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	<title>Frammentando di Barbara Gozzi</title>
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	<description>Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.</description>
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		<title>Frammentando di Barbara Gozzi</title>
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		<title>Pierantozzi Alcide &#8211; Uno in diviso</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 13:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[… dove mi porterà? Dove ci porterà, fratellino? – quel tragitto e questi lampi, e questi tuoni e questo timore sconosciuto; e questo considerare bellissimo e pieno un momento del genere, con o senza poesia? Il linguaggio non ha senso se non conosciamo quello che ci sta intorno e le parole, gli avverbi di Tempo: adesso, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=923&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>… dove mi porterà? Dove ci porterà, fratellino? – quel tragitto e questi lampi, e questi tuoni e questo timore sconosciuto; e questo considerare bellissimo e pieno un momento del genere, con o senza poesia? Il linguaggio non ha senso se non conosciamo quello che ci sta intorno e le parole, gli avverbi di Tempo: adesso, ieri, per noi – per ognuno – sono la resa di chi, ahimè, non ha mai capito niente.</em></p>
<div style="margin:0 0 10pt;">(‘Uno in diviso’ di A.Pierantozzi, Hacca, pag.44-45)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">“Alcìde Pierantozzi rappresenta il caso raro di una voce che ha saputo acquisire fin da subito credibilità senza nessun ricorso a carinerie di prosa o strizzamenti d’occhio. La sua convinzione in quello che fa è talmente radicata che chi viene in contatto con lui si convince a sua volta. Questo non vuol dire che poi tutti concordino con la sua idea di letteratura, vuol però dire che gli si riconosce il fatto di averne una e di perseguirla. Mi pare un bel risultato.</p>
<p>&#8220;Uno in diviso&#8221; è poi un romanzo notevole per due motivi. Uno è la pacificazione con l’orrore: Alcìde non retrocede di fronte a quello che racconta, forse talvolta trema, ma poi va avanti. Riesce ad affrontare lo sfacelo narrandolo. L’altro è questa scelta di una lingua letteraria fatta non di un lessico selezionato in senso sublime, ma pescandolo soprattutto nei dialetti e nelle prose novecentesche per poi appoggiarlo su una sintassi fatta di sprezzature, sintagmi che confliggono, interpunzione volutamente franta e singhiozzante.” (<a href="http://www.ibs.it/libri/Dadati+Gabriele/libri.html">Gabriele Dadati</a>)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Ho letto ‘Uno in diviso’ seguendo un percorso collegato al <strong>concetto di ‘male’ pieno di tentacoli, deformato, mutevole, chiaroscuro. </strong>Poco alla volta, stringendo e facendo mio un libro pubblicato nel 2006 che ha ottenuto una lunga serie di riscontri (<a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodstampa.php?idProdotto=11">qui</a> la rassegna stampa di Hacca), il cui autore è stato inserito tra i ‘giovani autori contemporanei italiani’, ’promessa della scrittura’ per intenderci. Prima pubblicazione, già seguita da un’altra (‘<a href="http://www.ibs.it/code/9788817021722/pierantozzi-alcide/uomo-e-il-suo.html">L’uomo e il suo amore</a>’, Rizzoli, 2008). Dunque <strong>avere vent’anni o poco più. Due libri usciti per case editrici medio e grandi. Una ‘statistica’, almeno sulla carta, di tutto rispetto. La prossima pubblicazione si attende per il 2010 sempre per Rizzoli </strong>mentre altri progetti prendono forma. Pierantozzi non si sottrae alla mia curiosità analitica, paziente ed educato anticipa un incessante lavoro tra storie che si plasmano, attendono. E a voler ragionare su numeri, intervalli temporali e consensi si rischia l’assuefazione da ‘novello genio’. Rischio calcolato forse, eppure “il talento inquieta” asserisce <a href="http://www.marcomancassola.com/">Marco Mancassola</a> (prevedendo i riscontri della prima pubblicazione), e nella seconda di copertina definisce “la furia simbolica, sessuale, filosofica, omicida&#8221; che in questo romanzo spurga, dilaga, irrompe.<strong> In effetti è una storia poco glitterata, quella di ‘Uno in diviso’, inadatta alla classica immagine del best seller con la copertina lucida che ammicca dalle vetrine rinomate.</p>
<p>‘Uno in diviso’ non è libro da prendere alla leggera, tutt’altro. </strong>Non ha il sapore annacquato del tormentone annunciato con gli ombelichi adolescenti scoperti o le lingue sporche di latte che tentano incastri improbabili. Ci sono lingue, si, ma sono quelle di due gemelli siamesi uniovulari il cui corpo <em>naturalmente </em>ricrea una forma a ipsilon con un paio di gambe, un pene e due busti con i relativi ‘accessori’ del caso (due teste, due paia di braccia, due lingue appunto capaci anche di unirsi in un bacio che è intero nella divisione: “questo bacio amaro e dolce, questo bacio forte e fragile, che nessuno vede, questo bacio divino e infernale”, pag.92).<br />
<em>Kehinde </em>e <em>Taiwo</em> dunque si presentano al lettore rubandosi la scena a vicenda, narrando in prima persona, mostrando un’altalena di punti di vista, precisa e accurata perché le voci sono divise appunto, eppure il legame, questa sorta di fusione galleggiante resta, ammalia. “Io, Taiwo” ripete continuamente Kehinde ma anche il fratello Taiwo insisterà sul concetto “Io, Kehinde” per raccontare, descrivere, spiegare, argomentare. Perché anche le menti &#8211; soprattutto le menti &#8211; sono inequivocabilmente indipendenti, tendono a scontrarsi, ragionano flettendo logiche filosofiche, pensieri e riscontri. <strong>Taiwo e Kehinde sentono un ‘uno in diviso’ tra-con-per <em>loro</em>.</strong> Ciò che accade a uno si riflette immancabilmente sull’altro deformandone in parte reazioni, carattere e inclinazioni in una sorta di ‘non legame’ fisico che è carne pulsante aggrappata alle stesse ossa.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Io ero malato consapevole della mia malattia. Taiwo era guasto, inconscio del suo stato psicosomatico. Non so bene di cosa soffrissi: non abbiamo mai consultato un dottore…<br />
(pag. 29 – voce di Kehinde, da notare l’alternanza tra ‘io’ e ‘noi’)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Il mio <em>male</em> invade la sua metà corporale, gli intorpidisce le membra e lo contagia. Penso che non ci sia nulla di più contagioso del <em>male</em>.<br />
(pag.108 – voce di Taiwo)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">I due protagonisti lavorano al ‘Bordeaux’, locale dietro la Stazione Centrale di Milano, classificato come ‘sauna’ anche se il lettore non fatica a smascherare il gioco linguistico atto a celare un luogo di incontri sessuali espliciti dove i gemelli sbirciano corpi e atti ma non devono farsi vedere eccetto dietro il bancone a coprirne i ‘punti di unione’ per accogliere a dovere i clienti (tessera, ciabatte, chiave dell’armadietto assegnato, profilattico extra strong e asciugamano bordeaux; sono segnali precisi, elenco di una casualità disarmante).</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">C’è un simbolo che è animale, carne quanto trasposizione, che appare dalla prima riga dell’incipit per proseguire strisciando ovunque, in silenzio a tratti ma con pressante ossessione.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Furono i serpenti a rovinarmi la vita.<br />
(pag.15 – prima riga dell’incipit)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>I serpenti</strong>, creature viscide, oscure, incarnazioni del <em>male</em> ma anche realtà celate, nascoste nell’ombra. Proprio come in uno dei primi episodi del romanzo, quando il nonno si trova faccia a faccia con un rettile di due metri nascosto nella stalla che finirà sfasciato in due parti investendo la testa del nonno stesso di “un flutto di latte insanguinato pieno come un’onda” (pag.19). Una scena precisa, raccapricciante, che il lettore immagina e forse rabbrividisce disgustato. Ma è serpente anche l’<strong>ouroboro</strong> tatuato sul collo di Taiwo, un serpente che si morde la coda per l’esattezza, a rappresentare la natura ciclica della vita, “<strong>il tempo che ritorna su se stesso</strong>” come insisterà più volte Pierantozzi nel corso nella narrazione. Insistenza cadenzata da indicazioni temporali, orari che ricorrono, si ripetono facendosi largo tra la nebbia onirica degli svolgimenti. <em>19.47.02</em>. Ripetizione ossessionante, ipnotizzatrice. Fino a 19.48.02 verso la fine, un minuto in più e “il mondo è finito”.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">La narrazione è frazionata in capitoli brevi, relativamente brevi, con titoli che sono riferimenti danteschi espliciti. Gironi incastrati gli uni negli altri in una sorta di giochi tra matrioske misteriose, sospettosamente velenose dove i sogni si confondo con l’artificio e la realtà. Realtà di matrice sessuale, legata agli incontri a cui assistono i gemelli nella ‘sauna’ ma anche quella cruda e assurda della cronaca nera, nella fattispecie il tragico <strong>delitto di Cogne</strong> spennellato nel capitolo ‘girone dell’artificio’ dove un inatteso blackout si alterna con stralci di un articolo di giornale da cui si materializzano l<em>’avvocato Carlo Taormina, Piergiorgio Grosso, il piccolo Samuele Lorenzi</em>. Apparizioni. Logiche che si (con)fondono con la scena principale ma non ne restano assorbiti del tutto. Contrasti evidenti, stridenti con la ferocia del bambino innocente. “ Senza dire niente, vista l’ora, torniamo a lavorare”. Così si conclude l’incursione. E si resta ghiacciati.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>C’è molta crudeltà in questo libro, immagini volutamente disgustose, che uniscono un certo retrogusto horror con i simbolismi da fondale perduto.</strong> Nulla accade per caso, pur apparendo tale. Le inquadrature si spostano repentinamente. I gemelli sono due e uno, si cercano, combattono, proteggono e fuggono. Ma non celano nulla al lettore che li rincorre ansante probabilmente stordito o peggio: a pezzi.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Le ho tolto i pantaloni scozzesi. Le gambe della straniera sono di latte. Adesso che le ho sfilato le mutandine, anatomizzo il suo pube roseo e depilato, simile al cuore dei una pesca.<br />
(pag.94 – girone degli aborti)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Seguendo i fili della narrazione, si intravvedono alcune sotto-tematiche intriganti, che aprono spiragli a logiche e ragionamenti mai sazi, come il ‘dualismo’ e la ‘follia’. Contatto l’autore per alcune domande di approfondimento.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Chi è Alcide Pierantozzi, lo scrittore?</div>
<p><em>Bella domanda. Freud, mi pare, diceva che l’ego non è mai padrone in casa propria. Ecco, mi piacerebbe fare un piccola inversione di senso: Alcide lo scrittore è padrone in ben due case, la propria e quella di Alcide il ragazzo. Tutta la mia vita è al servizio della letteratura.</em></p>
<p><a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7797.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a><em><br />
</em></p>
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		<title>Mozzi Giulio &#8211; il male naturale</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 14:18:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1998 usciva questo testo. Pregno di corpi, carne, male, bene, ripetizioni scarnificanti, voci, sensi immersi in cadenze che sono ritmi precisi, che portano a trattenere il fiato molto spesso, che scatenano pruriti, ferite e ammissioni. Il male che è. E&#8217;. Non ha bisogno di farsi chiamare bene. Non ha bisogno di mentire, truccarsi o [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=951&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="font-family:Georgia;color:#808080;font-size:medium;">Nel 1998 usciva questo testo. Pregno di corpi, carne, male, bene, ripetizioni scarnificanti, voci, sensi immersi in cadenze che sono ritmi precisi, che portano a trattenere il fiato molto spesso, che scatenano pruriti, ferite e ammissioni. Il male che è. <em>E&#8217;. </em>Non ha bisogno di farsi chiamare <em>bene</em>. Non ha bisogno di mentire, truccarsi o decontestualizzarsi in altri mondi, negli altri che non sono noi, dunque  lontani, finti, plasmati per essere &#8217;scaccia-paure&#8217;. Ciò che siamo, anche scatenato da <em>altro</em> che in noi resta, da corpi che premendoci, schiacciandoci, carezzando, avendo, ferendo si imprimono in uno strato non superficiale ma pulsante, feroce, insinuante, anche sensuale. Ma pur sempre <strong><em>male</em></strong>. Ciò che siamo è <strong><em>naturale. </em></strong></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#808080;font-size:medium;"><em>B</em></span><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/25/morte-di-richesse/" target="_blank">Morte di richesse</a></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/27/vite/" target="_blank">Vite</a></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/01/bella/" target="_blank">Bella</a></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/02/un-male-personale/" target="_blank">Un male personale</a></span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Giulio ama una persona che è morta, cioè che non possiede più la sua carne. Giulio desidera la carne delle persone che fanno esistere l&#8217;immagine della persona che è morta. Giulio non desidera il suo proprio piacere, del quale ogni tanto gli sembra di avere perso completamente la capacità, ma desidera il piacere di quelle carni che fanno esistere l&#8217;immagine di Lucia. Giulio accarezza, coccola, bacia, solletica, sfiora, stringe, preme, abbraccia, riempie quelle carni: non come se fossero la carne di Lucia (Giulio non è pazzo), ma per gratitudine perché quelle carni fanno esistere l&#8217;immagine di Lucia.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">[...]</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Quando la ragazza-ragazzo allarga le gambe e chiede a Giulio di entrare, Giulio sa che mancano pochi minuti all&#8217;inizio della disperazione. Tuttavia, anche quando è già sulla porta e sente la disperazione arrivare e sa che deve andarsene, per Giulio è difficile smettere di guardare, allontanarsi dal corpo della ragazza-ragazzo che è così bello e così desideroso del corpo di Giulio. </span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">La causa della disperazione è questa: ogni volta che guarda la ragazza-ragazzo Giulio non può fare a meno di pensare: non ho mai desiderata così tanto una persona.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Naturalmente Giulio non pensa: nemmeno Lucia; se lo pensasse forse impazzirebbe.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">[...]</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Giulio sa perfettamente che il suo bisogno di essere amato sterminatamente non può essere riempito da nessuno e che presto o tardi la ragazza-ragazzo si accorgerà di essere stata depredata di ogni cosa. Giulio deprederà la ragazza-ragazzo di ogni cosa e da tutte le cose che le porterà via non ricaverà alcun bene.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">[...]</span></p>
<p><em>Aggiornamento 3/09</em>: <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/03/amore/" target="_blank">Amore</a>, oggetto di un&#8217;interrogazione parlamentare (<a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2003/12/cinque_anni_fa.html" target="_blank">qui</a> il verbale del 11/11/1998)<br />
[...] Infilò la canna della pistola nell&#8217;ombelico dell&#8217;uomo e cominciò a spingere.</p>
<p><em>Aggiornamento 4/09</em>: <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/04/splatter-breve/" target="_blank">Splatter (breve)</a>.<br />
[...]<br />
Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c&#8217;è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un&#8217;altra materia che non conosco bene; immagino che sia sottile, leggera, trasparente e femminile. Questa è la parte di me che io chiamo &#8220;anima&#8221; e penso che non sia una cosa distinta dalla carne ma compenetrata in essa, come due fumi che si mescolano.[...] Le vere immagini della morte sono quelle che noi crediamo essere le immagini della vita. L&#8217;attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali. [...]</p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Eventualmente seguendo nei prossimi giorni <a href="http://www.ibs.it/code/9788804436058/mozzi-giulio/male-naturale.html" target="_blank">Vibrisse </a>chissà.<br />
</span> <span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Su Ibs <a href="http://www.ibs.it/code/9788804436058/mozzi-giulio/male-naturale.html" target="_blank">QUI.</a></span></p>
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		<title>Scurati Antonio &#8211; Il bambino che sognava la fine del mondo</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/05/scurati-antonio-il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 14:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Appunti su &#8216;Il bambino che sognava la fine del mondo&#8217;

di Barbara Gozzi

(Bologna, 05-09-2009)
“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=958&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><strong>Appunti su &#8216;Il bambino che sognava la fine del mondo&#8217;<br />
</strong></p>
<p align="center"><strong>di Barbara Gozzi<br />
</strong></p>
<p align="center"><strong>(Bologna, 05-09-2009)</strong></p>
<p>“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, l’autore invita il lettore a considerare ogni singola parola di questo libro come frutto della sua immaginazione, anche e soprattutto quando si narri di fatti riferiti a personaggi e a contesti che portano il nome di persone o di istituzioni realmente esistenti.”</p>
<p>Questa è la premessa, pubblicata prima ancora della dedica.</p>
<p>E il lettore ne capisce il senso pieno dai primi capitoli.</p>
<p>Scurati sceglie fatti di cronaca, li plasma con farina di fantasia, sposta luoghi ma ne mantiene sapori intensi, trasfigura volti ma conserva legami, sensi, affettività, e sentimenti devastanti.</p>
<p>Si tratta di un’ombra precisa insomma, quella degli abusi sui bambini per mano di chi dovrebbe accudirli, educarli, averne ‘cura’.</p>
<p>Si tratta di una città colpita da un fulmine inaspettato, capace di scatenare onde anomale di proporzioni impensabili, vere quanto costruite da paure, rabbia, orrori, ossessioni e demoni.</p>
<p>E’ un romanzo che incastra una duplice narrazione, alterna capitoli scritti in prima persona da uno Scurati spettatore partecipe della vicenda, uno Scurati come chiunque altro, potrebbe essere un Gozzi o un Messori, Ansaloni, Ghini e così via. Poi c’è un’ altra narrazione, estranea, quasi scientifica, che racconta di un bambino colpito da terrori notturno, un bambino che respira il mondo e il suo Male con una sensibilità e consapevolezza incomprensibili, almeno al principio.</p>
<p>Due rotte. E questa cronaca che entro gli sviluppi della trama diventa statistica, stralci di articoli di giornali, citazioni. E questo vivere che Scurati pare annotare come entro un esperimento scientifico dai contorni già sentiti, non nuovi dunque, ma registrati come durante un’autopsia; questo vivere è metallo duro, spigoloso, indottrinato, pedagogico.</p>
<p>Indubbiamente ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’ colpisce e accusa alcuni aspetti di quest’Italia contemporanea, malata, soffocata da una medialità feroce, dal vociare e plasmare della gente pronta a giudicare, additare, e che ha bisogno di distinguere, sempre e comunque, i buoni dai cattivi, il bene dal male.</p>
<p>Questo Male, che Scurati radiografa, arriva al lettore attraverso angolazioni predeterminate. Ed è forse questo il suo limite maggiore. E’ un Male collettivo, che infetta cittadini dagli animi già portatori virulenti di in-sanità, affamati di colpe, nevrosi, mancanze, cadute altrui, ineffettività e un certo marciume galleggiante. Questo Male è dichiaratamente sbagliato, colpevole, ingiusto, assurdo e pericoloso. Questo “Male è totale” (pag.12), possiede quasi trasfigurando chiunque. Si alimenta del male di tutti, lo cresce con la furia della pestilenza. Questo Male è una caccia alle streghe annunciata che ‘gioca’, danza, tra elementi particolarmente delicati come i bambini, gli abusi, le devianze (presunte o reali), la fame di sangue e carne del giornalismo, la sete di eccitazione della gente comune resa opaca dal proprio vivere faticoso, in gratificante, fors’anche inutile.</p>
<p>La gente scelse Satana, così potente perché pronto all’uso alla prima evocazione. Scelse Satana, così a misura d’uomo.</p>
<p>Spesso, non potendo avere il Bene, tanto sfuggente, sdegnoso, tanto raro, ci si accontenta del Male, con la sua concretezza corposamente immessa nella materialità della vita quotidiana.</p>
<p>(pag.14- da notare che una parte di questo stralcio è stato usato per la quarta di copertina)</p>
<p>La lingua di Scurati tende alla scorrevolezza ma subisce frenate improvvise e periodiche attraverso una terminologia accurata, ricercata fino a quasi l’ossessione, ‘alta’ nell’eccezione di colta, raffinata. Gli aggettivi si accompagnano spesso, gruppi di due o tre. C’è anche una certa prolissità nell’addentrarsi negli sviluppi, nell’insistere su sospensioni, attese (per il lettore), logiche contorte, morbose. Poi l’uso delle anticipazioni velate, l’intento di avvisare continuamente il lettore, di fargli intuire la caduta senza fondo, l’annegamento progressivo, lento eppure inesorabile di una storia che nell’uso della fantasia tenta un avvicinamento ‘globale’. Gli eventi si svolgono a Bergamo, ma è una Bergamo-globale, secondo me, che potrebbe tranquillamente essere Milano, Torino, Bologna, Venezia, o almeno mi pare questo l’intento di Scurati, il ricreare una sorta di terra di frontiera, vicina e dunque conosciuta dall’autore, eppure simbolo (o tentativo di) di altri luoghi, dell’Italia.</p>
<p>Lo stesso intento che mi pare di intravvedere nella scelta del narratore-personaggio, come a voler affondare nella c.d.(e recentemente attaccata) ‘auto-fiction’ senza che lo sia del tutto, auto-fiction. Perché Scurati si è ispirato alla sua vita, quanto meno ad alcune parti ad esempio professionalmente, come docente, ma anche ed evidentemente sul piano geografico, Bergamo. Pare quasi ‘dire’: io ci sono, questa è Bergamo, questi sono articoli di giornale ‘veri’, questa è la gente di una Bergamo dell’Italia a te nota, lettore, ma io non sono io, non solo, perché io sono te che segui la cronaca, la commenti, ti ci fai fagocitare fino a scoppiare.</p>
<p>Concettualmente mi sembra anche vicino al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_a_chiave">roman à clef</a>, dove la chiave interpretativa è evidentemente l’autore ma inversamente perché Scurati ha impastato una realtà di cronaca nota, nazionalmente nota (ma non necessariamente da lui vissuta direttamente) con elementi propri per i quali è appunto la chiave. Su Cabaret Bisanzio (link in fondo), Enzo Baranelli dice: <em>“Il bambino che sognava la fine del mondo</em>” ribalta la struttura alla Ballard: i fatti sono reali, ma si devono considerare finzione, Scurati affonda nelle date, nella cronaca, mentre in Ballard si crea il romanzo-sociologico partendo da una realtà, e poi estremizzandone i conflitti, costruendo l’impianto romanzesco.”</p>
<p>Non avevo appetiti per il suo corpo di donna adulta. A chiamarmi era la sirena di sua figlia. Margherita, era quell’urlo agghiacciante fuoriuscito dalla bocca di una bambina nel cuore della notte. Desideravo essere introdotto nel suo mondo di fantasmi. Volevo gli impareggiabili terrori dell’infanzia. Volevo entrare nel filmato.</p>
<p>Per fortuna quella sera Marisa Comi non m’invitò a salire. Purtroppo, però, lo avrebbe fatto in seguito.</p>
<p>(pag.100)</p>
<p>Segnalo alcune analisi, che nel corso degli ultimi mesi sono apparse on line, per questo libro candidato allo Strega, finito al centro di <a href="http://blog.panorama.it/libri/2009/07/03/premio-strega-vince-scurati-anzi-no-scarpa-e-lanno-prossimo-piperno/">una polemica</a> tra le tante di cui – pare – l’editoria italiana ha bisogno. Forse i tempi non sono ancora maturi, per poterlo commentare con il giusto distacco. Ma non nascondo che resta una narrazione a me lontana.</p>
<p>Il male è proprio ciò che vi è di più immateriale, poiché muove la sua guerra accanita contro ogni essere concretamente vivente e, se lasciato fare, distruggerebbe la base stessa della creazione.</p>
<p>(pag.10)</p>
<p>Su Nazione Indiana: il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/23/perche-scurati-non-deve-vincere-lo-strega/">23/04/2009</a> e il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/17/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/">17/08/2009</a> (recensione di Gianni Biondillo).</p>
<p>Di Valter Binaghi il <a href="http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/08/29/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo-di-antonio-scurati/">29/08/2009</a>, parole che non nego vicine al ‘mio sentire’, mio dunque soggettivo e imperfetto per il quale mi assumo le responsabilità del caso.</p>
<p>Su Cabaret Bisanzio (recensione di Enzo Baranelli) il <a href="http://www.cabaretbisanzio.com/2009/04/08/l%E2%80%99ordine-del-male-%E2%80%9Cil-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo%E2%80%9D-di-antonio-scurati/">08/04/2009</a>.</p>
<p>Su <a href="http://www.ibs.it/code/9788845262418/scurati-antonio/bambino-che-sognava-la.html">Ibs</a>.</p>
<p><a href="http://www.primaveraestate.com/2009/09/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo-di-antonio-scurati/">Link alla pubblicazione originale su PrimaveraEstate.</a></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Dadati Gabriele &#8211; Il libro nero del mondo parte I</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/02/dadati-gabriele-il-libro-nero-del-mondo-parte-i/</link>
		<comments>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/02/dadati-gabriele-il-libro-nero-del-mondo-parte-i/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 14:10:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[‘Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.
Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=943&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>‘<a href="http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/libri?collana=153" target="_blank">Il libro nero del mondo</a>’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘<a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=il+libro+nero">libri neri</a>’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.</div>
<div>Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.</div>
<div>Il primo elemento che colpisce è un nome. <em>Gabriele</em>. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già <a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi.html">un altro autore italiano</a> contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.</div>
<div>Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.</div>
<div>Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:</div>
<div>Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. <strong>Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra <em>il</em> Gabriele che scrive e <em>quello</em> che dentro una storia, respira e vive?</strong></div>
<div>“Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.”</div>
<div>La lingua di questa nuova creatura è per Dadati espressione di una crescita importante, e se il termine ‘crescita’ pare svalutato, scontato, resta ‘evoluzione’. E’una lingua che gioca, con se stessa e il lettore. Che si avvale di tecniche miscelate con sapienza, che usa le parentesi per narrare sequenze su piani temporali diversi rispetto alla narrazione principale. Che fonde strutture, dove le scene hanno echi cinematografici oltre la mera spettacolarizzazione creativa. Dove ci sono parole che ricorrono, parole con un peso specifiche <em>sotto</em> i significati superficiali e che riaffiorano rosicchiando il lettore con pacata insistenza. Poi ci sono i sogni, il piano onirico dove si mescolano messaggi, codici e proiezioni di realtà, visioni trascinanti. Fino ai fantasmi, l’ultra-terreno che è comunque carne, acquista materia svelandosi, accettando un contatto con il protagonista ma soprattutto col lettore che sbircia, attende, afferra.</div>
<div>L’intera narrazione è una sequenza materiale e im-materiale. Gesti che sono un ‘esterno’ espressione (anche) dell’interno. Corpi che si muovono. Azioni semplici poi assemblate. E <em>attra-verso, tra, con</em> la carne, emergono poco alla volta quei sensi che sono intenti ma anche sentimenti, scelte, bisogni. <em>Male</em>. E proprio su quest’ultimo – sul male – chiedo a Dadati:</div>
<div><strong>Mi parli di questo ‘male’, delle sue sfumature, dei livelli? E’ un ‘male’ che avevi addosso, programmato tra le righe, oppure alla fine la storia te ne ha riconsegnato sfilacciature inaspettate? Ma anche: <em>il libro nero del mondo</em> restituisce, tratteggia, il ‘male di tutti’ o lo deforma amplificandolo attraverso, con, dentro il male stesso?</strong></div>
<div>“Il male di cui parla Il libro nero del mondo è una categoria che mi pare di aver intravvisto esistere nel mondo e non è qualcosa di metafisico o inspiegabile: è costituito dalla somma del contributo che i singoli uomini, consapevoli o inconsapevoli, portano al male attraverso le azioni che compiono. Ma questo non è un problema, perché anche per il bene può essere lo stesso, anche il bene può esistere nel mondo come la somma del contributo che i singoli uomini portano tramite le loro azioni ed equilibrare così il male, magari addirittura superarlo. Il libro nero del mondo però è stato scritto pensando che siamo arrivati a un punto in cui si fa molto più male che bene. La soluzione, se una soluzione c’è, è stata collocata fuori dalla comunità degli uomini: la soluzione, non il problema, è metafisica e viene affidata a un lato femminile salvifico. A patto naturalmente che si scelga di affidarsi a questo lato metafisico femminile, che è poi Maria, nata nel mondo ma assunta in Cielo, e per questo interlocutore del nostro stare nel mondo. Io ho pensato di scrivere questo libro perché sentivo quest’onda mugghiante che cresceva e mi veniva incontro. L’ho fatto perché sono uno scrittore, ma forse avrei potuto farlo in diversa forma se fossi stato un filosofo o un teologo.”</div>
<div>La lettura, dunque, richiede ascolti trasversali. Le storie si incastrano, scivolano tra strumenti apparentemente diversi per poi fondersi. C’è la storia dei cannibali, storia che attinge direttamente dalla cronaca, ad oggi (agosto, settembre 2009) basta digitare ‘cannibali’ su un motore di ricerca per rintracciare notizie come <a href="http://www.crimeblog.it/post/257/quattro-cannibali-mangiano-un-amico-che-li-aveva-invitati-a-cena">questa</a> o <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_17/serial_killer_giustiziato_e5ac59ae-3c31-11dd-bc39-00144f02aabc.shtml">questa</a>, e <a href="http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2007/10/11/41173-scrittore_dilettante_sospetto_serial_killer_cannibale_donne.shtml">questa</a>. Poi c’è la storia di un uomo ‘qualunque’ che di mestiere vorrebbe fare il regista per il cinema e ci sta provando, sposato con una donna che ama in modo non convenzionale, una donna amante dei raduni new age e che Gabriele cerca con la fisicità della passione che è carne e altro. Ma anche la storia di un fantasma, che appare nel giardino del protagonista, fugaci visioni spiazzanti prima di svanire, ogni tanto piange questo fantasma, fino ad assumere precise sembianze, necessarie. E naturalmente la storia di un ‘uomo’ che si sente addosso una chiamata divina, che sente, vede, assorbe e rifiuta <em>Il Male</em> che sta contaminando irrimediabilmente il mondo, rendendo tutto blasfemo, inutile, insopportabile. Proprio per combattere questa insopportabilità, l’uomo asseconda la chiamata, e chiede aiuto all’unica persona che gli sembra capace di ascoltare, che spera possa capire, questa lotta disperata che è male nel male, che lo cerca, il male, fino alla trasumanazione finale, la morte. Tante storie insomma, volti diversi che ruotano concentrici. E personaggi che racchiudono piccoli universi parti del messaggio. Alice, la segretaria di edizione, Ruggero, l’aiuto regista, Nicole, la moglie, Marco Sernesi, l’ex amico attore, Maria che è figlia e altro.</div>
<div>Il romanzo è diviso in tre parti, richiami danteschi a Purgatorio, Inferno e Paradiso. Richiami a gironi che si perdono negli sviluppi, tra inquadrature e cambi di scene, come già in passato fece (con modalità e sviluppi diversi) un <a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7797.html">altro giovane autore</a> italiano contemporaneo.<br />
Ma, se ‘Purgatorio’ e ‘Inferno’ hanno legami diretti tra loro, negli sviluppi, tra tentacoli che affondano nelle voci; ‘Paradiso’ rotola spostando drasticamente inquadratura, pur non virando completamente impone al lettore un radicale cambio di visuale, il punto di vista di ‘un’ altro personaggio-essere-autore (autore del ‘libro nero del mondo’, non di qualcos’altro, proprio di questo stesso romanzo) che qui narra in prima persona scalzando il narratore esterno già, in realtà, parzialmente detronizzato dalle mail del Gabriele-regista che dall’Inferno tenta in ogni modo di non perdersi completamente. ‘Paradiso’ è, in effetti, uno stacco che spezza, urta. Racchiude una (non) conclusione, prende per mano il lettore in una passeggiata-scoperta di una tranquilla dolcezza disarmante. Dolcezza che non è assoluzione, non forza eccessi né cerca risoluzioni scontante. Tutt’altro. “Gli angeli si addormentano nella schiena del tempo” (pag.195) lo dimostra. “Il momento storico brutalizzato” di cui parla il narratore-personaggio ormai in chiusura di scena, non è ‘fine’, o arrivo. <em>E’. Esiste. Resta</em>. Si aggrappa. Deve perché è questo, forse, uno dei sensi più forti del romanzo: il riconoscimento della deformata realtà in essere, oltre pagine e tessiture di parole.</div>
<div>L’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apocalisse">apocalisse</a> riveste un ruolo preciso, in questa romanzo. Apocalisse che probabilmente è tematica ricorrente per Dadati, ossessione (forse) o ricerca, avendone già scritto in un racconto contenuto nella raccolta ‘<a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-analisi-di.html">Sorvegliato dai fantasmi</a>’ pubblicata in ultimo da Barbera, seppure di <em>altra</em> ‘attesa’ si tratta, di una non fine che smaschera, nel racconto, piuttosto che annunciare. Nel romanzo invece, che di rivelazione si tratti è indubbio, la si preannuncia velatamente già nel ‘Purgatorio’.</div>
<div>Quando tutta questa storia sarà finita, e cioè quando inizieranno a piovere rane, Gabriele…</div>
<div>(pag.73)</div>
<div>E le rane arrivano, tra Inferno e Paradiso, non si fanno solo annunciare. Fino all’atto finale, finché ‘tutto’ entra in una Chiesa, avvolto (questo ‘tutto’) dalle parole di un santo che echeggiano tra morti, fede, male, e sangue. Sensi che forse confondono, forse no, si aggrappano all’“inesauribile superficie delle cose”, scavano.</div>
<div></div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-analisi,8688.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></div>
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		<item>
		<title>Alajmo Roberto: intervista</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/29/alajmo-roberto-intervista/</link>
		<comments>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/29/alajmo-roberto-intervista/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 13:55:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[roberto alajmo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Alcune considerazioni preliminari QUI.
Raggiungo telefonicamente Roberto Alajmo, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.
Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo on line del 17 Luglio (sopra citato) dove si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=930&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>
<div>Alcune considerazioni preliminari <a href="http://www.agoravox.it/Pre-destinazioni-da-silenzio-nella.html">QUI</a>.</p>
<p>Raggiungo telefonicamente <strong>Roberto Alajmo</strong>, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.</p>
<p>Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo <em>on line </em>del 17 Luglio (sopra citato) dove si nomina il romanzo di Nicola Gardini, gli chiedo curiosa: &#8220;<strong>Ti vengono in mente altri titoli, autori, che hanno subito lo stesso non trattamento divulgativo in Italia?</strong>&#8220;.</div>
<div>Alajmo non fa nomi. “ Ce ne sono tanti, moltissimi” mi risponde “ma rischio di dimenticarne e comunque sarebbe una lista fine a se stessa”. In effetti la domanda è provocatoria. Il romanzo di Gardini è uno dei tanti, un nome per tutti si potrebbe sintetizzare. “Non si tratta di questo o quello, altrimenti diventa sterile come approccio. E’ piuttosto la logica, ciò che scatena il fenomeno, che vale la pena di discutere. Esiste una precisa dinamica, dove l’editore conosce l’autore, entrambi (o uno dei due) conoscono il giornalista, il giornalista scrive, e la scrittura ritorna tra editore e scrittore , che è anche giornalista magari. E’ un triangolo chiuso, che il più delle volte si autoalimenta. Un triangolo delle Bermuda dove scompaiono i libri alieni. Ciò che esce sui giornali è lo specchio di questa situazione e il lettore, quello abituato alla lettura, ha fiuto ormai. Se legge, tendenzialmente non è uno stupido. Non compra solo perché su Repubblica, e cito Repubblica perché è il quotidiano che leggo abitualmente, trova la recensione di quel critico o giornalista con esperienza. <strong>In narrativa le recensioni cartacee non fanno vendere</strong>”.</div>
<div>Alajmo è diretto, centra nodi e li espone. La dinamica divulgativa, promozionale anche, delle recensioni su quotidiani o riviste è tutt’ora dibattuta e ambita da moltissimi esordienti e non. Eppure Alajmo insiste: “attualmente il mio libro più venduto, &#8220;<strong>Palermo è una cipolla</strong>&#8220;, è quello che non ha ricevuto recensioni cartacee, nemmeno una. In pratica sui giornali non se n’è scritto. Eppure è stato acquistato più degli altri. Le recensioni il più delle volte servono a tenere alto l’<em>ego </em>dello scrittore, i lettori comprano seguendo conoscenze, consigli e gusti diversificati, raramente si fanno influenzare dalla recensione di tal dei tali. Poi c’è il giornalista che si fissa su un autore o un libro e decide di lanciarlo, fa le classifiche di grandezza –Roth è il più grande, seguito da Vargas Llosa, a ruota tutti gli altri– e questo approccio agonistico riesce ad attrarre il lettore&#8221;.</p>
<p>Ma tutto questo vale per un certo tipo di narrativa, quando le storie sono storie, più o meno frutto della mente dell’autore, senza la precisa intenzione di raccontare realtà concrete, come nel caso di ‘I Baroni”.</p></div>
<div>“Infatti” prosegue Alajmo “ per libri del genere, cosiddetti scomodi, anche la stroncatura viene evitata, perché per stroncare se ne deve comunque scrivere, e scrivendo lo si addita al potenziale lettore. Ciò che esattamente si vuole evitare: avviare il passa parola, le riflessioni sul tema”. Annuisco, ci avviciniamo ad una centratura:</div>
<div>&#8220;<strong>Quali sono secondo te le tematiche, le realtà attuali che non si vogliono far conoscere?</strong>&#8220;</div>
<div>E mentre lo chiedo mi vengono in mente la malasanità, l’istruzione per l’appunto, le morti bianche e per riflesso i mandanti di questi silenzi (politica, corruzione, potere…). Resto spiazzata dalla sua risposta: “ho sempre avuto una precisa convinzione: che <strong>ancora prima della malafede c’è la stupidità</strong>. Basta leggere periodicamente le pagine culturali di un quotidiano italiano per capire di cosa parlo.”</p>
<p>E mi propone alcuni esempi di articoli pubblicati perché scritti da questo o quel critico, dove l’uso linguistico si flette secondo regole non convenzioni e dove non esiste correzione possibile né da parte dell’autore tanto meno del redattore del caso. “La situazione in Italia è anchilosata, c’è una reiterata impossibilità a selezionare i libri secondo criteri super partes, figuriamoci scatenare ragionamenti o dibattiti che non risultino geriatrici o già visti. C’è a monte un problema legato al percorso di chi arriva a occuparsi di cultura tra le pagine delle testate giornalistiche”.</p></div>
<div>Già. Incredibile che esistano ancora libri che insistono sulle ‘storie verie’ per non dimenticarle nel cassonetto dell’immondizia. “ In effetti, mera narrativa a parte, i libri come quello di Gardini raccontano di una certa realtà sperando di non cadere nel silenzio. Ci tengo a precisare che nel caso di &#8220;I baroni&#8221;, nessun giornale siciliano ne ha scritto fin ora, e questo l’ho trovato curioso, interessante, proprio perché il libro dibatte di alcune pratiche dell’università di Palermo. Dunque <strong>si è creato un fenomeno di appiattimento generale. La stampa locale che appoggia l’università locale e viceversa. Perché a livello nazione c’è stato chi ne ha scritto, ma non è la stessa cosa. Manca il riscontro in loco, proprio dove potrebbe avere un senso preciso appunto parlarne</strong>.”</div>
<div>E mentre lo ringrazio, chiudo la conversazione indecisa se davvero sono pronta a scriverne. Penso che i libri (pre)destinati al silenzio sono ovunque, racchiusi forzosamente da incastri, eccessi, dinamiche neanche poi tanto moderne o recenti. Eppure qualcosa continua a muoversi, (r)esiste.</p>
<p>L’apatia, il senso di rassegnazione da omologazione, quel ventriloquare il detto da altri per non dover pensare; tutto questo c’è, pulsante e pesante, nella società italiana ma non è ancora il tutto. Allora i silenzi, le storie che non sono solo favolette ma anche gli intrattenimenti che ricaricano, loro, nascono e si espongono per stuzzicarci. Ci sfidano. Quanto ne siamo effettivamente consapevoli, non saprei.</p></div>
</div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/Pre-destinazioni-da-silenzio-nella,8014.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></div>
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		<title>Grugni e Masson &#8211; analisi tra animali, umani e visioni</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/26/grugni-e-masson-analisi-tra-animali-umani-e-visioni/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 00:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=911&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span>Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante per capire che i vampiri esistono e sono gli umani tutti.<br />
(pag.102 – <em>Aiutami di Paolo Grugni, Barbera Editore, 2008</em>)</span></p>
<p>Come già spiegato nella prima parte, <a href="http://www.agoravox.it/Animali-umani-e-visioni-parte-I.html">qui</a>, ’Aiutami’ di <strong>Paolo Grugni</strong> racconta la storia di cinque amici, animali, decisi ad agire per smuovere le coscienze, pronti a un atto estremo, forte e rischioso pur di ’lasciare un messaggio’, di incrinare almeno un pò il muro di silenzio, indifferenza e menefreghismo che sentono attorno a loro. Gli animali, dunque, sono il motivo scatenante. O meglio. La considerazione e i trattamenti a loro destinati per mano umana<span style="font-size:12pt;font-family:&quot;">, lo sono</span> Nel romanzo di Grugni, dunque, emergono due principali macro tematiche, capaci di scatenare dibattiti quanto alzate di spalle e risate ironiche. L’alimentazione e la speranza.</p>
<p><strong><em><span lang="RU">Essere o diventare vegetariano o vegano</span></em></strong><span lang="RU">. </span><span>L’</span><span lang="RU">argoment</span><span>o</span> <span lang="RU">prend</span><span>e</span> <span lang="RU">forma lentamente &#8211; forse &#8211; perché non è lì che Grugni vuole focalizzare tutta l’attenzione. Eppure si sono scatenate diverse reazioni, dopo l’uscita del libro, essendo un dibattito ancora aperto, controverso nei contenuti quanti nelle sfumature. Prima di tutto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vegan">vegano</a> (sito utile: <a href="http://www.vegfacile.info/">vegfacile.info</a> ) non è sinonimo di vegetariano ( sito utile: <a href="http://www.vegetariani.it/">vegetariani.it</a> ), in quanto il primo non elimina dalla dieta solo carne e pesce bensì tutti i possibili derivati (latte ad esempio) nonché ogni prodotto che per essere ottenuto ha implicato abusi di qualsiasi tipo verso gli animali. Sottili differenze, sostiene qualcuno, che sono però sostanziali </span><span>differenze</span><span lang="RU"> nella vita pratica da cui i pareri tutt’ora contrastanti di nutrizionisti e medici. Ma, come accennavo sopra, il romanzo non è un inno verso specifici regimi alimentari fini a se stessi, una mera presa di posizione motivata, piuttosto la denuncia di un elenco – lungo, <em>molto</em> lungo – di comportamenti, modi di vivere, acquistare e consumare senza alcun rispetto tanto meno consapevolezza di quanto gli animali gridano ogni giorno ‘aiutami’, diventano trascurabili parti del ciclo (alimentare quanto ludico o commerciale). Strumentalizzare un romanzo come questo è fin troppo facile, io credo.</span><span lang="RU"><br />
</span></p>
<p><strong><span lang="RU"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jeffrey_Moussaieff_Masson" target="_blank">Jeffrey Moussaieff Masson</a></span></strong><span lang="RU">, è stato psicoanalista e direttore degli Archivi Sigmund Freud, autore di numerosi saggi tra i quali il recentissimo ’<a href="http://www.saggiatore.it/home_saggiatore.php?n=4&amp;a_id=431&amp;l=it" target="_blank">Cosa c’è nel tuo piatto?</a>’ edito in Italia dal Cairo Editore. Proprio in questo saggio, Masson analizza approfonditamente le attuali dinamiche che portano i cibi dentro i nostri piatti. La realtà descritta con una franchezza disarmante, è naturalmente quella americana </span><span>ma non credo che</span><span lang="RU"> il lettore europeo possa coscientemente dissociarsi ritenendo quanto letto ’appartenente a un altro pianeta’. Ne esce un testo duro, grave, dove le logiche del mercato alimentare spadroneggiano sulla vita (poco importa che sia animale in realtà, ’vita’ è già sufficiente come termine, dovrebbe almeno), dove i processi di produzione hanno modificato la qualità del vivere stesso degli animali, anzi, li hanno resi </span><em><span>semplici </span><span lang="RU">oggetti</span></em><span lang="RU"> per il nutrimento umano, spesso senza alcuna logica o reale necessità. Un libro che denuncia insomma, senza girare intorno alle questioni, senza ’mandarla a dire’. Masson ha visitato personalmente (tutt’ora pare lo faccia) allevamenti, fattorie, catene alimentari, battute di pesca. <em>Personalmente </em>nel significato letterale. Masson ha <em>visto</em>. Ha <em>sentito</em> le grida degli animali, ha memoria dei trattamenti, delle piccole ma importanti torture inflitte loro per far si che il tal prodotto sia quello cercato dal compratore ovvero </span><span>sia </span><span lang="RU">come <em>noi </em>lo vogliamo. E vedere tutto questo lo ha profondamente segnato. Jeffrey Moussaieff Masson è diventato vegano e nel corso dei capitoli ne spiega anche le motivazioni, dettaglia tappe e ragionamenti che nel tempo, passando attraverso anni di osservazioni e scelte, lo hanno portato oggi a non sentirsi</span><span> più</span><span lang="RU"> ’complice’ di tutto quello che ora sa </span><span>viene inflitto</span><span lang="RU"> agli animali per dare da mangiare all’uomo, una forma di complicità tra l’alt</span><span>ro</span><span lang="RU"> tacitamente ammessa</span><span>, implicita</span> <span>ne</span><span lang="RU">ll’atto stesso del mangiare. Occhio non vede, cuore non duole, dicono i saggi. Questo è uno degli aspetti che più il libro cerca di demolire. <strong>Sapere per capire, per conoscere</strong> come si arriva al patè che abbiamo sotto al naso, ma anche il tonno in scatola, i petti di pollo e tutto il resto passando per piatti prelibati quanto inutili dal punto di vista nutrizionale.</span><span> Ha scritto Masson: “Non credo che sarei diventato vegano senza una conoscenza diretta di questo tipo.”<span> </span></span></p>
<p><span lang="RU">Ma c’è di più. </span></p>
<p><span lang="RU">Il saggio svela i c.d.’segreti’ dell’incremento produttivo (che in realtà ormai non lo sono più tanto,</span><span> segreti,</span> <span><span> </span></span><span lang="RU">per chi ha voglia di sapere on line certe informazioni</span><span>, armandosi di santa pazienza o buoni motori di ricerca,</span><span lang="RU"> si trovano) ovvero come l’uomo è riuscito ad aumentare i quantitativi attraverso processi subiti dagli animali che vengono dunque, ingozzati, ingrassati, imbottiti di farmaci (che restano </span><span>poi </span><span lang="RU">nei ’prodotti consumati’ finendo ingeriti dall’uomo stesso), reclusi, legati, vengono </span><span>loro </span><span lang="RU">accelerati i ritmi, impediti i movimenti, danneggiati organi o ’parti non utili’.</span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">La realtà narrata da Masson non lascia scampo a </span><span>interpretazioni</span><span lang="RU">. </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">Per nutrirsi l’essere umano non solo ha letteralmente piegato altre specie viventi, destinate a nascere per morire nel dolore, ma &#8211; se questo non bastasse &#8211; si sottopone a ingerimenti continui di sostanze dannose utilizzate in fase di allevamento ma anche dopo, durante i diversi cicli di trasformazione finchè il cibo non assume l’ ’aspetto’ desiderato. </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">Masson argomenta il più possibile, il suo essere vegano, le sue motivazioni personali nate però da anni di osservazioni, riscontri ’reali’ e non teorici quanto possono apparire le pagine di questo libro; Masson dunque non teme confronti. Propone obbiezioni e le confuta. </span></p>
<p><span lang="RU">La stessa definizione di animale, che tanto arrovella il mondo scientifico, medico, la morale e l’etica, viene passata </span><span>attraverso</span><span lang="RU"> uno scanner accurato. </span><span><span> </span></span></p>
<p><span>Senza dubbio ci sono davvero persone convinte che, se gli animali non hanno coscienza della sofferenza che sono costretti a sopportare, allora non dovremmo provare rimorso nell’infliggerla né sentirci costretti a porvi fine. […] … è molto calzante la celebre osservazioni di Jeremy Bentham: « Non dobbiamo chiederci se sono in grado di ragionare o se sono in grado di parlare. Piuttosto, dobbiamo chiederci se sono in grado di soffrire» (pag.24)</span></p>
<p><span>Molti studiosi del comportamento animale e altri biologi considerano insensata la questione della felicità animale. Non possiamo sapere, sostengono, cosa renda felice un animale. <span> </span><br />
(pag.59 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span>Se dunque taluni considerano possibile che </span><span lang="RU">gli animali </span><span>siano </span><span lang="RU">incapaci di provare sentimenti, la loro percezione del dolore </span><span>dovrebbe essere</span><span lang="RU"> relativa, poco significativa. Per quanto </span><span>mi è impossibile</span><span lang="RU"> a</span><span>nche solo</span><span lang="RU"> consideare una teoria del genere, di fatto è la stessa dinamica tutt’ora riscontrabile </span><span>in molti operatori dell</span><span lang="RU">’industria alimentare. Le scritte ’qui alleviamo con amore’ oppure ’ qui si rispettano gli animali’ che pare siano ancora </span><span>appese</span><span lang="RU"> in alcune floride fattorie americane, sono la diretta espressione di una precisa filosofia che ’non vede’ ciò che ha davanti. Che non vuole riconoscere, non deve, le atrocità commesse per un piatto qualsiasi. Che non può neanche permettersi di guardare in faccia una mucca che penzola a testa in giù o una gallina con il becco tagliato per non parlare dei corpi che galleggiano a pelo d’acqua dei pesci finiti nelle reti ma non</span><span> ‘utili’</span><span lang="RU">, quelli che semplicemente si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato e vengono rigettati in mare morti o moribondi.</span></p>
<p><span>A quasi tutte le galline destinate alla produzione di uova viene scorciato il becco quando sono ancora pulcini. Il più delle volte l’operazione viene eseguita con un macchinario elettrico la cui lama rovente taglia metà del becco superiore e un terzo di quello inferiore (al momento non è noto quanti pulcini muoiano per il trauma dovuto all’operazione). La ragione di questo intervento è che altrimenti, dato il sovraffollamento esistente nelle gabbie in cui vengono rinchiuse, le galline finirebbero con il beccarsi e ferirsi a vicenda.<span> </span><br />
Ho chiesto spiegazioni su questa procedura agli uomini che la eseguivano e mi hanno risposto che è come tagliare le unghie a un essere umano. Ma ciò è palesemente falso. Non ci sono terminazioni nervose nelle unghie, mentre ce ne sono molte nel becco delle galline. Sarebbe esatto dire che la procedura equivale a tagliare l’ultima falange delle dita a un essere umano. […] Le terminazioni nervose ricrescono, ma il trauma cambia l’immediata formazione di un neuroma, un groviglio di fibre nervose e tessuto cicatriziale che spesso trasuda escrezioni. […]… il risultato di quell’operazione non può che essere l’insorgere di dolori cronici e acuti.<span> </span><br />
(pag.65 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span>Lo stralcio che ho riportato sopra è uno dei tanti esempi di ‘dinamiche industriali nel moderno mercato alimentare’. Ed è agghiacciante non soltanto per l’operazione in sé quanto per le cause scatenanti e lo schema innescato. Innanzitutto non si deve dimenticare che, nell’esempio di cui sopra, l’<em>obbiettivo</em> da raggiungere era <em>intensificare al massimo la produzione di uova</em>. Per farlo, le galline vengono tenute in spazi ristretti ma in quantità crescenti (minimizzare i costi, massimizzare i profitti, le classiche regole della produttività). Dunque <em>sovraffollamento</em>, e conseguentemente il <em>beccarsi tra loro</em>, che le galline non possono evitare non avendo spazio alcuni entro cui muoversi. E, infine, la soluzione scelta, la pratica di ‘scorciatura dei becchi’ già nei pulcini. Da questa semplice analisi che propongo è facile intuire quanto, le dinamiche industriali che mirano a incrementare i quantitativi minimizzando i costi, hanno trasformato anche le produzioni più semplici in mostruose catene che fagocitano gli animali i cui destini dipendono da quanto possono ‘essere utili all’alimentazione umana’ e da quanto lo possono fare sempre più in fretta e con risultati numericamente in crescita. Logiche che lasciano senza fiato. L’immagine della contadina che prende alcune uova dal giaciglio e tranquillamente se le porta in casa mentre la gallina scorazza nel cortile; quest’immagine è bruciata per sempre.</span></p>
<p><span lang="RU">Dopo la lettura di questo saggio credo sia più semplice capire la rabbia che trapela da alcuni personaggi di ’Aiutami’, quella ferocia che Grugni ha rivesato sulla storia, </span><span>dentro le voci</span><span lang="RU">, Masson la trasforma in logica, in fatti se non proprio oggettivi quanto meno ’registrati’, concreti quanto basta per rifletterci senza la facile copertura da ’tanto è un romanzo, è tutto finto, esagerato per copione’.</span></p>
<p><span>Al diventare vegetariano o vegano, poi, Masson dedica l’ultimo capitolo. Una sorta di diario, resoconto delle sue esperienze, scelte motivate e suggerimenti nutrizionali mai gratuiti, piuttosto supportati dalle considerazioni scientifiche di istituzioni, enti e organizzazioni americane ma soprattutto dal buonsenso.<span> </span>Non meno intenso e coinvolgente è il penultimo capitolo che affronta, smonta e spoglia le ‘negazioni’ in ogni forma, approccio e logica. E’ possibile non essere d’accordo con le argomentazioni, ma evitare di rifletterci, davvero difficile.</span></p>
<p><span>Quando questa negazione viene sottoposta alla nostra attenzione, chiamiamo in causa una serie di cliché per giustificare l’uccisione di altre creature. In effetti questo ricorso ai cliché è già di per sé una prima difesa, un modo per non riflettere davvero sull’argomento. Eccone un parziale elenco: 1) Gli uomini sono onnivori, lo sono sempre stati e sempre lo saranno, 2) Ha un buon sapore, 3) Abbiamo bisogno della carne per vivere in salute, 4) Gli animali si mangiano l’un l’altro, perché non dobbiamo fare lo stesso? …<span> </span><br />
(pag.161- Chi c’è nel tuo piatto?) </span><span lang="RU"><br />
<!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br />
<!--[endif]--></span></p>
<p><span lang="RU">Altra ‘controversa questione’ scatenata da ’Aiutami’ è la <strong><em>speranza</em>.</strong> L’happy end che non c’è (considerato invece politically correct in narrativa e in generale nelle storie ‘raccontate’) ma non solo. Il senso di crollo, di annegamento lento ma costante, inevitabile quanto faticosa ammissione che l’essere umano ‘si’ sta affogando, aggrappato alla cieca-sorda-muta convinzione di essere ‘superiore’ all’animale. Un messaggio forte, estremo forse anche. Dunque fraintendibile. Che porta con sé un’altra etichetta pericolosa, secondo me: quella di ‘libro eccessivo, non costruttivo’. Come se il punto fosse lo stupire per forza. </span></p>
<p><span lang="RU">Noi non abbiamo più voluto passare per animali, esseri così carnali, ma solo uomini evitando altri eteronomi. E nella mutazione semantica non c’è stata metempiscosi ma solo cirrosi. Ma l’anima è rimasta a loro, a noi, è scritto nella fenomenologia della nostra etimologia, l’humus, la terra, la materia, lo spirito perso già al primo capoverso.</span><span><span> </span></span> <span><br />
</span><span lang="RU">(pag.21, corrispondenza con il Maestro, Aiutami) </span></p>
<p><span lang="RU">«Dimmi perché mi hai chiamato» </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">«Per dirti che ti amo e che se ti diranno che ero fuori di me avranno ragione ma non avranno capito niente. In questa società chi è in sé è chiuso dentro se stesso, è in un circolo chiuso dal quale non può sfuggire. Per vivere, bisogna essere fuori di sé, fuori da se stessi, solo in questo modo ci si può vedere, ci si può comprendere. […]» </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">(pag.119 &#8211; Aiutami) </span></p>
<p><span lang="RU">Non c’è l’happy end, dicevo, ci sono puntuali e precisi abbozzi di denunce, i personaggi ‘credono’ e decidono di agire. Decidono di trasferire sulla carne le grida degli animali, quel ‘salvami’ che è un loop straziante, ma ancora non abbastanza assordante, pare. Allora chiudendo il libro mi sono domandata: tutto questo è un’onda che si infrange e non lascia tracce? Non serve insomma, sapere e lottare? E’ questo il messaggio di Riccardo (del romanzo)? Perché c’è una frase che mi è rimasta impressa, una frase che qui ripropongo decontestualizzata per non svelare nulla della trama: </span></p>
<p><span lang="RU">Credi che ci sia ancora qualche racconto sopra le nuvole? </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">(pag.115, voce di Richy &#8211; Aiutami) </span><span><br />
</span></p>
<p><span lang="RU">In ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ non mi sento di affermare che si propone una versione della vita senza speranza. Jeffrey Moussaieff Masson ripete più volte nel saggio </span><span>che </span><span lang="RU">le scelte sono appunto scelte. Ma in quanto mutevoli, modificabili, possono contribuire a interrompere o almeno rallentare i potenti processi industriali che stanno distruggendo il pianeta. </span></p>
<p><span>Ogni pasto è come l’espressione di un voto. Possiamo fare la differenza con ogni boccone. Non possiamo scegliere di ignorare l’argomento, di pensare che non ci riguardi. Perché ci riguarda eccome.§<br />
Come individui, siamo programmati per non fare troppe domande su ciò che la società reputa indispensabile per la propria sopravvivenza. […] Riconoscere l’impatto sull’ambiente significa uscire dalla gabbia delle consuetudini quotidiane. Abbiamo bisogno di studiare per prendere atto di qualcosa che finora siamo stati incoraggiati e abituati a ignorare.<span> </span><br />
(pag.56-57 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span lang="RU">Di certo non ne esce un’immagine facile, di questo nostro vivere oggi dove l’abitudine è non sapere. Fermarsi al supermato, nei negozi, riempire carrelli di prodotti di ogni tipo (freschi ma anche scatolette, sacchetti, surgelati, ingredienti elaborati) e dopo la cassa correre a casa a ingrassare dispense e frigoriferi fino al prossimo pasto. Ma del ’come’ quei prodotti sono diventati tali, chi li ha realizzati e soprattutto in che modo. No, di tutto questo non si parla. Meglio non pensare al naso del maiale, agli occhi del cavallo, alle pinne lucide del pesce, e così via. Meglio continuare a fingere che sono rari i casi in cui si inniettano cortisonici o altri intrugli chimici che poi restano nell’animale e finiscono nei nostri stomaci o in quelli dei nostri figli. Meglio si, ma per chi davvero? </span></p>
<p><span>Nessun animale addomesticato, tranne forse il gatto, conduce il tipo di vita cui lo ha destinato la natura. Tutti i cambiamenti che gli uomini sono riusciti a effettuare, soprattutto tramite gli allevamenti selettivi, non mirano al beneficio dell’animale: siamo noi a trarne beneficio, mentre l’animale ne subisce le conseguenze. Questo significa che se ci preoccupiamo per la sofferenza degli animali e per la qualità della loro vita dobbiamo smettere di mangiare tutti i prodotti di derivazione animale? Temo di si: personalmente, non vedo altre conclusioni possibili. Dico ‘temo’ perché mi rendo conto di quanto una scelta del genere sia lontana dalle convinzioni e dalle abitudini di tante persone.<span> </span><br />
(pag.103 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span lang="RU">Masson però, seppure nelle descrizioni puntuali, tra analisi spiazzanti e logiche serrate, non cerca allarmismi insensati, secondo me. Non è tanto </span><span>l’esagerazione</span><span lang="RU">, l’intento primario, quanto colpire duro per scatenare una reazione qualsiasi, purchè sia una reazione, qualcosa di diverso dall’attuale ignoranza che è tacita approvazione.</span></p>
<p><span>Gli animali patiscono le pene dell’inferno a causa della nostra ignoranza. Il minimo che possiamo fare è ridurre questa ignoranza.<span> </span><br />
(pag.104 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span><span lang="RU"> </span><br />
<a href="http://www.agoravox.it/Animali-umani-e-visioni-parte-II.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></p>
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		<title>Grugni Paolo &#8211; Aiutami</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/22/grugni-paolo-aiutami/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 00:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[paolo grugni]]></category>

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&#8220;&#8230; una canzone che fu un’animalista sollevazione, un manifesto di cui tutti dovrebbero conoscere il testo.&#8221;
(pag. 67 &#8211; Aiutami di Paolo Grugni, Barbera 2008)
Heifer whines could be human cries
Closer comes the screaming knife
This beautiful creature must die
This beautiful creature must die
A death for no reason
And death for no reason is murder
And the flesh you so [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=909&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p>&#8220;&#8230; una canzone che fu un’animalista sollevazione, un manifesto di cui tutti dovrebbero conoscere il testo.&#8221;<br />
(pag. 67 &#8211; <strong><em>Aiutami di Paolo Grugni</em></strong>, Barbera 2008)</p>
<p>Heifer whines could be human cries<br />
Closer comes the screaming knife<br />
This beautiful creature must die<br />
This beautiful creature must die<br />
A death for no reason<br />
And death for no reason is murder<br />
And the flesh you so fancifully fry<br />
Is not succulent, tasty or kind<br />
It’s death for no reason<br />
And death for no reason is murder<br />
And the calf that you carve with a smile<br />
Is murder<br />
( <em>Meat Is Murder &#8211; The Smiths, 1985</em>)</p>
<p>Testo completo della canzone <a href="http://darkmoonside.spaces.live.com/blog/cns%212F4ACA4F99BCC8E1%212499.entry">QUI</a>.<br />
Su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2pB18RcAW8c">YouTube</a>.</p>
<p>Recita la quarta di copertina di <a href="http://www.barberaeditore.it/">Barbera</a>: questa storia è la storia di cinque animalisti: <strong>Ricky, Bruno, Claudio, Sara e Giovanni</strong>. È la storia dei loro ideali, dei loro dubbi, dei loro sogni, della loro voglia di un mondo più giusto per uomini e animali. Siamo nel novembre 2008, a Milano, quando in un convulso fine settimana i cinque protagonisti mettono in atto il rapimento di Luigi Banes, cacciatore e assessore della regione Lombardia. Lo trasportano in Valtellina e lo tengono sotto sequestro, poi all’improvviso tutto cambia e i ruoli di forza all’interno del gruppo portano a una piega degli eventi diversa da quella prevista. Fino alla conclusione che inchioda ognuno alle sue responsabilità, lettore compreso.</p>
<p><strong>Paolo Grugni</strong>, giornalista, autore televisivo e scrittore, ma anche vegetariano e animalista con ‘Aiutami’ (Barbera Editore, 2008, <a href="http://vertigine.wordpress.com/2008/09/05/paolo-grugni-aiutami-barbera-editore-2008-booktrailer/">qui il booktrailer</a>) ha voluto colpire proprio lì, tra le piaghe di una società che vive ‘contro’ gli animali. Un libro che denuncia ma non trascura l’impatto narrativo, dove le parole hanno un peso specifico preciso, le scelte non sono né casuali tanto meno ‘comode’.</p>
<p>Pubblicato nella collana ’Armi da taglio’ sottotitolo: libri che affondano il colpo, collana diretta da <a href="http://mangialibri.com/?q=node/3076">Gabriele Dadati</a>, ’Aiutami’ è un romanzo molto ambizioso. <em>Cinque animalisti</em> e un <em>rapimento</em>. C’è un vago senso di familiarità tra le parole e la cronaca, con qualche scritta in piccolo che scorre sugli schermi mentre un mezzo busto parla. Familiarità scrivo, perché la ’causa animalista’ ogni anno ritorna, accade qualcosa o qualcuno fa accadere qualcosa che riporta alla ribalta <em>certe frasi</em> per alcune ore, magari un paio di giorni a essere molto fortunati. Ci fu quella volta che una modella famossima, pantera nera feroce, venne cacciata da una certa campagna contro le pellecce, o qualcosa del genere. Fatti così, che poi ’fatti’ possono anche non esserlo, basta un accadimento extra normale, uno scintillio improvviso che nomina gli animali e allora tutti lì a scuotere la testa (no, no, così non si fa, gli animali sono creature, esseri viventi indifesi). Solo che la ’faccenda’ è un tantino più complicata di così. E Grugni parte proprio da qui, dal bisogno di sbriciolare falsi interessi, frasi fatte per non essere ascoltate, dalla necessità di scavare, svelare, affondare nelle numerose implicazioni legate al movimento animalista, dunque <em>cinque giovani animalisti</em> diventano i protagonisti di questa storia. Poi un rapimento reso necessario, imposto quasi, dall’andamento immutabile di questo nostro vivere oggi. Dall’assenza di coscienza, pare anche. Dal menefreismo che è poi anche egoismo individuale di volere questo o quello, comprare, comprare, avere poi gettare.</p>
<p><em>Ma chi sono</em>, innanzi tutto, Riccardo, Bruno, Claudio, Giovanni e Sara? Cosa vogliono davvero? Cosa sperano di cambiare? Lo svela l’autore, nel corso della narrazione, senza troppe presentazioni ufficiali.</p>
<p>&#8220;&#8230; Le idee, per dimostrare di essere giuste e cambiare lo stato delle cose, non possono mai diventare indottrinamento, verrebbero imposte e non comrpese. E’ così che, degenerando, portano alla nascita delle dittature&#8221; dice Giulia, conosciuta da poco da Riccardo ( il personaggio che più spicca nella storia ) ma già – subito &#8211; importante. Una prima ’imbeccata’ al lettore, attraverso le parole di un personaggio estraneo al gruppo. Poi un’apparente precisazione più avanti, a pag. 87: &#8220;&#8230; ma la cosa appariva ancora un gioco che altri, solo i criminali veri, quelli che finivano con la foto segnaletica sul giornale, potevano pensare veramente di portare a termine&#8221;. <em>Portare a termine</em>, diventa un concetto-chiave dunque.</p>
<p><strong>Poi la consapevolezza, anzi, l’ufficializzazione della consapevolezza </strong>(in parte sottintesa dalla stessa quarta di copertina di Barbera) qualche pagina dopo: &#8220;Uno sguardo gli bastò per capire che erano il punto di interesezione d’infiniti determinismi, in apparenza liberi di agire e creare il loro destino, ma la situazione in cui si erano ritrovati, come tutte le situazioni, era solo apparentemente frutto di una loro scelta.&#8221; Punto d’intersezione-infiniti-determinismi sono incastri precisi, netti, come pure apparenza-liberi-apparentemente-scelta. Qui la terminologia diventa ricerca espressiva fondata sulla sostanza, una frase per chiarire ogni sottinteso che fino a quel momento, attraverso la narrazione di oltre metà libro, era rimasto in volontaria latitanza.</p>
<p>Ma c’è anche, una collocazione sociale, una serie di potenziali ruoli attribuibili ai personaggi: &#8220;La gente li avrebbe chiamati delinquenti, i politici li avrebbero definiti terroristi, tutti pronti all’unanime condanna&#8230; [...] Le rivoluzioni devono cambiare tutti i tempi, rivedere il passato, mutare il presente, modellare il futuro. Per questo i cambiamenti della società non erano mai stati e non potevano essere indolori ma dovevano servire a sgretolare le false certezze e ribaltare le posizioni mummificanti il metabolismo cerebrale. [..] Ma ci voleva la scintilla, quella che avrebb fatto sollevare gli animalisti in tutto il mondo&#8230;&#8221; (pag.98). <em>Cambiamenti e scintilla.</em> Ecco chi sono questi ragazzi che Grugni tratteggia con imperfezioni fisiche ma soprattutto interiori, ognuno con demoni diversi da tenere sotto controllo, paure, incertezze, consapevolezze e memorie quasi mai facili da portarsi in giro.</p>
<p>In realtà c’è già, molto prima, una definizione trasparente lasciata da <strong>Riccardo stesso in una sorta di corrispondenza epistolare</strong> unilaterale col ’Maestro’ Ennio Morricone sulla cui dinamica tornerò dopo, Riccardo dice:</p>
<p>&#8220;Maestro, mi piace immaginare che io e gli altri siamo mucchio selvaggio pronti per quello che la gente definirà un pubblico oltraggio, per me è solo un gesto di alto linguaggio. [...]&#8230; anche se le diranno che sono dei criminali, non è vero, hanno solo difeso gli animali.&#8221; (pag. 46)</p>
<p>C’è dunque, questa netta spaccatura, da subito, tra come verranno ‘qualificati’, ‘etichettati’ dalla gente, e ciò che invece pensano i personaggi stessi, quello che le voci tentano di trasformare in materia, in scelta consapevole e motivata, seria insomma, ’mucchio selvaggio’ dice Riccardo, ma capace di procurare <em>quella</em> ’scintilla’ che potrebbe avviare il cambiamento. Se ne percepisce la purezza negli intenti, che naturalmente contrasta con l’idea stessa del ’rapimento’ e del suo svolgimento pratico raccontato da Grugni con un’interessante scelta strutturale ovvero la spaccatura in ’frame’ poi assemblati, in ogni frammento è l’angolazione di un personaggio a dominarne contenuti e osservazioni, in modo tale da ’rivedere’ anche gesti e sequenze più d’una volta ma attraverso ‘occhi’ diversi.</p>
<p><strong>La struttura del romanzo non distingue capitoli</strong>, non in senso tradizionale. La narrazione è una successione di ‘parti brevi’ unite dallo stesso registro, dall’intento di raccontare una scena o un personaggio. Ma in queste parti il narratore e la struttura stessa variano alternando così la voce di Riccardo (che però ‘parla’ sempre con Giulia) con &#8211; meno frequentemente &#8211; la voce di Giulia (che a sua volta ‘parla’ esclusivamente con Riccardo) dal narratore esterno fino alla lunga corrispondenza al ‘Maestro’ (Morricone, già citato sopra). Quattro macro strutture di fatto, ognuna funzionale, spezzate poi unite a formare un composto preciso, dal ritmo serrato.</p>
<p><em>Le voci di Riccardo e Giulia</em>, che si parlano a distanza, pensando, ragionando finiscono piano, piano con l’avvicinarsi facendosi bastare rari e preziosi incontri che restano nell’aria, li rendono vicini nella lontananza, nonostante gli avvenimenti che pressano, e l’affondare in logiche difficili, complesse quali le conseguenze delle azioni umane sugli animali. Una storia d’amore delicata, non scontata, che si alimenta di bisogni semplici e restituisce l’immagine di un protagonista pieno di sfaccettature, che non è solo il ‘capo’ del gruppo, bensì molto altro.</p>
<p><em>Poi Morricone</em>. Una scelta notevole, secondo me, perché attraverso questa sorta di corrispondenza silenziosa (è Riccardo che scrive al Maestro, non c’è bilateralità) Grugni ha la possibilità di introdurre numerose tematiche ‘spinose’, dolorose e difficili, quel genere di scavi che normalmente annoiano, infastidiscono o peggio, tediano. Affrontati in questo modo, invece, veloci, frasi secche, in rima, quasi non ci si accorge di averli letti. <em>Quasi</em>. Perché i sensi restano, graffianti fino all’osso, ferocissimi. In rima, si. Perché a Riccardo viene ‘naturale’ scrivere così. Un espediente strutturale interessante insomma, che spezza il ritmo, non pesa al lettore e ‘fa passare’, trasmette, nozioni crude, necessarie. E’ proprio scrivendo a Morricone che Grugni, usando la voce di Riccardo, denuncia: caccia e cacciatori ( utile il sito della <a href="http://www.abolizionecaccia.it/">Lega per l’abolizione della caccia</a> ), caccia alle balene, vivisezione, corrida e circhi, <a href="http://www.animalstation.it/public/wordpress/?p=817">gavage</a>, macellazione, mucca pazza, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Laika">Laika</a> (la cagnolina lanciata nello spazio nel ’57), pesca e pescatori, le ricerche per l’Aids, cyber hunting (caccia visivamente riproposta on line, di solito attraverso web cam ), <a href="http://www.apneamagazine.com/articolo.php/535">finning</a>, diventare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vegetariano">vegetariani</a>, l’uso di medicinali sugli animali, alcune abitudini alimentari dei cinesi, cavie, i danni del linguaggio (frammento di un’ironia fulminante), abbandono degli animali, combattimenti tra cani, infine il concetto di ‘uguaglianza’ tra uomo e animale.</p>
<p>Ma non solo, scrivendo al Maestro, Riccardo si permette nomi illustri, della politica quanto del mondo dello spettacolo (moda e sport compresi ovviamente), dell’economia e delle arti; e lo può fare solo in questo modo, non intervenendo nella narrazione principale, evitando l’effetto ‘boomerang’ ovvero la strumentalizzazione di talune affermazioni in bocca a personaggi o dentro scene. <strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Lo stile di Grugni, merita una considerazione a parte. </strong></p>
<p>La presentazione di scene e personaggi frantuma schemi e regole di sintassi, in favore della semantica. Il lettore potrà sentirsi confuso, all’inizio, l’assenza di distinzioni oggettive, distinguibili facilmente, può spiazzare. Ma è una percezione labile, che passa presto, secondo me. L’amalgama di Grugni è pulsante, piena di passato, presente in corso, pensieri e discorsi diretti che si flettono, mischiano, incastrano, restituendo un flusso narrativo visivo, sensoriale quanto frizzante.</p>
<p>&#8220;In casa girava una gatta che nessuno aveva mai pensato di sterilizzare, di notte rimaneva in giardino e ogni anno restava incinta, sua madre prendeva i cuccioli appena nati e li buttava nel cesso, lei li guardava galleggiare per un secondo poi giù nelle foglie (1). In viale Porpora per la fretta prese un rosso senza accorgersene, evitò l’impatto all’ultimo istante (2), brutta troia dove vai (3). Insieme al suo gruppo di preghiera stava ore inginocchiata a recitare il rosario, le ginocchia gonfie, la lingua secca… […] (1) Arrivò all’appuntamento che gli altri erano lì per andarsene, solo Richy era ancora in piedi… (2)&#8221;</p>
<p>(1) frammento passato – n.d.r.<br />
(2) frammento degli sviluppi in corso – n.d.r.<br />
(3) scheggia discorso diretto –n.d.r.</p>
<p>Mettendo temporaneamente in stand-by le cause animaliste nel complesso (a tal proposito ripropongo un sito segnalato dallo stesso Grugni trai i ringraziamenti nel libro: <a href="http://www.agireora.org/">AgireOra per gli animali</a>. ), ci sono, a mio avviso, due ’macro tematiche’ sfiorate da questo libro e che hanno scatenato dibattiti e pareri contrastanti.</p>
<p><em>L’essere, ma anche il diventare vegetariano oppure </em>(risottolineo ’oppure’)<em> vegano</em>.</p>
<p>E la ’<em>speranza</em>’ intesa come messaggio ’finale’, come eventuale approccio alle denunce stesse sollevate dal romanzo.</p>
<p>Tornerò su questi elementi con un altro pezzo, sperando di riuscire a unire la voce di Paolo Grugni con quella di un altro autore, <strong>Jeffrey Moussaieff Masson</strong>, che con <a href="http://www.cairoeditore.it/component/option,com_jbook/Itemid,124/catid,83/id,325/task,view">un saggio,</a> pubblicato in Italia da Cairo Editore da neanche due settimane, si propone di chiarire ’Cosa c’è nel tuo piatto?’.</p>
<p>Ultime annotazioni personali: per chi ha letto, legge o leggerà ’Aiutami’, da non perdere alcune <em>frecce linguistiche</em> preziose.<br />
“Siamo tutti vivi terminali”;<br />
“Il senso contromano della vita”;<br />
“ammobiliare in fretta un pensiero”,<br />
“Gli occhi senza sonno, marmellata di luce”.<br />
Poi certamente: ‘la maggior parte della gente quando scopa, scopa se stessa’.</p>
<p><span style="font-family:'Times New Roman';"><span style="font-size:small;"><br />
<a href="http://www.agoravox.it/Animali-umani-e-visioni-parte-I.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a><br />
</span></span></div>
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	</item>
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		<title>Mancassola Marco: Il ventisettesimo anno parte II</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/19/mancassola-marco-il-ventisettesimo-anno-parte-ii/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 00:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima pillola QUI 
Il primo racconto, nel complesso, mi è arrivato di più, probabilmente per l’incedere, lo scegliere un raccontare coinvolgente, che in ogni pagina srotola lentamente una matassa mutevole. Il ventisettesimo anno è quello che libera il protagonista da una precisa schiavitù legata alla morte di un fratello maggiore. Oltre il ventisettesimo anno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=954&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>La prima pillola <a href="http://www.thepopuli.it/2009/08/pillole-da-un-libroagitare-con-curail-ventisettesimo-anno-di-marco-mancassola-parte-i/">QUI </a></p>
<p>Il primo racconto, nel complesso, mi è arrivato di più, probabilmente per l’incedere, lo scegliere un raccontare coinvolgente, che in ogni pagina srotola lentamente una matassa mutevole. <em>Il ventisettesimo anno</em> è quello che libera il protagonista da una precisa schiavitù legata alla morte di un fratello maggiore. <em>Oltre </em>il ventisettesimo anno c’è il nulla, perché l’altro fratello, venuto prima, non è vissuto abbastanza per mandare avanti le lancette del tempo, per compiere altri anni e generare quindi memorie, esperienze, punti di riferimento da richiamare, cercare o forse anche emulare.</p>
<p>Mentre la realtà invocata dal secondo racconto finisce in una storia macabra consumata tra cimiteri e parti gemellari dai contorni quasi morbosi, ma raccontata in un locale qualunque bevendo tra il vociare sempre più fastidioso.</p>
<p>Il primo racconto è un’esplorazione simil chirurgica dell’esistenza di un personaggio, prima bambino poi adulto, che crescendo scopre, si interroga, costretto ad affrontare perdite difficili da riassorbire, come tanti piccoli ematomi mai scomparsi del tutto. Ed è un’esplorazione intima, profonda, dove il narratore esterno non risparmia, affonda. Con un finale che in un certo senso recupera l’inizio, e che mi ha fatto ripensare all’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ouroboro">ouroboro</a>, serpente che si morde la coda, simbolo e chiave di un altro romanzo del quale Mancassola scrisse, prevedendone gli echi (<a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7797.html">Uno in diviso</a> di Alcide Pierantozzi). Il racconto inizia nel ‘prologo’ con la scena di un incidente e si conclude con un altro incidente dai contorni sfocati. “ Un incidente è una deviazione improvvisa” si legge nelle ultime righe, “E’ qualcosa che ti porta lontano, sempre più lontano, da un tragitto originario che non ricordi neppure più, ma che pure dev’esserci stato.” (pag.53). E ‘incidente’, ‘morte’ e ‘lontano’ sono termini ricorrenti per sensi,e scavi.</p>
<p>Nel secondo racconto, invece, si esplora una storia dove i personaggi appaiono e scompaiono, mutano nelle forme (e non solo in senso metaforico) eppure si resta – leggendo – fermi su un’inquadratura apparentemente lontana proprio perché chi narra è anche personaggio: la scena iniziale (che si sottintende essere la principale) inquadra due amici a bere in un locale.</p>
<p>Ultima annotazione tecnica: si ritrova un uso moderato e controllato delle <strong>parentesi </strong>come ‘contenitori’ di frasi che sono contenuti su piani non coincidenti con la narrazione principale. Un’ulteriore amplificazione dei sensi di un dato momento narrativo.</p>
<p>E mentre sapeva anche allora, naturalmente, che quelle cose un giorno, pur continuando a rappresentare un’idea di divertimento, avrebbero di fatto contato meno (forse perché è il divertimento a non essere più centrale nei suoi pensieri, ad aver dimostrato l’efficacia, come una medicina cui le malattie hanno imparato a resistere, al riscatto di qualunque cosa si potesse o dovesse riscattare), ciò cui non pensava era quanto simili sarebbero apparsi, a un occhio esterno e senza tempo…<br />
(pag.38)</p>
<p>Un ‘piccolo libro’ che si legge velocemente, scivola ma assesta colpi e riflessioni. Adatto alle pause brevi e che invoglia, viene da chiedersi cosa può fare l’autore con questi e magari molti altri strumenti narrativi, formando, curando e restituendo storie di altra lunghezza. <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788875210731/mancassola-marco/ventisettesimo-anno-due.html"></a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788875210731/mancassola-marco/ventisettesimo-anno-due.html">Questa edizione </a>è impreziosita e contaminata profondamente dalle fotografie di Pierantonio Tanzola, valore aggiunto coraggioso (per il mercato editoriale) quanto espansione creativa colma di suggestioni e potenziali interpretazioni.</strong></p>
<p><a href="http://www.thepopuli.it/2009/08/pillole-da-un-libroagitare-con-cura-il-ventisettesimo-anno-di-marco-mancassola-ii-parte/" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.</a><strong><br />
</strong></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Dadati Gabriele &#8211; Sorvegliato dai fantasmi</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/15/dadati-gabriele-sorvegliato-dai-fantasmi/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 14:07:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele dadati]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo in pieno agosto, tempo di vacanze per qualcuno, per altri solo afa, caldo e città semi deserte. Tempo di sospensioni, lunghe o brevi che siano.
Comunque.
Già da luglio, in alcuni casi giugno, sono iniziati i ‘proclami’ da letture ’estive’. Come se le stagioni imponessero per tutti gli stessi ritmi, le stesse dinamiche di fatica e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=939&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>Siamo in pieno agosto, tempo di vacanze per qualcuno, per altri solo afa, caldo e città semi deserte. Tempo di sospensioni, lunghe o brevi che siano.</div>
<div>Comunque.</div>
<div>Già da luglio, in alcuni casi giugno, sono iniziati i ‘proclami’ da letture ’estive’. Come se le stagioni imponessero per tutti gli stessi ritmi, le stesse dinamiche di fatica e riposo, presenza e assenza, tempo o non.</div>
<div>Allora in questo giovedì post ferragosto propongo una lettura che non ha nulla a che fare con l’essere sotto l’ombrellone o in coda davanti al semaforo. Un libro che non è best seller internazionale tanto meno novità dell’ultim’ora.</div>
<div><strong><em>Sorvegliato dai fantasmi</em> di Gabriele Dadati.</strong></div>
<div>Quando questo libro è arrivato per la prima volta in libreria era il 14 febbraio 2006: avevo ventitré anni. L’avevo consegnato all’editore verso la fine del 2004, e scritto nei due anni precedenti…</div>
<div>(pag.205)</div>
<div>Nella ‘nota alla nuova dizione’ Dadati dice tutto quello che il lettore non sa ma dovrebbe. E lo fa con intelligenza, semplicità. Lo fa, forse senza la piena consapevolezza, preparando il lettore a ‘un’ Dadati che nel 2008, anno della nuova pubblicazione per <a href="http://www.barberaeditore.it/">Barbera</a>, non solo compie ventisei anni ma procede attraverso un percorso narrativo, strutturale ed esplorativo cbe, fra qualche settimana, si evolverà con l’uscita di un nuovo romanzo.</div>
<div>A rileggermi e a ripensare a quel Gabriele mi viene un naturale senso di tenerezza.</div>
<div>(pag.205)</div>
<div>E bisogna aspettare il nuovo libro per capirne a pieno il senso. Bisogna spostare piani temporali. ‘Sorvegliato dai fantasmi’ è stato scritto da un poco più che ventenne con diverse idee in testa, storie, strumenti narrativi da testare, sperimentare, affinare. E’ stato scritto per essere tante cose in uno, nell’insieme che è poi diventato già dalla prima pubblicazione.</div>
<div>Si tratta di una <strong>raccolta di racconti</strong>. Ma non ho intenzione qui di riprende l’ormai raggrinzita diatriba tra ‘romanzo si, racconti no’. Diatriba peraltro irrisolta, seppure le meravigliose statistiche di gradimento e vendita delle case editrici non lasciano spazio a logiche. Il mercato, in generale, non ha poi tutta questa voglia di teorizzare, gli basta instupidire, il più delle volte.</div>
<div>Questi racconti però, che hanno avuto precisi riscontri già dalla prima pubblicazione (<a href="http://www.pequodedizioni.it/news/rpq_63.html">qui</a> una sorta di rassegna stampa di PeQuod, primo editore), sono piccole tessiture imperfette che racchiudono generi, sensi e storie mai prevedibili, mai uguali tra loro, mai scontate o banali. “Se un romanzo costruisce un universo, un racconto crea un mondo. Gabriele Dadati, i suoi mondi, li costruisce con cura e abilità’ scrive Gianluca Morozzi nell’edizione per Barbera. E credo renda perfettamente l’idea che resta dopo la lettura.</div>
<div>I racconti scorrono in autonomia, sono indipendenti quanto variabili. In un certo senso si può affermare che accontentano anche ‘gusti diversi’. <em>Il </em>Dadati ventenne ha padronanza della penna, conosce la lingua, in parte se la flette a piacimento, ma soprattutto si mette alla prova con strumenti che sono tecniche e strutture della narrativa oltre la linearità e le trattazioni convenzionali. Dunque sapori, odori e intenti differenti. Ci sono gli sposi alla ricerca della felicità condivisa, i genitori che hanno perso l’ ‘io’ per un figlio amatissimo ma che in qualche sottile finestra scura, risveglia anche altro. Poi le indagini con annessi colpi di scena, scambio di identità e malattie. Perfino Max Pezzali, c’è, assieme all’ex compagno Mauro Repetto e ai sogni realizzati poi infranti. Ci sono lettere da prigioni, e prigioni tessute. C’è un’apocalisse annunciata a gran voce, vissuta oltre la fine poi disattesa, e portaceneri che sono schegge di ricordi e volti familiari persi.</div>
<div>“E’ il nascondimento di uno scrittore’ spiega la voce dello stesso Dadati <a href="http://www.booksweb.tv/content/show/ContentId/772">in questo video-presentazione</a> per Booksweb.tv, “ I fantasmi del titolo sono <em>degli io</em> narranti diversi dall’ <em>io biologico</em> dello scrittore che vengono ad esigere che la loro storia sia raccontata”. E sono “storie di prove affrontate” conclude l’autore, storie – aggiungo io – di tappe, evoluzioni, scelte e conseguenze. Ed è sorprendente, l’ho pensato sin dal primo racconto, come un ventenne possa entrare in sentimenti così diversi, angoli che si, sono comuni ma a chi li vive o li ha vissuti come l’essere genitori, ma anche l’amare nell’impossibilità di stare insieme, o ancora rincorrere un amore, attendere una fine annunciata accudendo, ricercare e assecondare verità scomode, insomma tanti spigoli che Dadati coglie con una <em>certa </em>precisa onestà. Rara direi, molto rara. Per età, crescita, e approfondimenti.</div>
<div>Altrettanto stupefacente è la capacità di ogni storia di ‘riempire’. Non che i sospesi manchino, anzi. Nulla si esaurisce, non soltanto per la lunghezza della narrazione ma anche per una sorta di visione d’insieme che riconosce le numerose variabili nelle storie e si sofferma solo su alcune. Questo fa il narratore, i fantasmi che (rac)colgono e sussurrano a personaggi addormentati quanto al lettore, chiunque esso sia, ovunque.</div>
<div>Una particolarità, elemento ‘curioso’ forse, anomalo di questa edizione per Barbera, è <strong>la necessità dell’autore di farsi presente</strong>, oltre i fantasmi e le storie in sé. ‘Necessità’ l’ho definita io, perché è così che mi è arrivata leggendo. C’è la già citata ‘nota alla nuova edizione’ ma anche uno scritto, l’ultimo non credo a caso, intitolato ‘Dovuto alla madre. Una lettera di dedica’. Tra queste pagine, in pratica le ultime otto su duecentosei, mi sembra siano diretta espressione <em>del</em> Dadati autore contemporaneo alla nuova edizione, scrittore ma anche essere che si espone, lascia parole che sono le sue, parlano di ciò che è oggi, che era, di ciò che è diventato o dove si tende mentre scrive, tra ricordi e volontà. Non conosco personalmente Dadati, eppure tra le righe qualcosa, piccola nervatura guizzante, sembra lasciarsi sfiorare.</div>
<div>Decidendo di scriverti invece mi costruisco lo spazio per chiarire i motivi per cui questo libro è tuo, e il primo motivo è questo: il libro che hai tra le mani è una restituzione. Queste storie pagano quelle che hai speso per me, su di me, quando ero piccolo.</div>
<div>(pag.201 – Dovuto alla madre)</div>
<div>E non c’è nessun bisogno che sia io a far notare come queste pagine diventano anche incursioni in una sorta di privato dell’autore, lo dicono le parole, il periodare, l’intimità che quasi pare violarsi nel momento stesso in cui viene letta. Eppure è anch’essa parte del libro, ne è elemento aggiunto forse, valore che si affianca alla pura narrazione, alle storie nate da digitazioni ed elaborazioni, scritture e riscritture, sebbene. Anche questa è una storia, un’<em>altra</em>.</div>
<div>I racconti sono strutture adattabili. Dunque vanno bene tra creme abbronzanti e bagni, quanto entro pause caffè o pranzi in piedi al bar. Di notte, sotto le coperte con la stanchezza che già pulsa sulla fronte o la mattina presto col caffè bollente tra labbra indolenzite.</div>
<div>Questi racconti impastati da Gabriele Dadati chiedono, però, qualche attenzione in più, rispetto alle storie che generalmente si decantano in questo periodo, d’estate intendo, in vacanza possibilmente (ammesso che in agosto si possa davvero non lavorare, tutti insieme appassionatamente). Richiedono un pizzico di attenzione perché celano spunti, dettagli e intenti. Non ancora così stratificati quanto, credo, nei prossimi scritti ma abbastanza da essere. Compiuti e intensi.</div>
<div>Tecnicamente la scrittura di Dadati ha già in questi racconti tratti caratteristici. Accenni in alcuni casi. Eppure importanti per ciò che era e forse sarà, virando o potenziando.</div>
<div><strong>Le ripetizioni</strong> o meglio, l’abile uso di parole che si ripetono ravvicinatamente acutizzando percezioni e sensi.</div>
<div>Poi, durante il dicembre scorso, ha scoperto come muoversi nel buio e dove potesse portarlo il muoversi nel buio perché le porte della sua camera e della nostra camera si fronteggiano ed entrambe restano aperte la notte. Così, visto che c’era un calore speciale tra il corpo di Roberto e il mio, ha deciso di abitare quel calore, di tornare in possesso di quel calore che, si può dire certamente adesso che mi viene in mente, è proprio il calore da cui è nato. Quel calore, <em>questo calore</em>, perché parte esattamente da qui, …</div>
<div>(pag.10 – Vittorio si è scavato una nicchia)</div>
<div>Anche <strong>le parole</strong>, alcune in particolare, tendono all’emersione, si tendono nel tentativo – forse &#8211; di farsi notare più di altre. Credo che la più prepotente, tra le diverse storie sia ‘corpo’(e le sue declinazioni), prepotente e quasi onnipresente. Una partenza che è eredità. Un’altra che fa capolino, ancora acerba è ‘male’, ma anche ‘l’uomo’, ‘tempo’, ‘pioggia’, ‘idea’, ‘morto’, ‘calore’. Dadati ha lavorato molto, con le parole, si sente la ricerca, l’accuratezza.</div>
<div>Non mancano <strong>i simbolismi,</strong> tra le storie, alcuni più evidenti e forti di altri. Dadati si avvale di azioni, situazioni, gesti e personaggi, per lasciare ogni tanto altri messaggi, sensi che non solo finalizzati al racconto in sé.</div>
<div>Una cosa che mi fa impressione è aspettare su una banchina lungo un binario, stando al di là della linea gialla. Poi passa velocemente il treno in transito e se rimango fermo ho di fronte al volto un mentre di grande moto in cui se mi buttassi contro il fianco del treno verrei rimbalzato, a terra, rotto. Invece un attimo dopo il treno è passato, tutto è nuovamente fermo. Il fatto che non ci sia una gradualità del passaggio tra i due stati, il moto e l’immobile, è quello che mi riesce a impressionare.</div>
<div>(pag.59 &#8211; Portacenere)</div>
<div>Partendo da qui, prossimamente, il 3 settembre (salvo cambiamenti dell’ultimo momento) proporrò un’analisi-confronto sul nuovo romanzo di Gabriele Dadati, <em><a href="http://www.accainco.it/cgi-bin/front_end/libri?id=1183">Il libro nero del mondo</a></em>, <a href="http://www.accainco.it/cgi-bin/front_end/libri?id=1183">Gaffi Editore</a>. Con alcune domande all’autore.</div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-analisi-di.html" target="_self"><br />
</a></div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-analisi-di.html" target="_self">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></div>
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		<title>Ricordati</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 14:16:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
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		<description><![CDATA[Ricordati di Barbara Gozzi
Ma devo proprio?
Si.
Scatta con la mano leggermente incerta, di tre sparate in sequenza, una, quella di mezzo, è un ammasso di righe informi miscelate tra loro. Questa è l’ultima.
E si vede nella contrattura della mascella, nella piega plastica delle guance, nella sottile linea delle labbra. Si vede la vaga tensione, l’innaturale calma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=949&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>Ricordati</strong> di Barbara Gozzi</p>
<p>Ma devo proprio?</p>
<p><em>Si.</em></p>
<p>Scatta con la mano leggermente incerta, di tre sparate in sequenza, una, quella di mezzo, è un ammasso di righe informi miscelate tra loro. Questa è l’ultima.</p>
<p>E si vede nella contrattura della mascella, nella piega plastica delle guance, nella sottile linea delle labbra. Si vede la vaga tensione, l’innaturale calma di un angolo del centro di Torino tra lembi di cassonetti e saracinesche chiuse. La mattina è ancora umida attraverso gli occhialoni nascondimi-al-mondo, la sciarpa blu in pile è la sua coperta di Linus, neanche ricorda quando la comprò. È morbida, in lavatrice regge fino a sessanta gradi. E nasconde l’accenno di scollatura del vestito dai motivi verdi infilato con calma, assieme all’unico paio di jeans. Prima di chiudere la porta della camera, nel piccolo albergo vicino alla stazione, si è messa il lucidalabbra color carne, i trucchi vistosi la mettono a disagio. Anche le fotografie. E il non sapere. Le strade dai nomi (s)conosciuti. Le gambe che tremano a una certa ora della giornata, tra gente indecisa se cazzeggiare o fare gli Sssscrittori.</p>
<p>Fatto.</p>
<p><em>Brava.</em></p>
<p>Rivolta la fotocamera come un riccio spinoso, spinge pulsanti e fissa il piccolo schermo. Storce il naso, le viene un’espressione ridicola, solo che non può accorgersene.</p>
<p>Sembro una statua di cera.</p>
<p><em>È  quello che sei, guardati e ricordati. Di oggi. Di questo. Di Torino. E di cosa stai diventando.</em></p>
<p><em>Ricordati.</em></p>
<p><a href="http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/21195007/Istantanee+18+(artisti+in+uno+" target="_blank">Post originale sul Blog di Barbara Garlaschelli con foto ispirazione.</a><em><br />
</em></p>
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