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	<title>Frammentando di Barbara Gozzi</title>
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	<description>Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.</description>
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		<title>Frammentando di Barbara Gozzi</title>
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		<title>Matti, voci e storie di oggi &#8211; il progetto parte III</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/26/matti-voci-e-storie-di-oggi-il-progetto-parte-iii/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 00:41:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[matti]]></category>

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		<description><![CDATA[
Parte I e II dell’ipertesto QUI.
Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affollata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=967&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://www.thepopuli.it/wp-content/uploads/2009/07/matti2.jpg"><img title="matti2" src="http://www.thepopuli.it/wp-content/uploads/2009/07/matti2.jpg" alt="matti2" width="550" height="275" /></a></p>
<p>Parte I e II dell’ipertesto <a href="http://www.thepopuli.it/category/rubriche/matti-rubriche/">QUI</a>.</p>
<p>Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affollata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire.<br />
(Estratto scritto da <a href="http://www.simonecristicchi.it/">Simone Cristicchi</a>, seconda di copertina di ‘1967’, di Cristiano Ferrarese, Hacca, 2007).</p>
<p><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Cristicchi">Simone Cristicchi</a></strong> sa di cosa scrive. Conosce la condizione, ci si è scontrato facendo il servizio civile in una casa famiglia di Roma. E ne ha scritto in un libro, ‘<a href="http://www.ibs.it/code/9788804564225/cristicchi-simone/centro-d-igiene-mentale-un.html">Centro di igiene mentale, un cantastorie tra i matti</a>’, Mondadori 2007. Ma, prima ancora, le voci conosciute sono diventate uno spettacolo teatrale che dal 2006 ha dato vita a un tour in tutt’Italia. Per chi fosse interessato, suggerisco la visione (anche su <a href="http://www.youtube.com/results?search_query=lettere+dal+manicomio&amp;search_type=">You tube</a>) di <a href="http://www.cristicchiblog.net/2007/03/13/lettere-dal-manicomio-di-san-girolamo/">Lettere dal Manicomio</a>, cinque corti mandati in onda da Cult, canale Sky. Un assaggio sul tema ‘donne e manicomi’ di seguito:</p>
<p><span style="width:425px;height:344px;"></span></p>
<p>Ma, ancora, dalla seconda di copertina di ‘<a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodotto.php?idProdotto=47">1976</a>’ (Cristiano Ferrarese, Hacca, 2008), le parole di <strong><a href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/autore/di_consoli_andrea.html">Andrea Di Consoli</a></strong>, narratore, poeta, operatore editoriale e culturale, sono parole intense, vibranti, durissime che cercano di scuotere, smuovere interesse e attenzione.</p>
<p>I matti non sono rivoluzionari. I matti non cambiano il mondo. Chi li ha strumentalizzati per fini ideologici, ha commesso un crimine. I matto sono malati: malati gravi che non sovvertono il mondo, ma che sono interiormente devastati da crolli, deformazioni visive, angosce, certezze assurde e sentimenti apocalittici. I matti non sono ‘buoni’ e rassicuranti, né sono gli sconfitti del capitalismo, o le vittime dell’ordine sociale. I matti non vedono verità che altri non vedono. […] I matti parlano una lingua che non si capisce.<br />
(Andrea Di Consoli)</p>
<p>Ed è proprio di questo, dell’essere ‘matto’, del raccontare, del parlare un’altra lingua, avvalersi di un linguaggio difficile, spezzato, frantumato, disperato quanto maniacalmente cercato per esprimere quel qualcosa che c’è, esiste ma su livelli diversi, qualcosa che è ‘altro’dal narratore stesso: di tutto questo si è occupato <strong>Cristiano Ferrarese</strong> nella trilogia dei Matti, tre romanzi (uno dei quali ancora inedito, gli altri pubblicati da Hacca: <a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodotto.php?idProdotto=44">1967</a>, <a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodotto.php?idProdotto=47">1976</a>).</p>
<p>La storia inizia con una voce, indefinita, indefinibile, che si rivolge direttamente a Gesù. Finché questa sorta di corrispondenza unidirezionale con l’Altissimo si interrompe (ma ritorna, sul finale del primo romanzo, filo sottile ma non invisibile). E la voce si racconta libera da vincoli di forma. Poco alla volta emergono dettagli, veloci schegge che aiutano il lettore a orientarsi, avviando un processo di comprensione tutt’altro che semplice.</p>
<p>“[…]… era il Novembre del ’66 e abitavo a Busalla, il mio nome C. e dormivo pochissimo, avevo scelto il lavoro più divertente… il becchino, …”. A pagina 18 di ‘1967’ i primi indizi sul ‘chi’. E poco oltre altri, sul ‘cos’è successo’: “…  cella di isolamento e poi il processo… dichiarato infermo mentale, sono rinchiuso in questa casa di cura per malattie mentali, un manicomio… passeranno mesi e anni e io continuerò a viaggiare nei miei vuoti di coscienza dove sono fuori di me e mi vedo agire…”.</p>
<p>Dunque, un matto, ricoverato in un istituto, che ha commesso un omicidio e che ogni giorno pensa, incastra tasselli, svela. O almeno, è quello che sembra. Per ora così è.<br />
Il linguaggio non è solo forma ma anche sostanza. Testimonia un preciso approccio verso il narrare. La sovraesposizione delle sospensioni. Punti che sono invadenti, pesanti, faticosi, attraverso i quali il lettore deve abituarsi a rantolare come (forse) fa il narratore-protagonista.</p>
<p>… ma non mi crede e così ritorna a vedere se mente e cedo, ma io ripeto la stessa storia e lo disoriento sempre più… io sono malato dentro e questi esteti del disagio e della legge non possono capire… e mai potranno capire…<br />
(pag.33, <em>1967</em>)</p>
<p>Frammenti. <em>La trilogia dei matti</em> si profila come un flusso di pensieri, una voce piena di ‘buchi’, attese, sottintesi. Perché ciò che racconta, il signor C. (chiunque sia realmente, tra capovolgimenti di genere e relazioni), non è solo la sua storia. Non è il protagonista sotterraneo. Non è il resoconto ombelicale di una vita magari dolorosa magari ingiusta magari distrutta. È una trasposizione. Un capovolgere il mondo, quello narrato naturalmente quanto quello atteso. Il matto narra ma è attraverso la sua condizione, attraverso parole, frasi, figlie anche della presunta malattia, che può spostare l’attenzione, virare drasticamente da un ‘suo dentro’ al ‘fuori’. L’inconscio del narratore, i suoi impulsi lo liberano dalle catene che invece gli altri, i <em>sani</em>, portano ogni giorno. E, in questa libertà, la lingua si scioglie, fugge dagli schemi sintattici e semantici convenzionali, si plasma per dare il ritmo, la sincope, per riappropriarsi degli spazi <em>adatti </em>ad. Analizzare. Registrare livelli diversi, strati e simboli che galleggiano ma facilmente sfuggono.</p>
<p>… vorrei dormire ma le voci mi tormentano e si cibano della mia mente… […] … ricordo solo una frase di Jung… “Matto è colui che è sopraffatto dal proprio inconscio”… […]<br />
… lessi la frase in biblioteca a Busalla poco dopo il funerale del ragazzo che si era impiccato… così mi resi conto di essere matto perché agivo preda dell’inconscio… io ero parlato da questi impulsi del profondo, mi guidavano in azioni oscene e irripetibili…<br />
(pag. 59 – 1967)</p>
<p>… la strada è la fotocopia della vita normale di tutti i giorni… i clienti sono l’espressione delle pulsioni represse e reprimenti, pagano e si sentono forti… hanno corpi e facce oscure… le loro parole sono violente ma deboli… non sentono le catene intorno a sé…<br />
(pag.93 – 1967)</p>
<p>La componente ‘sociale’ è impossibile da ignorare in <em>1976</em>, quando il lettore si è ormai abituato alla struttura linguistica, allo stile. Ferrarese rimane coerente, insiste dando voce a sentimenti che echeggiano, rimbombano, inquietano. E gli eventi del ‘fuori’ filtrano attraverso la condizione di non sanità, non sani anche loro, in un gioco di incastri e coincidenze.</p>
<p>Io so che hanno ucciso Pie Paolo Pasolini perché ha visto il marcio nauseabondo di questa società che chiamano democrazia… io so che hanno ucciso Pier Paolo Pasolini perché era un alieno mistico gettato in questa merda di nazione cattocomunistaclericofascita… Pier Paolo Pasolini eroe sfregiato dalla maldicenza e dall’ipocrisia piccolo borghese… noi non abbiamo mai avuto una borghesia e neppure un capitalismo…<br />
(pag.41 – 1976)</p>
<p>Ne esce un testo ( intendendo la trilogia) complesso, come già spiegato. Difficile in quanto chiede – pretende – attenzione costante, curiosità e pazienza. Questo spostare le angolazioni, spezzare qualsiasi cosa (racconti, ricordi, ragionamenti, informazioni), questo agganciare malattia mentale con le malattie sociali, accadimenti che diventano male esterno esposto attraverso un male interno sconclusionato, folle appunto. Tutto questo è senza dubbio impegnativo, faticoso anche. Ma necessario nell’incedere, nel lasciare tracce precise, in attesa di comprensione.</p>
<p>Faccio alcune domande a Cristiano Ferrarese, ascolto la ‘sua voce’:</p>
<p><strong>Chi sono ‘i matti’ per Cristiano Ferrarese?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“I matti di Ferrarese sono quelli che vedono (Platone e la lettera VII) ciò che gli altri semplicemente si limitano ad osservare…squarciano un velo e dicono che il re è nudo…qualsiasi esso sia e in qualsiasi modo si presenti…sono disturbati (disturbanti) dal vivere in un presente eterno che non prevede ciclicità…sono dei maleducati che accettano questa condizione, non si piangono addosso e sono attraverso il sangue/la morte/il sesso/la religione… “</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In ‘1967’ e ‘1976’, il matto non è mero narratore piuttosto espediente per mostrare la realtà deformata di un passato dell’Italia recente ancora sfocato. Quanto il narrato è reale e quanto dipende dall’invenzione narrativa?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“La realtà è il punto di vista di chi la narra all’interno di momenti storici avvenuti ma vissuti come eterni…il matto dice le cose, non racconta…il matto nella storia vince sempre perché perde comunque… “</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>‘I matti fanno letteratura’ <a href="http://www.lankelot.eu/index.php/2008/12/26/ferrarese-cristiano-1976/">ha scritto Gianfranco Franchi</a>, narratore, critico e operatore culturale, a proposito di ‘1976’. E’ dunque questo il senso di una scelta precisa, di un modo non usuale, anche complesso di trattare una storia costellata di simboli? Usare una struttura, una lingua ambigua, sospesa, per lasciare messaggi potenti, crudeli?</strong></p>
<p>“I “miei “matti fanno un’altra letteratura (se così si può chiamare) che non è consolatoria/alta o bassa/ricercata o ricercante…è pericolosamente misericordiosa e compassionevole nel suo essere o-scena…è troppo avanti o troppo indietro…quindi ferma ma non aspetta… “</p>
<p><em>Cristiano Ferrarese</em> è raggiungibile su <a href="http://www.myspace.com/cristianoferrarese">myspace</a>, mentre <a href="http://www.youtube.com/watch?v=xPCmjDYQFEo">QUI</a> il booktrailer di ‘1967’.</p>
<p>foto di copertina: <em><a href="http://www.flickr.com/photos/funky64/3127356553/in/set-72157607145906950/">Funky64</a> da Flickr</em></p>
<p><a href="http://www.thepopuli.it/2009/07/matti-voci-e-storie-di-oggi-parte-iii/" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.</a><em><br />
</em></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Quanti libri ci perdiamo senza saperlo?</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/23/quanti-libri-ci-perdiamo-senza-saperlo/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 00:28:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Innanzi tutto una precisazione: userò qui il termine ’libro’ sottintendo l’oggetto cartaceo quanto le storie in esso contenute dunque gli eventuali dibattiti, riflessioni, critiche, arricchimenti e quant’altro può scatenare la lettura e &#8211; barra &#8211; o la condivisione del testo stesso.
I libri, come tutti i prodotti in commercio, sono acquistati secondo due criteri principali: reperibilità [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=907&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Innanzi tutto una precisazione: userò qui il termine ’libro’ sottintendo l’oggetto cartaceo quanto le storie in esso contenute dunque gli eventuali dibattiti, riflessioni, critiche, arricchimenti e quant’altro può scatenare la lettura e &#8211; barra &#8211; o la condivisione del testo stesso.</p>
<p>I libri, come tutti i prodotti in commercio, sono acquistati secondo due criteri principali:<strong> reperibilità</strong> e <strong>conoscibilità</strong>.</p>
<p>Reperibilità dunque al banco frutta del tal supermercato vedo le fragole, mi viene voglia di fragole o già avevo detto che le avrei prese, e le infilo nel carrello.</p>
<p>Conoscibilità perchè ho sentito raccontare dal collega di quel film uscito da poco, io non ne sapevo niente (magari non seguo i trailer, non ho sentito pubblicità alla radio o altrove, non ho visto trasmissioni che ne parlavano ect); in sintesi: non sapevo ma ’attraverso’ qualcosa o qualcuno ne vengo a conoscenza, mi interessa, e decido di andarmelo a comprare (nell’esempio il film non è tanto prodotto ma servizio, fruibile, eppure il senso resta). In questo caso il termine comprare può avere allungamenti di percorso quali ’ordinare’ oppure ’cercare’ se il prodotto in questione non è reperibile subito (dunque l’altro fattore, reperibilità, è evidentemente deficitario).</p>
<p>Qualcosa o qualcuno insomma. Perché, sempre per essere chiari, se c’è la ’reperibilità’ l’acquisto dipende esclusivamente o quasi dall’interesse/bisogno (effettivo o indotto magari da pubblicità, poco importa se il risultato finale resta l’acquisto, quello che ci si fa dopo non interessa di certo chi il prodotto lo vende).<br />
Sulla conoscibilità invece le variabili si diversificano esponenzialmente.</p>
<p>Tornando ai libri dunque, è ’fatto ormai risaputo’ che la <em>distribuzione </em>determina la reperibilità. Equazione matematica. Per essere ’visto’, copie di un libro devono trovarsi fisicamente nelle librerie, nei megastore, ovunque si vendono e cercano abitualmente o meno, libri. Punto. Che poi in Italia la fantomatica ’distribuzione’ sia in mano a pochi grandi gruppi editoriali, è tutt’altra faccenda che esula da questa breve riflessione.</p>
<p>La conoscibilità invece non è in mano a nessuno (in particolare) e a tutti, nello specifico.<br />
Riporterò di seguito alcune lucide e puntuali considerazioni fatte da <strong>Giancarlo Onorato</strong> (nella foto), autore del libro ’<a id="z501" title="Il più dolce delitto" href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0082-6" target="_blank">Il più dolce delitto</a>’ pubblicato da Sironi nel 2007. Onorato a distanza di un anno dall’uscita del romanzo (dunque nel 2008), scrisse a <strong>Giulio Mozzi</strong> (all’epoca consulente per la narrativa italiana per Sironi ) una lettera che (ahimè) solo oggi ho rintracciato on line &#8211; e siamo nel 2009, un altro anno passato &#8211; e merita riflessioni importanti su questo nostro sistema editoriale, sul ’fare’ cultura, sul peso specifico effettivo delle storie di carta, nonché sullo scrivere in sé. Mozzi ha riproposto il pezzo di Onorato il 9 Giugno scorso (testo integrale pubblicato su Vibrisse <a id="kdf1" title="QUI" href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/06/09/otto-anni-non-sono-pochi-11b/" target="_blank">QUI</a>), all’interno di una più ampia riflessione su otto anni di lavoro svolto. Io ne recupero alcune parti, scollegandole dal contesto specifico (Sironi, ’il dolce delitto’ come libro singolo, Mozzi e Onorato in quanto persone e rispettivamente operatore editoriale/culturale, autore). Lo ’scollegamento’ mi è necessario in quanto le riflessioni fatte da Onorato non sono, a mio parere, ’lagnanze personali’ e dunque di scarso interesse generale. Tutt’alto. Le dinamiche sono purtroppo &#8211; ahimè con eco &#8211; tutt’ora valide per molti (troppi) libri pubblicati ma subito o quasi ’spariti’.</p>
<p>Scrisse, Giulio Mozzi, il 22 marzo 2008 (prima della lettera di Onorato): &#8220;<em>Il più dolce delitto</em> è stato ucciso con <strong>la più dolce delle morti editoriali: il vuoto assoluto</strong> (non è il primo né l’ultimo, sia chiaro).[...] Qualche giorno dopo l’amico scrittore si fa vivo e mi dice: “L’ho letto. E’ proprio bello. Vedi, il fatto è questo: io devo scegliere che libri leggere, no? Come tutti. E leggo, alla fin fine, i libri dei quali una persona, due persone, tre persone mi parlano. Alla fin fine, poi, ti dirò, si finisce col leggere soprattutto i libri degli amici. Ma comunque, c’era questo Onorato, sì, e tu me ne avevi parlato, sì, <strong>però me ne parlavi solo tu</strong>. Capisci? E così non mi si è attivato niente, in testa. Poi ti ho visto così esasperato, che ho pensato: orpo, magari questo libro è proprio da leggere. E in effetti sì. E’ proprio da leggere”. [...]&#8220;</p>
<p>Giancarlo Onorato, anche in risposta alle parole di Mozzi, scrisse con pubblicazione del 29 marzo 2008 (ricordo il testo integrale<a id="y2o1" title="QUI" href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/06/09/otto-anni-non-sono-pochi-11b/" target="_blank"> QUI</a>):</p>
<p>&#8220;Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di <strong>operare per il nulla</strong>. E che “la gente” indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa <strong>visibilità</strong> pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l’essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o <strong>non ci si accorge più</strong>, o non ora, di qualcosa o qualcuno <strong>per questioni di merito</strong>. Dal momento della tua imposizione nasce l’importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.&#8221;</p>
<p>Dalla lettura pare uscirne un <em>infinito loop</em> dove la coda rincorre la testa e viceversa, in una sorta di danza tribale imposta dalle ’ragioni x o y’ (per usare parole di Onorato) totalmente estranee ai libri (intesi sempre nell’eccezione espressa all’inizio) e dunque somma di fattori specifici quali autore (capacità, esperienze, intenti) e testo stesso (a sua volta amalgama di stile, trama, struttura, personaggi, eventuali messaggi, intrecci&#8230;). Loop estraneo, attaccato come una sanguisuga ad ’altro’. Il libro non è libro insomma, ma mero oggetto, merce che deve soddisfare le leggi della domanda e dell’offerta ’non culturale’ bensì. Bensì.</p>
<p>&#8220;Se davvero siamo “cose” della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell’ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché <strong>con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore</strong>. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. <strong>Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile</strong>, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario.&#8221;</p>
<p>&#8220;&#8230; [...]il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell’arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente.&#8221;</p>
<p>Combattere, scrive Giancarlo Onorato.</p>
<p>Combattere.</p>
<p>Mi chiedo ora, dopo salti nel passato e ragionamenti anche futuri, mi chiedo: <em>quanti libri ci perdiamo senza saperlo? Quante storie non leggiamo, tanto meno commentiamo, capiamo ma anche no, senza aver volontariamente scelto di evitarle? Quante riflessioni, potenziali crescite, arricchimenti ci vengono risucchiati dal ’grande loop editoriale’?</em></p>
<p>Mi viene in mente un’obbiezione ragionevole: anche se sapessimo di ogni nuovo libro pubblicato, non potremmo mai e poi mai ragionare e scegliere su ’tutti’. Verissimo.</p>
<p>Ma resto dell’idea che la conoscibilità è ancora, immeritatamente, fattore radicato, variabile potente che sceglie per me senza che io gliel’abbia data, la delega. A me certo, perché può non interessare affatto tutto questo ragione. Anzi, pere appunto interessi a pochi e solo in certi ’spazi’ come il web.</p>
<p>Combattere allora.</p>
<p>Ma come?</p>
<p>Risposte non ne ho, si accettano suggerimenti, altri ragionamenti, nuove proposte, vecchie lamentele. Qualsiasi cosa che non sia ’ignorare’ che è un non pensare pericoloso, distruttivo.</p>
<p>O forse no.</p>
<p>E’ anche distruttivo se non serve, insistere, combattere appunto.<br />
Siamo pronti a dichiarare che non serve?</p>
<p><a href="http://www.agoravox.it/Quanti-libri-ci-perdiamo-senza.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Grugni Paolo &#8211; Mondoserpente</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/19/grugni-paolo-mondoserpente-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 00:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[paolo grugni]]></category>

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		<description><![CDATA[Pensando a ‘Mondoserpente’ di Paolo Grugni (Alacran Edizioni) mi vengono in mente due concetti: punto di rottura, flessione sperimentale.
Di fatto è un romanzo che gioca coi punti di rottura, e ci gioca premendoci contro il più possibile, miscelando tecniche narrative, andando a plasmare uno stile che assembla, abbandona punteggiatura e convenzioni che segnalano. (Ir)rompe strutture. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=960&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Pensando a ‘<a href="http://www.alacranedizioni.it/pages/collane/storie/schede/storie015_mondoserpente_grugni.html">Mondoserpente’</a> di <a href="http://milano.blogosfere.it/2007/07/milano-in-giallo-intervista-a-paolo-grugni-penna-anticonformista-del-thriller-metropolitano.html">Paolo Grugni</a> (Alacran Edizioni) mi vengono in mente due concetti: <strong>punto di rottura</strong>, <strong>flessione sperimentale</strong>.<br />
Di fatto è un romanzo che gioca coi punti di rottura, e ci gioca premendoci contro il più possibile, miscelando tecniche narrative, andando a plasmare uno stile che assembla, abbandona punteggiatura e convenzioni che segnalano. (Ir)rompe strutture. Passato, presente, discorsi diretti, pensieri. Tutto pulsante, ‘vivo’ in quanto depurato da sospensioni e intermezzi formali. Tutto assieme, in un gioco di incastri tra prosa, poesia, e struttura simil teatrale usata per i dialoghi.</p>
<p>Il ricordo<br />
Non rende immortali<br />
è il ricordo<br />
a rendere mortali<br />
le persone<br />
perché se non so che esisti<br />
tu non puoi morire<br />
e non puoi<br />
farmi morire<br />
(pag.201)</p>
<p>È una lingua sensoriale, quella di Grugni. Che nella forma muta pelle. Mentre la storia, il ‘come’ che è fondamentale per catturare attenzioni, incatenare il lettore e presentare situazioni, personaggi; il come dunque mastica gli svolgimenti, li tende e rilascia a piacimento.</p>
<p>Stirpe si siede su un lato del divano, Mary su quello opposto – non volevi offrirmi un caffè – si, subito – lei si alza, in cucina rumore di tazzine lavate, poi il soffio asmatico di una fiamma che si accende, la raggiunge e l’abbraccia da dietro – non ti sembra di andare troppo in fretta – scusa – ma non toglie le mani dal seno, o questa volta o mai più, lei si gira e lo bacia, le lingue ruvide e le mani che si aggrappano ai genitali, l’inizio di un amore, bei ricordi, ci ripensa, la fine era lontana, ma se è vero che c’è un inizio allora c’è anche una fine, quindi una cosa è già finita quando inizia, mi piacerebbe però innamorarmi ancora.<br />
(pag.14-15)</p>
<p><a href="http://www.thepopuli.it/wp-content/uploads/2009/07/lauracaressa_small.jpg"><img title="lauracaressa_small" src="http://www.thepopuli.it/wp-content/uploads/2009/07/lauracaressa_small.jpg" alt="lauracaressa_small" width="550" height="350" /></a></p>
<p>È stato definito un anti-thriller, per esigenze di marketing io credo. Di certo non lo è, thriller. Non solo. È figlio della sperimentazione. Di quel tipo di sperimentazione rischiosa, secondo me, dove molti degli elementi cardine a cui il lettore è abituato si sbriciolano. È necessario abituarsi a un’incedere preciso, a focalizzare l’attenzione anche sulla lingua, oltre alle immagini e i pensieri che scatana. Il rischio è tutto qui, in fondo: in una richiesta di attenzione costante, nel modificare continuamente registro, tono e sapore. Perché non si può leggere tutto allo stesso modo (o no?).<br />
Grugni ci prova. Con coerenza e insistenza pericolosi. Perché superato l’empassé iniziale si rischia l’effetto dipendenza.<br />
’Mondoserpente’ è dunque <strong>un buon esempio di romanzo che attraverso la mera lettura insegna</strong> (insegna di scrittura, dello scrivero attraverso appunto rotture, miscele e ritmi). Tutti i libri lasciano tracce, molto dipende dal lettore, dall’imperfetta soggettività di chi li avvicina, ci entra dentro poi ne esce (e anche qui è il ‘come’, che fa la differenza, sfuma e plasma briciole da conservare tra tasche delle memorie). Ma in questo romanzo è proprio la lingua, la continua sfida verso punti di rottura quasi tangibili, il tentare sperimentazioni evidenti, impossibili da trascurare (senza perderne rumori, colori e odori necessari).<br />
Allo stesso tempo <strong>è anche un ottimo esempio di mediazione costruttiva</strong>. Grugni è autore sensibile, ‘pieno’ di molto da dire, lasciare, raccontare. La sua è una ricerca sfociata nelle narrazioni, che rischia di stringere fino a soffocare dentro dinamiche e schemi consolidati.<br />
Ed è qui, secondo me, che sono subentrati i compromessi.<br />
‘Mondoserpente’ si è aggrappato ha elementi intriganti, che ammiccano al lettore, lo incuriosiscono. C’è una Milano ostile, marcia dentro, che spurga melma (e che ho ritrovato, nella crudeltà, quanto nell’inevitabiltà in un’altra autrice contemporanea: <a href="http://progettobutterfly.splinder.com/post/20571897/Bucciarelli+Elisabetta+-+Io+ti">Elisabetta Bucciarelli</a>). C’è uno spietato assassino dai contorni sfocati, uno di quelli seriali che uccide con un rito che neanche nel CSI più moderno e tecnologico, pare possibile. Ci sono due protagonisti che gli danno la caccia, per motivi diversi e che vengono svelati lentamente, attraverso un processo che ne favorisce l’immedesimazione nel lettore (sono entrambi figure imperfette, con fragilità e brutture del vivere quotidiano, lontani dall’immaginario dell’ispettore bello e dannato dei vecchi polizieschi).<br />
Poi le miscelazioni fantastiche, il ribaldamento del ruolo classico del ‘giallo’ che <em>deve cercare il colpevole</em> mentre in questo romanzo è più forte, pulsante, l’intento dei due protagonisti di<em> lasciarsi trovare</em>.<br />
Compromessi, come accennavo, che hanno permesso a Grugni di impastare una storia capace di stupire e coinvolgere camminando oltre la sottile linea delle regole, delle aspettative quanto delle catalogazioni. Camminando in territori meno esplorati ma a lui congeniali, dove sentirsi più libero di esprimersi.<br />
Dell’ ‘oggetto-libro’ si può dire ben poco: la copertina realizzata da <a href="http://www.bonsaininja.com/">Bonsaininjia</a> è molto bella, il serpente stilizzato è un simbolo <em>nerissimo</em> per chi lo prende in mano. I caratteri che facilitano la lettura. Nell’insieme decisamente un oggetto piacevole.</p>
<p><em>Photo Credit: <a href="http://www.flickr.com/photos/8041999@N04/3451792705">Laura Caressa, Qui è Milano </a>(copyright di Laura Caressa, si ringrazia per la gentile concessione)</em></p>
<p><a href="http://www.thepopuli.it/2009/07/pillole-da-un-libro-agitare-con-cura-%E2%80%93-mondoserpente-di-paolo-grugni/" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.</a><em><br />
</em></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Pierantozzi Alcide &#8211; Uno in diviso con intervista</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/16/pierantozzi-alcide-uno-in-diviso-con-intervista/</link>
		<comments>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/16/pierantozzi-alcide-uno-in-diviso-con-intervista/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 13:50:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[alcide pierantozzi]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://frammentando.wordpress.com/?p=925</guid>
		<description><![CDATA[La prima parte rintracciabile QUI.

Avevi ventun’anni quando è stato pubblicato ‘Uno in diviso’. Cos’è cambiato (se è cambiato qualcosa) a distanza di tre anni sul piano degli interessi, gli ascolti, le ricerche, le ossessioni legate al ‘mondo delle storie e della scrittura’?
All’esterno sono cambiate molte cose, ho delle scadenze da rispettare, devo tener conto del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=925&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div style="margin:0 0 10pt;">La prima parte rintracciabile <a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7797.html">QUI</a>.</p>
<p><strong><br />
Avevi ventun’anni quando è stato pubblicato ‘Uno in diviso’. Cos’è cambiato (se è cambiato qualcosa) a distanza di tre anni sul piano degli interessi, gli ascolti, le ricerche, le ossessioni legate al ‘mondo delle storie e della scrittura’?</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>All’esterno sono cambiate molte cose, ho delle scadenze da rispettare, devo tener conto del parere di più persone e seguo i consigli del mio agente. Ma di fatto, all’interno, non è cambiato nulla: la passione per quello che faccio è immutata, se non addirittura accresciuta. Sul piano degli interessi mi sto dedicando un po’ più alla letteratura inglese e mitteleuropea, aree queste in cui avevo diverse lacune, e cerco di lavorare in maniera più approfondita sulle strutture del testo. Spero sempre di fare meglio, di crescere.</em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong><em>&#8220;Ché gli occhi della mia generazione hanno compreso qualcosa che nessuno aveva mai capito prima cioè che, quando si è stanchi di vivere &#8211; quando si è stanchi di vivere a vent’anni &#8211; le vie dell’Universo all’improvviso diventano un letto scomodo con le lenzuola che puzzano di morte. [...] E provo pietà per chi mi succede, se penso al mio mondo, quello che mi include: il mondo [...] dei depressi e degli sfervorati: semidei dalla voce stonata, gente che si grida in faccia sulla piazza domenicale, che vuole dire senza dire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo. [...] Gente che monopolizza la nuova cultura solo perché sorridente o amica dell’amico di. Che svergogna la settima arte e scaracchia libretti da strapazzo, scrive come mangia e non parla non più perché non ha niente da dire ma soltanto perché non sa parlare, è timida, non ha fatto le scuole. [...] La stessa gente che ha ammazzato Pasolini e adesso lo legge, gli stessi idioti che hanno rubato la cattedra di Svevo e adesso bocciano per autopromuoversi</em>.<br />
(pag. 168-169)</p>
<p>Queste ultime pagine del romanzo sono state spesso citate, hanno attirato l’attenzione. La stanchezza di un vivere che si trascina. Rabbia e pietà. Consapevolezza e lucida analisi di un certo ’fare cultura’ o ’credere di esserlo’.</p>
<p>Mi chiedevo dov’è finito il desiderio ’di cambiare il mondo, o più semplicemente di provare a conoscerlo’. Dopo i tratteggi, il riferimento a Pasolini a cui è dedicato il libro, e il ’dire senza dire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo’, quali sono oggi le tue posizioni in questo mondo di ’cultura controversa’ fatta di marketing, non contenuti semplici e scontati, standardizzazioni e trend?</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>Credo si possano fare anche buoni libri che vendono. Si pensi a Simenon e all’universo che è riuscito a costruire. Insomma, per quel che mi riguarda, davanti a un libro che ha venduto mille copie non sono meno scettico che davanti a un best-seller. Chiaramente ci sono delle eccezioni, per cui un libro mediocre, se è ben sostenuto dal suo editore, può raggiungere un pubblico molto vasto; viceversa cadono nell’oblio romanzi meravigliosi. Ma cadrebbe in errore anche chi pensasse che se un romanzo non vende è perché troppo difficile o “letterario”, così come non vale sempre la regola che un prodotto facile ha successo. Se così fosse, quasi tutti i libri starebbero nelle classifiche, perché la maggior parte di essi appartiene alla categoria del prodotto di consumo. Invece, sono sempre una serie di coincidenze a decretare il successo di un libro, e anche il campo del marketing editoriale deve abbandonarsi alla fortuna. Per quel che mi riguarda, penso solo a scrivere e a disinteressarmi di tutto quanto verrà dopo… </em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>Navigando in rete, ho rintracciato </strong><a href="http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2006/05/il_romanzo_del_67.html#more" target="_blank"><strong><span style="color:#222222;">questo tuo pezzo</span></strong></a><strong> pubblicato da Davide Bregola nel giugno 2006 a proposito del romanzo del XXI secolo. Scrivi: &#8220;io, come scrittore, come vita singola, mi esprimo solo attraverso la metafora e tutto il resto è recupero filosofico, invettiva pasoliniana, nuovo perfetto paradigma. Le allegorie, Dante docet, spaventano il lettore, ogni lettore. Non possiamo più crogiolarci nel dolore. C’è troppa bellezza nel mondo.</p>
<p>Allora… abbasso le censure. Allora abbasso le sperimentazioni fini a se stesse.</p>
<p>Allora abbasso tutto ciò che non è vuoto, tutto quello che non è infinito. Tutto quello che, nonostante tutto questo, non arriva al popolo.&#8221;<br />
Alcune di queste tue considerazioni si ritrovano in ‘Uno in diviso’ (“I libri ci hanno insegnato che la metafora ha un significato indispensabile, e che la buccia di un limone può diventare scorza di sole” -pag.80).</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>Rovesciando la logica del discorso in questione, lo scrittore del ventunesimo secolo cos’è che dovrebbe cercare, esprimere, studiare, affrontare attraverso le narrazioni? Qual è, secondo te, la ’battaglia’ (se c’è) combattuta mescolando parole, simboli, sensi, ricostruzioni, analisi, storie?</strong><em><br />
</em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>Nessuna battaglia, per carità! L’unica battaglia che si dovrebbe combattere è per la letteratura. Lo scrittore non ha alcun dovere, se non quello di scrivere bei libri. Può sembrare ovvio, ma molto spesso basta scrivere un brutto libro con una buona intenzione per essere considerati scrittori. È un fenomeno al quale si assiste praticamente ogni giorno.</em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>C’è, in ‘Uno in diviso’ una citazione da ‘Lo strano caso del Dr.Jekyll e Mr.Hyde’ di Stevenson che riconosce le ‘mescolanze’. La tematica del dualismo, il Bene e il Male che si incastrano, gli stessi protagonisti gemelli (in)diviso. E precise stoccate al lettore come “Hai detto che il mondo è doppio, che se una parte è bianca come te, l’altra è inevitabilmente doppia come me”(pag.163). Mi spieghi dunque questo simbolismo?</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>Diciamo che il mio scopo era mostrare l’ambiguità di questo personaggio doppio. Due parti definite e molto diverse, costrette a vivere insieme: una suggestione che è stata per me l’intero simbolo della libertà artistica: andare da un corpo all’altro e confondere il primo col secondo. Forse rispondendo a questa domanda posso precisare anche quella precedente: un dovere, in letteratura, c’è. Ed è quello di non tracciare mai una linea di demarcazione tra buoni e cattivi, come spesso accade nella vita. La grandezza dei libri sta proprio nel fatto che possono tenere il piede in due staffe.</em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>Un’altra tematica che ricorre, bisbiglia all’orecchio del lettore, è la <em>‘follia’.<br />
“Sostengo che quello dell’infinità sia il più ovvio, il più perfetto dei pensieri pensabili perché l’idea illimitata ci scaglia direttamente nelle tenebre, accosta alla follia”</em> (pag.16) Ma anche: “Nella vita, se sei predisposto alla follia, puoi sapere sin da subito cosa ne sarà di te, quale sarà il tuo nuovo, indefesso fantasma” (pag.30)<br />
Ma è folle anche l’uomo che nel buio stringe una forchetta destinato a una precisa pratica omosessuale. Poi la ‘matta di Vallecupa’ e l’interrogativo sospeso ‘La pazzia è perversa, vero?’<br />
<em>Ed è pazza Ana che getta i crocifissi tra i binari, o almeno lo è per il prete che la vede e le grida contro. Perfino il Diavolo che piange mentre le sue corna crescono, lo è. Pazzo per l’appunto. </em><br />
Cos’è dunque la pazzia in ‘Uno in diviso’? E cos’è per te?</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>Tutto quello che ci circonda è follia. La nostra idea del tempo, il nostro bisogno d’amore, l’incapacità di riconoscere la dualità della natura umana, la convinzione che le cose escano dal niente e al niente ritornino, con la morte. Uscire dalla follia è impensabile, solo la letteratura può avvicinarsi a qualcosa di simile. Perché entrandovi, nella follia, diventa Non-follia, una cosa ben diversa dalla razionalità.</em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>Hai frequentato la facoltà di filosofia dell’università Cattolica di Milano. E le incursioni filosofiche in questo romanzo sono evidenti, al punto che alcuni le hanno definite troppo pressanti, fini a sé stesse. Quel ‘recupero filosofico’ che entra nella narrazione, preme e spinge, quanto è importante per te? Cosa aggiunge, lascia?</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>È importante nella misura in cui va ad incrementare l’autonomia del libro. Scrivendo, io mi disinteresso totalmente del lettore. Tuttavia, quel minimo di intelligibilità stabilita deriva da un nucleo tematico che ho ben chiaro nella testa (in </em>Uno in diviso <em>era il manicheismo, ne </em>L’Uomo e il suo amore<em> l’inesistenza della morte), dal quale si dipartono le strade della mia autonomia. Detto in soldoni, una volta catturato il messaggio di fondo, faccio quello che mi pare. Inoltre in </em>Uno in diviso<em> il recupero filosofico non serve solo a raccontare dei concetti, ma anche a creare un’atmosfera di freddezza quasi scientifica attorno ai fatti narrati.</em></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>Infine, è stata notata una certa ‘vicinanza’ tra ‘Uno in diviso’ e la ‘Trilogia della città di K’ di Kristof Agota. Scrive </strong><a href="http://www.lankelot.eu/index.php/2009/02/16/pierantozzi-alcide-uno-in-diviso/" target="_blank"><strong><span style="color:#222222;">Gianfranco Franchi</span></strong></a><strong> (narratore, operatore culturale ed editoriale): “È un romanzo lirico e crudo, decisamente vicino alla lezione, stilistica e concettuale, della magistrale Kristof della “</strong><a href="http://www.lankelot.eu/index.php/2006/10/30/kristof-agota-trilogia-della-citta-di-k/" target="_blank"><strong><span style="color:#222222;">Trilogia della città di K</span></strong></a><strong>”: stesso massimalismo, stessa dedizione al dubbio sulla natura della realtà (o: di ogni cosa), stessi protagonisti – due gemelli – qui addirittura siamesi (lettura psicanalitica sarebbe viatico ideale).” Da autore, ti ritrovi in questa analisi? La genesi del romanzo ha ‘sfiorato’ anche la Kristof?</strong></div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><em>Non so se c’è stata un’influenza diretta, credo che l’influenza maggiore per </em>Uno in diviso<em> derivasse dai testi di mistica medievale, che studiavo in quel periodo all’università, e da molti film horror, mia passione da sempre. Posso dire che quando ho letto </em>La trilogia della città di K<em> ne sono rimasto molto colpito, questo me lo ricordo bene. Credo comunque che sia un tantino esagerato considerare il mio libro una variazione sul tema rispetto all’opera della Kristof.</em></div>
<div>Ringrazio <strong>Alcide Pierantozzi.</strong></div>
<div>E <strong>Gabriele Dadati </strong>che nella prima parte ha risposto alla domanda ‘<em>Chi è Alcide Pierantozzi?</em>’ proponendo così un altro ‘angolo di lettura’.</div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7798.html" target="_blank"><br />
</a></div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7798.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></div>
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		<title>Pierantozzi Alcide &#8211; Uno in diviso</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 13:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[… dove mi porterà? Dove ci porterà, fratellino? – quel tragitto e questi lampi, e questi tuoni e questo timore sconosciuto; e questo considerare bellissimo e pieno un momento del genere, con o senza poesia? Il linguaggio non ha senso se non conosciamo quello che ci sta intorno e le parole, gli avverbi di Tempo: adesso, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=923&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>… dove mi porterà? Dove ci porterà, fratellino? – quel tragitto e questi lampi, e questi tuoni e questo timore sconosciuto; e questo considerare bellissimo e pieno un momento del genere, con o senza poesia? Il linguaggio non ha senso se non conosciamo quello che ci sta intorno e le parole, gli avverbi di Tempo: adesso, ieri, per noi – per ognuno – sono la resa di chi, ahimè, non ha mai capito niente.</em></p>
<div style="margin:0 0 10pt;">(‘Uno in diviso’ di A.Pierantozzi, Hacca, pag.44-45)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">“Alcìde Pierantozzi rappresenta il caso raro di una voce che ha saputo acquisire fin da subito credibilità senza nessun ricorso a carinerie di prosa o strizzamenti d’occhio. La sua convinzione in quello che fa è talmente radicata che chi viene in contatto con lui si convince a sua volta. Questo non vuol dire che poi tutti concordino con la sua idea di letteratura, vuol però dire che gli si riconosce il fatto di averne una e di perseguirla. Mi pare un bel risultato.</p>
<p>&#8220;Uno in diviso&#8221; è poi un romanzo notevole per due motivi. Uno è la pacificazione con l’orrore: Alcìde non retrocede di fronte a quello che racconta, forse talvolta trema, ma poi va avanti. Riesce ad affrontare lo sfacelo narrandolo. L’altro è questa scelta di una lingua letteraria fatta non di un lessico selezionato in senso sublime, ma pescandolo soprattutto nei dialetti e nelle prose novecentesche per poi appoggiarlo su una sintassi fatta di sprezzature, sintagmi che confliggono, interpunzione volutamente franta e singhiozzante.” (<a href="http://www.ibs.it/libri/Dadati+Gabriele/libri.html">Gabriele Dadati</a>)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Ho letto ‘Uno in diviso’ seguendo un percorso collegato al <strong>concetto di ‘male’ pieno di tentacoli, deformato, mutevole, chiaroscuro. </strong>Poco alla volta, stringendo e facendo mio un libro pubblicato nel 2006 che ha ottenuto una lunga serie di riscontri (<a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodstampa.php?idProdotto=11">qui</a> la rassegna stampa di Hacca), il cui autore è stato inserito tra i ‘giovani autori contemporanei italiani’, ’promessa della scrittura’ per intenderci. Prima pubblicazione, già seguita da un’altra (‘<a href="http://www.ibs.it/code/9788817021722/pierantozzi-alcide/uomo-e-il-suo.html">L’uomo e il suo amore</a>’, Rizzoli, 2008). Dunque <strong>avere vent’anni o poco più. Due libri usciti per case editrici medio e grandi. Una ‘statistica’, almeno sulla carta, di tutto rispetto. La prossima pubblicazione si attende per il 2010 sempre per Rizzoli </strong>mentre altri progetti prendono forma. Pierantozzi non si sottrae alla mia curiosità analitica, paziente ed educato anticipa un incessante lavoro tra storie che si plasmano, attendono. E a voler ragionare su numeri, intervalli temporali e consensi si rischia l’assuefazione da ‘novello genio’. Rischio calcolato forse, eppure “il talento inquieta” asserisce <a href="http://www.marcomancassola.com/">Marco Mancassola</a> (prevedendo i riscontri della prima pubblicazione), e nella seconda di copertina definisce “la furia simbolica, sessuale, filosofica, omicida&#8221; che in questo romanzo spurga, dilaga, irrompe.<strong> In effetti è una storia poco glitterata, quella di ‘Uno in diviso’, inadatta alla classica immagine del best seller con la copertina lucida che ammicca dalle vetrine rinomate.</p>
<p>‘Uno in diviso’ non è libro da prendere alla leggera, tutt’altro. </strong>Non ha il sapore annacquato del tormentone annunciato con gli ombelichi adolescenti scoperti o le lingue sporche di latte che tentano incastri improbabili. Ci sono lingue, si, ma sono quelle di due gemelli siamesi uniovulari il cui corpo <em>naturalmente </em>ricrea una forma a ipsilon con un paio di gambe, un pene e due busti con i relativi ‘accessori’ del caso (due teste, due paia di braccia, due lingue appunto capaci anche di unirsi in un bacio che è intero nella divisione: “questo bacio amaro e dolce, questo bacio forte e fragile, che nessuno vede, questo bacio divino e infernale”, pag.92).<br />
<em>Kehinde </em>e <em>Taiwo</em> dunque si presentano al lettore rubandosi la scena a vicenda, narrando in prima persona, mostrando un’altalena di punti di vista, precisa e accurata perché le voci sono divise appunto, eppure il legame, questa sorta di fusione galleggiante resta, ammalia. “Io, Taiwo” ripete continuamente Kehinde ma anche il fratello Taiwo insisterà sul concetto “Io, Kehinde” per raccontare, descrivere, spiegare, argomentare. Perché anche le menti &#8211; soprattutto le menti &#8211; sono inequivocabilmente indipendenti, tendono a scontrarsi, ragionano flettendo logiche filosofiche, pensieri e riscontri. <strong>Taiwo e Kehinde sentono un ‘uno in diviso’ tra-con-per <em>loro</em>.</strong> Ciò che accade a uno si riflette immancabilmente sull’altro deformandone in parte reazioni, carattere e inclinazioni in una sorta di ‘non legame’ fisico che è carne pulsante aggrappata alle stesse ossa.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Io ero malato consapevole della mia malattia. Taiwo era guasto, inconscio del suo stato psicosomatico. Non so bene di cosa soffrissi: non abbiamo mai consultato un dottore…<br />
(pag. 29 – voce di Kehinde, da notare l’alternanza tra ‘io’ e ‘noi’)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Il mio <em>male</em> invade la sua metà corporale, gli intorpidisce le membra e lo contagia. Penso che non ci sia nulla di più contagioso del <em>male</em>.<br />
(pag.108 – voce di Taiwo)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">I due protagonisti lavorano al ‘Bordeaux’, locale dietro la Stazione Centrale di Milano, classificato come ‘sauna’ anche se il lettore non fatica a smascherare il gioco linguistico atto a celare un luogo di incontri sessuali espliciti dove i gemelli sbirciano corpi e atti ma non devono farsi vedere eccetto dietro il bancone a coprirne i ‘punti di unione’ per accogliere a dovere i clienti (tessera, ciabatte, chiave dell’armadietto assegnato, profilattico extra strong e asciugamano bordeaux; sono segnali precisi, elenco di una casualità disarmante).</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">C’è un simbolo che è animale, carne quanto trasposizione, che appare dalla prima riga dell’incipit per proseguire strisciando ovunque, in silenzio a tratti ma con pressante ossessione.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Furono i serpenti a rovinarmi la vita.<br />
(pag.15 – prima riga dell’incipit)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>I serpenti</strong>, creature viscide, oscure, incarnazioni del <em>male</em> ma anche realtà celate, nascoste nell’ombra. Proprio come in uno dei primi episodi del romanzo, quando il nonno si trova faccia a faccia con un rettile di due metri nascosto nella stalla che finirà sfasciato in due parti investendo la testa del nonno stesso di “un flutto di latte insanguinato pieno come un’onda” (pag.19). Una scena precisa, raccapricciante, che il lettore immagina e forse rabbrividisce disgustato. Ma è serpente anche l’<strong>ouroboro</strong> tatuato sul collo di Taiwo, un serpente che si morde la coda per l’esattezza, a rappresentare la natura ciclica della vita, “<strong>il tempo che ritorna su se stesso</strong>” come insisterà più volte Pierantozzi nel corso nella narrazione. Insistenza cadenzata da indicazioni temporali, orari che ricorrono, si ripetono facendosi largo tra la nebbia onirica degli svolgimenti. <em>19.47.02</em>. Ripetizione ossessionante, ipnotizzatrice. Fino a 19.48.02 verso la fine, un minuto in più e “il mondo è finito”.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">La narrazione è frazionata in capitoli brevi, relativamente brevi, con titoli che sono riferimenti danteschi espliciti. Gironi incastrati gli uni negli altri in una sorta di giochi tra matrioske misteriose, sospettosamente velenose dove i sogni si confondo con l’artificio e la realtà. Realtà di matrice sessuale, legata agli incontri a cui assistono i gemelli nella ‘sauna’ ma anche quella cruda e assurda della cronaca nera, nella fattispecie il tragico <strong>delitto di Cogne</strong> spennellato nel capitolo ‘girone dell’artificio’ dove un inatteso blackout si alterna con stralci di un articolo di giornale da cui si materializzano l<em>’avvocato Carlo Taormina, Piergiorgio Grosso, il piccolo Samuele Lorenzi</em>. Apparizioni. Logiche che si (con)fondono con la scena principale ma non ne restano assorbiti del tutto. Contrasti evidenti, stridenti con la ferocia del bambino innocente. “ Senza dire niente, vista l’ora, torniamo a lavorare”. Così si conclude l’incursione. E si resta ghiacciati.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;"><strong>C’è molta crudeltà in questo libro, immagini volutamente disgustose, che uniscono un certo retrogusto horror con i simbolismi da fondale perduto.</strong> Nulla accade per caso, pur apparendo tale. Le inquadrature si spostano repentinamente. I gemelli sono due e uno, si cercano, combattono, proteggono e fuggono. Ma non celano nulla al lettore che li rincorre ansante probabilmente stordito o peggio: a pezzi.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Le ho tolto i pantaloni scozzesi. Le gambe della straniera sono di latte. Adesso che le ho sfilato le mutandine, anatomizzo il suo pube roseo e depilato, simile al cuore dei una pesca.<br />
(pag.94 – girone degli aborti)</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Seguendo i fili della narrazione, si intravvedono alcune sotto-tematiche intriganti, che aprono spiragli a logiche e ragionamenti mai sazi, come il ‘dualismo’ e la ‘follia’. Contatto l’autore per alcune domande di approfondimento.</div>
<div style="margin:0 0 10pt;">Chi è Alcide Pierantozzi, lo scrittore?</div>
<p><em>Bella domanda. Freud, mi pare, diceva che l’ego non è mai padrone in casa propria. Ecco, mi piacerebbe fare un piccola inversione di senso: Alcide lo scrittore è padrone in ben due case, la propria e quella di Alcide il ragazzo. Tutta la mia vita è al servizio della letteratura.</em></p>
<p><a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7797.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a><em><br />
</em></p>
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		<title>Mozzi Giulio &#8211; il male naturale</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/09/mozzi-giulio-il-male-naturale/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 14:18:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1998 usciva questo testo. Pregno di corpi, carne, male, bene, ripetizioni scarnificanti, voci, sensi immersi in cadenze che sono ritmi precisi, che portano a trattenere il fiato molto spesso, che scatenano pruriti, ferite e ammissioni. Il male che è. E&#8217;. Non ha bisogno di farsi chiamare bene. Non ha bisogno di mentire, truccarsi o [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=951&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="font-family:Georgia;color:#808080;font-size:medium;">Nel 1998 usciva questo testo. Pregno di corpi, carne, male, bene, ripetizioni scarnificanti, voci, sensi immersi in cadenze che sono ritmi precisi, che portano a trattenere il fiato molto spesso, che scatenano pruriti, ferite e ammissioni. Il male che è. <em>E&#8217;. </em>Non ha bisogno di farsi chiamare <em>bene</em>. Non ha bisogno di mentire, truccarsi o decontestualizzarsi in altri mondi, negli altri che non sono noi, dunque  lontani, finti, plasmati per essere &#8217;scaccia-paure&#8217;. Ciò che siamo, anche scatenato da <em>altro</em> che in noi resta, da corpi che premendoci, schiacciandoci, carezzando, avendo, ferendo si imprimono in uno strato non superficiale ma pulsante, feroce, insinuante, anche sensuale. Ma pur sempre <strong><em>male</em></strong>. Ciò che siamo è <strong><em>naturale. </em></strong></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#808080;font-size:medium;"><em>B</em></span><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/25/morte-di-richesse/" target="_blank">Morte di richesse</a></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/27/vite/" target="_blank">Vite</a></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/01/bella/" target="_blank">Bella</a></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/02/un-male-personale/" target="_blank">Un male personale</a></span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Giulio ama una persona che è morta, cioè che non possiede più la sua carne. Giulio desidera la carne delle persone che fanno esistere l&#8217;immagine della persona che è morta. Giulio non desidera il suo proprio piacere, del quale ogni tanto gli sembra di avere perso completamente la capacità, ma desidera il piacere di quelle carni che fanno esistere l&#8217;immagine di Lucia. Giulio accarezza, coccola, bacia, solletica, sfiora, stringe, preme, abbraccia, riempie quelle carni: non come se fossero la carne di Lucia (Giulio non è pazzo), ma per gratitudine perché quelle carni fanno esistere l&#8217;immagine di Lucia.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">[...]</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Quando la ragazza-ragazzo allarga le gambe e chiede a Giulio di entrare, Giulio sa che mancano pochi minuti all&#8217;inizio della disperazione. Tuttavia, anche quando è già sulla porta e sente la disperazione arrivare e sa che deve andarsene, per Giulio è difficile smettere di guardare, allontanarsi dal corpo della ragazza-ragazzo che è così bello e così desideroso del corpo di Giulio. </span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">La causa della disperazione è questa: ogni volta che guarda la ragazza-ragazzo Giulio non può fare a meno di pensare: non ho mai desiderata così tanto una persona.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Naturalmente Giulio non pensa: nemmeno Lucia; se lo pensasse forse impazzirebbe.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">[...]</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Giulio sa perfettamente che il suo bisogno di essere amato sterminatamente non può essere riempito da nessuno e che presto o tardi la ragazza-ragazzo si accorgerà di essere stata depredata di ogni cosa. Giulio deprederà la ragazza-ragazzo di ogni cosa e da tutte le cose che le porterà via non ricaverà alcun bene.</span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">[...]</span></p>
<p><em>Aggiornamento 3/09</em>: <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/03/amore/" target="_blank">Amore</a>, oggetto di un&#8217;interrogazione parlamentare (<a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2003/12/cinque_anni_fa.html" target="_blank">qui</a> il verbale del 11/11/1998)<br />
[...] Infilò la canna della pistola nell&#8217;ombelico dell&#8217;uomo e cominciò a spingere.</p>
<p><em>Aggiornamento 4/09</em>: <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/09/04/splatter-breve/" target="_blank">Splatter (breve)</a>.<br />
[...]<br />
Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c&#8217;è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un&#8217;altra materia che non conosco bene; immagino che sia sottile, leggera, trasparente e femminile. Questa è la parte di me che io chiamo &#8220;anima&#8221; e penso che non sia una cosa distinta dalla carne ma compenetrata in essa, come due fumi che si mescolano.[...] Le vere immagini della morte sono quelle che noi crediamo essere le immagini della vita. L&#8217;attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali. [...]</p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Eventualmente seguendo nei prossimi giorni <a href="http://www.ibs.it/code/9788804436058/mozzi-giulio/male-naturale.html" target="_blank">Vibrisse </a>chissà.<br />
</span> <span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:medium;">Su Ibs <a href="http://www.ibs.it/code/9788804436058/mozzi-giulio/male-naturale.html" target="_blank">QUI.</a></span></p>
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		<item>
		<title>Scurati Antonio &#8211; Il bambino che sognava la fine del mondo</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/05/scurati-antonio-il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 14:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Appunti su &#8216;Il bambino che sognava la fine del mondo&#8217;

di Barbara Gozzi

(Bologna, 05-09-2009)
“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=958&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><strong>Appunti su &#8216;Il bambino che sognava la fine del mondo&#8217;<br />
</strong></p>
<p align="center"><strong>di Barbara Gozzi<br />
</strong></p>
<p align="center"><strong>(Bologna, 05-09-2009)</strong></p>
<p>“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, l’autore invita il lettore a considerare ogni singola parola di questo libro come frutto della sua immaginazione, anche e soprattutto quando si narri di fatti riferiti a personaggi e a contesti che portano il nome di persone o di istituzioni realmente esistenti.”</p>
<p>Questa è la premessa, pubblicata prima ancora della dedica.</p>
<p>E il lettore ne capisce il senso pieno dai primi capitoli.</p>
<p>Scurati sceglie fatti di cronaca, li plasma con farina di fantasia, sposta luoghi ma ne mantiene sapori intensi, trasfigura volti ma conserva legami, sensi, affettività, e sentimenti devastanti.</p>
<p>Si tratta di un’ombra precisa insomma, quella degli abusi sui bambini per mano di chi dovrebbe accudirli, educarli, averne ‘cura’.</p>
<p>Si tratta di una città colpita da un fulmine inaspettato, capace di scatenare onde anomale di proporzioni impensabili, vere quanto costruite da paure, rabbia, orrori, ossessioni e demoni.</p>
<p>E’ un romanzo che incastra una duplice narrazione, alterna capitoli scritti in prima persona da uno Scurati spettatore partecipe della vicenda, uno Scurati come chiunque altro, potrebbe essere un Gozzi o un Messori, Ansaloni, Ghini e così via. Poi c’è un’ altra narrazione, estranea, quasi scientifica, che racconta di un bambino colpito da terrori notturno, un bambino che respira il mondo e il suo Male con una sensibilità e consapevolezza incomprensibili, almeno al principio.</p>
<p>Due rotte. E questa cronaca che entro gli sviluppi della trama diventa statistica, stralci di articoli di giornali, citazioni. E questo vivere che Scurati pare annotare come entro un esperimento scientifico dai contorni già sentiti, non nuovi dunque, ma registrati come durante un’autopsia; questo vivere è metallo duro, spigoloso, indottrinato, pedagogico.</p>
<p>Indubbiamente ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’ colpisce e accusa alcuni aspetti di quest’Italia contemporanea, malata, soffocata da una medialità feroce, dal vociare e plasmare della gente pronta a giudicare, additare, e che ha bisogno di distinguere, sempre e comunque, i buoni dai cattivi, il bene dal male.</p>
<p>Questo Male, che Scurati radiografa, arriva al lettore attraverso angolazioni predeterminate. Ed è forse questo il suo limite maggiore. E’ un Male collettivo, che infetta cittadini dagli animi già portatori virulenti di in-sanità, affamati di colpe, nevrosi, mancanze, cadute altrui, ineffettività e un certo marciume galleggiante. Questo Male è dichiaratamente sbagliato, colpevole, ingiusto, assurdo e pericoloso. Questo “Male è totale” (pag.12), possiede quasi trasfigurando chiunque. Si alimenta del male di tutti, lo cresce con la furia della pestilenza. Questo Male è una caccia alle streghe annunciata che ‘gioca’, danza, tra elementi particolarmente delicati come i bambini, gli abusi, le devianze (presunte o reali), la fame di sangue e carne del giornalismo, la sete di eccitazione della gente comune resa opaca dal proprio vivere faticoso, in gratificante, fors’anche inutile.</p>
<p>La gente scelse Satana, così potente perché pronto all’uso alla prima evocazione. Scelse Satana, così a misura d’uomo.</p>
<p>Spesso, non potendo avere il Bene, tanto sfuggente, sdegnoso, tanto raro, ci si accontenta del Male, con la sua concretezza corposamente immessa nella materialità della vita quotidiana.</p>
<p>(pag.14- da notare che una parte di questo stralcio è stato usato per la quarta di copertina)</p>
<p>La lingua di Scurati tende alla scorrevolezza ma subisce frenate improvvise e periodiche attraverso una terminologia accurata, ricercata fino a quasi l’ossessione, ‘alta’ nell’eccezione di colta, raffinata. Gli aggettivi si accompagnano spesso, gruppi di due o tre. C’è anche una certa prolissità nell’addentrarsi negli sviluppi, nell’insistere su sospensioni, attese (per il lettore), logiche contorte, morbose. Poi l’uso delle anticipazioni velate, l’intento di avvisare continuamente il lettore, di fargli intuire la caduta senza fondo, l’annegamento progressivo, lento eppure inesorabile di una storia che nell’uso della fantasia tenta un avvicinamento ‘globale’. Gli eventi si svolgono a Bergamo, ma è una Bergamo-globale, secondo me, che potrebbe tranquillamente essere Milano, Torino, Bologna, Venezia, o almeno mi pare questo l’intento di Scurati, il ricreare una sorta di terra di frontiera, vicina e dunque conosciuta dall’autore, eppure simbolo (o tentativo di) di altri luoghi, dell’Italia.</p>
<p>Lo stesso intento che mi pare di intravvedere nella scelta del narratore-personaggio, come a voler affondare nella c.d.(e recentemente attaccata) ‘auto-fiction’ senza che lo sia del tutto, auto-fiction. Perché Scurati si è ispirato alla sua vita, quanto meno ad alcune parti ad esempio professionalmente, come docente, ma anche ed evidentemente sul piano geografico, Bergamo. Pare quasi ‘dire’: io ci sono, questa è Bergamo, questi sono articoli di giornale ‘veri’, questa è la gente di una Bergamo dell’Italia a te nota, lettore, ma io non sono io, non solo, perché io sono te che segui la cronaca, la commenti, ti ci fai fagocitare fino a scoppiare.</p>
<p>Concettualmente mi sembra anche vicino al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_a_chiave">roman à clef</a>, dove la chiave interpretativa è evidentemente l’autore ma inversamente perché Scurati ha impastato una realtà di cronaca nota, nazionalmente nota (ma non necessariamente da lui vissuta direttamente) con elementi propri per i quali è appunto la chiave. Su Cabaret Bisanzio (link in fondo), Enzo Baranelli dice: <em>“Il bambino che sognava la fine del mondo</em>” ribalta la struttura alla Ballard: i fatti sono reali, ma si devono considerare finzione, Scurati affonda nelle date, nella cronaca, mentre in Ballard si crea il romanzo-sociologico partendo da una realtà, e poi estremizzandone i conflitti, costruendo l’impianto romanzesco.”</p>
<p>Non avevo appetiti per il suo corpo di donna adulta. A chiamarmi era la sirena di sua figlia. Margherita, era quell’urlo agghiacciante fuoriuscito dalla bocca di una bambina nel cuore della notte. Desideravo essere introdotto nel suo mondo di fantasmi. Volevo gli impareggiabili terrori dell’infanzia. Volevo entrare nel filmato.</p>
<p>Per fortuna quella sera Marisa Comi non m’invitò a salire. Purtroppo, però, lo avrebbe fatto in seguito.</p>
<p>(pag.100)</p>
<p>Segnalo alcune analisi, che nel corso degli ultimi mesi sono apparse on line, per questo libro candidato allo Strega, finito al centro di <a href="http://blog.panorama.it/libri/2009/07/03/premio-strega-vince-scurati-anzi-no-scarpa-e-lanno-prossimo-piperno/">una polemica</a> tra le tante di cui – pare – l’editoria italiana ha bisogno. Forse i tempi non sono ancora maturi, per poterlo commentare con il giusto distacco. Ma non nascondo che resta una narrazione a me lontana.</p>
<p>Il male è proprio ciò che vi è di più immateriale, poiché muove la sua guerra accanita contro ogni essere concretamente vivente e, se lasciato fare, distruggerebbe la base stessa della creazione.</p>
<p>(pag.10)</p>
<p>Su Nazione Indiana: il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/23/perche-scurati-non-deve-vincere-lo-strega/">23/04/2009</a> e il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/17/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/">17/08/2009</a> (recensione di Gianni Biondillo).</p>
<p>Di Valter Binaghi il <a href="http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/08/29/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo-di-antonio-scurati/">29/08/2009</a>, parole che non nego vicine al ‘mio sentire’, mio dunque soggettivo e imperfetto per il quale mi assumo le responsabilità del caso.</p>
<p>Su Cabaret Bisanzio (recensione di Enzo Baranelli) il <a href="http://www.cabaretbisanzio.com/2009/04/08/l%E2%80%99ordine-del-male-%E2%80%9Cil-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo%E2%80%9D-di-antonio-scurati/">08/04/2009</a>.</p>
<p>Su <a href="http://www.ibs.it/code/9788845262418/scurati-antonio/bambino-che-sognava-la.html">Ibs</a>.</p>
<p><a href="http://www.primaveraestate.com/2009/09/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo-di-antonio-scurati/">Link alla pubblicazione originale su PrimaveraEstate.</a></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Dadati Gabriele &#8211; Il libro nero del mondo parte I</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/11/02/dadati-gabriele-il-libro-nero-del-mondo-parte-i/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 14:10:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[‘Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.
Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=943&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>‘<a href="http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/libri?collana=153" target="_blank">Il libro nero del mondo</a>’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘<a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=il+libro+nero">libri neri</a>’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.</div>
<div>Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.</div>
<div>Il primo elemento che colpisce è un nome. <em>Gabriele</em>. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già <a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi.html">un altro autore italiano</a> contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.</div>
<div>Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.</div>
<div>Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:</div>
<div>Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. <strong>Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra <em>il</em> Gabriele che scrive e <em>quello</em> che dentro una storia, respira e vive?</strong></div>
<div>“Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.”</div>
<div>La lingua di questa nuova creatura è per Dadati espressione di una crescita importante, e se il termine ‘crescita’ pare svalutato, scontato, resta ‘evoluzione’. E’una lingua che gioca, con se stessa e il lettore. Che si avvale di tecniche miscelate con sapienza, che usa le parentesi per narrare sequenze su piani temporali diversi rispetto alla narrazione principale. Che fonde strutture, dove le scene hanno echi cinematografici oltre la mera spettacolarizzazione creativa. Dove ci sono parole che ricorrono, parole con un peso specifiche <em>sotto</em> i significati superficiali e che riaffiorano rosicchiando il lettore con pacata insistenza. Poi ci sono i sogni, il piano onirico dove si mescolano messaggi, codici e proiezioni di realtà, visioni trascinanti. Fino ai fantasmi, l’ultra-terreno che è comunque carne, acquista materia svelandosi, accettando un contatto con il protagonista ma soprattutto col lettore che sbircia, attende, afferra.</div>
<div>L’intera narrazione è una sequenza materiale e im-materiale. Gesti che sono un ‘esterno’ espressione (anche) dell’interno. Corpi che si muovono. Azioni semplici poi assemblate. E <em>attra-verso, tra, con</em> la carne, emergono poco alla volta quei sensi che sono intenti ma anche sentimenti, scelte, bisogni. <em>Male</em>. E proprio su quest’ultimo – sul male – chiedo a Dadati:</div>
<div><strong>Mi parli di questo ‘male’, delle sue sfumature, dei livelli? E’ un ‘male’ che avevi addosso, programmato tra le righe, oppure alla fine la storia te ne ha riconsegnato sfilacciature inaspettate? Ma anche: <em>il libro nero del mondo</em> restituisce, tratteggia, il ‘male di tutti’ o lo deforma amplificandolo attraverso, con, dentro il male stesso?</strong></div>
<div>“Il male di cui parla Il libro nero del mondo è una categoria che mi pare di aver intravvisto esistere nel mondo e non è qualcosa di metafisico o inspiegabile: è costituito dalla somma del contributo che i singoli uomini, consapevoli o inconsapevoli, portano al male attraverso le azioni che compiono. Ma questo non è un problema, perché anche per il bene può essere lo stesso, anche il bene può esistere nel mondo come la somma del contributo che i singoli uomini portano tramite le loro azioni ed equilibrare così il male, magari addirittura superarlo. Il libro nero del mondo però è stato scritto pensando che siamo arrivati a un punto in cui si fa molto più male che bene. La soluzione, se una soluzione c’è, è stata collocata fuori dalla comunità degli uomini: la soluzione, non il problema, è metafisica e viene affidata a un lato femminile salvifico. A patto naturalmente che si scelga di affidarsi a questo lato metafisico femminile, che è poi Maria, nata nel mondo ma assunta in Cielo, e per questo interlocutore del nostro stare nel mondo. Io ho pensato di scrivere questo libro perché sentivo quest’onda mugghiante che cresceva e mi veniva incontro. L’ho fatto perché sono uno scrittore, ma forse avrei potuto farlo in diversa forma se fossi stato un filosofo o un teologo.”</div>
<div>La lettura, dunque, richiede ascolti trasversali. Le storie si incastrano, scivolano tra strumenti apparentemente diversi per poi fondersi. C’è la storia dei cannibali, storia che attinge direttamente dalla cronaca, ad oggi (agosto, settembre 2009) basta digitare ‘cannibali’ su un motore di ricerca per rintracciare notizie come <a href="http://www.crimeblog.it/post/257/quattro-cannibali-mangiano-un-amico-che-li-aveva-invitati-a-cena">questa</a> o <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_17/serial_killer_giustiziato_e5ac59ae-3c31-11dd-bc39-00144f02aabc.shtml">questa</a>, e <a href="http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2007/10/11/41173-scrittore_dilettante_sospetto_serial_killer_cannibale_donne.shtml">questa</a>. Poi c’è la storia di un uomo ‘qualunque’ che di mestiere vorrebbe fare il regista per il cinema e ci sta provando, sposato con una donna che ama in modo non convenzionale, una donna amante dei raduni new age e che Gabriele cerca con la fisicità della passione che è carne e altro. Ma anche la storia di un fantasma, che appare nel giardino del protagonista, fugaci visioni spiazzanti prima di svanire, ogni tanto piange questo fantasma, fino ad assumere precise sembianze, necessarie. E naturalmente la storia di un ‘uomo’ che si sente addosso una chiamata divina, che sente, vede, assorbe e rifiuta <em>Il Male</em> che sta contaminando irrimediabilmente il mondo, rendendo tutto blasfemo, inutile, insopportabile. Proprio per combattere questa insopportabilità, l’uomo asseconda la chiamata, e chiede aiuto all’unica persona che gli sembra capace di ascoltare, che spera possa capire, questa lotta disperata che è male nel male, che lo cerca, il male, fino alla trasumanazione finale, la morte. Tante storie insomma, volti diversi che ruotano concentrici. E personaggi che racchiudono piccoli universi parti del messaggio. Alice, la segretaria di edizione, Ruggero, l’aiuto regista, Nicole, la moglie, Marco Sernesi, l’ex amico attore, Maria che è figlia e altro.</div>
<div>Il romanzo è diviso in tre parti, richiami danteschi a Purgatorio, Inferno e Paradiso. Richiami a gironi che si perdono negli sviluppi, tra inquadrature e cambi di scene, come già in passato fece (con modalità e sviluppi diversi) un <a href="http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi,7797.html">altro giovane autore</a> italiano contemporaneo.<br />
Ma, se ‘Purgatorio’ e ‘Inferno’ hanno legami diretti tra loro, negli sviluppi, tra tentacoli che affondano nelle voci; ‘Paradiso’ rotola spostando drasticamente inquadratura, pur non virando completamente impone al lettore un radicale cambio di visuale, il punto di vista di ‘un’ altro personaggio-essere-autore (autore del ‘libro nero del mondo’, non di qualcos’altro, proprio di questo stesso romanzo) che qui narra in prima persona scalzando il narratore esterno già, in realtà, parzialmente detronizzato dalle mail del Gabriele-regista che dall’Inferno tenta in ogni modo di non perdersi completamente. ‘Paradiso’ è, in effetti, uno stacco che spezza, urta. Racchiude una (non) conclusione, prende per mano il lettore in una passeggiata-scoperta di una tranquilla dolcezza disarmante. Dolcezza che non è assoluzione, non forza eccessi né cerca risoluzioni scontante. Tutt’altro. “Gli angeli si addormentano nella schiena del tempo” (pag.195) lo dimostra. “Il momento storico brutalizzato” di cui parla il narratore-personaggio ormai in chiusura di scena, non è ‘fine’, o arrivo. <em>E’. Esiste. Resta</em>. Si aggrappa. Deve perché è questo, forse, uno dei sensi più forti del romanzo: il riconoscimento della deformata realtà in essere, oltre pagine e tessiture di parole.</div>
<div>L’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apocalisse">apocalisse</a> riveste un ruolo preciso, in questa romanzo. Apocalisse che probabilmente è tematica ricorrente per Dadati, ossessione (forse) o ricerca, avendone già scritto in un racconto contenuto nella raccolta ‘<a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-analisi-di.html">Sorvegliato dai fantasmi</a>’ pubblicata in ultimo da Barbera, seppure di <em>altra</em> ‘attesa’ si tratta, di una non fine che smaschera, nel racconto, piuttosto che annunciare. Nel romanzo invece, che di rivelazione si tratti è indubbio, la si preannuncia velatamente già nel ‘Purgatorio’.</div>
<div>Quando tutta questa storia sarà finita, e cioè quando inizieranno a piovere rane, Gabriele…</div>
<div>(pag.73)</div>
<div>E le rane arrivano, tra Inferno e Paradiso, non si fanno solo annunciare. Fino all’atto finale, finché ‘tutto’ entra in una Chiesa, avvolto (questo ‘tutto’) dalle parole di un santo che echeggiano tra morti, fede, male, e sangue. Sensi che forse confondono, forse no, si aggrappano all’“inesauribile superficie delle cose”, scavano.</div>
<div></div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-analisi,8688.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></div>
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	</item>
		<item>
		<title>Alajmo Roberto: intervista</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/29/alajmo-roberto-intervista/</link>
		<comments>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/29/alajmo-roberto-intervista/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 13:55:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[barbara gozzi]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[roberto alajmo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Alcune considerazioni preliminari QUI.
Raggiungo telefonicamente Roberto Alajmo, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.
Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo on line del 17 Luglio (sopra citato) dove si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=930&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>
<div>Alcune considerazioni preliminari <a href="http://www.agoravox.it/Pre-destinazioni-da-silenzio-nella.html">QUI</a>.</p>
<p>Raggiungo telefonicamente <strong>Roberto Alajmo</strong>, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.</p>
<p>Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo <em>on line </em>del 17 Luglio (sopra citato) dove si nomina il romanzo di Nicola Gardini, gli chiedo curiosa: &#8220;<strong>Ti vengono in mente altri titoli, autori, che hanno subito lo stesso non trattamento divulgativo in Italia?</strong>&#8220;.</div>
<div>Alajmo non fa nomi. “ Ce ne sono tanti, moltissimi” mi risponde “ma rischio di dimenticarne e comunque sarebbe una lista fine a se stessa”. In effetti la domanda è provocatoria. Il romanzo di Gardini è uno dei tanti, un nome per tutti si potrebbe sintetizzare. “Non si tratta di questo o quello, altrimenti diventa sterile come approccio. E’ piuttosto la logica, ciò che scatena il fenomeno, che vale la pena di discutere. Esiste una precisa dinamica, dove l’editore conosce l’autore, entrambi (o uno dei due) conoscono il giornalista, il giornalista scrive, e la scrittura ritorna tra editore e scrittore , che è anche giornalista magari. E’ un triangolo chiuso, che il più delle volte si autoalimenta. Un triangolo delle Bermuda dove scompaiono i libri alieni. Ciò che esce sui giornali è lo specchio di questa situazione e il lettore, quello abituato alla lettura, ha fiuto ormai. Se legge, tendenzialmente non è uno stupido. Non compra solo perché su Repubblica, e cito Repubblica perché è il quotidiano che leggo abitualmente, trova la recensione di quel critico o giornalista con esperienza. <strong>In narrativa le recensioni cartacee non fanno vendere</strong>”.</div>
<div>Alajmo è diretto, centra nodi e li espone. La dinamica divulgativa, promozionale anche, delle recensioni su quotidiani o riviste è tutt’ora dibattuta e ambita da moltissimi esordienti e non. Eppure Alajmo insiste: “attualmente il mio libro più venduto, &#8220;<strong>Palermo è una cipolla</strong>&#8220;, è quello che non ha ricevuto recensioni cartacee, nemmeno una. In pratica sui giornali non se n’è scritto. Eppure è stato acquistato più degli altri. Le recensioni il più delle volte servono a tenere alto l’<em>ego </em>dello scrittore, i lettori comprano seguendo conoscenze, consigli e gusti diversificati, raramente si fanno influenzare dalla recensione di tal dei tali. Poi c’è il giornalista che si fissa su un autore o un libro e decide di lanciarlo, fa le classifiche di grandezza –Roth è il più grande, seguito da Vargas Llosa, a ruota tutti gli altri– e questo approccio agonistico riesce ad attrarre il lettore&#8221;.</p>
<p>Ma tutto questo vale per un certo tipo di narrativa, quando le storie sono storie, più o meno frutto della mente dell’autore, senza la precisa intenzione di raccontare realtà concrete, come nel caso di ‘I Baroni”.</p></div>
<div>“Infatti” prosegue Alajmo “ per libri del genere, cosiddetti scomodi, anche la stroncatura viene evitata, perché per stroncare se ne deve comunque scrivere, e scrivendo lo si addita al potenziale lettore. Ciò che esattamente si vuole evitare: avviare il passa parola, le riflessioni sul tema”. Annuisco, ci avviciniamo ad una centratura:</div>
<div>&#8220;<strong>Quali sono secondo te le tematiche, le realtà attuali che non si vogliono far conoscere?</strong>&#8220;</div>
<div>E mentre lo chiedo mi vengono in mente la malasanità, l’istruzione per l’appunto, le morti bianche e per riflesso i mandanti di questi silenzi (politica, corruzione, potere…). Resto spiazzata dalla sua risposta: “ho sempre avuto una precisa convinzione: che <strong>ancora prima della malafede c’è la stupidità</strong>. Basta leggere periodicamente le pagine culturali di un quotidiano italiano per capire di cosa parlo.”</p>
<p>E mi propone alcuni esempi di articoli pubblicati perché scritti da questo o quel critico, dove l’uso linguistico si flette secondo regole non convenzioni e dove non esiste correzione possibile né da parte dell’autore tanto meno del redattore del caso. “La situazione in Italia è anchilosata, c’è una reiterata impossibilità a selezionare i libri secondo criteri super partes, figuriamoci scatenare ragionamenti o dibattiti che non risultino geriatrici o già visti. C’è a monte un problema legato al percorso di chi arriva a occuparsi di cultura tra le pagine delle testate giornalistiche”.</p></div>
<div>Già. Incredibile che esistano ancora libri che insistono sulle ‘storie verie’ per non dimenticarle nel cassonetto dell’immondizia. “ In effetti, mera narrativa a parte, i libri come quello di Gardini raccontano di una certa realtà sperando di non cadere nel silenzio. Ci tengo a precisare che nel caso di &#8220;I baroni&#8221;, nessun giornale siciliano ne ha scritto fin ora, e questo l’ho trovato curioso, interessante, proprio perché il libro dibatte di alcune pratiche dell’università di Palermo. Dunque <strong>si è creato un fenomeno di appiattimento generale. La stampa locale che appoggia l’università locale e viceversa. Perché a livello nazione c’è stato chi ne ha scritto, ma non è la stessa cosa. Manca il riscontro in loco, proprio dove potrebbe avere un senso preciso appunto parlarne</strong>.”</div>
<div>E mentre lo ringrazio, chiudo la conversazione indecisa se davvero sono pronta a scriverne. Penso che i libri (pre)destinati al silenzio sono ovunque, racchiusi forzosamente da incastri, eccessi, dinamiche neanche poi tanto moderne o recenti. Eppure qualcosa continua a muoversi, (r)esiste.</p>
<p>L’apatia, il senso di rassegnazione da omologazione, quel ventriloquare il detto da altri per non dover pensare; tutto questo c’è, pulsante e pesante, nella società italiana ma non è ancora il tutto. Allora i silenzi, le storie che non sono solo favolette ma anche gli intrattenimenti che ricaricano, loro, nascono e si espongono per stuzzicarci. Ci sfidano. Quanto ne siamo effettivamente consapevoli, non saprei.</p></div>
</div>
<div><a href="http://www.agoravox.it/Pre-destinazioni-da-silenzio-nella,8014.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></div>
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		<title>Grugni e Masson &#8211; analisi tra animali, umani e visioni</title>
		<link>http://frammentando.wordpress.com/2009/10/26/grugni-e-masson-analisi-tra-animali-umani-e-visioni/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 00:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Gozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=frammentando.wordpress.com&blog=1426954&post=911&subd=frammentando&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span>Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante per capire che i vampiri esistono e sono gli umani tutti.<br />
(pag.102 – <em>Aiutami di Paolo Grugni, Barbera Editore, 2008</em>)</span></p>
<p>Come già spiegato nella prima parte, <a href="http://www.agoravox.it/Animali-umani-e-visioni-parte-I.html">qui</a>, ’Aiutami’ di <strong>Paolo Grugni</strong> racconta la storia di cinque amici, animali, decisi ad agire per smuovere le coscienze, pronti a un atto estremo, forte e rischioso pur di ’lasciare un messaggio’, di incrinare almeno un pò il muro di silenzio, indifferenza e menefreghismo che sentono attorno a loro. Gli animali, dunque, sono il motivo scatenante. O meglio. La considerazione e i trattamenti a loro destinati per mano umana<span style="font-size:12pt;font-family:&quot;">, lo sono</span> Nel romanzo di Grugni, dunque, emergono due principali macro tematiche, capaci di scatenare dibattiti quanto alzate di spalle e risate ironiche. L’alimentazione e la speranza.</p>
<p><strong><em><span lang="RU">Essere o diventare vegetariano o vegano</span></em></strong><span lang="RU">. </span><span>L’</span><span lang="RU">argoment</span><span>o</span> <span lang="RU">prend</span><span>e</span> <span lang="RU">forma lentamente &#8211; forse &#8211; perché non è lì che Grugni vuole focalizzare tutta l’attenzione. Eppure si sono scatenate diverse reazioni, dopo l’uscita del libro, essendo un dibattito ancora aperto, controverso nei contenuti quanti nelle sfumature. Prima di tutto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vegan">vegano</a> (sito utile: <a href="http://www.vegfacile.info/">vegfacile.info</a> ) non è sinonimo di vegetariano ( sito utile: <a href="http://www.vegetariani.it/">vegetariani.it</a> ), in quanto il primo non elimina dalla dieta solo carne e pesce bensì tutti i possibili derivati (latte ad esempio) nonché ogni prodotto che per essere ottenuto ha implicato abusi di qualsiasi tipo verso gli animali. Sottili differenze, sostiene qualcuno, che sono però sostanziali </span><span>differenze</span><span lang="RU"> nella vita pratica da cui i pareri tutt’ora contrastanti di nutrizionisti e medici. Ma, come accennavo sopra, il romanzo non è un inno verso specifici regimi alimentari fini a se stessi, una mera presa di posizione motivata, piuttosto la denuncia di un elenco – lungo, <em>molto</em> lungo – di comportamenti, modi di vivere, acquistare e consumare senza alcun rispetto tanto meno consapevolezza di quanto gli animali gridano ogni giorno ‘aiutami’, diventano trascurabili parti del ciclo (alimentare quanto ludico o commerciale). Strumentalizzare un romanzo come questo è fin troppo facile, io credo.</span><span lang="RU"><br />
</span></p>
<p><strong><span lang="RU"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jeffrey_Moussaieff_Masson" target="_blank">Jeffrey Moussaieff Masson</a></span></strong><span lang="RU">, è stato psicoanalista e direttore degli Archivi Sigmund Freud, autore di numerosi saggi tra i quali il recentissimo ’<a href="http://www.saggiatore.it/home_saggiatore.php?n=4&amp;a_id=431&amp;l=it" target="_blank">Cosa c’è nel tuo piatto?</a>’ edito in Italia dal Cairo Editore. Proprio in questo saggio, Masson analizza approfonditamente le attuali dinamiche che portano i cibi dentro i nostri piatti. La realtà descritta con una franchezza disarmante, è naturalmente quella americana </span><span>ma non credo che</span><span lang="RU"> il lettore europeo possa coscientemente dissociarsi ritenendo quanto letto ’appartenente a un altro pianeta’. Ne esce un testo duro, grave, dove le logiche del mercato alimentare spadroneggiano sulla vita (poco importa che sia animale in realtà, ’vita’ è già sufficiente come termine, dovrebbe almeno), dove i processi di produzione hanno modificato la qualità del vivere stesso degli animali, anzi, li hanno resi </span><em><span>semplici </span><span lang="RU">oggetti</span></em><span lang="RU"> per il nutrimento umano, spesso senza alcuna logica o reale necessità. Un libro che denuncia insomma, senza girare intorno alle questioni, senza ’mandarla a dire’. Masson ha visitato personalmente (tutt’ora pare lo faccia) allevamenti, fattorie, catene alimentari, battute di pesca. <em>Personalmente </em>nel significato letterale. Masson ha <em>visto</em>. Ha <em>sentito</em> le grida degli animali, ha memoria dei trattamenti, delle piccole ma importanti torture inflitte loro per far si che il tal prodotto sia quello cercato dal compratore ovvero </span><span>sia </span><span lang="RU">come <em>noi </em>lo vogliamo. E vedere tutto questo lo ha profondamente segnato. Jeffrey Moussaieff Masson è diventato vegano e nel corso dei capitoli ne spiega anche le motivazioni, dettaglia tappe e ragionamenti che nel tempo, passando attraverso anni di osservazioni e scelte, lo hanno portato oggi a non sentirsi</span><span> più</span><span lang="RU"> ’complice’ di tutto quello che ora sa </span><span>viene inflitto</span><span lang="RU"> agli animali per dare da mangiare all’uomo, una forma di complicità tra l’alt</span><span>ro</span><span lang="RU"> tacitamente ammessa</span><span>, implicita</span> <span>ne</span><span lang="RU">ll’atto stesso del mangiare. Occhio non vede, cuore non duole, dicono i saggi. Questo è uno degli aspetti che più il libro cerca di demolire. <strong>Sapere per capire, per conoscere</strong> come si arriva al patè che abbiamo sotto al naso, ma anche il tonno in scatola, i petti di pollo e tutto il resto passando per piatti prelibati quanto inutili dal punto di vista nutrizionale.</span><span> Ha scritto Masson: “Non credo che sarei diventato vegano senza una conoscenza diretta di questo tipo.”<span> </span></span></p>
<p><span lang="RU">Ma c’è di più. </span></p>
<p><span lang="RU">Il saggio svela i c.d.’segreti’ dell’incremento produttivo (che in realtà ormai non lo sono più tanto,</span><span> segreti,</span> <span><span> </span></span><span lang="RU">per chi ha voglia di sapere on line certe informazioni</span><span>, armandosi di santa pazienza o buoni motori di ricerca,</span><span lang="RU"> si trovano) ovvero come l’uomo è riuscito ad aumentare i quantitativi attraverso processi subiti dagli animali che vengono dunque, ingozzati, ingrassati, imbottiti di farmaci (che restano </span><span>poi </span><span lang="RU">nei ’prodotti consumati’ finendo ingeriti dall’uomo stesso), reclusi, legati, vengono </span><span>loro </span><span lang="RU">accelerati i ritmi, impediti i movimenti, danneggiati organi o ’parti non utili’.</span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">La realtà narrata da Masson non lascia scampo a </span><span>interpretazioni</span><span lang="RU">. </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">Per nutrirsi l’essere umano non solo ha letteralmente piegato altre specie viventi, destinate a nascere per morire nel dolore, ma &#8211; se questo non bastasse &#8211; si sottopone a ingerimenti continui di sostanze dannose utilizzate in fase di allevamento ma anche dopo, durante i diversi cicli di trasformazione finchè il cibo non assume l’ ’aspetto’ desiderato. </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">Masson argomenta il più possibile, il suo essere vegano, le sue motivazioni personali nate però da anni di osservazioni, riscontri ’reali’ e non teorici quanto possono apparire le pagine di questo libro; Masson dunque non teme confronti. Propone obbiezioni e le confuta. </span></p>
<p><span lang="RU">La stessa definizione di animale, che tanto arrovella il mondo scientifico, medico, la morale e l’etica, viene passata </span><span>attraverso</span><span lang="RU"> uno scanner accurato. </span><span><span> </span></span></p>
<p><span>Senza dubbio ci sono davvero persone convinte che, se gli animali non hanno coscienza della sofferenza che sono costretti a sopportare, allora non dovremmo provare rimorso nell’infliggerla né sentirci costretti a porvi fine. […] … è molto calzante la celebre osservazioni di Jeremy Bentham: « Non dobbiamo chiederci se sono in grado di ragionare o se sono in grado di parlare. Piuttosto, dobbiamo chiederci se sono in grado di soffrire» (pag.24)</span></p>
<p><span>Molti studiosi del comportamento animale e altri biologi considerano insensata la questione della felicità animale. Non possiamo sapere, sostengono, cosa renda felice un animale. <span> </span><br />
(pag.59 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span>Se dunque taluni considerano possibile che </span><span lang="RU">gli animali </span><span>siano </span><span lang="RU">incapaci di provare sentimenti, la loro percezione del dolore </span><span>dovrebbe essere</span><span lang="RU"> relativa, poco significativa. Per quanto </span><span>mi è impossibile</span><span lang="RU"> a</span><span>nche solo</span><span lang="RU"> consideare una teoria del genere, di fatto è la stessa dinamica tutt’ora riscontrabile </span><span>in molti operatori dell</span><span lang="RU">’industria alimentare. Le scritte ’qui alleviamo con amore’ oppure ’ qui si rispettano gli animali’ che pare siano ancora </span><span>appese</span><span lang="RU"> in alcune floride fattorie americane, sono la diretta espressione di una precisa filosofia che ’non vede’ ciò che ha davanti. Che non vuole riconoscere, non deve, le atrocità commesse per un piatto qualsiasi. Che non può neanche permettersi di guardare in faccia una mucca che penzola a testa in giù o una gallina con il becco tagliato per non parlare dei corpi che galleggiano a pelo d’acqua dei pesci finiti nelle reti ma non</span><span> ‘utili’</span><span lang="RU">, quelli che semplicemente si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato e vengono rigettati in mare morti o moribondi.</span></p>
<p><span>A quasi tutte le galline destinate alla produzione di uova viene scorciato il becco quando sono ancora pulcini. Il più delle volte l’operazione viene eseguita con un macchinario elettrico la cui lama rovente taglia metà del becco superiore e un terzo di quello inferiore (al momento non è noto quanti pulcini muoiano per il trauma dovuto all’operazione). La ragione di questo intervento è che altrimenti, dato il sovraffollamento esistente nelle gabbie in cui vengono rinchiuse, le galline finirebbero con il beccarsi e ferirsi a vicenda.<span> </span><br />
Ho chiesto spiegazioni su questa procedura agli uomini che la eseguivano e mi hanno risposto che è come tagliare le unghie a un essere umano. Ma ciò è palesemente falso. Non ci sono terminazioni nervose nelle unghie, mentre ce ne sono molte nel becco delle galline. Sarebbe esatto dire che la procedura equivale a tagliare l’ultima falange delle dita a un essere umano. […] Le terminazioni nervose ricrescono, ma il trauma cambia l’immediata formazione di un neuroma, un groviglio di fibre nervose e tessuto cicatriziale che spesso trasuda escrezioni. […]… il risultato di quell’operazione non può che essere l’insorgere di dolori cronici e acuti.<span> </span><br />
(pag.65 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span>Lo stralcio che ho riportato sopra è uno dei tanti esempi di ‘dinamiche industriali nel moderno mercato alimentare’. Ed è agghiacciante non soltanto per l’operazione in sé quanto per le cause scatenanti e lo schema innescato. Innanzitutto non si deve dimenticare che, nell’esempio di cui sopra, l’<em>obbiettivo</em> da raggiungere era <em>intensificare al massimo la produzione di uova</em>. Per farlo, le galline vengono tenute in spazi ristretti ma in quantità crescenti (minimizzare i costi, massimizzare i profitti, le classiche regole della produttività). Dunque <em>sovraffollamento</em>, e conseguentemente il <em>beccarsi tra loro</em>, che le galline non possono evitare non avendo spazio alcuni entro cui muoversi. E, infine, la soluzione scelta, la pratica di ‘scorciatura dei becchi’ già nei pulcini. Da questa semplice analisi che propongo è facile intuire quanto, le dinamiche industriali che mirano a incrementare i quantitativi minimizzando i costi, hanno trasformato anche le produzioni più semplici in mostruose catene che fagocitano gli animali i cui destini dipendono da quanto possono ‘essere utili all’alimentazione umana’ e da quanto lo possono fare sempre più in fretta e con risultati numericamente in crescita. Logiche che lasciano senza fiato. L’immagine della contadina che prende alcune uova dal giaciglio e tranquillamente se le porta in casa mentre la gallina scorazza nel cortile; quest’immagine è bruciata per sempre.</span></p>
<p><span lang="RU">Dopo la lettura di questo saggio credo sia più semplice capire la rabbia che trapela da alcuni personaggi di ’Aiutami’, quella ferocia che Grugni ha rivesato sulla storia, </span><span>dentro le voci</span><span lang="RU">, Masson la trasforma in logica, in fatti se non proprio oggettivi quanto meno ’registrati’, concreti quanto basta per rifletterci senza la facile copertura da ’tanto è un romanzo, è tutto finto, esagerato per copione’.</span></p>
<p><span>Al diventare vegetariano o vegano, poi, Masson dedica l’ultimo capitolo. Una sorta di diario, resoconto delle sue esperienze, scelte motivate e suggerimenti nutrizionali mai gratuiti, piuttosto supportati dalle considerazioni scientifiche di istituzioni, enti e organizzazioni americane ma soprattutto dal buonsenso.<span> </span>Non meno intenso e coinvolgente è il penultimo capitolo che affronta, smonta e spoglia le ‘negazioni’ in ogni forma, approccio e logica. E’ possibile non essere d’accordo con le argomentazioni, ma evitare di rifletterci, davvero difficile.</span></p>
<p><span>Quando questa negazione viene sottoposta alla nostra attenzione, chiamiamo in causa una serie di cliché per giustificare l’uccisione di altre creature. In effetti questo ricorso ai cliché è già di per sé una prima difesa, un modo per non riflettere davvero sull’argomento. Eccone un parziale elenco: 1) Gli uomini sono onnivori, lo sono sempre stati e sempre lo saranno, 2) Ha un buon sapore, 3) Abbiamo bisogno della carne per vivere in salute, 4) Gli animali si mangiano l’un l’altro, perché non dobbiamo fare lo stesso? …<span> </span><br />
(pag.161- Chi c’è nel tuo piatto?) </span><span lang="RU"><br />
<!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br />
<!--[endif]--></span></p>
<p><span lang="RU">Altra ‘controversa questione’ scatenata da ’Aiutami’ è la <strong><em>speranza</em>.</strong> L’happy end che non c’è (considerato invece politically correct in narrativa e in generale nelle storie ‘raccontate’) ma non solo. Il senso di crollo, di annegamento lento ma costante, inevitabile quanto faticosa ammissione che l’essere umano ‘si’ sta affogando, aggrappato alla cieca-sorda-muta convinzione di essere ‘superiore’ all’animale. Un messaggio forte, estremo forse anche. Dunque fraintendibile. Che porta con sé un’altra etichetta pericolosa, secondo me: quella di ‘libro eccessivo, non costruttivo’. Come se il punto fosse lo stupire per forza. </span></p>
<p><span lang="RU">Noi non abbiamo più voluto passare per animali, esseri così carnali, ma solo uomini evitando altri eteronomi. E nella mutazione semantica non c’è stata metempiscosi ma solo cirrosi. Ma l’anima è rimasta a loro, a noi, è scritto nella fenomenologia della nostra etimologia, l’humus, la terra, la materia, lo spirito perso già al primo capoverso.</span><span><span> </span></span> <span><br />
</span><span lang="RU">(pag.21, corrispondenza con il Maestro, Aiutami) </span></p>
<p><span lang="RU">«Dimmi perché mi hai chiamato» </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">«Per dirti che ti amo e che se ti diranno che ero fuori di me avranno ragione ma non avranno capito niente. In questa società chi è in sé è chiuso dentro se stesso, è in un circolo chiuso dal quale non può sfuggire. Per vivere, bisogna essere fuori di sé, fuori da se stessi, solo in questo modo ci si può vedere, ci si può comprendere. […]» </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">(pag.119 &#8211; Aiutami) </span></p>
<p><span lang="RU">Non c’è l’happy end, dicevo, ci sono puntuali e precisi abbozzi di denunce, i personaggi ‘credono’ e decidono di agire. Decidono di trasferire sulla carne le grida degli animali, quel ‘salvami’ che è un loop straziante, ma ancora non abbastanza assordante, pare. Allora chiudendo il libro mi sono domandata: tutto questo è un’onda che si infrange e non lascia tracce? Non serve insomma, sapere e lottare? E’ questo il messaggio di Riccardo (del romanzo)? Perché c’è una frase che mi è rimasta impressa, una frase che qui ripropongo decontestualizzata per non svelare nulla della trama: </span></p>
<p><span lang="RU">Credi che ci sia ancora qualche racconto sopra le nuvole? </span><span><span> </span><br />
</span><span lang="RU">(pag.115, voce di Richy &#8211; Aiutami) </span><span><br />
</span></p>
<p><span lang="RU">In ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ non mi sento di affermare che si propone una versione della vita senza speranza. Jeffrey Moussaieff Masson ripete più volte nel saggio </span><span>che </span><span lang="RU">le scelte sono appunto scelte. Ma in quanto mutevoli, modificabili, possono contribuire a interrompere o almeno rallentare i potenti processi industriali che stanno distruggendo il pianeta. </span></p>
<p><span>Ogni pasto è come l’espressione di un voto. Possiamo fare la differenza con ogni boccone. Non possiamo scegliere di ignorare l’argomento, di pensare che non ci riguardi. Perché ci riguarda eccome.§<br />
Come individui, siamo programmati per non fare troppe domande su ciò che la società reputa indispensabile per la propria sopravvivenza. […] Riconoscere l’impatto sull’ambiente significa uscire dalla gabbia delle consuetudini quotidiane. Abbiamo bisogno di studiare per prendere atto di qualcosa che finora siamo stati incoraggiati e abituati a ignorare.<span> </span><br />
(pag.56-57 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span lang="RU">Di certo non ne esce un’immagine facile, di questo nostro vivere oggi dove l’abitudine è non sapere. Fermarsi al supermato, nei negozi, riempire carrelli di prodotti di ogni tipo (freschi ma anche scatolette, sacchetti, surgelati, ingredienti elaborati) e dopo la cassa correre a casa a ingrassare dispense e frigoriferi fino al prossimo pasto. Ma del ’come’ quei prodotti sono diventati tali, chi li ha realizzati e soprattutto in che modo. No, di tutto questo non si parla. Meglio non pensare al naso del maiale, agli occhi del cavallo, alle pinne lucide del pesce, e così via. Meglio continuare a fingere che sono rari i casi in cui si inniettano cortisonici o altri intrugli chimici che poi restano nell’animale e finiscono nei nostri stomaci o in quelli dei nostri figli. Meglio si, ma per chi davvero? </span></p>
<p><span>Nessun animale addomesticato, tranne forse il gatto, conduce il tipo di vita cui lo ha destinato la natura. Tutti i cambiamenti che gli uomini sono riusciti a effettuare, soprattutto tramite gli allevamenti selettivi, non mirano al beneficio dell’animale: siamo noi a trarne beneficio, mentre l’animale ne subisce le conseguenze. Questo significa che se ci preoccupiamo per la sofferenza degli animali e per la qualità della loro vita dobbiamo smettere di mangiare tutti i prodotti di derivazione animale? Temo di si: personalmente, non vedo altre conclusioni possibili. Dico ‘temo’ perché mi rendo conto di quanto una scelta del genere sia lontana dalle convinzioni e dalle abitudini di tante persone.<span> </span><br />
(pag.103 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span></p>
<p><span lang="RU">Masson però, seppure nelle descrizioni puntuali, tra analisi spiazzanti e logiche serrate, non cerca allarmismi insensati, secondo me. Non è tanto </span><span>l’esagerazione</span><span lang="RU">, l’intento primario, quanto colpire duro per scatenare una reazione qualsiasi, purchè sia una reazione, qualcosa di diverso dall’attuale ignoranza che è tacita approvazione.</span></p>
<p><span>Gli animali patiscono le pene dell’inferno a causa della nostra ignoranza. Il minimo che possiamo fare è ridurre questa ignoranza.<span> </span><br />
(pag.104 &#8211; Chi c’è nel tuo piatto?)</span><span lang="RU"> </span><br />
<a href="http://www.agoravox.it/Animali-umani-e-visioni-parte-II.html" target="_blank">Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.</a></p>
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