Io la sento
Luglio e agosto giocavo nel cortile cementato. E il caldo risaliva oltre la pianta dei piedi, bruciava la pelle. Eppure era piacevole.
Di primo pomeriggio il nonno fingeva di seguirmi con il tubo, per bagnarmi un pò.
Il tubo era un serpente verde fosforescente che si usava per annaffiare il piccolo orto interno, accanto al bassocomodo che era un edificio a parte dove spesso nonna cucinava. Aveva due stanze enormi, il bassocomodo. Quella vicino all’orto era per le biciclette ma negli anni si era anche riempita degli attrezzi del nonno e di ogni altra cianfrusaglia possibile. Perfino i miei giochi di bambina. Vecchie bambole senza occhi, veicoli motorizzati con una ruota rimasta, scatole impolverate piene di giochi di società risalenti a chissà quale generazione. Stavano tutti dentro, al buio, e quando si aprivano i portoni che assomigliavano a quelli marroni enormi dei garage, quando la luce entrava, si finiva investiti da un odore di muffa dolce, quasi caramellata.
Il cemento spesso era bollente.
E io me ne stavo dove prima l’ombra si allungava, prima anche cinque, dieci minuti al massimo. Non faceva differenza. Di pomeriggio il sole si muoveva svelto nel cortile interno mentre in faccia alla strada gli edifici ammassati lo coprivano comunque.
Davanti casa non si poteva fare granché. Magari restavo seduta sui gradini, in faccia al cancello, a leggere o colorare. Ogni tanto ascoltavo musica, ma ero già più grande e lunga quando lo facevo e di sicuro non camminavo scalza.
La rassicurante ruvidità di quel cemento, di quelle estati lontane da casa con l’odore nauseante dello zuccherificio tra le narici, e le notti sulle canne di biciclette improbabili tra i bambini e i ragazzi del quartiere, in una via della periferia ferrarese che era come il serpente verde fosforescente (si allungava poi ritraeva più ci camminavi, più la attraversavi); tutto questo mi è rimasto.
E’ ancora lì, dove deve essere.
Perfino tra la pioggia insistente di un aprile uggioso, umido dentro che a distanza di quasi sette anni pare un altro habitat, un altro clima.
Perfino passandoci davanti in macchina, di fretta, con le mani che tremano leggermente strette al volante, il cuore in piena attività irregolare e la casa davanti, pochi secondi appena, trasformata dal tempo e le esigenze dei nuovi proprietari.
Ma il cemento è sempre lo stesso.
La mia pelle bambina callosa e rovinata dalle corse, ancora ci striscia sopra.
Io la sento.
La metà invisibile dell’invisibile meta.
[di Barbara Gozzi, Agosto 2009]
Quella notte è successo.
Ma non ha capito subito, che era successo.
E’ scesa dalla macchina dopo averla parcheggiata tre volte, in altrettanti posti diversi entro lo stesso parcheggio. Ha controllato almeno due volte di aver chiuso il frontalino nel cassetto portaoggetti davanti al posto vuoto del passeggero. Due volte, si. Ha chiuso la macchina premendo lo stesso pulsante di sempre che però ha emesso un leggero tonfo, come un sasso tondo, piatto e largo lanciato senza garbo nell’acqua fonda. Ha toccato le maniglie più di quattro volte. Boom, boom, boom, boom, boom. Sequenze nevrotiche. Mania di controllo. Evidenza di incertezza.
Quella notte poteva ancora. Cambiare idea. Dare un senso contrario alle parole sbucate chissà da dove, e pronunciate ore prima al cellulare. Alle dieci va bene. Sei sicuro che al Palace’s già sanno? Ok, due-uno-due (risatina bassa, nervosa, a proposito della sequenza numerica simil palindromo, ha pensato). No, no, ho capito. Ce li ho sempre i documenti (in tono quasi divertito, tentativo di sdrammatizzare). Si, va bene. Anch’io. A dopo.
Boom, boom, boom, boom. Comunque.
Poi.
Con la mano ancora sulla maniglia, quella della portiera nel lato conducente. Con il sole ormai morto all’orizzonte, il parcheggio isolato, e una vaga patina umida sul collo, verso la scollatura generosa ma non troppo vistosa. Con un sospiro lungo, di quelli che espellono aria lentamente, e facendolo liberano alcune tensioni muscolari localizzate. Con i polpastrelli a sentire il duro della maniglia, più reale di quanto riuscisse in quel momento a focalizzare.
Lì.
Nell’istante appena descritto.
La materia si è sfocata. (S)doppiata letteralmente.
L’altra mano, quella libera, si è alzata rimanendo ferma, lungo il fianco.
Il volto ha ruotato proiettandosi verso l’ingresso dell’hotel ed è rimasto fisso, immobile su quell’orizzonte morente. Sono in anticipo, ha pensato ripetendolo nello (s)doppiamento. Sono in anticipo. Infatti erano appena le nove di un’estate bagnata e afosa. Il cruscotto ha rimbombato due volte, la lancetta delle ore si è fermata sul ‘ventuno’ con un doppio scatto. Ventuno. Ventuno. Elemento comune.
Poi però il corpo si è spostato, il cuore ha accelerato. Doveva entrare, nel parcheggio poteva essere vista, poteva arrivare qualcuno e riconoscerla, non voleva che nessuno. Nessuno.
Le porte scorrevoli si sono aperte davanti a lei.
Contemporaneamente fissava il bagliore, il sole verso la fine del suo ennesimo tramonto, dietro di lei il Palace’s pareva scomparso, ologramma ignorabile. Blocco necessario. Doveva entrare ma. Ma. E la mano stretta alla maniglia ha ordinato all’altra di recuperare le chiavi nella tasca esterna della borsa e rimuovere la chiusura centralizza. Altro tonfo, altro sasso lanciato nel fondale.
Le lancette nel frattempo si sono mosse, il tempo non ha permessi da chiedere, il tempo è. Resta.
La più grossa sempre sul ‘ventuno’, l’altra sottile e lunga sul ‘sette’. Appena qualche minuto insomma. Per entrare trovando il coraggio di chiedere la due-uno-due e, contestualmente, restare imbambolata tra posti auto vuoti prima di risalire e andarsene.
Due diverse azioni. Un solo scenario. Lo stesso corpo in movimento, materia moltiplicata a se stessa, azioni multiple inseguendo intenti e volontà relativamente opposti tra loro.
Le scelte spesso sono reversibili. Si dice che le seconde possibilità siano pratiche necessarie, innegabili. Alcune però determinano un percorso, chiudono porte mentre qualcosa si ingoia la chiave. E quelle porte lì, chiudendosi sono destinate a rimanere eternamente inagibili. E con loro il contenuto di carne, movimenti, azioni, parole, volti ed emozioni.
Ma quella notte è successo. A lei. Di entrare attra-verso entrambe le porte.
Si è vista deglutire parlando con l’uomo attempato alla reception, sorriso vagamente giallastro e dita a uncino che le allungavano la tessera magnetica della camera matrimoniale prenotata. Siete di passaggio mi risulta, le ha sibilato tra i denti giallastri. Siamo di passaggio, ha ripetuto lei rischiando di tartagliare ma salvandosi concentrandosi sulla tessera che ora, stretta nella sua mano sudata, pareva pulsare.
E mentre saliva le scale – l’ascensore no, non importa – ha mormorato, aveva bisogno di muoversi, di avvicinarsi piano, poco alla volta, a La camera. La due-uno-due. Mentre.
Sapeva.
Che in macchina, prima di riaccendere aveva tentato di riposizionare il frontalino della radio e al terzo tentativo le era caduto sul tappetino. Le mani instabili si prendevano gioco di lei. Voleva andarsene da lì, e in fretta, le prudeva la pelle. E’ ripartita senza guardare davanti a sé, poteva arrivare qualcuno, poteva essere riconosciuta. Stava uscendo dal parcheggio privato di un noto hotel della zona. Spiegarlo sarebbe stato complicato, non impossibile come essere vista entrare, ma complicato. Ha ingranato la seconda dopo essersi immessa nella principale e il frontalino si è staccato ancora, ruzzolandole ai piedi. Ha frenato nel primo passo carraio libero approfittando di un piccolo spiazzo davanti al cancello di una villa giallastra qualunque. Alto, il cancello, e di ferro con incisioni incomprensibili. Si è imposta di calmarsi, il cuore ansante iniziava a cedere, rullava invertendo la corsa, ormai era fuori, lontano da. Da.
Lo (s)doppiamento, il primo, era appena una nota, tra le maglie di una (in)finita melodia. Ma non aveva nulla di metafisico men che meno astrale o psicologico, non era pratica esoterica, né percezione di un ‘aldilà’ o altre interpretazioni più o meno mistiche. Non era devianza mentale, invenzione malata, chimica inceppata. Non era viaggio ‘fuori’ dal corpo. Viaggio, si. E il corpo – i corpi – ne dominavano le dinamiche. Ma non erano fuori le spiegazioni. Non arrivavano neppure, da fuori, i corpi e il viaggio.
Quella notte, per la prima volta poteva aprire entrambe le porte.
Scegliere l’immersione, apnea nuova, con e in un uomo che non compariva nel suo stato di famiglia.
O rinunciare all’ (im)previsto che le ha risvegliato un (in)definito orfano di termini adatti.
Le scelte sono questo. Il lancio di una moneta che, dopo aver rotolato su se stessa per un pò, posa un lato sul piano, oscurandolo, e l’altro lo espone. Quest’ultimo, il lato visibile, diventa l’unico conosciuto da tutti eccetto il lanciatore e la moneta stessa. E spesso, lanciatore e moneta sono quell’unico corpo sfilacciato che si mette in gioco.
Lei sentiva che la moneta rotolava, rotolava, rotolava, pronta a scegliere tra due modi di vivere.
Essere metà invisibile.
Oppure.
Cedere all’invisibile meta.
Ma per ora, quella prima notte, non li conosceva per nome. Gli invisibili.
Poteva vivere entrambe le realtà, esserci nello stesso modo, presente a sé, con corpo e affezioni. Con quel ‘sé’ che è bagaglio ingombrante. E l’empatia causa-effetto del bivio.
Poco sapeva, in effetti, delle conseguenze, del dopo. In entrambi i casi poteva comunque essere o rimanere molte ‘cose’. Oppure nessuna. E di ogni possibile variabile aveva paura. Forse per questo è successo. Forse è stata la sospensione. Il pressoché identico peso, l’indecisione tra stomaco e membra. Forse succede quando scegliere è impossibile. Forse è davvero possibile quell’im-possibile manifesto. Percorrere due strade contrarie contemporaneamente. Essere, nello stesso momento una vita e due virate, e assorbirne le evoluzioni, entrambe unite e scollegate. Fino a quando, non lo sapeva, non se lo è chiesta, la domanda è finita chiusa da qualche parte entro il recinto del paradosso.
Nella due-uno-due l’odore di disinfettante fruttato le era insopportabile. Ha aperto la finestra davanti al letto matrimoniale, ha fatto appena alcuni passi entrando. Due per posare su un tavolino in legno la borsa. E quattro per raggiungere la finestra. Dopo, ha chiuso gli occhi. Non ha idea di com’è fatto il letto, di che colori è vestito, il letto, e il resto attorno. Entrando si è accesa automaticamente un’abat-jour sul comodino vicino alla finestra. E lei li ha tenuti chiusi, gli occhi, sentiva sulla nuca il fresco della notte in avanzamento progressivo. La piccola cucina puzzava. Si era dimenticata di portare fuori il sacco stracolmo della spazzatura, con i resti della frutta e della carne dell’altra sera. E la stanza era sigillata. Entrando ha avuto una vertigine, dopo due passi appena si è bloccata, in attesa. Di qualche rumore. Suoni indicatori di presenza. Ma gli è arrivato tra le narici il puzzo dei rifiuti, nient’altro. Non c’era nessun altro. Le stanze immobili e buie attendevano. Allora si è lasciata assorbire posando la schiena contro la finestra aperta, abbandonando il collo e dimenticando le palpebre.
Il corpo ha sussultato seguendo l’onda di un brivido improvviso.
Un sottile senso di acido si è insinuato entro la bocca dello stomaco. Lo stesso, unico, stomaco separato da muri lontani, stanze differenti e medesimi respiri.
Le ginocchia si sono piegate. Piano. Lentamente. Un centimetro alla volta. Finché il pavimento ha riassestato gli equilibri di muscoli e ossa. Le ginocchia esposte, alte, hanno laschiato che la fronte sudante ghiaccio vi si posasse. Il collo allungato in avanti era già indurito, cedendo al nuovo baricentro. L’aria usciva svelta da naso e bocca. Il bagno e la cucina frullavano tra loro, amalgamavano materie, montagne russe improvvisamente insopportabili.
E lei con la testa in giù, una mano sulla moquette neutra della due-uno-due e l’altra sul granito rosato della cucina, mentre le lancette insistevano a camminare come sempre, ventuno e trentuno, mentre attorno il resta resisteva, stava dov’era il giorno prima, e così quello dopo: è svenuta.
Allora gli Invisibili l’hanno accolta entro membra lievi, sfioramenti dal sapore delle memorie ingiallite, bagnate dal sudore amarognolo. Allora il Silenzio, imbottitura tagliente, filamento poliforme, ha attutito lo (s)contro delle carni.
Le lancette si sono spostate divertite, curiose. Toc. Ventidue. Toc. Zerozero. Alcuni attimi ancora, il tempo ha allungato le sue lingue viscide, sfiorando consistenze, dominando moti.
Il cellulare si è mosso seguendo vibrazioni regolari. Ingabbiato in una borsetta scura, schiacciato da un pacchetto di fazzoletti di carta, sfiorato da un lucidalabbra dai bordi rovinati, e torturato dai denti appuntiti di un piccolo mazzo di chiavi aguzzine. Il cellulare ha vibrato. Uno, due, tre scossoni assorbiti dalla borsa, nascosti ai tavoli su cui è stata posata frettolosamente un’ora prima.
Tardo dieci minuti, aspettami. Voce silenziosa di un messaggio.
Sono arrivato ora, ti aspetto. Voce silenziosa dello stesso messaggio, che insegue l’altra virata.
Perché i silenzi, certe volte, sono mani grandi ricoperte da dita grasse, carnose e succulente, forti. Che circondano il collo senza scatenare aliti attorno e stringono, stringono, stringono. Finchè.
Una palpebra si è mossa, l’altra l’ha seguita.
Iridi enormi, liquidi. Scheggiati. Ciglia sottili, non troppo folte. Pupille calme, attente. Caldofreddo. Sudore. Sapore acido che dalla gola ha tentato di risalire. Deglutire piano, appena un’unghia che sul collo si è deformata in onda fluida. Fragranze amarognole di frutti che maturando si sono decomposti troppo in fretta. Polvere sulla pelle. Membra annodate vagamente intorpidite. Labbra secche, pronte per una febbre imminente. Vaniglia nell’aria. Saliva. Formiche tra i polpacci. Seno schiacciato, dolorante verso i capezzoli. Un ginocchio si è arrossato. Aprire e chiudere gli occhi, asincronie piatte. Penombra e buio. Buio e penombra. Chiaroscuri mutevoli. Stop.
Il gioco.
Il viver(si)e.
E’.
Ora.
Nel corpo. Lasciati essere.
Vieni, vieni pure. Sssst.
Il corpo chiede, il corpo si prende. Ha rughe e porosità, è elastico e non teme la gravità. Si riempie di ematomi, è capace di mutare lentamente o di spezzarsi con la velocità dei fischi sulle labbra. Ha volontà solo sue, scisse dal resto che qualcuno chiama cuore, altri cervello o peggio: anima. E’ capace di scatenare tempeste, di aprire ferite e di lenirle. Desidera e cerca in continuazione. Di solito ha un senso delle prospettive. Senso che però sfugge all’umano che è assemblaggio di elementi percentualmente vari e imperfetti. L’umano fatica a gestirlo, fors’anche capirlo in molti casi, e se impara resta una battaglia instabilmente dis-equilibrata. Perché il corpo non conosce, eccetto la sua stessa natura-carne. Il corpo è catena chimica quanto inspiegabile associazione tra materia e pulviscolo luccicante. C’è chi destina molte energie, a crescerlo, plasmalo a piacimento. Finchè si accorge che l’esterno, il contenitore, non è altro che vaga scheggia di un’essenza altra, ben più potente e pesante dell’apparire in sé. Ben più pre-potente, minacciosa, feroce.
Il corpo è, ed essendo si conosce, accetta, coccola, preserva.
All’umano lascia tracce, percezioni, affettività, desideri, dolori, fatiche, mali e beni. In cambio avanza richieste elementari, dal sapore amarognolo: di essere ascoltato, e qualche volta assecondato. Di non finire idolatrato o mortificato. Di poter sentire il rispetto e l’accettazione. Di non essere colpa o resurrezione. Di respirare e magari, se possibile, di sentir respirare un altro corpo che come lui. Aspetta. Annusa. Sfiora. Carezza. Slabbra. Possiede.
Stai qui.
Non muoverti.
Ascoltami tra i muscoli.
Cediti tra movimenti involontari di polmoni e cuore.
Le percezioni, il sentire, e provare ci passano attraverso. Hanno comunque bisogno di carne non soltanto per la manifestazione, l’espressione, piuttosto per l’inquadratura a fuoco. Per restituire la potenza di una non-materia alla materia. Il corpo è carne ramificante, piena di radici artiglianti e labbra uncino. Ha ed è collegamenti che i sensi sono in grado di decodificare, li raggiungono e possono entrarci velocemente peché sono linguaggi semplici negli incastri. I gesti (in)cludono molta carne, e di solito l’importanza è relativismo momentaneo dalle mutazioni insistenti. Toccare il seno della donna desiderata saggiandone spessori e recettori. Ticchettare sulla parete in vetro di un tavolino. Succhiarsi il morso di un insetto lenendone inspiegabilmente il bruciore. Passare le mani tra i capelli altrui, con la lentezza della domanda. Non c’è, una gerarchia per spiegare. I sensi sono invisibili ma sincronicamente carnali. I sensi avvallano i corpi, ne fanno parte come gli amanti che raggiungono l’orgasmo, in quel (forse) unico e prezioso momento, sequenza di secondi senza ritorno, in quella maglia spazio temporale, gli amanti si smettono, non sono, non chiedono, non pretendono, non cercano. Esistono e basta. Così i sensi, che unendo corpo e corpi tra loro, sfuggono e galleggiano. Restano (im)permeabili alle logiche della ragione, degli affetti costruiti, delle regole.
Siamo corpo, corpo nel fuori assorbito dentro.
E ciò che proviamo, scorrendogli attraverso, ascoltandoci in silenzio, ci restituisce. Recupera l’essere e una collocazione tra gli esseri.
Chiudo gli occhi, mi poggio le mani contro, tra la pelle nuda di una scanalatura qualunque, rilasso collo, spalle, stomaco, gambe e braccia, piedi. Allungo ogni muscolo che posso sentire, conoscere, registrare. Cedo a un giaciglio, mi impossesso dello spazio che ora è mio. Azzero i rumori. Inspiro. Espiro. Ancora. Espiro. Inspiro. Mollo il petto, dimentico ogni possibile pensiero, anche il peggiore. Ora. Non è. Ora. C’è questa carne. C’è un corpo, il mio. Mi lascio. Essere.
E se puoi non te ne andare prima che la mia carne, tra la tua, abbia avvertito quel senso che poi evapora ma lascia memorie. E se puoi. Lasciami saggiare ciò che sei, non sgusciarmi. Sii.
Registrazione 022b4565czzd99mbe con inturrezione in fase di manutenzione, rumore di fondo perso: l’amore non esiste.
Il condizionatore rumoreggia, ma non è per la vecchiaia o altro, è solo il suo modo di respirare e sputare aria fresca, ghiacciata chimicamente. Non devi mollare, Elena, lo sai che non ci lasceremo mai. La musica si blocca, stop, cambio scena, solita inquadratura. Allora? Come ti senti? Non ce la faccio più. C’è appena un fruscio ora. Eccetto per la tosse del condizionatore. Un aroma leggero, fruttato, si espande oltre il tavolo. L’amore non esiste. La tisana raffredda e nel farlo libera i suoi odori nella stanza. Lo sai che non posso stare senza di te, ti prometto che d’ora in poi. La musica è tornata, ma è un’altra, quella della sigla di chiusura che ogni sera, alla stessa ora martella lo schermo con le solite tre note in sequenza. Dadada. Dadaaan. Dadaaaandada. Lo stomaco non accenna a calmarsi, la nausea è passata, poi tornata e così per una decina di volte nelle ultime ore. L’amore non esiste. Le gambe che ogni tanto se la prendono per essere meno importanti, proprio stavolta si sono decise a incazzarsi o forse è l’afa. Si sono indolenzite, irrigidite in alcuni angoli ora doloranti e se vengono usate tremano per quel numero di secondi sufficienti a non essere dimenticate. Altri rumori. Il telecomando cade con un frastuono, si sarà aperto lo sportello esterno dove dormono le pile. Chissà dove sono finite, le pile, se sotto il divano o tra i piedi delle sedie. L’amore non esiste. Chiamato in causa, il divano cigola, mal sopporta i pesi ormai, sono alcuni mesi che mal sopporta, da quando ha deciso che è troppo logoro per essere solo un divano, da quando quella casa gli fa così schifo che si stacca assi pur di essere continuamente svestito, aggiustato, ripulito e reso presentabile. L’amore non esiste. Sono le ventuno, è serata di fantasmi. I cicalecci arrivano con il solito (in)sospettabile codazzo di note ritmiche, melodie tribali. Dopo dieci secondi scompare anche la scritta blu sullo schermo. Programma impostato: 1009 cipciop, autoview on. E’ tiepido il liquido attorno ai due filtri. Uno più chiaro dell’altro. Non hanno un sapore in particolare, in effetti, neppure miscelandoli assieme i filtri trattengono quel qualcosa che qualcuno ha sapientemente confezionato e chiuso dentro una velina semi trasparente. Che non sa da niente, però. L’amore non esiste. Un bacio schiocca, fa piroette nell’aria poi la porta, quella di un’altra stanza di là, canticchia prima del sibilo della maniglia. E’ la maniglia che custodisce gli spazi, decide chi sta dove e dove sta chi. L’amore non eiste. Il fondo della tazza ha già scheggiato il lavello, ma quella volta era bollente, ora no, ormai ci si possono tenere le dita a contatto coi bordi tondi. L’amore non esiste. Da ‘InterniEsterni’ le vendevano solo a coppie, le tazze. Alcune erano proprio delle Lui&Lei con annessi simboli sacri e profani. Altre se la cavavano con molto meno. Fiorellini intrecciati, macchie confuse, alcuni set portavano stampe di paesaggi, anche belli tipo Venezia, Roma, la Valtellina, Lampedusa, e forse Napoli ma poi le coste del sud sembrano tutte uguali per chi con le coste non ha mai avuto a che fare. L’altra tazza, la sorella o il fratello di questa tiepido-fresco-andante, si è prima scheggiata nell’impugnatura, poi scolorita alle estremità fino a crepare sul fondo. L’amore non esiste. Una lunga crepa leggerme ricurva. Ma forse non era realmente imparentata con questa che è finita perfino in lavastoviglie e ne è uscita opaca ma profumatissima. L’amore non esiste. Sotto la tavola c’è una colonia di briciole. E meno male che non sono dotate di arti mobili e volontà. Se ne stanno tra le scanalature del pavimento, ogni tanto se finiscono tra le suole se ne vanno in giro ma poi neanche tanto, non riescono a rimanere aggrappate a lungo, si stancano facilmente. Come il resto del corpo, stanco e bucato. Stavolta in poco più di mezza giornata si è trasformato. Tende a sfiorire, scolorisce come l’altra tazza, quella senza legami che ormai sarà mutata in polvere o mischiata per ricreare altri materiali, oggetti nuovi e luccicanti pronti per la prossima vetrina. L’amore non esiste. Poi dalle vetrine imparano a cantare, richiamano portafogli e carte di credito, sorridono e sono felici, lo sono per forza, altro non conoscono. Ma se poi si fermano due occhietti scuri, guizzi innamorati del loro bagliore e di quelle forme che li rendono ciò che sono, che ufficializzano utilità e bellezze, se quegli occhieti decidessero di lampeggiare per alcuni minuti, avvicinandosi, stringendosi sempre più alla vetrina; allora si sarebbe godimento puro. L’amore non esiste. Ma non entrano, non hanno soldi per comprare o se ce li hanno non possono usarli per degli oggetti che sanno appena sorridere da una vetrina. C’è un sacco di gente che attraverso vetrine si imbambola, immagina e costruisce voglie che poi si butta alle spalle fino alla prossima vetrina. L’amore non esiste. Dal lavello la tazza finisce sotto l’acqua fredda, qualche tocco appena, dita svelte che non guardano, sfregano i bordi superiori poi la ribaltano. A testa in giù il mondo è strano. Le cose diventano strane. Sono come, nuovamente sensate, stanno uggualmente dov’erano prima solo che bisogna virare nell’osservazione, spostare baricentri. L’amore non esiste. L’amore non esiste. L’amore non esiste. Una specie di bava grigio-biancastra scivola dall’alto, oltre il rubinetto c’è una bocca che tenta di trattenere ma non ce la fa, e quel liquido denso, raggrumato e sporco si sporge poi crolla. Striscia per raggiungere lo scarico del lavello. A guardarlo non pare brutto. E’ solo materiale inconsistente che prima era chissà cosa e ora si è stancato di aspettare. Un singhiozzo ne accompagna l’uscita di scena. L’amore non esiste. Mi hanno mostrato la zia mentre si tagliava le vene, vedi? E’ qui che l’ha fatto, quando l’ho vista io ma qualcosa non torna. Occavolo. Fine della spirale crescente, assonanze basse non troppo invasive. L’inquadratura si è fissata su un dettaglio. I fantasmi proseguono e se ne fregano di tazze, lavelli, bave e ridicoli pensieri trastullanti. L’amore non esiste. Sono solo stupidaggini. Nuova scena. Probabilmente, intanto guardi qua. Divertente tutto sommato, virare in continuazione, guardare solo quello si pensa di poter sopportare, assecondare cose, rumore, odori e materiali veri o meno che siano. Divertente anche perché noi non proviamo niente, non sentiamo alcunché ma sappiamo fingere bene. Noi, i registratori della memoria, checcavolo. Un pò di rispetto. L’amore non esiste. Questa in realtà non la dovremmo registrare, non spetta a noi. I rumori di fondo sono di competenza degli assemblatori umorali, viscidi e disgustosi ricettori di quel sentire sensoriale, profondo, sentimentale. Si occupano loro della merda della carne che non si crede carne. L’amore non esiste. Solo che stavolta hanno cambiato gli ordini, ci dobbiamo convincere tutti di questa cosa. Ma proprio tutti, pare. Allora anche noi la registriamo, la cosa, non è poi chissà-che farlo. Insomma. Avesse almeno uno spessore, un senso compiuto con dimensioni, o movimenti; avesse uno straccio di appiglio, la cosa. Sarebbe più facile, registrarla come si deva. Ma lei no, scivola, scappa, torna sempre ovviamente ma non si lascia afferrare come il resto di cui ci occupiamo. Non basta registare stavolta. Non basta no. L’amore non esiste. E noi non capiamo, questo si è snervante. L’amore non esiste. Ci stiamo perdendo, dov’è che siamo ora, cos’è successo che non è rimasto niente, non ci sono tracce, oddio non c’è nessuna registrazione recente, oddio. Oddio. L’amore non esiste. Oddio. Ma dove? L’amore non esiste. Oddio. Ma come? L’amore non esiste. Od-dio cosa vuoi da noi? L’amore non esiste. Non esiste amore. Esiste il non amore. No, così non vale, le cose non cambiamo. Le cose sono. Esistono. Stanno. Si rompono e spariscono. Ma non cambiano. Si può registrare qualcosa che non si capisce? Si può continuare perdendo pezzi? Si può, davvero, mutare la propria natura?
Tasso Valèrie – Diario di una ninfomane
Ingredienti già in uso per altri libri-ricetta, leggere virate nei rarissimi sviluppi interiori (talmente rari che non so quanti le abbiano notate).
1- Sesso. Sempre e comunque. Promesso, descritto in un qualche modo, accennato, vagamente estremo a tratti, disgustoso anche ogni tanto, purchè ci sia puzzo di eccitazione.
2- Scrittura epistolare. I diari sono strutture narrative veloci, che non pretendono nulla dalla lingua, che chiunque almeno una volta nella vita ha tentato ma soprattutto. Sopra. Tutto. Non ci sono troppe complicazioni dal momento che il punto di vista è sempre lo stesso, le virate minime, gli approfondimenti limati all’osso, e tutto con la benedizione di chi legge che non si può ribellare. Perché un diario è un diario. Altro non ci deve essere.
3- Capovolgimenti ma sempre dentro l’ingrediente uno e soprattutto dentro un range ristretto (se prima tanto dopo zero o al massimo uno, se poi zero assoluto dopo si riparte in quinta direttamente, se prima per mero piacere poi per denaro o viceversa, se prima solo in certi modi, dopo si provano tutti gli altri… paiono perfino divertenti, come giochetti, i capovolgimenti da prevedere)
4-Finale che salva e non salva. Perché così chi aspetta per quasi trecento pagine di sospirare per un finale alla Pretty Woman, non può – non. può. – rimanere a bocca asciutta. Ma ci sono anche quelli che da più di cento pagine sono lì lì che pensano ‘eh no, mica se la può cavare con il principe azzurro, eh no no, a me non è mai successo dunque’. Per cui si salva. Ma anche no. E si va tutti a letto soddisfatti, sospiranti ed eccitati. Olè.
5-Linearità della ricetta. Insomma, parliamoci chiaro: se i quattro ingredienti di cui sopra hanno funzionato in altri storie, perchè poi uno dovrebbe tanto sudare per variarli? Scherziamo? Squadra vincente non si cambia, sostiene qualcuno. Si potrebbe obbiettare, in questo caso, che dipende dal ‘tipo’ di vittoria ma tant’è.
E mentre leggo ho una domanda insistente in testa. Un urlo.
Ma santissimapazienza, possibile che di sensualità, erotismo, affettività carenti che cercano compensazioni carnali; possibile dunque che il sesso si possa sempre e solo trattare così? Possibile che le storie dove c’è del sesso fuori dagli schemi convenzionali, debbano diventare storie DI sesso, PER sesso, CON sesso sputato ovunque, al bisogno ma anche no?
Ero una fattucchiera e andavo alla ricerca di maghi Merlino in ogni angolo della città, gente in gamba, amanti, con le venuzze sexy che si disegnavano sotto la pelle. [...]
Gente che mi faceva sentire viva.
So che, in fondo, quella ricerca era la manifestazione di malattie terribili: il silenzio, la solitudine, la mancanza di comunicazione. [...]
Per me la comunicazione vera e propria è cominciata con il corpo, il movimento dei fianchi, lo sguardo. [...]
Ho capito che la gente ha bisogno di dare un nome alle cose, di semplificarle con le parole, pensando così, a torto, di poterle capire. Io, invece, ho preso l’abitudine di comunicare sempre meno con le parole e sempre più con il corpo.
(pag.12-13)
L’infedeltà non mi ha mai creato sensi di colpa. In effetti, ho sempre pensato che l’infedeltà non esiste, che si può essere fedeli pur avendo rapporti sessuali con altre persone. Il corpo si può condividere, l’anima no.
(pag.253)
Le donne si fanno abbattere solo dall’amore, o dalla perdita di un figlio. Ma sanno superare le altre tragedie. E per amore adesso ero sperduta, sola al mondo, con vicini di stanza dalla dubbia reputazione, prostitute volgari sotto la pensione e circondata da bar pieni di senzatetto.
(pag.168)
A.A.A. Cercasi ricetta letteraria mai provata, potente e fulminante. Astenersi perditempo e finti furbi.
Aiutano a non commettere errori.
Garantiscono – o quasi – un risultato minimo accettabile e qualche volta un piatto ‘niente male’. Qualcosa che i commensali commenteranno leccandosi dita o labbra. E che chiederanno ancora, se la ricetta è valida ovviamente e l’esecutore scrupoloso e fortunato.
Ed è interessante notare come l’equazione si possa estendere anche ad altro, letteratura compresa.
Ogni periodo, almeno degli ultimi quindici anni, e oltre ha avuto il suo ‘trend’. Quel tema, quel certo tipo di storia e sviluppi, quell’incastro di ingredienti che appunto ‘va di moda’, attira, fa vendere in sostanza. Chi lo ha azzeccato è stato un ottimo chef, si è meritato la divisa bianca e naturalmente il ricettario tanto agognato.
E’ qualche settimana che leggo qua e là della nuova ricetta (che poi, ormai, tanto nuova non è dal momento che si è iniziato perfino a divulgarla, a discuterne… per carità!). Comunque. Si tratta di qualcosa di semplice tutto sommato – così dicono ora – basta amalgamare con cura elementi fantastici o comunque passati (epoche storiche lontane quanto vampiri quanto folletti, streghe, maghi e chi più ne ha più ne metta, le ricette lasciano sempre un pizzico di spazio all’estro, pare) con altrettanti o quasi elementi del vissuto moderno, di questo nostro secolo fatto di frenesie, tecnologie esasperate, impegni, crisi socio-geo-economico-politiche. E naturalmente sbriciolarci dentro tanti, ma tanti, sentimenti persi, di quel tipo candido, assoluto, forte e universale come ormai non ce ne sono più oggi, nella vita reale.
Si tratta di miscelare, attenzione, mai eccedere. Perché così si accontenta tutti, pare. Quello a cui non frega nulla dell’epoca medievale o dei gotici o degli stregoni ma invece vuole sentirsi raccontare di questo suo oggi che vive magari male, ma anche quello che del quotidiano proprio non ne può più, si è letteralmente ‘rotto le scatole’ e cerca altro, qualcosa capace di solleticare la fantasia, mondi lontani, persi nelle nebbie del tempo o dell’immaginario popolare, anche folcloristico, perchè no?
Dunque eccola.
La ricetta.
Appunto neanche tanto complicata, tutto considerato.
E vale per ogni tipo di storia alla fine.
Storia di carta, da schermo casalingo ma anche da maxi schermo e biglietto.
Le mode sono una gran bella cosa, viene da pensare, danno sicurezza. Garantiscono stabilità, una volta individuate.
Peccato che chi vuole a tutti i costi il ricettacolo di cui accennavo sopra, il nuovo scettro del potere che porta consensi, fama magari, soldoni anche, arrivi insomma; quell’oggetto magico ecco. Peccato – dicevo – che le ricette già scoperte non valgano per averlo. Bisogna subito correre a cercare altro, nuovi intrugli, miscugli ignoti, ingredienti inimmaginabili.
Peccato si.
Non ci si può neanche godere un buon piatto in santa pace.
Ma poi. Riflettendoci con calma. Dentro quel piatto lì non ci sono i mie cibi preferiti, forse ora ad annusarlo per bene, neanche mi pare invitante, vagamente nauseante piuttosto.
Chissà se è poi vero che questa storia delle ricette è così necessaria, furba.
Per certi borsellini pare di si.
Perché, scusa, di cosa stiamo parlando?
Mica vorrai ricominciare con l’estro, il ‘guizzo’ dell’artista, la voglia di raccontare, l’ingegno stilistico, le impronte sulla sabbia, la creatività, il rischio.
Misericordia.
Cre-a-tivi-tà e ri-schio insieme procurano bruciori, non li senti?
Vai, vai, corri a cercare.
Che il bando per la prossima ricetta è già iniziato.

