Archive for Ottobre 2009
Alajmo Roberto: intervista
Raggiungo telefonicamente Roberto Alajmo, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.
Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo on line del 17 Luglio (sopra citato) dove si nomina il romanzo di Nicola Gardini, gli chiedo curiosa: “Ti vengono in mente altri titoli, autori, che hanno subito lo stesso non trattamento divulgativo in Italia?“.
Ma tutto questo vale per un certo tipo di narrativa, quando le storie sono storie, più o meno frutto della mente dell’autore, senza la precisa intenzione di raccontare realtà concrete, come nel caso di ‘I Baroni”.
E mi propone alcuni esempi di articoli pubblicati perché scritti da questo o quel critico, dove l’uso linguistico si flette secondo regole non convenzioni e dove non esiste correzione possibile né da parte dell’autore tanto meno del redattore del caso. “La situazione in Italia è anchilosata, c’è una reiterata impossibilità a selezionare i libri secondo criteri super partes, figuriamoci scatenare ragionamenti o dibattiti che non risultino geriatrici o già visti. C’è a monte un problema legato al percorso di chi arriva a occuparsi di cultura tra le pagine delle testate giornalistiche”.
L’apatia, il senso di rassegnazione da omologazione, quel ventriloquare il detto da altri per non dover pensare; tutto questo c’è, pulsante e pesante, nella società italiana ma non è ancora il tutto. Allora i silenzi, le storie che non sono solo favolette ma anche gli intrattenimenti che ricaricano, loro, nascono e si espongono per stuzzicarci. Ci sfidano. Quanto ne siamo effettivamente consapevoli, non saprei.
Grugni e Masson – analisi tra animali, umani e visioni
Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante per capire che i vampiri esistono e sono gli umani tutti.
(pag.102 – Aiutami di Paolo Grugni, Barbera Editore, 2008)
Come già spiegato nella prima parte, qui, ’Aiutami’ di Paolo Grugni racconta la storia di cinque amici, animali, decisi ad agire per smuovere le coscienze, pronti a un atto estremo, forte e rischioso pur di ’lasciare un messaggio’, di incrinare almeno un pò il muro di silenzio, indifferenza e menefreghismo che sentono attorno a loro. Gli animali, dunque, sono il motivo scatenante. O meglio. La considerazione e i trattamenti a loro destinati per mano umana, lo sono Nel romanzo di Grugni, dunque, emergono due principali macro tematiche, capaci di scatenare dibattiti quanto alzate di spalle e risate ironiche. L’alimentazione e la speranza.
Essere o diventare vegetariano o vegano. L’argomento prende forma lentamente – forse – perché non è lì che Grugni vuole focalizzare tutta l’attenzione. Eppure si sono scatenate diverse reazioni, dopo l’uscita del libro, essendo un dibattito ancora aperto, controverso nei contenuti quanti nelle sfumature. Prima di tutto vegano (sito utile: vegfacile.info ) non è sinonimo di vegetariano ( sito utile: vegetariani.it ), in quanto il primo non elimina dalla dieta solo carne e pesce bensì tutti i possibili derivati (latte ad esempio) nonché ogni prodotto che per essere ottenuto ha implicato abusi di qualsiasi tipo verso gli animali. Sottili differenze, sostiene qualcuno, che sono però sostanziali differenze nella vita pratica da cui i pareri tutt’ora contrastanti di nutrizionisti e medici. Ma, come accennavo sopra, il romanzo non è un inno verso specifici regimi alimentari fini a se stessi, una mera presa di posizione motivata, piuttosto la denuncia di un elenco – lungo, molto lungo – di comportamenti, modi di vivere, acquistare e consumare senza alcun rispetto tanto meno consapevolezza di quanto gli animali gridano ogni giorno ‘aiutami’, diventano trascurabili parti del ciclo (alimentare quanto ludico o commerciale). Strumentalizzare un romanzo come questo è fin troppo facile, io credo.
Jeffrey Moussaieff Masson, è stato psicoanalista e direttore degli Archivi Sigmund Freud, autore di numerosi saggi tra i quali il recentissimo ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ edito in Italia dal Cairo Editore. Proprio in questo saggio, Masson analizza approfonditamente le attuali dinamiche che portano i cibi dentro i nostri piatti. La realtà descritta con una franchezza disarmante, è naturalmente quella americana ma non credo che il lettore europeo possa coscientemente dissociarsi ritenendo quanto letto ’appartenente a un altro pianeta’. Ne esce un testo duro, grave, dove le logiche del mercato alimentare spadroneggiano sulla vita (poco importa che sia animale in realtà, ’vita’ è già sufficiente come termine, dovrebbe almeno), dove i processi di produzione hanno modificato la qualità del vivere stesso degli animali, anzi, li hanno resi semplici oggetti per il nutrimento umano, spesso senza alcuna logica o reale necessità. Un libro che denuncia insomma, senza girare intorno alle questioni, senza ’mandarla a dire’. Masson ha visitato personalmente (tutt’ora pare lo faccia) allevamenti, fattorie, catene alimentari, battute di pesca. Personalmente nel significato letterale. Masson ha visto. Ha sentito le grida degli animali, ha memoria dei trattamenti, delle piccole ma importanti torture inflitte loro per far si che il tal prodotto sia quello cercato dal compratore ovvero sia come noi lo vogliamo. E vedere tutto questo lo ha profondamente segnato. Jeffrey Moussaieff Masson è diventato vegano e nel corso dei capitoli ne spiega anche le motivazioni, dettaglia tappe e ragionamenti che nel tempo, passando attraverso anni di osservazioni e scelte, lo hanno portato oggi a non sentirsi più ’complice’ di tutto quello che ora sa viene inflitto agli animali per dare da mangiare all’uomo, una forma di complicità tra l’altro tacitamente ammessa, implicita nell’atto stesso del mangiare. Occhio non vede, cuore non duole, dicono i saggi. Questo è uno degli aspetti che più il libro cerca di demolire. Sapere per capire, per conoscere come si arriva al patè che abbiamo sotto al naso, ma anche il tonno in scatola, i petti di pollo e tutto il resto passando per piatti prelibati quanto inutili dal punto di vista nutrizionale. Ha scritto Masson: “Non credo che sarei diventato vegano senza una conoscenza diretta di questo tipo.”
Ma c’è di più.
Il saggio svela i c.d.’segreti’ dell’incremento produttivo (che in realtà ormai non lo sono più tanto, segreti, per chi ha voglia di sapere on line certe informazioni, armandosi di santa pazienza o buoni motori di ricerca, si trovano) ovvero come l’uomo è riuscito ad aumentare i quantitativi attraverso processi subiti dagli animali che vengono dunque, ingozzati, ingrassati, imbottiti di farmaci (che restano poi nei ’prodotti consumati’ finendo ingeriti dall’uomo stesso), reclusi, legati, vengono loro accelerati i ritmi, impediti i movimenti, danneggiati organi o ’parti non utili’.
La realtà narrata da Masson non lascia scampo a interpretazioni.
Per nutrirsi l’essere umano non solo ha letteralmente piegato altre specie viventi, destinate a nascere per morire nel dolore, ma – se questo non bastasse – si sottopone a ingerimenti continui di sostanze dannose utilizzate in fase di allevamento ma anche dopo, durante i diversi cicli di trasformazione finchè il cibo non assume l’ ’aspetto’ desiderato.
Masson argomenta il più possibile, il suo essere vegano, le sue motivazioni personali nate però da anni di osservazioni, riscontri ’reali’ e non teorici quanto possono apparire le pagine di questo libro; Masson dunque non teme confronti. Propone obbiezioni e le confuta.
La stessa definizione di animale, che tanto arrovella il mondo scientifico, medico, la morale e l’etica, viene passata attraverso uno scanner accurato.
Senza dubbio ci sono davvero persone convinte che, se gli animali non hanno coscienza della sofferenza che sono costretti a sopportare, allora non dovremmo provare rimorso nell’infliggerla né sentirci costretti a porvi fine. […] … è molto calzante la celebre osservazioni di Jeremy Bentham: « Non dobbiamo chiederci se sono in grado di ragionare o se sono in grado di parlare. Piuttosto, dobbiamo chiederci se sono in grado di soffrire» (pag.24)
Molti studiosi del comportamento animale e altri biologi considerano insensata la questione della felicità animale. Non possiamo sapere, sostengono, cosa renda felice un animale.
(pag.59 – Chi c’è nel tuo piatto?)
Se dunque taluni considerano possibile che gli animali siano incapaci di provare sentimenti, la loro percezione del dolore dovrebbe essere relativa, poco significativa. Per quanto mi è impossibile anche solo consideare una teoria del genere, di fatto è la stessa dinamica tutt’ora riscontrabile in molti operatori dell’industria alimentare. Le scritte ’qui alleviamo con amore’ oppure ’ qui si rispettano gli animali’ che pare siano ancora appese in alcune floride fattorie americane, sono la diretta espressione di una precisa filosofia che ’non vede’ ciò che ha davanti. Che non vuole riconoscere, non deve, le atrocità commesse per un piatto qualsiasi. Che non può neanche permettersi di guardare in faccia una mucca che penzola a testa in giù o una gallina con il becco tagliato per non parlare dei corpi che galleggiano a pelo d’acqua dei pesci finiti nelle reti ma non ‘utili’, quelli che semplicemente si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato e vengono rigettati in mare morti o moribondi.
A quasi tutte le galline destinate alla produzione di uova viene scorciato il becco quando sono ancora pulcini. Il più delle volte l’operazione viene eseguita con un macchinario elettrico la cui lama rovente taglia metà del becco superiore e un terzo di quello inferiore (al momento non è noto quanti pulcini muoiano per il trauma dovuto all’operazione). La ragione di questo intervento è che altrimenti, dato il sovraffollamento esistente nelle gabbie in cui vengono rinchiuse, le galline finirebbero con il beccarsi e ferirsi a vicenda.
Ho chiesto spiegazioni su questa procedura agli uomini che la eseguivano e mi hanno risposto che è come tagliare le unghie a un essere umano. Ma ciò è palesemente falso. Non ci sono terminazioni nervose nelle unghie, mentre ce ne sono molte nel becco delle galline. Sarebbe esatto dire che la procedura equivale a tagliare l’ultima falange delle dita a un essere umano. […] Le terminazioni nervose ricrescono, ma il trauma cambia l’immediata formazione di un neuroma, un groviglio di fibre nervose e tessuto cicatriziale che spesso trasuda escrezioni. […]… il risultato di quell’operazione non può che essere l’insorgere di dolori cronici e acuti.
(pag.65 – Chi c’è nel tuo piatto?)
Lo stralcio che ho riportato sopra è uno dei tanti esempi di ‘dinamiche industriali nel moderno mercato alimentare’. Ed è agghiacciante non soltanto per l’operazione in sé quanto per le cause scatenanti e lo schema innescato. Innanzitutto non si deve dimenticare che, nell’esempio di cui sopra, l’obbiettivo da raggiungere era intensificare al massimo la produzione di uova. Per farlo, le galline vengono tenute in spazi ristretti ma in quantità crescenti (minimizzare i costi, massimizzare i profitti, le classiche regole della produttività). Dunque sovraffollamento, e conseguentemente il beccarsi tra loro, che le galline non possono evitare non avendo spazio alcuni entro cui muoversi. E, infine, la soluzione scelta, la pratica di ‘scorciatura dei becchi’ già nei pulcini. Da questa semplice analisi che propongo è facile intuire quanto, le dinamiche industriali che mirano a incrementare i quantitativi minimizzando i costi, hanno trasformato anche le produzioni più semplici in mostruose catene che fagocitano gli animali i cui destini dipendono da quanto possono ‘essere utili all’alimentazione umana’ e da quanto lo possono fare sempre più in fretta e con risultati numericamente in crescita. Logiche che lasciano senza fiato. L’immagine della contadina che prende alcune uova dal giaciglio e tranquillamente se le porta in casa mentre la gallina scorazza nel cortile; quest’immagine è bruciata per sempre.
Dopo la lettura di questo saggio credo sia più semplice capire la rabbia che trapela da alcuni personaggi di ’Aiutami’, quella ferocia che Grugni ha rivesato sulla storia, dentro le voci, Masson la trasforma in logica, in fatti se non proprio oggettivi quanto meno ’registrati’, concreti quanto basta per rifletterci senza la facile copertura da ’tanto è un romanzo, è tutto finto, esagerato per copione’.
Al diventare vegetariano o vegano, poi, Masson dedica l’ultimo capitolo. Una sorta di diario, resoconto delle sue esperienze, scelte motivate e suggerimenti nutrizionali mai gratuiti, piuttosto supportati dalle considerazioni scientifiche di istituzioni, enti e organizzazioni americane ma soprattutto dal buonsenso. Non meno intenso e coinvolgente è il penultimo capitolo che affronta, smonta e spoglia le ‘negazioni’ in ogni forma, approccio e logica. E’ possibile non essere d’accordo con le argomentazioni, ma evitare di rifletterci, davvero difficile.
Quando questa negazione viene sottoposta alla nostra attenzione, chiamiamo in causa una serie di cliché per giustificare l’uccisione di altre creature. In effetti questo ricorso ai cliché è già di per sé una prima difesa, un modo per non riflettere davvero sull’argomento. Eccone un parziale elenco: 1) Gli uomini sono onnivori, lo sono sempre stati e sempre lo saranno, 2) Ha un buon sapore, 3) Abbiamo bisogno della carne per vivere in salute, 4) Gli animali si mangiano l’un l’altro, perché non dobbiamo fare lo stesso? …
(pag.161- Chi c’è nel tuo piatto?)
Altra ‘controversa questione’ scatenata da ’Aiutami’ è la speranza. L’happy end che non c’è (considerato invece politically correct in narrativa e in generale nelle storie ‘raccontate’) ma non solo. Il senso di crollo, di annegamento lento ma costante, inevitabile quanto faticosa ammissione che l’essere umano ‘si’ sta affogando, aggrappato alla cieca-sorda-muta convinzione di essere ‘superiore’ all’animale. Un messaggio forte, estremo forse anche. Dunque fraintendibile. Che porta con sé un’altra etichetta pericolosa, secondo me: quella di ‘libro eccessivo, non costruttivo’. Come se il punto fosse lo stupire per forza.
Noi non abbiamo più voluto passare per animali, esseri così carnali, ma solo uomini evitando altri eteronomi. E nella mutazione semantica non c’è stata metempiscosi ma solo cirrosi. Ma l’anima è rimasta a loro, a noi, è scritto nella fenomenologia della nostra etimologia, l’humus, la terra, la materia, lo spirito perso già al primo capoverso.
(pag.21, corrispondenza con il Maestro, Aiutami)
«Dimmi perché mi hai chiamato»
«Per dirti che ti amo e che se ti diranno che ero fuori di me avranno ragione ma non avranno capito niente. In questa società chi è in sé è chiuso dentro se stesso, è in un circolo chiuso dal quale non può sfuggire. Per vivere, bisogna essere fuori di sé, fuori da se stessi, solo in questo modo ci si può vedere, ci si può comprendere. […]»
(pag.119 – Aiutami)
Non c’è l’happy end, dicevo, ci sono puntuali e precisi abbozzi di denunce, i personaggi ‘credono’ e decidono di agire. Decidono di trasferire sulla carne le grida degli animali, quel ‘salvami’ che è un loop straziante, ma ancora non abbastanza assordante, pare. Allora chiudendo il libro mi sono domandata: tutto questo è un’onda che si infrange e non lascia tracce? Non serve insomma, sapere e lottare? E’ questo il messaggio di Riccardo (del romanzo)? Perché c’è una frase che mi è rimasta impressa, una frase che qui ripropongo decontestualizzata per non svelare nulla della trama:
Credi che ci sia ancora qualche racconto sopra le nuvole?
(pag.115, voce di Richy – Aiutami)
In ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ non mi sento di affermare che si propone una versione della vita senza speranza. Jeffrey Moussaieff Masson ripete più volte nel saggio che le scelte sono appunto scelte. Ma in quanto mutevoli, modificabili, possono contribuire a interrompere o almeno rallentare i potenti processi industriali che stanno distruggendo il pianeta.
Ogni pasto è come l’espressione di un voto. Possiamo fare la differenza con ogni boccone. Non possiamo scegliere di ignorare l’argomento, di pensare che non ci riguardi. Perché ci riguarda eccome.§
Come individui, siamo programmati per non fare troppe domande su ciò che la società reputa indispensabile per la propria sopravvivenza. […] Riconoscere l’impatto sull’ambiente significa uscire dalla gabbia delle consuetudini quotidiane. Abbiamo bisogno di studiare per prendere atto di qualcosa che finora siamo stati incoraggiati e abituati a ignorare.
(pag.56-57 – Chi c’è nel tuo piatto?)
Di certo non ne esce un’immagine facile, di questo nostro vivere oggi dove l’abitudine è non sapere. Fermarsi al supermato, nei negozi, riempire carrelli di prodotti di ogni tipo (freschi ma anche scatolette, sacchetti, surgelati, ingredienti elaborati) e dopo la cassa correre a casa a ingrassare dispense e frigoriferi fino al prossimo pasto. Ma del ’come’ quei prodotti sono diventati tali, chi li ha realizzati e soprattutto in che modo. No, di tutto questo non si parla. Meglio non pensare al naso del maiale, agli occhi del cavallo, alle pinne lucide del pesce, e così via. Meglio continuare a fingere che sono rari i casi in cui si inniettano cortisonici o altri intrugli chimici che poi restano nell’animale e finiscono nei nostri stomaci o in quelli dei nostri figli. Meglio si, ma per chi davvero?
Nessun animale addomesticato, tranne forse il gatto, conduce il tipo di vita cui lo ha destinato la natura. Tutti i cambiamenti che gli uomini sono riusciti a effettuare, soprattutto tramite gli allevamenti selettivi, non mirano al beneficio dell’animale: siamo noi a trarne beneficio, mentre l’animale ne subisce le conseguenze. Questo significa che se ci preoccupiamo per la sofferenza degli animali e per la qualità della loro vita dobbiamo smettere di mangiare tutti i prodotti di derivazione animale? Temo di si: personalmente, non vedo altre conclusioni possibili. Dico ‘temo’ perché mi rendo conto di quanto una scelta del genere sia lontana dalle convinzioni e dalle abitudini di tante persone.
(pag.103 – Chi c’è nel tuo piatto?)
Masson però, seppure nelle descrizioni puntuali, tra analisi spiazzanti e logiche serrate, non cerca allarmismi insensati, secondo me. Non è tanto l’esagerazione, l’intento primario, quanto colpire duro per scatenare una reazione qualsiasi, purchè sia una reazione, qualcosa di diverso dall’attuale ignoranza che è tacita approvazione.
Gli animali patiscono le pene dell’inferno a causa della nostra ignoranza. Il minimo che possiamo fare è ridurre questa ignoranza.
(pag.104 – Chi c’è nel tuo piatto?)
Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.
Grugni Paolo – Aiutami
“… una canzone che fu un’animalista sollevazione, un manifesto di cui tutti dovrebbero conoscere il testo.”
(pag. 67 – Aiutami di Paolo Grugni, Barbera 2008)
Heifer whines could be human cries
Closer comes the screaming knife
This beautiful creature must die
This beautiful creature must die
A death for no reason
And death for no reason is murder
And the flesh you so fancifully fry
Is not succulent, tasty or kind
It’s death for no reason
And death for no reason is murder
And the calf that you carve with a smile
Is murder
( Meat Is Murder – The Smiths, 1985)
Testo completo della canzone QUI.
Su YouTube.
Recita la quarta di copertina di Barbera: questa storia è la storia di cinque animalisti: Ricky, Bruno, Claudio, Sara e Giovanni. È la storia dei loro ideali, dei loro dubbi, dei loro sogni, della loro voglia di un mondo più giusto per uomini e animali. Siamo nel novembre 2008, a Milano, quando in un convulso fine settimana i cinque protagonisti mettono in atto il rapimento di Luigi Banes, cacciatore e assessore della regione Lombardia. Lo trasportano in Valtellina e lo tengono sotto sequestro, poi all’improvviso tutto cambia e i ruoli di forza all’interno del gruppo portano a una piega degli eventi diversa da quella prevista. Fino alla conclusione che inchioda ognuno alle sue responsabilità, lettore compreso.
Paolo Grugni, giornalista, autore televisivo e scrittore, ma anche vegetariano e animalista con ‘Aiutami’ (Barbera Editore, 2008, qui il booktrailer) ha voluto colpire proprio lì, tra le piaghe di una società che vive ‘contro’ gli animali. Un libro che denuncia ma non trascura l’impatto narrativo, dove le parole hanno un peso specifico preciso, le scelte non sono né casuali tanto meno ‘comode’.
Pubblicato nella collana ’Armi da taglio’ sottotitolo: libri che affondano il colpo, collana diretta da Gabriele Dadati, ’Aiutami’ è un romanzo molto ambizioso. Cinque animalisti e un rapimento. C’è un vago senso di familiarità tra le parole e la cronaca, con qualche scritta in piccolo che scorre sugli schermi mentre un mezzo busto parla. Familiarità scrivo, perché la ’causa animalista’ ogni anno ritorna, accade qualcosa o qualcuno fa accadere qualcosa che riporta alla ribalta certe frasi per alcune ore, magari un paio di giorni a essere molto fortunati. Ci fu quella volta che una modella famossima, pantera nera feroce, venne cacciata da una certa campagna contro le pellecce, o qualcosa del genere. Fatti così, che poi ’fatti’ possono anche non esserlo, basta un accadimento extra normale, uno scintillio improvviso che nomina gli animali e allora tutti lì a scuotere la testa (no, no, così non si fa, gli animali sono creature, esseri viventi indifesi). Solo che la ’faccenda’ è un tantino più complicata di così. E Grugni parte proprio da qui, dal bisogno di sbriciolare falsi interessi, frasi fatte per non essere ascoltate, dalla necessità di scavare, svelare, affondare nelle numerose implicazioni legate al movimento animalista, dunque cinque giovani animalisti diventano i protagonisti di questa storia. Poi un rapimento reso necessario, imposto quasi, dall’andamento immutabile di questo nostro vivere oggi. Dall’assenza di coscienza, pare anche. Dal menefreismo che è poi anche egoismo individuale di volere questo o quello, comprare, comprare, avere poi gettare.
Ma chi sono, innanzi tutto, Riccardo, Bruno, Claudio, Giovanni e Sara? Cosa vogliono davvero? Cosa sperano di cambiare? Lo svela l’autore, nel corso della narrazione, senza troppe presentazioni ufficiali.
“… Le idee, per dimostrare di essere giuste e cambiare lo stato delle cose, non possono mai diventare indottrinamento, verrebbero imposte e non comrpese. E’ così che, degenerando, portano alla nascita delle dittature” dice Giulia, conosciuta da poco da Riccardo ( il personaggio che più spicca nella storia ) ma già – subito – importante. Una prima ’imbeccata’ al lettore, attraverso le parole di un personaggio estraneo al gruppo. Poi un’apparente precisazione più avanti, a pag. 87: “… ma la cosa appariva ancora un gioco che altri, solo i criminali veri, quelli che finivano con la foto segnaletica sul giornale, potevano pensare veramente di portare a termine”. Portare a termine, diventa un concetto-chiave dunque.
Poi la consapevolezza, anzi, l’ufficializzazione della consapevolezza (in parte sottintesa dalla stessa quarta di copertina di Barbera) qualche pagina dopo: “Uno sguardo gli bastò per capire che erano il punto di interesezione d’infiniti determinismi, in apparenza liberi di agire e creare il loro destino, ma la situazione in cui si erano ritrovati, come tutte le situazioni, era solo apparentemente frutto di una loro scelta.” Punto d’intersezione-infiniti-determinismi sono incastri precisi, netti, come pure apparenza-liberi-apparentemente-scelta. Qui la terminologia diventa ricerca espressiva fondata sulla sostanza, una frase per chiarire ogni sottinteso che fino a quel momento, attraverso la narrazione di oltre metà libro, era rimasto in volontaria latitanza.
Ma c’è anche, una collocazione sociale, una serie di potenziali ruoli attribuibili ai personaggi: “La gente li avrebbe chiamati delinquenti, i politici li avrebbero definiti terroristi, tutti pronti all’unanime condanna… [...] Le rivoluzioni devono cambiare tutti i tempi, rivedere il passato, mutare il presente, modellare il futuro. Per questo i cambiamenti della società non erano mai stati e non potevano essere indolori ma dovevano servire a sgretolare le false certezze e ribaltare le posizioni mummificanti il metabolismo cerebrale. [..] Ma ci voleva la scintilla, quella che avrebb fatto sollevare gli animalisti in tutto il mondo…” (pag.98). Cambiamenti e scintilla. Ecco chi sono questi ragazzi che Grugni tratteggia con imperfezioni fisiche ma soprattutto interiori, ognuno con demoni diversi da tenere sotto controllo, paure, incertezze, consapevolezze e memorie quasi mai facili da portarsi in giro.
In realtà c’è già, molto prima, una definizione trasparente lasciata da Riccardo stesso in una sorta di corrispondenza epistolare unilaterale col ’Maestro’ Ennio Morricone sulla cui dinamica tornerò dopo, Riccardo dice:
“Maestro, mi piace immaginare che io e gli altri siamo mucchio selvaggio pronti per quello che la gente definirà un pubblico oltraggio, per me è solo un gesto di alto linguaggio. [...]… anche se le diranno che sono dei criminali, non è vero, hanno solo difeso gli animali.” (pag. 46)
C’è dunque, questa netta spaccatura, da subito, tra come verranno ‘qualificati’, ‘etichettati’ dalla gente, e ciò che invece pensano i personaggi stessi, quello che le voci tentano di trasformare in materia, in scelta consapevole e motivata, seria insomma, ’mucchio selvaggio’ dice Riccardo, ma capace di procurare quella ’scintilla’ che potrebbe avviare il cambiamento. Se ne percepisce la purezza negli intenti, che naturalmente contrasta con l’idea stessa del ’rapimento’ e del suo svolgimento pratico raccontato da Grugni con un’interessante scelta strutturale ovvero la spaccatura in ’frame’ poi assemblati, in ogni frammento è l’angolazione di un personaggio a dominarne contenuti e osservazioni, in modo tale da ’rivedere’ anche gesti e sequenze più d’una volta ma attraverso ‘occhi’ diversi.
La struttura del romanzo non distingue capitoli, non in senso tradizionale. La narrazione è una successione di ‘parti brevi’ unite dallo stesso registro, dall’intento di raccontare una scena o un personaggio. Ma in queste parti il narratore e la struttura stessa variano alternando così la voce di Riccardo (che però ‘parla’ sempre con Giulia) con – meno frequentemente – la voce di Giulia (che a sua volta ‘parla’ esclusivamente con Riccardo) dal narratore esterno fino alla lunga corrispondenza al ‘Maestro’ (Morricone, già citato sopra). Quattro macro strutture di fatto, ognuna funzionale, spezzate poi unite a formare un composto preciso, dal ritmo serrato.
Le voci di Riccardo e Giulia, che si parlano a distanza, pensando, ragionando finiscono piano, piano con l’avvicinarsi facendosi bastare rari e preziosi incontri che restano nell’aria, li rendono vicini nella lontananza, nonostante gli avvenimenti che pressano, e l’affondare in logiche difficili, complesse quali le conseguenze delle azioni umane sugli animali. Una storia d’amore delicata, non scontata, che si alimenta di bisogni semplici e restituisce l’immagine di un protagonista pieno di sfaccettature, che non è solo il ‘capo’ del gruppo, bensì molto altro.
Poi Morricone. Una scelta notevole, secondo me, perché attraverso questa sorta di corrispondenza silenziosa (è Riccardo che scrive al Maestro, non c’è bilateralità) Grugni ha la possibilità di introdurre numerose tematiche ‘spinose’, dolorose e difficili, quel genere di scavi che normalmente annoiano, infastidiscono o peggio, tediano. Affrontati in questo modo, invece, veloci, frasi secche, in rima, quasi non ci si accorge di averli letti. Quasi. Perché i sensi restano, graffianti fino all’osso, ferocissimi. In rima, si. Perché a Riccardo viene ‘naturale’ scrivere così. Un espediente strutturale interessante insomma, che spezza il ritmo, non pesa al lettore e ‘fa passare’, trasmette, nozioni crude, necessarie. E’ proprio scrivendo a Morricone che Grugni, usando la voce di Riccardo, denuncia: caccia e cacciatori ( utile il sito della Lega per l’abolizione della caccia ), caccia alle balene, vivisezione, corrida e circhi, gavage, macellazione, mucca pazza, Laika (la cagnolina lanciata nello spazio nel ’57), pesca e pescatori, le ricerche per l’Aids, cyber hunting (caccia visivamente riproposta on line, di solito attraverso web cam ), finning, diventare vegetariani, l’uso di medicinali sugli animali, alcune abitudini alimentari dei cinesi, cavie, i danni del linguaggio (frammento di un’ironia fulminante), abbandono degli animali, combattimenti tra cani, infine il concetto di ‘uguaglianza’ tra uomo e animale.
Ma non solo, scrivendo al Maestro, Riccardo si permette nomi illustri, della politica quanto del mondo dello spettacolo (moda e sport compresi ovviamente), dell’economia e delle arti; e lo può fare solo in questo modo, non intervenendo nella narrazione principale, evitando l’effetto ‘boomerang’ ovvero la strumentalizzazione di talune affermazioni in bocca a personaggi o dentro scene.
Lo stile di Grugni, merita una considerazione a parte.
La presentazione di scene e personaggi frantuma schemi e regole di sintassi, in favore della semantica. Il lettore potrà sentirsi confuso, all’inizio, l’assenza di distinzioni oggettive, distinguibili facilmente, può spiazzare. Ma è una percezione labile, che passa presto, secondo me. L’amalgama di Grugni è pulsante, piena di passato, presente in corso, pensieri e discorsi diretti che si flettono, mischiano, incastrano, restituendo un flusso narrativo visivo, sensoriale quanto frizzante.
“In casa girava una gatta che nessuno aveva mai pensato di sterilizzare, di notte rimaneva in giardino e ogni anno restava incinta, sua madre prendeva i cuccioli appena nati e li buttava nel cesso, lei li guardava galleggiare per un secondo poi giù nelle foglie (1). In viale Porpora per la fretta prese un rosso senza accorgersene, evitò l’impatto all’ultimo istante (2), brutta troia dove vai (3). Insieme al suo gruppo di preghiera stava ore inginocchiata a recitare il rosario, le ginocchia gonfie, la lingua secca… […] (1) Arrivò all’appuntamento che gli altri erano lì per andarsene, solo Richy era ancora in piedi… (2)”
(1) frammento passato – n.d.r.
(2) frammento degli sviluppi in corso – n.d.r.
(3) scheggia discorso diretto –n.d.r.
Mettendo temporaneamente in stand-by le cause animaliste nel complesso (a tal proposito ripropongo un sito segnalato dallo stesso Grugni trai i ringraziamenti nel libro: AgireOra per gli animali. ), ci sono, a mio avviso, due ’macro tematiche’ sfiorate da questo libro e che hanno scatenato dibattiti e pareri contrastanti.
L’essere, ma anche il diventare vegetariano oppure (risottolineo ’oppure’) vegano.
E la ’speranza’ intesa come messaggio ’finale’, come eventuale approccio alle denunce stesse sollevate dal romanzo.
Tornerò su questi elementi con un altro pezzo, sperando di riuscire a unire la voce di Paolo Grugni con quella di un altro autore, Jeffrey Moussaieff Masson, che con un saggio, pubblicato in Italia da Cairo Editore da neanche due settimane, si propone di chiarire ’Cosa c’è nel tuo piatto?’.
Ultime annotazioni personali: per chi ha letto, legge o leggerà ’Aiutami’, da non perdere alcune frecce linguistiche preziose.
“Siamo tutti vivi terminali”;
“Il senso contromano della vita”;
“ammobiliare in fretta un pensiero”,
“Gli occhi senza sonno, marmellata di luce”.
Poi certamente: ‘la maggior parte della gente quando scopa, scopa se stessa’.
Mancassola Marco: Il ventisettesimo anno parte II
La prima pillola QUI
Il primo racconto, nel complesso, mi è arrivato di più, probabilmente per l’incedere, lo scegliere un raccontare coinvolgente, che in ogni pagina srotola lentamente una matassa mutevole. Il ventisettesimo anno è quello che libera il protagonista da una precisa schiavitù legata alla morte di un fratello maggiore. Oltre il ventisettesimo anno c’è il nulla, perché l’altro fratello, venuto prima, non è vissuto abbastanza per mandare avanti le lancette del tempo, per compiere altri anni e generare quindi memorie, esperienze, punti di riferimento da richiamare, cercare o forse anche emulare.
Mentre la realtà invocata dal secondo racconto finisce in una storia macabra consumata tra cimiteri e parti gemellari dai contorni quasi morbosi, ma raccontata in un locale qualunque bevendo tra il vociare sempre più fastidioso.
Il primo racconto è un’esplorazione simil chirurgica dell’esistenza di un personaggio, prima bambino poi adulto, che crescendo scopre, si interroga, costretto ad affrontare perdite difficili da riassorbire, come tanti piccoli ematomi mai scomparsi del tutto. Ed è un’esplorazione intima, profonda, dove il narratore esterno non risparmia, affonda. Con un finale che in un certo senso recupera l’inizio, e che mi ha fatto ripensare all’ouroboro, serpente che si morde la coda, simbolo e chiave di un altro romanzo del quale Mancassola scrisse, prevedendone gli echi (Uno in diviso di Alcide Pierantozzi). Il racconto inizia nel ‘prologo’ con la scena di un incidente e si conclude con un altro incidente dai contorni sfocati. “ Un incidente è una deviazione improvvisa” si legge nelle ultime righe, “E’ qualcosa che ti porta lontano, sempre più lontano, da un tragitto originario che non ricordi neppure più, ma che pure dev’esserci stato.” (pag.53). E ‘incidente’, ‘morte’ e ‘lontano’ sono termini ricorrenti per sensi,e scavi.
Nel secondo racconto, invece, si esplora una storia dove i personaggi appaiono e scompaiono, mutano nelle forme (e non solo in senso metaforico) eppure si resta – leggendo – fermi su un’inquadratura apparentemente lontana proprio perché chi narra è anche personaggio: la scena iniziale (che si sottintende essere la principale) inquadra due amici a bere in un locale.
Ultima annotazione tecnica: si ritrova un uso moderato e controllato delle parentesi come ‘contenitori’ di frasi che sono contenuti su piani non coincidenti con la narrazione principale. Un’ulteriore amplificazione dei sensi di un dato momento narrativo.
E mentre sapeva anche allora, naturalmente, che quelle cose un giorno, pur continuando a rappresentare un’idea di divertimento, avrebbero di fatto contato meno (forse perché è il divertimento a non essere più centrale nei suoi pensieri, ad aver dimostrato l’efficacia, come una medicina cui le malattie hanno imparato a resistere, al riscatto di qualunque cosa si potesse o dovesse riscattare), ciò cui non pensava era quanto simili sarebbero apparsi, a un occhio esterno e senza tempo…
(pag.38)
Un ‘piccolo libro’ che si legge velocemente, scivola ma assesta colpi e riflessioni. Adatto alle pause brevi e che invoglia, viene da chiedersi cosa può fare l’autore con questi e magari molti altri strumenti narrativi, formando, curando e restituendo storie di altra lunghezza.
Questa edizione è impreziosita e contaminata profondamente dalle fotografie di Pierantonio Tanzola, valore aggiunto coraggioso (per il mercato editoriale) quanto espansione creativa colma di suggestioni e potenziali interpretazioni.
Dadati Gabriele – Sorvegliato dai fantasmi
Ricordati
Ricordati di Barbara Gozzi
Ma devo proprio?
Si.
Scatta con la mano leggermente incerta, di tre sparate in sequenza, una, quella di mezzo, è un ammasso di righe informi miscelate tra loro. Questa è l’ultima.
E si vede nella contrattura della mascella, nella piega plastica delle guance, nella sottile linea delle labbra. Si vede la vaga tensione, l’innaturale calma di un angolo del centro di Torino tra lembi di cassonetti e saracinesche chiuse. La mattina è ancora umida attraverso gli occhialoni nascondimi-al-mondo, la sciarpa blu in pile è la sua coperta di Linus, neanche ricorda quando la comprò. È morbida, in lavatrice regge fino a sessanta gradi. E nasconde l’accenno di scollatura del vestito dai motivi verdi infilato con calma, assieme all’unico paio di jeans. Prima di chiudere la porta della camera, nel piccolo albergo vicino alla stazione, si è messa il lucidalabbra color carne, i trucchi vistosi la mettono a disagio. Anche le fotografie. E il non sapere. Le strade dai nomi (s)conosciuti. Le gambe che tremano a una certa ora della giornata, tra gente indecisa se cazzeggiare o fare gli Sssscrittori.
Fatto.
Brava.
Rivolta la fotocamera come un riccio spinoso, spinge pulsanti e fissa il piccolo schermo. Storce il naso, le viene un’espressione ridicola, solo che non può accorgersene.
Sembro una statua di cera.
È quello che sei, guardati e ricordati. Di oggi. Di questo. Di Torino. E di cosa stai diventando.
Ricordati.
Post originale sul Blog di Barbara Garlaschelli con foto ispirazione.
(Pre)destinazioni da silenzio nella narrativa italiana di oggi.

Allora si tratta di libri e basta. Beep. Risposta sbagliata.
Rintraccio qualche informazione su ’I baroni’ :
Nell’Università italiana non governano il merito e la competenza. Nell’Università italiana governano i “baroni”: uomini di potere abituati a gestire l’Accademia come un giocattolo personale, a premiare la fedeltà anziché la libertà, a preferire un mediocre candidato “locale” ad un ottimo candidato “esterno” in barba all’interesse degli studenti e anche all’interesse generale.
Questo libro è un documento unico. È una denuncia e una confessione. Ma soprattutto è una storia vera: il racconto paradossale e a tratti kafkiano di dieci anni passati a barcamenarsi tra concorsi veri o fasulli, promesse fatte e non mantenute, vessazioni inutili, cose non dette o cose mandate a dire. Dove tutto conta tranne ciò che dovrebbe contare: l’originalità della ricerca, la dedizione all’insegnamento. Il lieto fine è purtroppo amaro. Nicola diventa professore ad Oxford, dove vince un concorso pur non avendo conoscenze. E l’Italia perde l’ennesimo “cervello”, l’ennesimo studioso regalato ad un Paese che non ha speso nulla per formarlo ma che ne sa mettere a frutto doti e lavoro (fonte: Ibs).
Mi rimbalza una frase, tra le altre: “nessun giornale siciliano ha ritenuto di occuparsene”. Dunque eccolo il nocciolo: i libri e le storie (pre)destinati a restare sconosciuti. Beep beep beep.
L’assurdità evidente sta davanti al banco, accanto al registratore di cassa. Visto? Ignorare l’inignorabile evitando che gli altri, le masse appunto, si debbano sforzare di capire, tentare ragionamenti (anche superficiali, per iniziare) o peggio, sentire l’urgente e imprescindibile bisogno di confrontarsi scatenando un’eventuale diffusione a macchia d’olio.
Invaghirsi di una storia al punto da dedicarle mesi, anni, fino alla stesura definita, non vincola altri allo stesso tipo e grado di innamoramento o interesse. Certo.
Se poi si è scritto di sé o di qualcosa conosciuta direttamente vivendo (guardando od ascoltando altri vivere attorno), allora è anche peggio: probabilmente interessa solo a chi ha scritto. Chissà.
Varesi Valerio – Il paese di Saimir (del libro e un incontro)
Credo che siano ore che aspetto qui al buio e al freddo con la polvere che mi raspa la gola e la tosse che mi schianta. Prima o poi verranno a tirarmi fuori. Sono sicuro che lo faranno. Mica possono lasciarmi morire in questa tomba di calcinacci. Dovranno pur sgombrare le macerie e allora salterà fuori. Impolverato, mezzo orbo per il buio, con la fame, ma salterò fuori. Ovvio che ce la farò. E poi ci sono i miei compagni, Mentor, Sabri e Altin che mi verranno a cercare, lanceranno l’allarme. Dovete scavare, cazzò! Lì sotto c’è un nostro compagno! […] Ho paura che un movimento faccia crollare qualcosa e mi schiacci. Basterebbe che cadesse un mattino su uno stinco per spezzarmelo. Mi sento impotente e sottomesso a un equilibrio stabilito dal caso. […] Non ho ancora diciotto anni e non posso essere come mio padre che ormai non ha più speranze e ogni volta che muore qualcuno che conosce dice che per lui sono finite le tribolazioni. Io non lo capisco. La vita è comunque bella. […] Spero che vengano presto.
(Il paese di Saimir di Valerio Varesi, Verdenero, pag.23/28/29)
Lavorare per vivere (o sopravvivere, in alcuni casi) è considerato ‘normale’.
Ma morire lavorando, dovrebbe esserlo meno. Normale.
Le c.d. ’morti bianche’ restano tutt’ora una delle piaghe causa primaria di morti in Italia assieme agli incidenti stradali. Le statistiche come sempre si sprecano, i numeri rotolano, si flettono. Sembrano incredibili. Eppure di questo morire sul posto di lavoro nonché dei numerosi infortuni se ne discute poco, perfino le notizie latitano, sono restìe a diffondersi eccezione fatta per circostanze particolarmente eclatanti (esempi recenti a Parma e Pisa, o in Sardegna) ma molti altri incidenti ogni giorno accadano tra il silenzio e l’indifferenza generale.
Si è detto una media di tre morti al giorno, nella sola Italia.
L’occasione è stata la presentazione a San Lazzaro di Savena, alla Mediateca Venerdì 7 Giugno 2009, del nuovo romanzo di Valerio Varesi, ‘Il paese di Saimir’ (Edizioni Ambiente – Verdenero, marzo 2009).
Varesi, giornalista esperto, sensibile e attento, è noto al pubblico televisivo per aver ‘creato’ il personaggio del commissario Soneri, interpretato a partire dal 2005 da Luca Barbareschi nella serie ‘Nebbie e delitti’ per Rai.
Ma stavolta ha decisamente virato affrontando la ‘sfida’ lanciata da Verdenero, ormai celebre collana che incentra le pubblicazioni su storie di ecomafia in ogni possibile eccezione (già pubblicati Simona Vinci, Eraldo Baldini, Giancarlo De Cataldo, Tullio Avoledo, Loriano Macchiavelli, Wu Ming, Carlo Luccarelli, Patrick Fogli, Massimo Carlotto e molti altri).
Il cambiamento dunque, per un autore apprezzato come Varesi, è stato proprio lo scegliere una tematica delicata, di grandissima attualità ma di quel tipo di attualità sorda, che non ha mai abbastanza voce per farsi sentire quando e quanto bisognerebbe.
E’ lo stesso Varesi ha spiegarne le motivazioni a San Lazzaro di Savena “noi tutti si lavora per vivere, ma lavorare e morire non è ciò che ci si aspetta. Nell’edilizia poi i rischi aumentano, sappiamo che ci sono dinamiche che favoriscono le scarse condizioni di sicurezza, per non parlare delle modalità di assunzione: spesso si reclutano persone per strada, nelle piazze o fuori dai bar e le si carica la mattina presto su furgoni per portarli nei vari cantieri, così ogni giorno. Ma queste persone non esistono, sono di solito ‘invisibili’, non hanno una posizione sociale definita, non sono rintracciabili insomma. Per questo l’eventuale incidente, anche non mortale, finisce facilmente sotto silenzio. Di questo volevo parlare.”
Saimir infatti è un giovane albanese che in Italia cerca e trova un lavoro, ma poi finisce seppellito vivo in seguito a un incidente nel cantiere. Naturalmente Saimir è stato assunto ‘in nero’. Le possibili scelte sono dunque due: denunciare l’accaduto dicendo la verità, per tentare di salvarlo o non intervenire, sperando che nessuno scopra nulla. E la scelta purtroppo è terribile.
Il capomastro scosse il capo senza apparire del tutto convinto.
«E allora… Pace all’anima sua. Cosa cambia? Quando uno è morto..»
«Sì, ma se si trovasse sotto…»
«Bravo, ci sei arrivato. Non devono trovarlo. Se non ci sono feriti né danni alle persone, non c’è nemmeno l’intervento giudiziario. Questi signori» affermò Rivalta dando un’occhiata ai poliziotti «stileranno un rapporto nel quale diranno che è avvenuto un crollo, ma sono solo coci. Fine delle trasmissioni. Dopo starà a noi fare lo sgombero, mi capisci?»
Questa volta Inardo annuì con un sorriso perfido.
(pag. 34)
La vita di Saimir vale meno di un mattone mal riposto. La sua voce, l’unica che direttamente (in prima persona) parla e racconta, pare rimanere intrappolata nelle macerie, mentre fuori, tra giochi di potere, interessi, sentimenti contrastanti e intenti, la vita continua a scorrere.
Da qui inizia la narrazione, i personaggi prendono a rincorrersi, ognuno mostra ‘la sua verità’, la sua personale e dunque soggettiva visione di ciò che credono stia accadendo e di quello che pensano e provano. La storia dunque procede incastrando inquadrature che sono tasselli precisi. Il quadro si completa, senza fretta ‘scava’ negli sviluppi necessari, tra umori, scelte e paure. Piano piano. Ciò che sembra confuso, annebbiato, lentamente si delinea con cruda lucidità.
La virata di Varesi non è dunque solo tematica. Il linguaggio, per sua stessa ammissione, ha perso il garbo delle precedenti narrazioni, si è adeguata a una crudezza necessaria, meno filtrata dall’esigenza di intrattenere piuttosto diretta espressione della ferocia di una realtà verosimile. Perfino nel sesso, lo scaccia pensieri per eccellenza, la ‘carota’ ammaliatrice, la lingua è sprezzante, dolorosa.
Questa volta negli occhi di lei si manifestò il terrore, quello vero, e fu come un segnale per Rivalta. Finalmente tornava a temerlo, era quello che voleva. Non il timore mercenario, simulato, ma la paura autentica che gli piaceva tanto osservare negli altri. [...] Ecco cosa attendeva. Il suo pene s’eresse, la voglia crebbe. Le dette un paio di schiaffi, leggeri, per portare il piacere allo zenit, quindi la piegò e le fu addosso da dietro. Nella furia sentì solo lei che lo implorava e poi rantoli e gemiti.
(pag.88)
Oltre tutto l’autore ha spiegato la non abitudine a trattare l’argomento, la quasi totale assenza dovuta alla mancata necessità nei precedenti libri, di inserire scene di questo tipo, eppure in questo romanzo doveva, è necessario al tratteggio, a mantenerlo onesto e verosimile come già ho accennato in precedenza.
Verosimile è una parola chiave importante, per questo libro quanto per le tematiche sollevate. “E’ possibile” ha detto Marco Monari, tecnico della prevenzione Ausl di Bologna, “che situazioni simili a quella del romanzo, si siano verificate o si verifichino nel territorio seppure a Bologna e provincia i controlli e le attenzioni sono stati intensificati e potenziati negli ultimi anni.”
Verosimile, insomma. Varesi stesso non nega di aver inventato ben poco, in quanto a fatti e dinamiche. Tale affermazione scatena un’altra considerazione importante sulla speranza. Il romanzo non cerca un ‘happy end’ politicamente corretto, tutt’altro. Ed è probabilmente questa sua durezza a lasciare spiazzato il lettore, in cerca spesso – quasi sempre – di rassicurazioni, pacche sulle spalle, sorrisi che cancellano. Il punto però, pare essere un altro: raccontare di una realtà conosciuta o conoscibile, può avere un significato – un senso – che va oltre la trama, oltre l romanzo stesso? Varesi ne è convinto, “L’assenza di speranza vuole essere un segnale, una presa di coscienza. Un riconoscere questa realtà per desiderare di cambiarla. Un punto di svolta perché così non si può andare avanti.”
«Senti» disse lei improvvisamente decisa «questo è un mestiere di merda, ma per noi ci sono solo mestieri di merda Cosa vorresti che facessi? Che piantassi tutto e venissi con te per poi chiudermi in una casa smerdare vecchi tutto il giorno e la notte? […] Ho paura, faccio di tutto per non innervosirli e tiro un sospiro di sollievo quando scendo. Una vita di merda, certo, ma almeno metto da parte dei soldi. C’è chi rischia per una miseria e finisce per morire schiacciato come un topo».
«Pensi allora che per noi non ci sia speranza?» domandò Altin confidando di essere contraddetto. E nello stesso momento si sentì le lacrime agli occhi come da bambino quando provava un grande dispiacere.
(pag.257)
In questo stralcio di dialogo si avverte tutto il dolore, l’inevitabilità e la crudezza di una realtà che pare senza scampo (non credo sia difficile intuire il mestiere della ragazza). Perfino i ragionamenti non danno scampo.
Tre morti al giorno, ha sottolineato più volte Marco Monari. In Italia certo. Numeri freddi, forse anche vuoti per chi li sente e non riesce a immaginarsi i volti. Numeri imperfetti magari, che come sempre vanno presi con ‘circostanziale ragionata riserva’.
Eppure.
L’esigenza di scrivere per scatenare reazioni, far riflettere sulla realtà in corso, per non perdere ‘tasselli concreti’, ma anche combattere il silenzio schiacciante, l’indifferenza generale e – a volte – l’impossibilità di ‘far passare’ certi tipi di notizie (come ha fatto notare Luigi Rambelli, responsabile di Legambiente Emilia Romagna); questo tipo di scrittura merita attenzione.
‘Il paese di Saimir’ è e resta un romanzo, ‘ogni riferimento… è da ritenersi puramente casuale’, certo. In quanto narrazione mantiene tutti gli elementi di coinvolgimento e suspance necessari a rendere la lettura intensa, scorrevole e coinvolgente. Eppure non si esce da questa storia incolumi. E’ difficile ignorarne i riferimenti concreti, e il risultato finale si presta a numerosi interpretazioni e ragionamenti.
La sicurezza sul posto di lavoro resterà un miraggio generale? (A questo proposito Simona Mammano – assistente capo della Polizia di Stato – ricorda il processo in corso per la morte di cinque operai della ditta Truck center di Molfettaper, processo che può essere anche seguito on line)
La vita umana (di qualsiasi razza, cultura, età, sesso, varietà possibile) ‘deve’ valere così poco di fronte alle ‘ragioni del mercato’, delle produzioni e della redditività estrema?
C’è o non c’è, questa benedetta speranza di recuperare dignità, consapevolezza, rispetto altrui ed equilibrio tra prestazione lavorativa, remunerazione, condizioni e strumenti oltre i patti mafiosi, di associazioni malavitose?
Domande legate da un sottile filo, probabilmente basterebbe una sola risposta.
Bandite retoriche, cliché o commenti di comodo, per favore.
Saimir non ha paese, è quello che ho pensato a lettura conclusa. Forse neanche noi, però, – noi di cittadinanza italiana o meno – che tranquilli ci lasciamo ipnotizzare dalla tivù, crediamo solo nel Dio Denaro (“Con i soldi divento comunque rispettabile” dirà a un certo punto uno dei personaggi, albanese), ci sforziamo di ricordarci appena un po’ di quello che sentiamo nei tiggì o sbirciamo nei titoli dei giornali, ci sforziamo perché dura poco, il tempo di riempirci la testa con altre notizie nuove, fresche. Non c’è paese per chi si sente solo merda, nell’essere e nel lavorare. Per chi rischia ogni giorno permettendo così ad altri (rispettabili appunto) di continuare a moltiplicare ricchezze e potere, giocando alla piccola divinità del cemento.
Stelle cadenti
Le storie migliori sono quelle che non ti aspetti, arrivano, (ac)cadono e tu te ne stai lì a grattarti la testa come uno scimpanzé chiedendoti cosa c’entri, cosa ci stai a fare in mezzo a quel pandemonio che poi, piano, lentamente, ti penetra e la messa a fuoco ti restituisce la condizione di parte-in-causa, piuttosto che comparsa come avevi erroneamente creduto all’inizio.
Le storie migliori sono tornadi che frullano carne, sangue, organi e strati soffici di materia grigia molle. Che non si possono evitare, mai, arrivano a un certo punto e spazzano via. Ogni tanto ci impiegano tempo, ad arrivare, questo si. Dipende da quanto lontano ti trovi dall’origine, da quante resistenze credi di conoscere e usi, dalla forza di correre lontano, in quel sempre più lontano che è vicinanza inesorabile.
Le storie migliori nascono dai fondali, serpeggiano tra buio e ombre, non pretendono luce in realtà, se arriva se la godono ma non ne fanno una questione poi così rilevante. Perché non sono tanto le condizioni, il ‘circondario’ che le rende tali, gli optional possono aspettare, se in quel fondo ci si sta, non necessariamente comodi, si sta. Le ossa smettono di scricchiolare, i muscoli si rilassano, il volto cede alle espressioni di sé e dal dentro dei corpi qualcosa si stacca, sfalda congiunzioni. I fondali sono posti bui. Ecco perché non ce li si va a cercare, e si sbaglia. E’ proprio dove l’umido pare insopportabile, i disagi esposti sono ferite purulente, colpiscono l’occhio ferendolo; lì è meno necessario ascoltare le altre voci, ne resta una sola, la propria, che può sbagliare ma per le storie migliori si espone, diventa eccezione, guida.
Certe storie, che di migliore non hanno nulla, eccetto una definizione vuota, apatica, insensata; certe storie sono assorbimenti letali, affondano in quelle carni che per troppo tempo non hanno nulla, respirato, mosso, stuzzicato, sopportato; nulla. Affondano tra piaghe di immobilità, impongono dapprima guizzi affinché le masse possano gradualmente adattarsi al nuovo stato. E reggersi senza aiuti. Andare. Tornare. Provare.
Migliore è un essere che sottintende un contrario, definisce graduatorie, scalette, ordini di arrivi, vittorie e sconfitte. Eppure le storie non si conoscono tra loro, non sanno chi c’era prima e si disinteressano del dopo. Non chiedono, sono nel momento in cui sono, esistono entro finestre che tra tempo e spazio respirano. Le storie migliori non sono migliori di niente, forse neanche delle aspettative. Non superano nessuno, eccetto magari – magari – gli interminabili strati di pelle superflua, i peli folti e gli scudi (in)distruttibili, oggetti custoditi e trattenuti tra sè e il resto e che le storie imparano a conoscere e temere, subito.
La miglior cosa che si può, entro e oltre sè e una storia, è non migliorare alcunché. Semplicemente goderne, seguirla, respirarla e sentircisi.
Le storie diventano migliori quanto mutano in memorie e lì resistono.
Ma prima, molto prima, è necessario che attraversino la carne e i suoi numerosi strati verso il nocciolo. E’ necessario assorbimento, digestione, riallineamenti, (con)cessioni, cedimenti e sguardi.
Siamo noi le (in)finite storie che vivendo tentano di entrare, nel migliore che è in noi, in quel piccolo angolo buio e freddo difeso con sangue e dolore, (non) considerandolo tale, migliore insomma. Tutt’altro. Spesso diventa linguaggio faticoso, male dalle teste feroci che nascono entro altro teste.
Spesso.
Ci imponiamo fatiche, ci feriamo con la crudeltà dell’aguzzino pur di negare l’angolo, l’apertura. Pur di non lasciarci vedere vedendoci, dalle storie e dal miglio-re. Pur di non sentirci. E non ri-metterci in gioco.
Rischiando di perdere.
O il suo contrario.
Chissà.
Le stelle cadenti non sono stelle. Sciame meteorico pare essere uno dei termini tecnici corretti. Eppure continuiamo a chiamarle solo stelle cadenti.
Testo di Bg