Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

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Mancassola Marco: il ventisettesimo anno

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Il ventisettesimo anno’ riunisce due racconti, riadattati per quest’ultima pubblicazione con Minimum Fax, come spiega lo stesso Mancassola nella ‘nota dell’autore’ in coda. Il primo, che determina il titolo del piccolo libro, è stato pubblicato la prima volta nel 2004 (ma scritto tra il 2000 e il 2001), il secondo ‘Dov’è finita la realtà’ nasce nel 2004 come “commento narrativo”, scrive Mancassola, ‘a un quadro’.

Due racconti dunque diversi per tempistiche e genesi. Eppure riuniti in questa pubblicazione. Due racconti sul sopravvivere, sottotitola il volume. Francamente chiudendo le settantatre pagine (il termine piccolo libro usato sopra si riferiva a questo), chiudendole insomma ho pensato che l’epicentro delle tessiture è ‘la morte’. Ricordata, rielaborata, vissuta, raccontata, immaginata, attesa, considerata, temuta (più dal lettore, in effetti). Morte comunque come punto di transizione, fase ‘di mezzo’ da cui anche ‘sopravvivenza’ però con una precisa mano allungata verso ‘quella fine’, una sorta di leitmotiv rumoroso, sottofondo che ruba spesso e facilmente inquadratura e attenzione.
Al di là della ‘nota dell’autore’, si sentono le fratture tra i due racconti, le differenze negli sviluppi, le voci e le storie che prepotenti irrompono.

Stilisticamente ci sono caratteristiche, di questa scrittura di Mancassola ormai non più recentissima ma decisamente consapevole, che meritano alcune brevi annotazioni.

Il ritmo è un elemento pressoché costante. Ed è notevole notare come sia stato reso attraverso due diverse strutture ovvero avvalendosi dell’alternanza tra frasi brevi e ravvicinate, spesso proprio fulminanti e il suo quasi-contrario. Quasi-contrario perché il periodare lungo si compone sempre di frasi brevi unite da una punteggiatura sapientemente dosata a regolarne la cadenza, l’incedere sciolto, preciso ed efficace. Di solito si tratta di virgole, ogni tanto sequenze di ‘e’. In ogni caso l’effetto nell’insieme regge e non appesantisce proprio perché resta un assemblaggio di tratteggi semplici, rapidi anche nelle comprensioni.

Al supermercato, sotto le luci oleose dei neon, nell’aria umidiccia proveniente dai banchi frigo, nell’assenza di odori della corsia di prodotti in scatola, loro due riempirono il carrello.
(Pag.29)

Nell’esempio sopra da notare le quattro ‘virgole’ e l’incedere ritmato che fornisce informazioni sensoriali con puntualità senza disperdere l’attenzione.

Le descrizioni sono precise spennellate che pongono accenti senza rincorrere il fiato di chi legge. L’impressione è che sotto ci sia stato un lavoro di ricerca, selezione e accurata scrematura dei termini con l’intento preciso di mantenere incollaggi senza rinunciare allo spennellare che è atto creativo.

Altro elemento che si ripete è l’uso del  ‘come’ che è associazione tra un’immagine o un’azione esterna alla trama principale, usata per chiarirne sensi o intensità. In effetti, di paragoni ce ne sono molti, seminati in entrambi i racconti. Sono descrizioni nelle descrizioni, virate periodiche, cadenzate, che il lettore finisce per attendere, cercare, perchè sviluppano dettagli o angoli di dettagli.

Un po’ era traboccata, bagnandomi mano e polso, lasciando un senso di umido, vagamente bruciante, come la pelle del volto dopo aver pianto. […] Io e i miei colleghi abbiamo iniziato a scavare, mentre lei ci guardava a distanza, e solo quando ho notato il nome del bambino sulla lapide ho finalmente collegato, come quando infili una spina nella presa.(pag.61 – da notare anche qui l’uso della punteggiatura)

Gli incidenti si legavano l’uno all’altro come le punte di uno stesso iceberg, facendo apparire il mare in mezzo come una pozza provvisoria, una patetica copertura.
(pag.13)

Altra caratteristica ricorrente sono le ripetizioni come agganci tra frasi e sensi vicini, amplificando l’incedere e la percezione del periodare stesso. Non è un uso eccesivo, quello della ripetizione, due, tre volte al massimo, eppure il loro inserimento all’apparenza casuale è decisamente abile, centrato ‘sul’ narrare.

Sembrava incredibile che quei prodotti potessero avere un gusto. Sebbene fossero i soliti. Sebbene ogni cosa fosse uguale a sempre, i pensionati con la lista della spesa in mano, le casalinghe in tuta da ginnastica…
(pag.29)

A questa vocazione all’assenza, all’altrove eterno, Hans ha dovuto un giorno piegarsi. La capacità di immaginare in mille modi la propria morte, la morte dei suoi cari, la morte del suo paese: anche questo è il suo talento.
(pag.51)

Credimi, disse, mentre beveva un ennesimo sorso di birra, e i suoi occhi si facevano ancora più lucidi. Credimi, ripeté, non sono ubriaco, è una storia che conosco davvero. Ti credo, dissi io, a mia volta bevendo un goccio…
(pag.57, incipit del secondo racconto)

——

Prossimamente la seconda pillola.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 28, 2009 alle 4:14 pm

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Franchi Gianfranco – Monteverde

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Monteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, ‘prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in ‘Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
‘Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il già accennato ‘Disorder’, passando per ‘Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile ‘fisso’ quanto meno stabile, la possibilità dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della società che lo circonda, di questo ‘Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno ‘spot’ di ciò che il lettore affronterà, e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (‘lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontà, la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei ‘sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene più grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. È chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì – cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilità che non ha sapore né odore, senza ‘quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)

È un romanzo amaro, ‘Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con ‘Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensità, gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle ‘storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dà modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. È dunque possibile che il lettore perda la ‘strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della ‘Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o ‘Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo ‘Pelle’, ‘Disorder’)

In ‘Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, più spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è ‘un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

Monteverde
di Gianfranco Franchi,
Castelvecchi, maggio 2009
pg.310, Euro 16

Written by Barbara Gozzi

Giugno 19, 2009 alle 2:12 am

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Anticipazione: Un inverno perenne di Riccardo Corazza

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Written by Barbara Gozzi

Aprile 15, 2009 alle 10:18 pm

Vallorani Nicoletta – Si muore bambini

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Si muore bambini’ è una raccolta di racconti, e già questo aspetto – secondo le statistiche – demotiva all’acquisto. Undici racconti per 124 pagine. Undici? Ma scherziamo?

A peggiorare (in apparenza) la situazione c’è un altro elemento che si palesa leggendo, progressivamente impossibile da ignorare. La diversificazione. Ogni racconto è un mondo a parte, perfino la scrittura si tende e si restringe, segue le pieghe e gli spazi della storia in questione, plasmandosi con naturalezza.

Dunque undici racconti, stratificati, imparagonabili tra loro.

E terribili.

Terribili perché in ognuno c’è quel dolore che non conosce consolazione, in ognuno c’è un male spaventoso, che non si vorrebbe conoscere tanto meno ricordare. Sono – si – storie dove comunque qualcosa è morto, come già anticipa il titolo che si concentra su una delle tematiche principali (i bambini) ma che può essere inteso, secondo me, in senso ampio. Si muore.

Non so quanto contino davvero le statistiche, quanto la percezione e il bisogno del lettore di romanzi lunghi, corposi, da coccolare settimane, forse anni, nonché la paura verso lo svelare ombre pressanti; non so quanto tutto questo pesi davvero nella scelta finale, nell’acquisto insomma. Probabilmente molto, i dati di vendita, che sono poi numeri abbastanza precisi di solito, parlano chiaro.

Eppure questo libro è un piccolo gioiello, qualcosa di prezioso, di duro certamente ma allo stesso tempo di magico. Ed è ovviamente un tipo di magia da strega, che si sofferma sul Male, che lo scava a fondo, sbudella mettendone in fila frammenti fumanti. Ma. Non c’è ferocia gratuita, necessità di colpire per il gusto di farlo. Sono storie terribili ma decodificabili. C’è sempre qualcosa, diverso come dicevo sopra, ma evidente che aspetta la giusta chiave di lettura, quella rotazione che permette di aprirne la porta.

Perché l’ultimo elemento dell’equazione è la decompressione, la necessità di ‘tradurre’ questo linguaggio accurato, sottile, tagliente e complesso, la necessità di renderlo non solo comprensibile ma anche assorbibile.

Nella casa dei giochi, le mani sono cattive anche quando vogliono accarezzarti. Il gioco più complicato è imparare a sfuggirle. Se capisci quando le mani stanno arrivando, puoi scappare, ma devi essere molto veloce e girare intorno alle trappole che possono ingoiarti ed evitare di finire nella botola dei sogni assassini e nella stanza dei bambini uccisi e nel giardino degli orchi e nella pozza dei coccodrilli, nel labirinto degli affamati e nella tana di Gretel, che se ti prende ti mangerà.
(pag.12)

Nicoletta Vallorani non ha paura, le scelte che hanno portato questi racconti su carta ne sono un’evidente testimonianza. Non ha paura di non essere letta, peggio, di non essere capita, di finire nella lista dei mediocri mescolatori di carte. Perché l’apparenza qui, tra questa pagine, inganna davvero con facilità.

Non sono racconti rilassanti, tanto meno da pause veloci e spensierate. Alcuni sono effettivamente brevi (se consideriamo l’effettiva lunghezza, alcune pagine appena) ma il punto è un altro. Morendo bambini, tutto ciò che succede dopo è insopportabile.

Dimenticavo un’altra caratteristica, che racconta di un’autrice poliedrica, capace di cimentarsi in narrazioni differenti nelle intenzioni quanto nel risultato finale percepibile: le storie si alternano giocando coi generi. In ‘l’ultimo scatto’ l’atmosfera del triller si inspessisce, la ricerca del colpevole che è carnefice e liberatore è serrata, necessità pura. Mentre in ‘I libri coi denti’ la narrazione si raccoglie, presentando realtà all’apparenza incomprensibili ma che celano l’ennesimo segreto terribile, l’attenzione è verso un tipo di ‘sociale’ che troppo spesso non ha voce (ma denti).

Io sono la strega e Biancaneve, Cappuccetto rosso che si mangia la nonna dopo averla cucinata sul fuoco, Gretel, il fagiolo magico e la Bestia che non è riuscita a far innamorare nessuno e perciò coi suoi denti da tigre malese sbrana i bambini buoni e belli e biondi e normali. E le bambine, pure. Quelle che sanno parlare e vanno a scuola e non mi somigliano per niente.
Perché io sono ritardata. E lei, che lo sa, mi tiene lontana da tutti perché si vergogna, anche se dice di no.
(pag. 57)

‘SnuffMovie’ in cui si ripete la frase che è poi il titolo della raccolta, è un racconto intensissimo, crudelmente reale nello svelare la cattiveria che gli indifesi subiscono, nel raccontare con dovizia di dettagli sapienti fin dove si può spingere la natura umana. Decisamente impossibile da dimenticare.

Così il tizio arriva e mi dice: “Ehi, si fa un po’ di movimento, piccoletta?”
Scommetto che ha visto il tulle e si è fatto delle idee. E’ colpa del mio vestito da ballerina. Uno lo guarda e pensa: questa viene via facile. Il mondo è pieno di poveri fessi che aspettano solo di vedere una bambina solitaria per saltarle addosso. Ma la bambina ha i denti. Questa bambina, cioè, ha imparato a mordere e si è fatta equipaggiare allo scopo.
(pag.85)

Infine gli ultimi tre racconti, dai sapori e colori precisi, difficili, sono dedicati a persone e momenti del nostro passato recente, sono tentativi di entrare in porte chiuse da troppo tempo, tra sentimenti, mali e colpe che vorrebbero sparire ma le memorie – fortunatamente – ancora resistono. ‘Libero in freezer’ (Ricordando Piazza Fontana). ‘Sono io quello’ (Questo è per Carlo Giuliani, e non è abbastanza). ‘La stanza vuota’ (Questo è per Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. Per non dimenticare).

Un libro che andrebbe regalato agli adulti morti bambini, ma anche a quelli che non credono nel male così profondo o che lo ignorano, voltano la faccia.

Un libro difficile, certo, non immediato, complesso in alcuni suoi nodi centrali, probabilmente non adatto a tutte le letture. Ma decisamente importante. Proietta, ricostruisce, descrive senza risparmiarsi, analizza e capovolge realtà di una crudeltà che paralizza. Ma è un processo che si tende alla comprensione, che non vuole solo ferire, che non cerca l’effetto speciale per strappare un ‘ohhhh’ di rito. E’ una narrazione prepotente per necessità, che spennella linguaggi forti e accurati per togliere (agli adulti, che sono stati bambini e spesso non lo ricordano) gli occhiali da sole e i sorrisi gommosi glitterati.

Una delle letture più coinvolgenti e sconvolgenti che ho affrontato negli ultimi mesi.

Il dottore pensa che è ora di smetterla con questo mestiere. Non gli fa bene. Non si può salvare il mondo.
Finalmente riesce a voltarsi, e apre la finestra. Ci vuole una boccata d’aria. Il vento entra, e con quello una piuma. Il dottore la prende, la stringe tra le dita, la guarda, e poi la deposita sul davanzale. Il vento la afferra di nuovo e la porta via.
Libera.
(pag.21- racconto ‘Alice dei sogni’)


Si muore bambini di Nicoletta Vallorani
PerdisaPopo collana ‘WalkieTalkie’
Isbn: 978-88-8372-392-6
Euro 12,00 – pag.124

Written by Barbara Gozzi

Marzo 16, 2009 alle 2:48 am

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Del disegnare (con John Berger)

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Premessa: da bambina – ragazzina ’si diceva’ che ero portata per le arti grafiche ovvero disegnare, dipingere con tecniche varie soprattutto tempere, acquerelli e carboncini. Ho dei bei ricordi di quel periodo, quando ogni nuova lezione (specie alle medie inferiori) era una scoperta, un’energia propulsiva (in una classe sovraffollata, piena di odori non proprio gradevoli e schiamazzi vari). Ricordo che facevo infinite prove, a casa, nella mia cameretta-rifugio. Provavo e riprovavo, convincevo mia madre a comprarmi attrezzature professionali costose pur di continuare, andare avanti, mettermi alla prova.
In seguito, frequentare un Istituto Tecnico Commerciale ha bloccato tutto. Più o meno com’è successo a mia madre. Anche lei dipingeva, disegnava, faceva schizzi e tratteggiava con una precisione e decisione che (lo ricordo bene) anche dopo, quando io ero già una ragazzina, continuava a sorprendere. Anche lei ha frequentato il mio stesso indirizzo di studi, più per imposizione in realtà, perché una ragazza con poche possibilità economiche non poteva di certo dedicarsi a ‘futilità’ inconcludenti (dal punto di vista lavorativo, di ipotetici sbocchi professionali insomma). Erano gli anni settanta. Oggi non ne parla mai. Della non scelta. Oltre tutto lei è negata per i numeri per cui tutt’ora i conti li fa mio padre. Però quand’ero ragazzina ricordo che sorrideva, ricordando la remota possibilità di frequentare l’istituto d’arte.
Comunque.
Sono più di dieci anzi, forse quindici anni che non ‘lavoro di mani per creare immagini’.

Sto leggendo un libro di John Berger, questo, che raccoglie alcuni suoi scritti a proposito del disegnare, della filosofia del disegnatore, dei diversi approcci, e in generale dell’uso della mano su un foglio bianco per imprimere linee.
E non credevo, davvero, che ne sarei rimasta così colpita.
Sembrano blablabla inutili, inconsistenti, spiegati così, me ne rendo conto. Ma spero di poterne scrivere con più calma in futuro.
Ci sono tanti modi di disegnare.
Che non hanno nulla a che fare con il risultato finale. Non si tratta di classificare un’opera come, invece, si fa di continuo per i dipinti. Un disegno è un atto più ‘privato’, che può avere finalità diverse eppure non ci si aspetta di vedere una rappresentazione peculiare della realtà (sia in esso raffigurato un paesaggio, un dettaglio, un corpo o un oggetto).

Quello che vedete qui accanto è un disegno fatto dallo stesso Berger (che, in pratica, disegna da sempre).
Ed è anche la copertina originale del libro che sto leggendo (l’immagine è stata mantenuta, seppure rimpicciolendola) anche nella versione italiana.

Dentro il libro, ci sono molti disegni, che accompagnano e (a tratti) spiegano, chiariscono, gli scritti di Berger e anche questo mi piace immensamente.
Saggiare con gli occhi quello che le parole tentano di denudare, decodificare anzi.

Berger è capace di interrompere una cena o una conversazione per tirare fuori il suo blocco e mettersi a disegnare un volto o un dettaglio. E lo fa spinto da un bisogno incontenibile. Ce ne sono tracce tangibili anche nel testo di tutt’altra natura ‘Abbi cara ogni cosa‘ (Fusi Orari, 2007). Lì Berger ha lasciato il disegno di un volto femminile, Alexandra, a cui ha aggiunto delle frasi, in un’evoluzione delle contaminazioni tra significati e tratteggi. L’oggettività che si deforma in una trasposizione soggettiva alimentata da tratti e parole. Qui sotto ripropongo il disegno di Alexandra anche se, purtroppo, le dimensioni e la qualità dell’immagine che ho trovato on line non gli rendono giustizia, non è possibile leggere le frasi.


On line ho, anche, trovato il brano che si riferisce a questo disegno, pubblicato nel libro ‘Abbi cara ogni cosa’ appunto. E’ in inglese ma merita davvero. In particolare il finale è un messaggio per chiunque scrive:

“I look again at Alexandra’s face as she sat in the garden and I recall a sentence by Anton Chekhov, who was also a doctor. “The role of the writer is to describe a situation so truthfully… that the reader can no longer evade it.” We today with our lived historical experiences, which the political machines are trying to erase, have to be both that reader and writer… it’s within our power.”

Il testo completo dello scritto (sempre in inglese) QUI.

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Annotazioni apparsi sulla rubrica ‘Moleskine’ nell’Emagazine Declinate.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 15, 2008 alle 2:53 am

Boschetti Caterina – Il libro nero dei bambini scomparsi

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Questo libro è un inchiesta. Penso sia questa la parola chiave che il lettore dovrebbe tenere a mente mentre legge.
Da wikipedia: L’ inchiesta è un procedimento investigativo teso alla scoperta della verità su di un fatto accaduto.
Essa può essere giudiziaria se condotta da un magistrato con la collaborazione della polizia giudiziaria, oppure giornalistica se portata avanti da un cronista.

Non è dunque un romanzo che vuole raccontare storie strappalacrime. Ci sono tante storie dentro le pagine ma sono frammenti di centinaia di documenti, articoli, rapporti, interviste, rielaborazioni e statistiche. Sono storie vere, raccontare ‘fin dove è possibile’, fin dove è permesso, fin dove ci è dato da sapere.
Caterina Boschetti, classe 1977, è una giornalista che raccoglie, unisce. Niente di più. Perché niente di più può fare.
Ogni tanto si sente la sua voce, la necessità di urlare contro realtà che dovrebbero scuoterci fino alle viscere invece ci lasciano indifferenti o quasi. Se ne discute pochissimo, meno ancora li si nomina – questi crimini disumani – addirittura molti adulti neanche vorrebbero sentirli nominare.
Penso che la vera natura di una società si rintracci proprio in quelle dinamiche che colpiscono i più deboli, è nel ‘come’ si reagisce, interviene, aiuta il ‘debole’ che possiamo misurarci. E’ li che ci sveliamo per quello che siamo. E credo che, al di là dei documenti in esso contenuti, in questo libro emerge con una crudezza disarmante che siamo animali senza anima, che colpiamo perfino – soprattutto – gli indifesi per eccellenza, i bambini ma che, oltre tutto, non reagiamo proporzionatamente, non puniamo, difendiamo e tentiamo di evitare a dovere. In Italia, quanto meno, siamo ancora allo sbando.
Ci sono molti documenti complicati, storie lasciate a metà, raccontate con quel velo, quella patina che ogni giorno emerge anche attraverso il filtro dei media. Ma non potrebbe essere altrimenti, credo. E non si può incolpare l’autrice, secondo me. Ha un grande merito, che va riconosciuto, l’aver dedicato approfondite ricerche all’argomento, l’aver strutturato una vastità di tematiche legate da fili rossi sottili che di solito si cancellano furtivamente. L’aver riunito tutti questi documenti è un buon punto di partenza. Se non altro per riflettere.
Scompaiono moltissimi bambini in Italia. Nel mondo. E non starò qui a mettere cifre perché le liste della spesa non hanno sapore tanto meno odore. Sono i fatti che contano. E non solo – anzi soprattutto – quelli NON mediatici.
Ci sono bambini che scompaiono senza che l’opinione pubblica se ne accorga. Perché certi bambini neanche esistono, non hanno codice fiscale o altro.
Poi ci sono quelli che esistono ma all’improvviso non si trovano più. E spessissimo sono stranieri. Quelli che cercando una famiglia cadono in trappole mortali. Quelli che nascono già destinati a essere ‘pezzi di ricambio’ in famiglie talmente povere dove è necessario sacrificare un figlio (di solito l’ultimo) per dare da mangiare a tutti gli altri.
E così si potrebbe continuare a lungo. Perché la morte non è l’unico destino che possono incontrare questi bambini scomparsi.
In conclusione è un inchiesta, non un romanzo, è un testo da studiare, analizzare, non deve rilassare, divertire o strappare lacrime sporadiche. E’ un insieme di documenti scottanti per quanto incompleti, lasciati alle sospensioni del tempo e dei potenti. Ma andrebbe tenuto a disposizione. Per la consultazione. Sfogliato. Lette piccole parti con calma, assorbito e decodificato.
Non so se mai sarà possibili arrivare in fondo a ‘una’ verità in un mondo dove tutti coprono un pò, celano, si arricchiscono e tacciono. Non credo.
Ma non si può ignorare in eterno, fingere che non, girare la faccia.
E questo libro tenta, appunto, di alzare il volume.

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Da Panorama del 24 Maggio 2008:

“Un bambino scomparso è una fotografia che non invecchierà mai”. Per Caterina Boschetti, giornalista e autrice de Il libro nero dei bambini scomparsi (Newton Compton editori, 430 pagine) in libreria dal 29 maggio, è venuto il momento di togliere quelle foto dal cassetto e ricordare a tutti un dramma troppo spesso sottovalutato. Dopo Il libro nero delle sette in Italia (sempre Newton Compton), Boschetti racconta il mondo dell’infanzia negata e dà un volto a tutti quei bambini spariti nel buio. Che non sono pochi: secondo il rapporto annuale del Viminale sono 23.545 le persone sparite nel 2007, tra esse 9.710 sono minori. Le cause vanno dalla fuga volontaria al sequestro da parte di uno dei genitori, dalla riduzione in schiavitù al traffico di organi, dalla pedocriminalità al rapimento per scopo di estorsione.
Come è nato questo libro inchiesta?
Ho iniziato con una ricerca storica del fenomeno: a partire da Paolo Ratti, il primo bambino scomparso nel 1963 , ai sequestri di Farouk Kassam e Augusto De Megni. Ho cercato di raccontare questa piaga attraverso le testimonianze dei familiari delle persone scomparse e mai più tornate a casa, da Paolo Onofri, il padre del piccolo Tommy, a Luciano Paolucci, genitore di Lorenzo, il bambino sequestrato e ucciso dal mostro di Foligno. Con l’aiuto dell’Interpol, della Polizia di Stato e Postale, ma anche grazie al Ministero dell’Interno e della Giustizia ho analizzato i dati e i singoli casi.
Cosa è emerso?
Che c’è poca informazione. Se non fosse per la trasmissione Chi l’ha visto, oggi in Italia quasi non si parlerebbe di persone scomparse. Non esiste un numero verde per i bambini scomparsi, nè una banca centrale degli obitori e dei dati nazionali del dna. Manca un fondo per le vittime e le loro famiglie: anche stampare volantini costa. Non basta indignarsi quando scompare un bambino, altri Paesi hanno avviato sistemi per aiutare queste persone e noi dovremmo prendere esempio da loro. E poi volevo sfatare i luoghi comuni.
Quali?
Raccontare che non esistono solo i casi terribili di Denise Pipitone e Angela Celentano, ma mille altri come lo scenario tremendo del mondo nomade: un bimbo rom rende dai 500 ai mille euro al giorno, e così vengono venduti e usati per accattonaggio e borseggio.
Cosa spera da questo libro?
Che la gente si sensibilizzi al problema. Il 25 maggio è la Giornata internazionale dell’infanzia negata. Chi scompare lascia un segno indelebile. Non cancelliamo il problema con l’indifferenza.

Written by Barbara Gozzi

Luglio 27, 2008 alle 8:25 am

Pubblicato in 2008, Uncategorized

Il rosso dal nero

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Il rosso era il suo colore preferito.
Era, almeno credo.
Aveva tinto perfino i capelli, di un rosso biondiccio che su di lei era qualcosa di pazzesco.
Ci sono molte cose rosse, in giro. Non ci avevo mai fatto caso.
Non prima di entrare in quel bagno, vederla là, per terra.
Dopo tutto, forse non era il suo colore preferito. A Roxy piaceva più o meno di tutto. Purché fosse divertente e leggermente fuori dalle regole.
Leggermente.
Però, se ci penso adesso, non lo so. Non sono più sicura.
La verità è che non ci vedevamo più come prima
Prima di.
E mi manca
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Una delle mie tre storie importanti si chiama ‘Il Nero’ (titolo provvisorio, naturalmente).
E di recente sono tornata, li ho ritrovati tutti lì, ad aspettare, premere e reclamare.
Queste parole nascono appunto da questo ritrovarsi. Da un personaggio – Sara – e da un altro – Rossella -, due donne diverse. Diversissime. Che si incrociano.
Certi legami restano anche quando smettiamo di cercarli, crederci.

Barbara

Written by Barbara Gozzi

Luglio 26, 2008 alle 3:44 am