente ne avevo parlato, più con qualche amica (anni prima era morto un altro corpo, il primo grande dolore avvertito, assorbito dal mio, di corpo). Un’altra volta, andando ancora indietro, riavvolgendo il nastro delle memorie, mio padre mi aveva portata con sè prima di un funerale. Altro corpo, ancora più vecchio e lontano, sangue incastrano con altro sangue che piano, lento e paziente mi aveva dato la vita. Mia madre aveva borbottato un pò, sottovoce (ed era raro, evento allarmante, che mia madre borbottasse contro mio padre). Io ero salita in macchina con un misto di emozioni crudeli come noia, fastidio, fatica. Poi l’ho visto, tassello perfetto incastrato nella bara, con la pelle trasparente e inconsistente, il volto allungato che era appena cranio osseo, e un’infarinatura bianca ovunque. L’ho visto e ho assorbito l’urto. Non ne ho parlato per anni. Finché un click ha echeggiato nella mia testa.

Torno all’origine, allora. A quando non sapevo nulla della morte.

Avevo vent’anni.
E questo corpo che era una persona con tanto di nome e cognome, declinazione precisa in me, affrontava gli ultimi tre giorni. Ultimi prima che gli organi smettessero il regolare funzionamento. Ultimi per occhi sempre più fermi, arti ormai lenti, immobili nella mobilità dei moribondi, e respiri.

Dei respiri non credo potrò mai scordarmi.

Non tutti, tre giorni sono settantadue ore dense da poterle ingoiare solo tagliandole a cubetti, se non si sa cosa fare. E io non lo sapevo. Cos’era la morte. Ma anche – e soprattutto, aggiungo ora dopo oltre dieci anni – non sapevo cos’era affiancare un corpo verso. Dargli quell’appiglio prima del blackout generale, prima di smettere tutto, ma proprio tutto.
Respiri compresi.

Comunque non sapevo e ho imparato ora dopo ora. Cuscini su, cuscini giù. Attirarlo verso di me per far riposare la schiena, riporlo sui cuscini gonfi e stantii. Bagnargli le labbra, asciugarle. Pulire il viso, fissarlo e basta. Aprile le finestre, chiuderle. Parlare e tacere. Alzarmi e sedermi. Accanto e attorno. Dentro la camera e fuori.


La mattina del terzo giorno (e a ripensarci ora sono state molto meno di settantadue ore) è iniziata la procedura. Non trovo un termine migliore, non lo conosco. L’intero apparato respiratorio, sotto la direzione della pompa principale, ha preso a singhiozzare. Non avevo mai – mai – considerato prima quanto fosse complesso, laborioso e faticoso respirare. Respirare è atto istintivo, gesto che non chiede istruzioni, è ciò che è, avviene senza pretese, ci lascia al tempo e al resto.


Eppure respirare per molte ore, su quel corpo che non era  più corpo,  era improvvisamnte una sequenza precisa inversamente proporzionale. Procedura. Di frenata lenta, rallentamento graduale, riduzione sistematica e puntuale. Respirare era l’atto finale. Il metro, la misura. I secondi si sono sommati tra loro. Non avevo mai pensato – mai – alla possibilità di variare la frequenza, dei respiri. Non avevo mai pensato alla morte. Alla morte-morte. Che non è inquadratura, singhiozzi telecomandati e dolore di gomma catarifrangente.


Ho un frammento, nitido e consistente, conficcato tra gli occhi che porto sempre, ovunque finisco, e ogni tanto come oggi si assesta e fa male. E’ un frammento di un momento preciso. L’ultimo respiro di quel corpo che è durato più di un minuto, molto di più e io con lui, con quel respiro, seguivo e aspettavo. L’ultima lunga, lunghissima, lentissima rincorsa poi. Nulla. E il mio primo respiro dopo. E tutti gli altri che si sono seguiti e rincorsi dopo, ai quali non ho più fatto caso, non potevo, non importava ormai Era prima, che faceva differenza, quado respiravo ma non riuscivo più a farlo senza pensarci. Pensavo che stavo respirando. Respiravo pensando aggrappata all’altro respiro, quello del non corpo in dissolvenza. Lo sentivo ovunque, in casa. Perfino al piano di sotto davanti a una tazza di latte che era ricotta molliccia per gli occhi, le lancette del vecchio orologio a scandire un non tempo gambero.


Respirare è atto dovuto, che non attira attenzioni, non scatena interessi o riflessioni. Proprio come la morte-morte. Eppure i corpi affrontano un preciso punto di rottura. Che è quel frammento rimastomi incastrato nella fronte, sotto, entro pareti e cassetti.


Quello non era più, corpo. Non era. Ma da prima. Da quando esattamente ancora non l’ho capito. Dall’inizio dei respiri lunghi, forse. Dall’immobilità cronica. Da quando gli occhi hanno smesso di lacrimare e illuminarsi. Non lo so.

Ancora oggi molto non so, della morte.
Ma che in quei respiri non ci fosse più carne, più niente, si, questo mi è rimasto. E ringrazio.

I corpi custodiscono segreti. Sono indicatori. Non possiamo nulla contro di loro. Quasi, nulla. Tendiamo i nostri limiti finché il filo è talmente sottile e lungo da non essere più reale. Tecnologie, medicine, cure, chirurgia, regimi alimentari, attività fisica, trattamenti e follie varie.

Ci prodighiamo, per mantenerlo vivo e possibilmente vicino a ciò che ci sentiamo, siamo, attendiamo, desideriamo.
Ma dell’aggancio, del dopo, del verso. Nulla. Non facciamo nulla. Non sappiamo, nulla. E quel poco che avevamo scoperto lo stiamo perdendo.

Io vorrei sentirlo. Lo pensai quella mattina, di oltre dieci anni fa, mentre fissavo ossa, pelle e nient’altro. E ancora oggi. Vorrei sentirlo, aggrapparmici, e permetterlgi di essere, in me.

Mi fermo, ora.
Chiudo gli occhi.
Spengo luci e apparecchi vari.
Mi ascolto.

Respirare.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 25, 2009 alle 12:39 am

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La metà invisibile dell’invisibile meta.

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[di Barbara Gozzi, Agosto 2009]

Quella notte è successo.
Ma non ha capito subito, che era successo.

E’ scesa dalla macchina dopo averla parcheggiata tre volte, in altrettanti posti diversi entro lo stesso parcheggio. Ha controllato almeno due volte di aver chiuso il frontalino nel cassetto portaoggetti davanti al posto vuoto del passeggero. Due volte, si. Ha chiuso la macchina premendo lo stesso pulsante di sempre che però ha emesso un leggero tonfo, come un sasso tondo, piatto e largo lanciato senza garbo nell’acqua fonda. Ha toccato le maniglie più di quattro volte. Boom, boom, boom, boom, boom. Sequenze nevrotiche. Mania di controllo. Evidenza di incertezza.

Quella notte poteva ancora. Cambiare idea. Dare un senso contrario alle parole sbucate chissà da dove, e pronunciate ore prima al cellulare. Alle dieci va bene. Sei sicuro che al Palace’s già sanno? Ok, due-uno-due (risatina bassa, nervosa, a proposito della sequenza numerica simil palindromo, ha pensato). No, no, ho capito. Ce li ho sempre i documenti (in tono quasi divertito, tentativo di sdrammatizzare). Si, va bene. Anch’io. A dopo.
Boom, boom, boom, boom. Comunque.
Poi.
Con la mano ancora sulla maniglia, quella della portiera nel lato conducente. Con il sole ormai morto all’orizzonte, il parcheggio isolato, e una vaga patina umida sul collo, verso la scollatura generosa ma non troppo vistosa. Con un sospiro lungo, di quelli che espellono aria lentamente, e facendolo liberano alcune tensioni muscolari localizzate. Con i polpastrelli a sentire il duro della maniglia, più reale di quanto riuscisse in quel momento a focalizzare.
Lì.

Nell’istante appena descritto.
La materia si è sfocata. (S)doppiata letteralmente.
L’altra mano, quella libera, si è alzata rimanendo ferma, lungo il fianco.
Il volto ha ruotato proiettandosi verso l’ingresso dell’hotel ed è rimasto fisso, immobile su quell’orizzonte morente. Sono in anticipo, ha pensato ripetendolo nello (s)doppiamento. Sono in anticipo. Infatti erano appena le nove di un’estate bagnata e afosa. Il cruscotto ha rimbombato due volte, la lancetta delle ore si è fermata sul ‘ventuno’ con un doppio scatto. Ventuno. Ventuno. Elemento comune.

Poi però il corpo si è spostato, il cuore ha accelerato. Doveva entrare, nel parcheggio poteva essere vista, poteva arrivare qualcuno e riconoscerla, non voleva che nessuno. Nessuno.
Le porte scorrevoli si sono aperte davanti a lei.
Contemporaneamente fissava il bagliore, il sole verso la fine del suo ennesimo tramonto, dietro di lei il Palace’s pareva scomparso, ologramma ignorabile. Blocco necessario. Doveva entrare ma. Ma. E la mano stretta alla maniglia ha ordinato all’altra di recuperare le chiavi nella tasca esterna della borsa e rimuovere la chiusura centralizza. Altro tonfo, altro sasso lanciato nel fondale.
Le lancette nel frattempo si sono mosse, il tempo non ha permessi da chiedere, il tempo è. Resta.
La più grossa sempre sul ‘ventuno’, l’altra sottile e lunga sul ‘sette’. Appena qualche minuto insomma. Per entrare trovando il coraggio di chiedere la due-uno-due e, contestualmente, restare imbambolata tra posti auto vuoti prima di risalire e andarsene.

Due diverse azioni. Un solo scenario. Lo stesso corpo in movimento, materia moltiplicata a se stessa, azioni multiple inseguendo intenti e volontà relativamente opposti tra loro.

Le scelte spesso sono reversibili. Si dice che le seconde possibilità siano pratiche necessarie, innegabili. Alcune però determinano un percorso, chiudono porte mentre qualcosa si ingoia la chiave. E quelle porte lì, chiudendosi sono destinate a rimanere eternamente inagibili. E con loro il contenuto di carne, movimenti, azioni, parole, volti ed emozioni.
Ma quella notte è successo. A lei. Di entrare attra-verso entrambe le porte.
Si è vista deglutire parlando con l’uomo attempato alla reception, sorriso vagamente giallastro e dita a uncino  che le allungavano la tessera magnetica della camera matrimoniale prenotata. Siete di passaggio mi risulta, le ha sibilato tra i denti giallastri. Siamo di passaggio, ha ripetuto lei rischiando di tartagliare ma salvandosi concentrandosi sulla tessera che ora, stretta nella sua mano sudata, pareva pulsare.
E mentre saliva le scale – l’ascensore no, non importa – ha mormorato, aveva bisogno di muoversi, di avvicinarsi piano, poco alla volta, a La camera. La due-uno-due. Mentre.
Sapeva.
Che in macchina, prima di riaccendere aveva tentato di riposizionare il frontalino della radio e al terzo tentativo le era caduto sul tappetino. Le mani instabili si prendevano gioco di lei. Voleva andarsene da lì, e in fretta, le prudeva la pelle. E’ ripartita senza guardare davanti a sé, poteva arrivare qualcuno, poteva essere riconosciuta. Stava uscendo dal parcheggio privato di un noto hotel della zona. Spiegarlo sarebbe stato complicato, non impossibile come essere vista entrare, ma complicato. Ha ingranato la seconda dopo essersi immessa nella principale e il frontalino si è staccato ancora, ruzzolandole ai piedi. Ha frenato nel primo passo carraio libero approfittando di un piccolo spiazzo davanti al cancello di una villa giallastra qualunque. Alto, il cancello, e di ferro con incisioni incomprensibili. Si è imposta di calmarsi, il cuore ansante iniziava a cedere, rullava invertendo la corsa, ormai era fuori, lontano da. Da.

Lo (s)doppiamento, il primo, era appena una nota, tra le maglie di una (in)finita melodia. Ma non aveva nulla di metafisico men che meno astrale o psicologico, non era pratica esoterica, né percezione di un ‘aldilà’ o altre interpretazioni più o meno mistiche. Non era devianza mentale, invenzione malata, chimica inceppata. Non era viaggio ‘fuori’ dal corpo. Viaggio, si. E il corpo – i corpi – ne dominavano le dinamiche. Ma non erano fuori le spiegazioni. Non arrivavano neppure, da fuori, i corpi e il viaggio.

Quella notte, per la prima volta poteva aprire entrambe le porte.
Scegliere l’immersione, apnea nuova, con e in un uomo che non compariva nel suo stato di famiglia.
O rinunciare all’ (im)previsto che le ha risvegliato un (in)definito orfano di termini adatti.
Le scelte sono questo. Il lancio di una moneta che, dopo aver rotolato su se stessa per un pò, posa un lato sul piano, oscurandolo, e l’altro lo espone. Quest’ultimo, il lato visibile, diventa l’unico conosciuto da tutti eccetto il lanciatore e la moneta stessa. E spesso, lanciatore e moneta sono quell’unico corpo sfilacciato che si mette in gioco.
Lei sentiva che la moneta rotolava, rotolava, rotolava, pronta a scegliere tra due modi di vivere.
Essere metà invisibile.
Oppure.
Cedere all’invisibile meta.
Ma per ora, quella prima notte, non li conosceva per nome. Gli invisibili.

Poteva vivere entrambe le realtà, esserci nello stesso modo, presente a sé, con corpo e affezioni. Con quel ‘sé’ che è bagaglio ingombrante. E l’empatia causa-effetto del bivio.
Poco sapeva, in effetti, delle conseguenze, del dopo. In entrambi i casi poteva comunque essere o rimanere molte ‘cose’. Oppure nessuna. E di ogni possibile variabile aveva paura. Forse per questo è successo. Forse è stata la sospensione. Il pressoché identico peso, l’indecisione tra stomaco e membra. Forse succede quando scegliere è impossibile. Forse è davvero possibile quell’im-possibile manifesto. Percorrere due strade contrarie contemporaneamente. Essere, nello stesso momento una vita e due virate, e assorbirne le evoluzioni, entrambe unite e scollegate. Fino a quando, non lo sapeva, non se lo è chiesta, la domanda è finita chiusa da qualche parte entro il recinto del paradosso.

Nella due-uno-due l’odore di disinfettante fruttato le era insopportabile. Ha aperto la finestra davanti al letto matrimoniale, ha fatto appena alcuni passi entrando. Due per posare su un tavolino in legno la borsa. E quattro per raggiungere la finestra. Dopo, ha chiuso gli occhi. Non ha idea di com’è fatto il letto, di che colori è vestito, il letto, e il resto attorno. Entrando si è accesa automaticamente un’abat-jour sul comodino vicino alla finestra. E lei li ha tenuti chiusi, gli occhi, sentiva sulla nuca il fresco della notte in avanzamento progressivo. La piccola cucina puzzava. Si era dimenticata di portare fuori il sacco stracolmo della spazzatura, con i resti della frutta e della carne dell’altra sera. E la stanza era sigillata. Entrando ha avuto una vertigine, dopo due passi appena si è bloccata, in attesa. Di qualche rumore. Suoni indicatori di presenza. Ma gli è arrivato tra le narici il puzzo dei rifiuti, nient’altro. Non c’era nessun altro. Le stanze immobili e buie attendevano. Allora si è lasciata assorbire posando la schiena contro la finestra aperta, abbandonando il collo e dimenticando le palpebre.

Il corpo ha sussultato seguendo l’onda di un brivido improvviso.
Un sottile senso di acido si è insinuato entro la bocca dello stomaco. Lo stesso, unico, stomaco separato da muri lontani, stanze differenti e medesimi respiri.
Le ginocchia si sono piegate. Piano. Lentamente. Un centimetro alla volta. Finché il pavimento ha riassestato gli equilibri di muscoli e ossa. Le ginocchia esposte, alte, hanno laschiato che la fronte sudante ghiaccio vi si posasse. Il collo allungato in avanti era già indurito, cedendo al nuovo baricentro. L’aria usciva svelta da naso e bocca. Il bagno e la cucina frullavano tra loro, amalgamavano materie, montagne russe improvvisamente insopportabili.
E lei con la testa in giù, una mano sulla moquette neutra della due-uno-due e l’altra sul granito rosato della cucina, mentre le lancette insistevano a camminare come sempre, ventuno e trentuno, mentre attorno il resta resisteva, stava dov’era il giorno prima, e così quello dopo: è svenuta.

Allora gli Invisibili l’hanno accolta entro membra lievi, sfioramenti dal sapore delle memorie ingiallite, bagnate dal sudore amarognolo. Allora il Silenzio, imbottitura tagliente, filamento poliforme, ha attutito lo (s)contro delle carni.

Le lancette si sono spostate divertite, curiose. Toc. Ventidue. Toc. Zerozero. Alcuni attimi ancora, il tempo ha allungato le sue lingue viscide, sfiorando consistenze, dominando moti.
Il cellulare si è mosso seguendo vibrazioni regolari. Ingabbiato in una borsetta scura, schiacciato da un pacchetto di fazzoletti di carta, sfiorato da un lucidalabbra dai bordi rovinati, e torturato dai denti appuntiti di un piccolo mazzo di chiavi aguzzine. Il cellulare ha vibrato. Uno, due, tre scossoni assorbiti dalla borsa, nascosti ai tavoli su cui è stata posata frettolosamente un’ora prima.
Tardo dieci minuti, aspettami. Voce silenziosa di un messaggio.
Sono arrivato ora, ti aspetto. Voce silenziosa dello stesso messaggio, che insegue l’altra virata.
Perché i silenzi, certe volte, sono mani grandi ricoperte da dita grasse, carnose e succulente,  forti. Che circondano il collo senza scatenare aliti attorno e stringono, stringono, stringono. Finchè.

Una palpebra si è mossa, l’altra l’ha seguita.
Iridi enormi, liquidi. Scheggiati. Ciglia sottili, non troppo folte. Pupille calme, attente. Caldofreddo. Sudore. Sapore acido che dalla gola ha tentato di risalire. Deglutire piano, appena un’unghia che sul collo si è deformata in onda fluida. Fragranze amarognole di frutti che maturando si sono decomposti troppo in fretta. Polvere sulla pelle. Membra annodate vagamente intorpidite. Labbra secche, pronte per una febbre imminente. Vaniglia nell’aria. Saliva. Formiche tra i polpacci. Seno schiacciato, dolorante verso i capezzoli. Un ginocchio si è arrossato. Aprire e chiudere gli occhi, asincronie piatte. Penombra e buio. Buio e penombra. Chiaroscuri mutevoli. Stop.

Il gioco.
Il viver(si)e.
E’.
Ora.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 14, 2009 alle 4:22 pm

Pubblicato in 2009

Settembre attende, la coperta sa, e lei ci è nata, a settembre.

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Settembre è il mese che l’ha fatta nascere. Ma le interessa poco, la nascita in sè, la ricorrenza che è assemblaggio di una data con un’ora. Settembre le è sempre piaciuto senza riuscire a spiegarselo. Settembre la fa sentire a casa.
C’è qualcosa nelle giornate sbucciate, negli elementi che naturalmente scivolano, cadono. Nei colori. Qualcosa che l’attrae da quando era ragazzina, dalle prime fragili consapevolezze.
Settembre è un’atmosfera. Uno status. Una realtà in divenire, che si sfoglia come le banane mature. Solo che dentro non è mai maturo, Settembre, si trascina echi della stagione gelida senza esserlo. Sussurra di cieli grigi, aria che penetra, pioggia e neve. Annuncia l’oscuro senza esserlo, o essendolo nel profondo celato, appena un bisbiglio che presagia. Tessiture di sottintesi.
Settembre è anche l’inizio della caduta. Tra foglie giallognole, cieli rossastri e sfumature marroncine. Proprio mentre tutto si prepara ad altro, in quell’altro atteso con la sottile eccitazione dell’amante inappagato, tra strade che perdono l’odore del cemento bruciato per assorbire l’umido dell’acqua. Settembre si carica di promesse, è, promesse. E’ il Gennaio vero, quello che dà il via al mondo (perché i Gennario istituzionali non sono mai stati capaci di generare alcunché, hanno sempre e solo continuato l’eredità dei dicembre, dell’inverno pronto alle miti rigidezze dovute).
Settembre sta nel mezzo, per questo può essere ciò che vuole. A Settembre si riaprono le aule, quasi tutte, si riprendono libri ed evidenziatori, ogni tanto si affrontano percorsi, mutazioni, e poco importa se si è sedicenni o quarantenni. A settembre i regimi tornano, gli orari riequlibrano tempi e imposizioni. Ma c’è ancora uno spiraglio, forse solo Settembre può trattenerselo, questo spiraglio. Che è illusione quanto possibilità sfiorabile, desiderio delicato tra le piaghe dei sogni. L’estate è finita seppure il calendario non può ancora cedere all’evidenza. L’aria lo sa, che l’asfissia perde respiri ogni giorno, in un’inversione di proporzioni naturali, dolci. L’inverno chiama, guardando avanti lo si può intravvedere seppure la lontananza è pace, diluizione della medicina amara.
Settembre le è sempre piaciuto. Lo respira in modo diverso. L’autunno forse non esiste più, forse dei transisti è rimasto appena il ricordo. O tutto è transizione. Ma Settembre raccoglie polvere e brillanti. Il fresco. L’accorciarsi delle giornate con la furia della belva. La ripresa di certi golfini né leggeri né pesanti, la trapunta sul letto, fino a quella voglia segreta, che prepotente si impossessa del corpo, voglia di calore controllabile come una cioccolata mescolata piano o un té bollente tra tazze allungate e strette da dita dalle punte gelate. Tutto questo è Settembre.
Ha preso decisioni a Settembre. Alcune stupide, inutili. Altre notevoli dalle lunghe code diramanti. Settembre è ripresa, di cosa può non essere così certo come sembra. Della voglia di stare sotto le coperte con la finestra aperta, dell’avere la pelle d’oca sulle spalle nude e lo stomaco al caldo.
Il prossimo Settembre già si fa annunciare e come ogni Settembre non mancherà di dis-attendere promesse.
Vorrebbe che succedesse, stavolta. (Ri)vorrebbe un pugno della magia che annusava prima di essere. Quando tutto mutava in possibilità. Quando le striature erano variazioni a tema. E si poteva stare quanto andare. E si poteva essere ma soprattutto non.

Ci è nata, a Settembre. E ogni tanto ci pensa. Che gli allineamenti parlano, sono, tracce. Che non le dispiacerebbe nascere ancora, da adulta, in Settembre.

E le torna l’immagine di questa piccola casetta incastrata tra altre. Sotto la pioggia. Una porticina marrone. Alcune finestre a delimitare perimetri. E tende tra le finestre. La casetta sta tutta dentro un piano, è grumo di stanze altrettanto piccole, avvolte dalla penombra che è bianco e nero. Che è freddo sopportabile. Poi le gocce sui vetri, oltre le tende semi trasparenti, le gocce insistono, picchiettano, bussano. Non c’è luce nella casetta. Finché fuori resiste uno spiraglio si resta così. Tra mobili tondeggianti e scuri, finto legno probabilmente, comprato in negozietti persi tra vicoli e storie. Tra tappetti dai tre colori: rosso, nocciola scuro e verde. Miscelati con la pazienza del tempo che torna. In questa casetta che è porzione di non luogo, c’è almeno una scrivania, un divano troppo imbottito giallastro sbiadito e librerie ovunque. Delle librerie è sempre stata sicura, le vede da fuori, ancora prima di entrare sa. Che ci sono libri e scanalature entro cui depositarli, lasciarli riposare. La pioggia bagna, la pioggia battezza. E la piccola porta è un accesso atipico, celato da rampicarti molli e zuppi, verdi come la vernice scrostata del cancello in legno. Sono pochi ormai i cancelli in legno, in Italia almeno, ma questo lo è, lo è sempre stato. Il giardino sarà un metro quadro, non è importante, non c’è nulla in giardino eccetto ciuffi d’erba abbandonata. Passando in macchina neanche si vede, la porticina camaleonte, pare il retro di una villa. Invece è una casetta in-dipendente tra muri alieni di-pendenti. Non c’è targetta, né cassetta per la posta. Ci passa un sottile marciapiede, davanti al cancello dal legno verde scuro. Di solito dentro fa freddo, il riscaldamento funziona come può, forse è vecchio, forse è guasto, forse è solo diretta espressione del tempo, della non stagione che è mese precisamente perso. E ci sono plaid, sciarpe, maglioni enormi dimenticati ovunque, pezzi di tessuti rassicuranti. Uno in particolare, è una coperta dal doppio strato, quello superiore di cotone spesso, l’altro in misto lana. E si distinguono dagli odori, gli strati. Quello superiore profuma di fiori secchi, fragranze vaghe e intense. Sotto è più l’umido infeltrito a dominare rugosità quanto percezioni. La coperta conosce spalle e costole. Sa sagomarsi senza annullarsi, e dopo ritorna ciò che è, così ogni volta. Attende nel silenzio la presa veloce, i brividi che assorbe con calma. Con la calma che le cose hanno, quando oltre le masse, sorridono a certezze che non  hanno spessori. Che sono umori. Per-cezioni sospese tra l’essenza di un micro mondo imperfetto che ripete se stesso ogni volta.
Settembre aspetta ogni anno di tornare alla casetta, infila la chiave tra le scanalature e si chiude alle spalle la porta cigolante. Settembre è la casetta nascosta. Magica. E la coperta col doppio strato, paziente, ogni anno sa. Che una mano bianca, ossuta, torna ad afferrarla, se la stringe contro un corpo diversamente uguale. Che il calore a poco a poco riempie. Che le gocce sono fuori e dentro. Che la sospensione del mezzo è destinata a morire da sempre, tra l’agonia deliziosa della speranza. Che lei, la coperta, è quella speranza.

Testo di Barbara Gozzi
Foto scattate da Bg, a Mantova fine luglio 2009 con atmosfera settembrina.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 9, 2009 alle 2:07 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Nel corpo. Lasciati essere.

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Vieni, vieni pure. Sssst.

Il corpo chiede, il corpo si prende. Ha rughe e porosità, è elastico e non teme la gravità. Si riempie di ematomi, è capace di mutare lentamente o di spezzarsi con la velocità dei fischi sulle labbra.  Ha volontà solo sue, scisse dal resto che qualcuno chiama cuore, altri cervello o peggio: anima. E’ capace di scatenare tempeste, di aprire ferite e di lenirle. Desidera e cerca in continuazione. Di solito ha un senso delle prospettive. Senso che però sfugge all’umano che è assemblaggio di elementi percentualmente vari e imperfetti. L’umano fatica a gestirlo, fors’anche capirlo in molti casi, e se impara resta una battaglia instabilmente dis-equilibrata. Perché il corpo non conosce, eccetto la sua stessa natura-carne. Il corpo è catena chimica quanto inspiegabile associazione tra materia e pulviscolo luccicante. C’è chi destina molte energie, a crescerlo, plasmalo a piacimento. Finchè si accorge che l’esterno, il contenitore, non è altro che vaga scheggia di un’essenza altra, ben più potente e pesante dell’apparire in sé. Ben più pre-potente, minacciosa, feroce.

Il corpo è, ed essendo si conosce, accetta, coccola, preserva.

All’umano lascia tracce, percezioni, affettività, desideri, dolori, fatiche, mali e beni. In cambio avanza richieste elementari, dal sapore amarognolo: di essere ascoltato, e qualche volta assecondato. Di non finire idolatrato o mortificato. Di poter sentire il rispetto e l’accettazione. Di non essere colpa o resurrezione. Di respirare e magari, se possibile, di sentir respirare un altro corpo che come lui. Aspetta. Annusa. Sfiora. Carezza. Slabbra. Possiede.

Stai qui.
Non muoverti.
Ascoltami tra i muscoli.
Cediti tra movimenti involontari di polmoni e cuore.

Le percezioni, il sentire, e provare ci passano attraverso. Hanno comunque bisogno di carne non soltanto per la manifestazione, l’espressione, piuttosto per l’inquadratura a fuoco. Per restituire la potenza di una non-materia alla materia. Il corpo è carne ramificante, piena di radici artiglianti e labbra uncino. Ha ed è collegamenti che i sensi sono in grado di decodificare, li raggiungono e possono entrarci velocemente peché sono linguaggi  semplici negli incastri. I gesti (in)cludono molta carne, e di solito l’importanza è relativismo momentaneo dalle mutazioni insistenti. Toccare il seno della donna desiderata saggiandone spessori e recettori. Ticchettare sulla parete in vetro di un tavolino. Succhiarsi il morso di un insetto lenendone inspiegabilmente il bruciore. Passare le mani tra i capelli altrui, con la lentezza della domanda. Non c’è, una gerarchia per spiegare. I sensi sono invisibili ma sincronicamente carnali. I sensi avvallano i corpi, ne fanno parte come gli amanti che raggiungono l’orgasmo, in quel (forse) unico e prezioso momento, sequenza di secondi senza ritorno, in quella maglia spazio temporale, gli amanti si smettono, non sono, non chiedono, non pretendono, non cercano. Esistono e basta. Così i sensi, che unendo corpo e corpi tra loro, sfuggono e galleggiano. Restano (im)permeabili alle logiche della ragione, degli affetti costruiti, delle regole.

Siamo corpo, corpo nel fuori assorbito dentro.

E ciò che proviamo, scorrendogli attraverso, ascoltandoci in silenzio, ci restituisce. Recupera l’essere e una collocazione tra gli esseri.

Chiudo gli occhi, mi poggio le mani contro, tra la pelle nuda di una scanalatura qualunque, rilasso collo, spalle, stomaco, gambe e braccia, piedi. Allungo ogni muscolo che posso sentire, conoscere, registrare. Cedo a un giaciglio, mi impossesso dello spazio che ora è mio. Azzero i rumori. Inspiro. Espiro. Ancora. Espiro. Inspiro. Mollo il petto, dimentico ogni possibile pensiero, anche il peggiore. Ora. Non è. Ora. C’è questa carne. C’è un corpo, il mio. Mi lascio. Essere.

E se puoi non te ne andare prima che la mia carne, tra la tua, abbia avvertito quel senso che poi evapora ma lascia memorie. E se puoi. Lasciami saggiare ciò che sei, non sgusciarmi. Sii.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 7, 2009 alle 6:09 pm

Pubblicato in 2009

Registrazione 022b4565czzd99mbe con inturrezione in fase di manutenzione, rumore di fondo perso: l’amore non esiste.

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Il condizionatore rumoreggia, ma non è per la vecchiaia o altro, è solo il suo modo di respirare e sputare aria fresca, ghiacciata chimicamente. Non devi mollare, Elena, lo sai che non ci lasceremo mai. La musica si blocca, stop, cambio scena, solita inquadratura. Allora? Come ti senti? Non ce la faccio più. C’è appena un fruscio ora. Eccetto per la tosse del condizionatore. Un aroma leggero, fruttato, si espande oltre il tavolo. L’amore non esiste. La tisana raffredda e nel farlo libera i suoi odori nella stanza. Lo sai che non posso stare senza di te, ti prometto che d’ora in poi. La musica è tornata, ma è un’altra, quella della sigla di chiusura che ogni sera, alla stessa ora martella lo schermo con le solite tre note in sequenza. Dadada. Dadaaan. Dadaaaandada. Lo stomaco non accenna a calmarsi, la nausea è passata, poi tornata e così per una decina di volte nelle ultime ore. L’amore non esiste. Le gambe che ogni tanto se la prendono per essere meno importanti, proprio stavolta si sono decise a incazzarsi o forse è l’afa. Si sono indolenzite, irrigidite in alcuni angoli ora doloranti e se vengono usate tremano per quel numero di secondi sufficienti a non essere dimenticate. Altri rumori. Il telecomando cade con un frastuono, si sarà aperto lo sportello esterno dove dormono le pile. Chissà dove sono finite, le pile, se sotto il divano o tra i piedi delle sedie. L’amore non esiste. Chiamato in causa, il divano cigola, mal sopporta i pesi ormai, sono alcuni mesi che mal sopporta, da quando ha deciso che è troppo logoro per essere solo un divano, da quando quella casa gli fa così schifo che si stacca assi pur di essere continuamente svestito, aggiustato, ripulito e reso presentabile. L’amore non esiste. Sono le ventuno, è serata di fantasmi. I cicalecci arrivano con il solito (in)sospettabile codazzo di note ritmiche, melodie tribali. Dopo dieci secondi scompare anche la scritta blu sullo schermo. Programma impostato: 1009 cipciop, autoview on. E’ tiepido il liquido attorno ai due filtri. Uno più chiaro dell’altro. Non hanno un sapore in particolare, in effetti, neppure miscelandoli assieme i filtri trattengono quel qualcosa che qualcuno ha sapientemente confezionato e chiuso dentro una velina semi trasparente. Che non sa da niente, però. L’amore non esiste. Un bacio schiocca, fa piroette nell’aria poi la porta, quella di un’altra stanza di là, canticchia prima del sibilo della maniglia. E’ la maniglia che custodisce gli spazi, decide chi sta dove e dove sta chi. L’amore non eiste. Il fondo della tazza ha già scheggiato il lavello, ma quella volta era bollente, ora no, ormai ci si possono tenere le dita a contatto coi bordi tondi. L’amore non esiste. Da ‘InterniEsterni’ le vendevano solo a coppie, le tazze. Alcune erano proprio delle Lui&Lei con annessi simboli sacri e profani. Altre se la cavavano con molto meno. Fiorellini intrecciati, macchie confuse, alcuni set portavano stampe di paesaggi, anche belli tipo Venezia, Roma, la Valtellina, Lampedusa, e forse Napoli ma poi le coste del sud sembrano tutte uguali per chi con le coste non ha mai avuto a che fare. L’altra tazza, la sorella o il fratello di questa tiepido-fresco-andante, si è prima scheggiata nell’impugnatura, poi scolorita alle estremità fino a crepare sul fondo. L’amore non esiste. Una lunga crepa leggerme ricurva. Ma forse non era realmente imparentata con questa che è finita perfino in lavastoviglie e ne è uscita opaca ma profumatissima. L’amore non esiste. Sotto la tavola c’è una colonia di briciole. E meno male che non sono dotate di arti mobili e volontà. Se ne stanno tra le scanalature del pavimento, ogni tanto se finiscono tra le suole se ne vanno in giro ma poi neanche tanto, non riescono a rimanere aggrappate a lungo, si stancano facilmente. Come il resto del corpo, stanco e bucato. Stavolta in poco più di mezza giornata si è trasformato. Tende a sfiorire, scolorisce come l’altra tazza, quella senza legami che ormai sarà mutata in polvere o mischiata per ricreare altri materiali, oggetti nuovi e luccicanti pronti per la prossima vetrina. L’amore non esiste. Poi dalle vetrine imparano a cantare, richiamano portafogli e carte di credito, sorridono e sono felici, lo sono per forza, altro non conoscono. Ma se poi si fermano due occhietti scuri, guizzi innamorati del loro bagliore e di quelle forme che li rendono ciò che sono, che ufficializzano utilità e bellezze, se quegli occhieti decidessero di lampeggiare per alcuni minuti, avvicinandosi, stringendosi sempre più alla vetrina; allora si sarebbe godimento puro. L’amore non esiste. Ma non entrano, non hanno soldi per comprare o se ce li hanno non possono usarli per degli oggetti che sanno appena sorridere da una vetrina. C’è un sacco di gente che attraverso vetrine si imbambola, immagina e costruisce voglie che poi si butta alle spalle fino alla prossima vetrina. L’amore non esiste. Dal lavello la tazza finisce sotto l’acqua fredda, qualche tocco appena, dita svelte che non guardano, sfregano i bordi superiori poi la ribaltano. A testa in giù il mondo è strano. Le cose diventano strane. Sono come, nuovamente sensate, stanno uggualmente dov’erano prima solo che bisogna virare nell’osservazione, spostare baricentri. L’amore non esiste. L’amore non esiste. L’amore non esiste. Una specie di bava grigio-biancastra scivola dall’alto, oltre il rubinetto c’è una bocca che tenta di trattenere ma non ce la fa, e quel liquido denso, raggrumato e sporco si sporge poi crolla. Striscia per raggiungere lo scarico del lavello. A guardarlo non pare brutto. E’ solo materiale inconsistente che prima era chissà cosa e ora si è stancato di aspettare. Un singhiozzo ne accompagna l’uscita di scena. L’amore non esiste. Mi hanno mostrato la zia mentre si tagliava le vene, vedi? E’ qui che l’ha fatto, quando l’ho vista io ma qualcosa non torna. Occavolo. Fine della spirale crescente, assonanze basse non troppo invasive. L’inquadratura si è fissata su un dettaglio. I fantasmi proseguono e se ne fregano di tazze, lavelli, bave e ridicoli pensieri trastullanti. L’amore non esiste. Sono solo stupidaggini. Nuova scena. Probabilmente, intanto guardi qua. Divertente tutto sommato, virare in continuazione, guardare solo quello si pensa di poter sopportare, assecondare cose, rumore, odori e materiali veri o meno che siano. Divertente anche perché noi non proviamo niente, non sentiamo alcunché ma sappiamo fingere bene. Noi, i registratori della memoria, checcavolo. Un pò di rispetto. L’amore non esiste. Questa in realtà non la dovremmo registrare, non spetta a noi. I rumori di fondo sono di competenza degli assemblatori umorali, viscidi e disgustosi ricettori di quel sentire sensoriale, profondo, sentimentale. Si occupano loro della merda della carne che non si crede carne. L’amore non esiste. Solo che stavolta hanno cambiato gli ordini, ci dobbiamo convincere tutti di questa cosa. Ma proprio tutti, pare. Allora anche noi la registriamo, la cosa, non è poi chissà-che farlo. Insomma. Avesse almeno uno spessore, un senso compiuto con dimensioni, o movimenti; avesse uno straccio di appiglio, la cosa. Sarebbe più facile, registrarla come si deva. Ma lei no, scivola, scappa, torna sempre ovviamente ma non si lascia afferrare come il resto di cui ci occupiamo. Non basta registare stavolta. Non basta no. L’amore non esiste. E noi non capiamo, questo si è snervante. L’amore non esiste. Ci stiamo perdendo, dov’è che siamo ora, cos’è successo che non è rimasto niente, non ci sono tracce, oddio non c’è nessuna registrazione recente, oddio. Oddio. L’amore non esiste. Oddio. Ma dove? L’amore non esiste. Oddio. Ma come? L’amore non esiste. Od-dio cosa vuoi da noi? L’amore non esiste. Non esiste amore. Esiste il non amore. No, così non vale, le cose non cambiamo. Le cose sono. Esistono. Stanno. Si rompono e spariscono. Ma non cambiano. Si può registrare qualcosa che non si capisce? Si può continuare perdendo pezzi? Si può, davvero, mutare la propria natura?

Written by Barbara Gozzi

Agosto 5, 2009 alle 9:38 pm

Pubblicato in 2009

Tasso Valèrie – Diario di una ninfomane

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Ingredienti già in uso per altri libri-ricetta, leggere virate nei rarissimi sviluppi interiori (talmente rari che non so quanti le abbiano notate).
1- Sesso. Sempre e comunque. Promesso, descritto in un qualche modo, accennato, vagamente estremo a tratti, disgustoso anche ogni tanto, purchè ci sia puzzo di eccitazione.
2- Scrittura epistolare. I diari sono strutture narrative veloci, che non pretendono nulla dalla lingua, che chiunque almeno una volta nella vita ha tentato ma soprattutto. Sopra. Tutto. Non ci sono troppe complicazioni dal momento che il punto di vista è sempre lo stesso, le virate minime, gli approfondimenti limati all’osso, e tutto con la benedizione di chi legge che non si può ribellare. Perché un diario è un diario. Altro non ci deve essere.
3- Capovolgimenti ma sempre dentro l’ingrediente uno e soprattutto dentro un range ristretto (se prima tanto dopo zero o al massimo uno, se poi zero assoluto dopo si riparte in quinta direttamente, se prima per mero piacere poi per denaro o viceversa, se prima solo in certi modi, dopo si provano tutti gli altri… paiono perfino divertenti, come giochetti, i capovolgimenti da prevedere)
4-Finale che salva e non salva. Perché così chi aspetta per quasi trecento pagine di sospirare per un finale alla Pretty Woman, non può – non. può. – rimanere a bocca asciutta. Ma ci sono anche quelli che da più di cento pagine sono lì lì che pensano ‘eh no, mica se la può cavare con il principe azzurro, eh no no, a me non è mai successo dunque’. Per cui si salva. Ma anche no. E si va tutti a letto soddisfatti, sospiranti ed eccitati. Olè.
5-Linearità della ricetta. Insomma, parliamoci chiaro: se i quattro ingredienti di cui sopra hanno funzionato in altri storie, perchè poi uno dovrebbe tanto sudare per variarli? Scherziamo? Squadra vincente non si cambia, sostiene qualcuno. Si potrebbe obbiettare, in questo caso, che dipende dal ‘tipo’ di vittoria ma tant’è.

E mentre leggo ho una domanda insistente in testa. Un urlo.
Ma santissimapazienza, possibile che di sensualità, erotismo, affettività carenti che cercano compensazioni carnali; possibile dunque che il sesso si possa sempre e solo trattare così? Possibile che le storie dove c’è del sesso fuori dagli schemi convenzionali, debbano diventare storie DI sesso, PER sesso, CON sesso sputato ovunque, al bisogno ma anche no?

Ero una fattucchiera e andavo alla ricerca di maghi Merlino in ogni angolo della città, gente in gamba, amanti, con le venuzze sexy che si disegnavano sotto la pelle. [...]
Gente che mi faceva sentire viva.
So che, in fondo, quella ricerca era la manifestazione di malattie terribili: il silenzio, la solitudine, la mancanza di comunicazione. [...]
Per me la comunicazione vera e propria è cominciata con il corpo, il movimento dei fianchi, lo sguardo. [...]
Ho capito che la gente ha bisogno di dare un nome alle cose, di semplificarle con le parole, pensando così, a torto, di poterle capire. Io, invece, ho preso l’abitudine di comunicare sempre meno con le parole e sempre più con il corpo.
(pag.12-13)

L’infedeltà non mi ha mai creato sensi di colpa. In effetti, ho sempre pensato che l’infedeltà non esiste, che si può essere fedeli pur avendo rapporti sessuali con altre persone. Il corpo si può condividere, l’anima no.
(pag.253)

Le donne si fanno abbattere solo dall’amore, o dalla perdita di un figlio. Ma sanno superare le altre tragedie. E per amore adesso ero sperduta, sola al mondo, con vicini di stanza dalla dubbia reputazione, prostitute volgari sotto la pensione e circondata da bar pieni di senzatetto.
(pag.168)

Written by Barbara Gozzi

Agosto 5, 2009 alle 2:23 am

Pubblicato in 2009

Starebbe

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Ho voglia di fare l’amore.
E tu, nei miei pensieri, sei tornato.
Non proprio tu, quello che sapevi tessere su di me. Con, attarverso, l’immagine che in te ero io.
Oro lo so, che posso. Ne sono sicura.
Me lo hai insegnato, e io ho succhiato imparando, dubitando finchè alla fine. Ora. Eccomi.
Ho voglia di abbandonare maschere, schemi e ruoli. Ho voglia di liberare ciò che sono, di lasciarmi sciogliere, cedere alla carne. Tu puoi capire, lo so. Puoi, me lo hai mostrato con la ferocia del demone che sei. Che hai.
Ora possa volerti, scegliere la tua carne e lì restare. Tu sei carne, è solo questo che resta. Altro, non c’è. Non c’è mai stato? Non importa. Ora, davvero, nulla ha importanza.
Ho voglia di sentire.
E di eccitarmi guardandoti, lasciandoti fare, facendo allo stesso tempo.
Ma anche di  giocare con te sospeso, sorriderti da gatta mentre fatichi a controllarti, e io ancora insistendo mi muovo e ti tengo lontano, ti stuzzico e mostro ciò che. Forse avrai. Forse no.
Io sono ciò che sono. E tu, che sei stato maestro e aguzzino non potresti apporre obbiezioni. Non domanderesti tanto meno pretenderesti fossi altro. L’imperfezione ti è nota. Il male anche, più quello vissuto, voluto, accettato, scatenato piuttosto che quello imposto violentemente, subito, ma ancora non importa. Posso insegnartelo io (so che credi non sia possibile, so, ma ti sbagli).
Sappi però, che in questo mio parallelo onirico non ti lascio il comando. Non ci sei più solo tu, quando l’elettricità sale, cresce, inumidisce. Stavolta, ora, ti pieghi all’evidenza. All’ ammissione di debolezza comune, di voglia che è fragilità e paure. Ma tra noi, molto c’è già stato, reale, bilaterale, sentito o i loro incastri contrari. C’è già stato, tutto. Ci conosciamo, abbastanza da smettere danze preparatorie. Abbastanza da farci male per piacere, da essere senza conseguenze. Perché, mentre il corpo indolente si tende, trema, il resto crolla, si infrange.
Ho voglia del tuo corpo che mi conosce, posso evitare spiegazioni, limare al minimo le parole, trattenere solo quelle che da dentro mi alimentano. Tu sei quel corpo, lo so. Che mi compensa nell’irrazionale inquietudine perenne. Nel non essere. E essere. Nel volere solo questo. Mani, polpastrelli, labbra, lingua, pelle e piacere. Chiedo solo questo. Che tu ti sei già preso, e ora anch’io pretendo.
Carne siamo, carne restiamo. Con le parole possiamo giocare, invertire stagioni e stringere maglie piacenti solo a noi. Possiamo essere ciò che vogliamo, davanti allo specchio o con qualcuno che ingenuamente ci cede, non dubita o asseconda semplici battiti di ciglia, rotazioni linguali e sfregamenti fintamente occasionali. Possiamo finire ingabbiati da questo o quel dovere, ritmo imposto dalle divinità terrene.
Ma in certe piccole finestre, e solo con pochi e selezionati esseri a noi simili, siamo. Male-detti. Corpi destinati a decomporsi, incapaci di magie o abbellimenti oltre il materiale. Siamo. Desideri, ossessioni, passioni e bisogni. Siamo belli e brutti, sodi e flaccidi, leggeri e pesanti, virginali e puttanieri, eleganti e trasandati, amanti di sè e mai degli altri.
Per tutto questo insomma, mi sei tornato in mente. Per questa natura capace di fare un male insopportabile, ma che accetta. Che riconosce, si riconosce. Perchè poi, ora, la mia carne raffredda, si gonfia, tende e raggruma. Ora. La tua carne contro la mia, nel silenzio che siamo, starebbe.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2009 alle 2:16 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

A.A.A. Cercasi ricetta letteraria mai provata, potente e fulminante. Astenersi perditempo e finti furbi.

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Le ricette sono una gran cosa.
Aiutano a non commettere errori.
Garantiscono – o quasi – un risultato minimo accettabile e qualche volta un piatto ‘niente male’. Qualcosa che i commensali commenteranno leccandosi dita o labbra. E che chiederanno ancora, se la ricetta è valida ovviamente e l’esecutore scrupoloso e fortunato.
Ed è interessante notare come l’equazione si possa estendere anche ad altro, letteratura compresa.
Ogni periodo, almeno degli ultimi quindici anni, e oltre ha avuto il suo ‘trend’. Quel tema, quel certo tipo di storia e sviluppi, quell’incastro di ingredienti che appunto ‘va di moda’, attira, fa vendere in sostanza. Chi lo ha azzeccato è stato un ottimo chef, si è meritato la divisa bianca e naturalmente il ricettario tanto agognato.
E’ qualche settimana che leggo qua e là della nuova ricetta (che poi, ormai, tanto nuova non è dal momento che si è iniziato perfino a divulgarla, a discuterne… per carità!). Comunque. Si tratta di qualcosa di semplice tutto sommato – così dicono ora – basta amalgamare con cura elementi fantastici o comunque passati (epoche storiche lontane quanto vampiri quanto folletti, streghe, maghi e chi più ne ha più ne metta, le ricette lasciano sempre un pizzico di spazio all’estro, pare) con altrettanti o quasi elementi del vissuto moderno, di questo nostro secolo fatto di frenesie, tecnologie esasperate, impegni, crisi socio-geo-economico-politiche. E naturalmente sbriciolarci dentro tanti, ma tanti, sentimenti persi, di quel tipo candido, assoluto, forte e universale come ormai non ce ne sono più oggi, nella vita reale.
Si tratta di miscelare, attenzione, mai eccedere. Perché così si accontenta tutti, pare. Quello a cui non frega nulla dell’epoca medievale o dei gotici o degli stregoni ma invece vuole sentirsi raccontare di questo suo oggi che vive magari male, ma anche quello che del quotidiano proprio non ne può più, si è letteralmente ‘rotto le scatole’ e cerca altro, qualcosa capace di solleticare la fantasia, mondi lontani, persi nelle nebbie del tempo o dell’immaginario popolare, anche folcloristico, perchè no?
Dunque eccola.
La ricetta.
Appunto neanche tanto complicata, tutto considerato.
E vale per ogni tipo di storia alla fine.
Storia di carta, da schermo casalingo ma anche da maxi schermo e biglietto.
Le mode sono una gran bella cosa, viene da pensare, danno sicurezza. Garantiscono stabilità, una volta individuate.
Peccato che chi vuole a tutti i costi il ricettacolo di cui accennavo sopra, il nuovo scettro del potere che porta consensi, fama magari, soldoni anche, arrivi insomma; quell’oggetto magico ecco. Peccato – dicevo – che le ricette già scoperte non valgano per averlo. Bisogna subito correre a cercare altro, nuovi intrugli, miscugli ignoti, ingredienti inimmaginabili.
Peccato si.
Non ci si può neanche godere un buon piatto in santa pace.
Ma poi. Riflettendoci con calma. Dentro quel piatto lì non ci sono i mie cibi preferiti, forse ora ad annusarlo per bene, neanche mi pare invitante, vagamente nauseante piuttosto.
Chissà se è poi vero che questa storia delle ricette è così necessaria, furba.
Per certi borsellini pare di si.
Perché, scusa, di cosa stiamo parlando?
Mica vorrai ricominciare con l’estro, il ‘guizzo’ dell’artista, la voglia di raccontare, l’ingegno stilistico, le impronte sulla sabbia, la creatività, il rischio.
Misericordia.
Cre-a-tivi-tà e ri-schio insieme procurano bruciori, non li senti?
Vai, vai, corri a cercare.
Che il bando per la prossima ricetta è già iniziato.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2009 alle 2:28 am

Pubblicato in 2009