Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Agosto 2009

La neve non è neve

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You can sleep forever, but still you will be tired
You can stay as cold as stone, but still you won’t find peace
With you I feel I’m the meek leading the blind
With you I feel I’m just spending wasting time

I’ve been waiting
I’m still waiting
I’ve been waiting
I’ve been waiting
I’ve been waiting
I’m still waiting
I’m with you (with you)
It’s always one step too far
One step too far

(One Step Too Far, Faithless featuring Dido, 2001)


La neve non è neve. Ne ha la consistenza ma non è fredda. Si lascia risucchiare da spostamenti d’aria. Si aggrappa a onde anomale di tessuto colorato e braccia concentrate, muscoli tesi a stringere, lanciare, afferrare e riprendere. La neve si raggruma facilmente, tende al giallognolo fissandola, ma non c’è tempo.
Le risate sono discontinue, alternano affanni, tonfi e parole le cui interpretazioni sfuggono, rapite dalle correnti di pulviscolo. I sensi spezzano lo spazio. Virano attraverso gli attimi, vissuti senza attese, vissuti nel momento stesso in cui sono, vissuti per necessità.
Finché l’aria si distende, qualcosa inverte gesti, in quel ‘sono’ che respira, si ascoltano ridere e sono felici, liberi da liberati. I cuscini scivolano, materia deformante che attutisce urti e ricerche. La neve, che ancora si aggrappa alla materia, rallenta la sua corsa folle, deliziosa.
I corpi sussultano. Stanno. Le risa non se ne sono andate, non del tutto. Le mani volteggiano, i volti hanno tante espressioni, non ci sono vincoli, i limiti sono sagome di gomma flessibile oltre la linea dell’infinito. Si può. Stare. Essere. Gioia. Calore. Immensità. Nerobianco. Leggerezza. Bene. Molto bene, figlio del sottile male che da dentro spurga, vulcano impazzito, che ricopre cristallizzando.
Poco alla volta, con lentezza disarmante, la neve abbandona l’aria. I tessuti smettono di respirare e sul pavimento cedono, mollemente lo ricoprono con il disordine che le cose hanno. Quando l’ascolto si intensifica, e non c’è interferenza, le cose respirano più forte, alitano e odorano. Cantano.
E c’è, questa sottile melodia. Lei la sente. Anche prima, nel fondo della mente, lontana e bassa, le arrivava. Ora però che il respiro si tende stabilizzandosi, il corpo sussulta con frequenza discendente, ora. Il ritmo, i battiti che sono suoni e strumenti, la voce dolce e precisa, puntigliosa, pervade lo spazio, entra tra i pori e lì, sedimenta.
Si piegano, basta uno sguardo. E’ un linguaggio che sordo urla, lancia e afferra quello che tra loro scorre. Le ginocchia obbediscono, il busto flette i suoi muscoli vagamente indolenziti e accaldati, fino alle mani che poggiando sul pavimento spostano il peso dei corpi, li indirizzano all’atterraggio. Così. Per terra. Abbandonati. Non c’è tempo né spazio. Non c’è senso che possa insinuarsi, eccetto quel battito rallentante, il freddo che dalla terra risale per aggrapparsi agli strati superficiali, a quei corpi estranei, muscoli stanchi, volti nascosti.
Ascoltano.
Aspettano.
Si sentono in remissione. L’energia li carezza un’ultima volta prima di librarsi. La neve resta appiccicata a qualche lembo di pelle sudata, le gambe scomposte si conquistano una fetta di vita. E lì restano. Palmi aperti, a contatto con le cose, a cercarne cadenze e movimenti (in)visibili.
Silenzio. Quiete. Tra loro qualche centimetro di nulla, palpebre cadenti.
Ma non c’è volontà, i corpi si assecondano nell’unicità che è crepa, nell’affanno che è divisione, separazione casuale. Lei si incurva, flette la schiena e ruota il collo. La guancia a contatto con la terra dura rabbrividisce, cerca un leggera variante, angolazione che restituisce equilibrio. I fianchi tendono a elevarsi, appena, il necessario al resto del corpo per essere rinuncia e conquista.
Lui l’ha guardata. A lungo. Curioso, fors’anche stupito, non s’interroga. Pieno e vuoto come sempre, tra loro. Ha appoggiato i gomiti e ha aspettato. Adesso che il resto, tutto, si è fermato. Si allunga. Serpente silenzioso la raggiunge. Piano. Delicato e ruvido. Ne sfiora i lineamenti, una carezza che è lingu(a e ingran)aggio. Una carezza che accende ciglia semichiuse, guance e mento. Una carezza prima del bacio, prima che le labbra si aprano, sfreghino risvegliando il collegamento scoperto, frustato, rimasto. Lei si volta appena, sposta ancora il collo, lembo di corpo elastico, attento alle flessioni, e lo saggia. Dalla penombra degli occhi aperti per sbaglio, più chiusi, vicini al buio, lui è carne calda, devastante. Che le parla muovendo aria ed energia. La riporta verso le connessioni, bisogni amplificati dalla pace che da dentro irradia, si assesta in quel nuovo fuori fatto di terra, contatti e assenza. In quel non luogo, tra finta neve e inutile tessitura sfilacciata, a loro non importa sapere ciò che sono, delle cose che attorno seguono un corso qualunque, quello che è e sarà. A loro importa scon-trarsi, (ri)trovarsi e così stare, celandosi tra sguardi sfuggenti, richieste inespresse cullate da guizzi fantasma.
Le alza il vestito, non lungo, appena oltre il ginocchio. Morbido. I polpastrelli arrotolano e tracciano linee sulla pelle. I seni liberi si lasciano rimirare, lei volta la faccia, lo vuole vedere il tempo necessario ad afferrargli quello sguardo. Solo quello. Poi, mentre sente le carezze eccitanti e sa, che presto le sue labbra succhieranno, torna alla posizione originale, semipiegata. Gli offre fianchi e schiena, fondi e accessi. E lui scivola in quel basso che conosce, pulsa. Le sfila le mutande con la grazia dei momenti perfetti, quando le flessioni si allineano.
Ora, dietro di lei, piegato verso.
Le dita si muovono. Calde, piene. Delicate e ferme. Le carezzano membra e muscoli. E’ un incedere costante, liquefatto tra onde e rarefazione. Ma quando entra, e piano, inesorabilmente affonda prima di scegliere e mutare ritmi e intensità, prima. Lei si allarga, offrendosi a lui e lui solo potrebbe. Sporge una mano e lo sfiora, ne beve quel calore, che è altro da sé, senza volto come il suo che affonda e si deforma. Sente la meraviglia nella tempesta, l’irradiazione di un unico corpo che muove e si muove incastrando poli, scegliendo assonanze. E canta. Per lui, assieme. Le voci, dal dentro tremante, si abbracciano. Le mani impastano quei sensi che dopo il gioco e le risa, dopo lo sfilacciamento e la quiete, ormai possono solo chiedere. Chiedere e dare. Dare fino confonderne ruoli e desideri. E’ una, l’ossessione. Com’è una la carne attraverso loro, oltre respiri discontinui e lingue voraci che impongono un tutto necessario. Dentro. Fuori. La resa che è conquista, pretende. Le fragilità espongono le ferite più infette e se le mischiano, accettano. Chi e come. La carne si accende, pulsando in mezzo a note ormai prossime alla caduta, loop insaziabile di intensità irregolari, variabili oltre il sopportabile.
E le lacrime.
Due.
Piccole.
Sole.
Le rigano una guancia mentre le farfalle, dalla gola, si conquistano la libertà.
E la carne.
Da percezione, muta.
Restituisce.
La cosa che sono, dimenticando di essere.
E lui.
Aprendo la mano.
Che stringeva un pene gonfio, inseminato.
S’immobilizza.

[Barbara Gozzi, 04-08-2009, notte]

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Written by Barbara Gozzi

Agosto 29, 2009 alle 7:59 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

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Troppo poco

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Troppo poco di Barbara Gozzi

Il buio è ovunque.
Le stringe il braccio. Dapprima carezza sulla pelle. Poi le dita intensificano la morsa, ancora e ancora. Lei respira piano, stringe i denti, abbassa le palpebre. Lo sente arrivare, il fischio è inesorabile. Le dita diventano ferro rovente. La carne inizia a fremere, s’increspa. Dal braccio il calore è irradiante, ha lingue infuocate che si disperdono verso la spalle e all’opposto informicolano le dita.
Il dolore.
E’ qualcosa che respira in lei. Aumenta, taglia, affonda tra ossa e muscoli.
Piega la testa, la inclina a cercare qualcosa che non c’è, l’aria dai polmoni volteggia singhiozzando. Quel male che sente, penetra in profondità, le contrae la faccia.
Nessun rumore. Solo in-spirare, e-spirare, respirare. Respirare.
Lui fissa il male riflesso negli occhi e l’energia, che come onde gonfie gli si infrangono contro, lo sommerge rimbalzando. Vanno e vengono, le onde affamate, e lui insiste, le osserva il corpo piegato in avanti, dove il braccio che stringe ne è nuovo epicentro. Schiaccia ancora, e gli pulsa tra la pelle rovente un cuore.
Ordina alla mano di aprirsi. Improvvisamente le dita si scollano, la tensione risale attraverso muscoli e nervi.
Il braccio ferito si abbassa di poco, l’ematoma è in arrivo, lo sanno entrambi. Gli occhi le si sono riempiti. Sudore. Lacrime. Liquidi trattenuti ma scivolosi. Che sfuggono al controllo. Che rifiutano.
Il male. La sta ancora succhiando, la pressione si è assottigliata ma la carne resta rattrappita. Lo stomaco accartocciato. Le spalle dure, granito con venature irregolari che allungano frammenti maligni verso l’alto. Verso la testa pesante, stordita.
Ancora
, e già se lo vede vagamente gonfio, l’ematoma, dalla forma allungata e tozza, scuro miscuglio di ferocia e piacere. Gioco di resistenze. Fuga dal buio.
Lui si avvicina, un passo verso ma lontano dalla ferita, ha il corpo legnoso, incerto. La afferra per le spalle e se la spinge contro. Sente il braccio che penzola, abbandonato, radiazione accecante. Con una mano le tiene il collo, la vuole addosso, quella carne che è prolungamento, gli si è tenacemente conficcata, quella carne sanguinante trasmette. Ne ha bisogno.
Ancora
, insiste. La voce inclinata da equazioni confuse. Ho ancora male, gli sussurra, toglimelo.
E lui sa, sente, che non è capriccio. Che la lesione è dentro e aspetta di guarire fuori, di sputare veleno e grumi. Che il corpo chiede, i loro corpi urlano, di provare, avere, liberarsi.
Abbassa il braccio sinistro, inverte la direzione e crea una simmetria distorta afferrandole la parte alta della coscia, poco sotto i glutei. Se la tiene stretta, schiacciata, carne su carne. La bocca sfiora una guancia fermandosi sull’orecchio.
Anch’io. Lo sai.
Ed è fermo, il tono, basso ma preciso. Lei si passa la lingua sulle labbra, se le trattiene tra i denti il tempo di un lungo respiro. Annuisce a se stessa mentre alza la mano destra, quasi sfiora la sua che le tiene saldamente
la coscia, e la poggia sul fianco nudo sfiorando i boxer ruvidi. Sposta il volto, si guardano sospesi, tra buio e silenzio. Immobili.
Chiude la mano afferrandogli carne e pelle, tra le dita la morbidezza è disarmante. Stringe. Mentre la coscia inizia a scaldarsi, sotto l’altra stretta gemella, intensa.
Schiacciano, premono. Lo sforzo si schianta tra i tessuti, passa da palmi a epidermide conosciuta seppur estranea. Un vago tremolio invade cellule, si fa largo all’interno.
Il dolore si propaga, è forza selvaggia. E’ disperazione, fondale invisibile, patina che spezza, cancella. L’istinto preme, vorrebbe scansarlo questo male irrequieto, che vaga rinforzandosi, non lascia ossigeno, non si ribella pretendendo remissione.
Male, male, male.
I corpi ondeggiano, sussultano insieme e crepano, si incrinano l’uno sull’altro, l’altro nell’uno entro un’irradiazione potente, fondissima.
Le contrazioni interrompono la corsa quando le fronti poggiano sulle spalle. Le dita informicolate restano sospese a mezz’aria, molli dopo lo sforzo. Rantolano sottovoce, sudano appiccicati, doloranti.
Aspettano di calmarsi, si reggono su un epicentro invisibile che sono le loro masse assemblate in dis-equilibrio precario. La mano di lui risale e le alza il mento. Aspetta, e lo sbircia. Il fuoco le (trat)tiene la gamba, se la succhia con calma e fa lo stesso sul fianco che lui non si è nemmeno guardato. Sa. Che il male sta risalendo, galleggia sottopelle prima di riversale melma formando quell’essere deformato, schizzato, che nel buio s’ingrassa tra carne e superficie.
Ma il bacio, le labbra che da incerte, affaticate, si afferrano violente. Ma quel contatto intimo, denso e anch’esso doloroso, graffiante. Sono accettazione. Trasparente, scintillante, animale accettazione. Che cercando il male lo si può attraversare. Che nel dolore c’è sollievo, liberazione. Che i corpi ondeggianti insieme arretrano e si contorcono entro un’unica massa mutevole. Sono. Amalgama sfasciata ma viva.
Le labbra si succhiano. Le lingue giocano. La saliva scorre.
Le strette, governate da braccia che frenetiche cercano appigli, spingono la carne alla tensione, verso pulsioni che fanno e restituiscono male.
Male, male, male.
Troppo?
Troppo poco.
No.
Impareremo.

[ 27-08-2009, notte]

Written by Barbara Gozzi

Agosto 28, 2009 alle 9:28 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Respirare

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Stanotte ho letto una cosa che me ne ha fatte tornare in mente altre.

Non sapevo nulla della morte.
O meglio: sapevo tutto come tutti. Ne avevo letto, avevo ‘visto’ la sua messa in scena nei vari schermi della giovane vita che avevo avuto fino ad allora. Raramente ne avevo parlato, più con qualche amica (anni prima era morto un altro corpo, il primo grande dolore avvertito, assorbito dal mio, di corpo). Un’altra volta, andando ancora indietro, riavvolgendo il nastro delle memorie, mio padre mi aveva portata con sè prima di un funerale. Altro corpo, ancora più vecchio e lontano, sangue incastrano con altro sangue che piano, lento e paziente mi aveva dato la vita. Mia madre aveva borbottato un pò, sottovoce (ed era raro, evento allarmante, che mia madre borbottasse contro mio padre). Io ero salita in macchina con un misto di emozioni crudeli come noia, fastidio, fatica. Poi l’ho visto, tassello perfetto incastrato nella bara, con la pelle trasparente e inconsistente, il volto allungato che era appena cranio osseo, e un’infarinatura bianca ovunque. L’ho visto e ho assorbito l’urto. Non ne ho parlato per anni. Finché un click ha echeggiato nella mia testa.

Torno all’origine, allora. A quando non sapevo nulla della morte.

Avevo vent’anni.
E questo corpo che era una persona con tanto di nome e cognome, declinazione precisa in me, affrontava gli ultimi tre giorni. Ultimi prima che gli organi smettessero il regolare funzionamento. Ultimi per occhi sempre più fermi, arti ormai lenti, immobili nella mobilità dei moribondi, e respiri.

Dei respiri non credo potrò mai scordarmi.

Non tutti, tre giorni sono settantadue ore dense da poterle ingoiare solo tagliandole a cubetti, se non si sa cosa fare. E io non lo sapevo. Cos’era la morte. Ma anche – e soprattutto, aggiungo ora dopo oltre dieci anni – non sapevo cos’era affiancare un corpo verso. Dargli quell’appiglio prima del blackout generale, prima di smettere tutto, ma proprio tutto.
Respiri compresi.

Comunque non sapevo e ho imparato ora dopo ora. Cuscini su, cuscini giù. Attirarlo verso di me per far riposare la schiena, riporlo sui cuscini gonfi e stantii. Bagnargli le labbra, asciugarle. Pulire il viso, fissarlo e basta. Aprile le finestre, chiuderle. Parlare e tacere. Alzarmi e sedermi. Accanto e attorno. Dentro la camera e fuori.


La mattina del terzo giorno (e a ripensarci ora sono state molto meno di settantadue ore) è iniziata la procedura. Non trovo un termine migliore, non lo conosco. L’intero apparato respiratorio, sotto la direzione della pompa principale, ha preso a singhiozzare. Non avevo mai – mai – considerato prima quanto fosse complesso, laborioso e faticoso respirare. Respirare è atto istintivo, gesto che non chiede istruzioni, è ciò che è, avviene senza pretese, ci lascia al tempo e al resto.


Eppure respirare per molte ore, su quel corpo che non era  più corpo,  era improvvisamnte una sequenza precisa inversamente proporzionale. Procedura. Di frenata lenta, rallentamento graduale, riduzione sistematica e puntuale. Respirare era l’atto finale. Il metro, la misura. I secondi si sono sommati tra loro. Non avevo mai pensato – mai – alla possibilità di variare la frequenza, dei respiri. Non avevo mai pensato alla morte. Alla morte-morte. Che non è inquadratura, singhiozzi telecomandati e dolore di gomma catarifrangente.


Ho un frammento, nitido e consistente, conficcato tra gli occhi che porto sempre, ovunque finisco, e ogni tanto come oggi si assesta e fa male. E’ un frammento di un momento preciso. L’ultimo respiro di quel corpo che è durato più di un minuto, molto di più e io con lui, con quel respiro, seguivo e aspettavo. L’ultima lunga, lunghissima, lentissima rincorsa poi. Nulla. E il mio primo respiro dopo. E tutti gli altri che si sono seguiti e rincorsi dopo, ai quali non ho più fatto caso, non potevo, non importava ormai Era prima, che faceva differenza, quado respiravo ma non riuscivo più a farlo senza pensarci. Pensavo che stavo respirando. Respiravo pensando aggrappata all’altro respiro, quello del non corpo in dissolvenza. Lo sentivo ovunque, in casa. Perfino al piano di sotto davanti a una tazza di latte che era ricotta molliccia per gli occhi, le lancette del vecchio orologio a scandire un non tempo gambero.


Respirare è atto dovuto, che non attira attenzioni, non scatena interessi o riflessioni. Proprio come la morte-morte. Eppure i corpi affrontano un preciso punto di rottura. Che è quel frammento rimastomi incastrato nella fronte, sotto, entro pareti e cassetti.


Quello non era più, corpo. Non era. Ma da prima. Da quando esattamente ancora non l’ho capito. Dall’inizio dei respiri lunghi, forse. Dall’immobilità cronica. Da quando gli occhi hanno smesso di lacrimare e illuminarsi. Non lo so.

Ancora oggi molto non so, della morte.
Ma che in quei respiri non ci fosse più carne, più niente, si, questo mi è rimasto. E ringrazio.

I corpi custodiscono segreti. Sono indicatori. Non possiamo nulla contro di loro. Quasi, nulla. Tendiamo i nostri limiti finché il filo è talmente sottile e lungo da non essere più reale. Tecnologie, medicine, cure, chirurgia, regimi alimentari, attività fisica, trattamenti e follie varie.

Ci prodighiamo, per mantenerlo vivo e possibilmente vicino a ciò che ci sentiamo, siamo, attendiamo, desideriamo.
Ma dell’aggancio, del dopo, del verso. Nulla. Non facciamo nulla. Non sappiamo, nulla. E quel poco che avevamo scoperto lo stiamo perdendo.

Io vorrei sentirlo. Lo pensai quella mattina, di oltre dieci anni fa, mentre fissavo ossa, pelle e nient’altro. E ancora oggi. Vorrei sentirlo, aggrapparmici, e permetterlgi di essere, in me.

Mi fermo, ora.
Chiudo gli occhi.
Spengo luci e apparecchi vari.
Mi ascolto.

Respirare.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 25, 2009 alle 12:39 am

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

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La metà invisibile dell’invisibile meta.

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[di Barbara Gozzi, Agosto 2009]

Quella notte è successo.
Ma non ha capito subito, che era successo.

E’ scesa dalla macchina dopo averla parcheggiata tre volte, in altrettanti posti diversi entro lo stesso parcheggio. Ha controllato almeno due volte di aver chiuso il frontalino nel cassetto portaoggetti davanti al posto vuoto del passeggero. Due volte, si. Ha chiuso la macchina premendo lo stesso pulsante di sempre che però ha emesso un leggero tonfo, come un sasso tondo, piatto e largo lanciato senza garbo nell’acqua fonda. Ha toccato le maniglie più di quattro volte. Boom, boom, boom, boom, boom. Sequenze nevrotiche. Mania di controllo. Evidenza di incertezza.

Quella notte poteva ancora. Cambiare idea. Dare un senso contrario alle parole sbucate chissà da dove, e pronunciate ore prima al cellulare. Alle dieci va bene. Sei sicuro che al Palace’s già sanno? Ok, due-uno-due (risatina bassa, nervosa, a proposito della sequenza numerica simil palindromo, ha pensato). No, no, ho capito. Ce li ho sempre i documenti (in tono quasi divertito, tentativo di sdrammatizzare). Si, va bene. Anch’io. A dopo.
Boom, boom, boom, boom. Comunque.
Poi.
Con la mano ancora sulla maniglia, quella della portiera nel lato conducente. Con il sole ormai morto all’orizzonte, il parcheggio isolato, e una vaga patina umida sul collo, verso la scollatura generosa ma non troppo vistosa. Con un sospiro lungo, di quelli che espellono aria lentamente, e facendolo liberano alcune tensioni muscolari localizzate. Con i polpastrelli a sentire il duro della maniglia, più reale di quanto riuscisse in quel momento a focalizzare.
Lì.

Nell’istante appena descritto.
La materia si è sfocata. (S)doppiata letteralmente.
L’altra mano, quella libera, si è alzata rimanendo ferma, lungo il fianco.
Il volto ha ruotato proiettandosi verso l’ingresso dell’hotel ed è rimasto fisso, immobile su quell’orizzonte morente. Sono in anticipo, ha pensato ripetendolo nello (s)doppiamento. Sono in anticipo. Infatti erano appena le nove di un’estate bagnata e afosa. Il cruscotto ha rimbombato due volte, la lancetta delle ore si è fermata sul ‘ventuno’ con un doppio scatto. Ventuno. Ventuno. Elemento comune.

Poi però il corpo si è spostato, il cuore ha accelerato. Doveva entrare, nel parcheggio poteva essere vista, poteva arrivare qualcuno e riconoscerla, non voleva che nessuno. Nessuno.
Le porte scorrevoli si sono aperte davanti a lei.
Contemporaneamente fissava il bagliore, il sole verso la fine del suo ennesimo tramonto, dietro di lei il Palace’s pareva scomparso, ologramma ignorabile. Blocco necessario. Doveva entrare ma. Ma. E la mano stretta alla maniglia ha ordinato all’altra di recuperare le chiavi nella tasca esterna della borsa e rimuovere la chiusura centralizza. Altro tonfo, altro sasso lanciato nel fondale.
Le lancette nel frattempo si sono mosse, il tempo non ha permessi da chiedere, il tempo è. Resta.
La più grossa sempre sul ‘ventuno’, l’altra sottile e lunga sul ‘sette’. Appena qualche minuto insomma. Per entrare trovando il coraggio di chiedere la due-uno-due e, contestualmente, restare imbambolata tra posti auto vuoti prima di risalire e andarsene.

Due diverse azioni. Un solo scenario. Lo stesso corpo in movimento, materia moltiplicata a se stessa, azioni multiple inseguendo intenti e volontà relativamente opposti tra loro.

Le scelte spesso sono reversibili. Si dice che le seconde possibilità siano pratiche necessarie, innegabili. Alcune però determinano un percorso, chiudono porte mentre qualcosa si ingoia la chiave. E quelle porte lì, chiudendosi sono destinate a rimanere eternamente inagibili. E con loro il contenuto di carne, movimenti, azioni, parole, volti ed emozioni.
Ma quella notte è successo. A lei. Di entrare attra-verso entrambe le porte.
Si è vista deglutire parlando con l’uomo attempato alla reception, sorriso vagamente giallastro e dita a uncino  che le allungavano la tessera magnetica della camera matrimoniale prenotata. Siete di passaggio mi risulta, le ha sibilato tra i denti giallastri. Siamo di passaggio, ha ripetuto lei rischiando di tartagliare ma salvandosi concentrandosi sulla tessera che ora, stretta nella sua mano sudata, pareva pulsare.
E mentre saliva le scale – l’ascensore no, non importa – ha mormorato, aveva bisogno di muoversi, di avvicinarsi piano, poco alla volta, a La camera. La due-uno-due. Mentre.
Sapeva.
Che in macchina, prima di riaccendere aveva tentato di riposizionare il frontalino della radio e al terzo tentativo le era caduto sul tappetino. Le mani instabili si prendevano gioco di lei. Voleva andarsene da lì, e in fretta, le prudeva la pelle. E’ ripartita senza guardare davanti a sé, poteva arrivare qualcuno, poteva essere riconosciuta. Stava uscendo dal parcheggio privato di un noto hotel della zona. Spiegarlo sarebbe stato complicato, non impossibile come essere vista entrare, ma complicato. Ha ingranato la seconda dopo essersi immessa nella principale e il frontalino si è staccato ancora, ruzzolandole ai piedi. Ha frenato nel primo passo carraio libero approfittando di un piccolo spiazzo davanti al cancello di una villa giallastra qualunque. Alto, il cancello, e di ferro con incisioni incomprensibili. Si è imposta di calmarsi, il cuore ansante iniziava a cedere, rullava invertendo la corsa, ormai era fuori, lontano da. Da.

Lo (s)doppiamento, il primo, era appena una nota, tra le maglie di una (in)finita melodia. Ma non aveva nulla di metafisico men che meno astrale o psicologico, non era pratica esoterica, né percezione di un ‘aldilà’ o altre interpretazioni più o meno mistiche. Non era devianza mentale, invenzione malata, chimica inceppata. Non era viaggio ‘fuori’ dal corpo. Viaggio, si. E il corpo – i corpi – ne dominavano le dinamiche. Ma non erano fuori le spiegazioni. Non arrivavano neppure, da fuori, i corpi e il viaggio.

Quella notte, per la prima volta poteva aprire entrambe le porte.
Scegliere l’immersione, apnea nuova, con e in un uomo che non compariva nel suo stato di famiglia.
O rinunciare all’ (im)previsto che le ha risvegliato un (in)definito orfano di termini adatti.
Le scelte sono questo. Il lancio di una moneta che, dopo aver rotolato su se stessa per un pò, posa un lato sul piano, oscurandolo, e l’altro lo espone. Quest’ultimo, il lato visibile, diventa l’unico conosciuto da tutti eccetto il lanciatore e la moneta stessa. E spesso, lanciatore e moneta sono quell’unico corpo sfilacciato che si mette in gioco.
Lei sentiva che la moneta rotolava, rotolava, rotolava, pronta a scegliere tra due modi di vivere.
Essere metà invisibile.
Oppure.
Cedere all’invisibile meta.
Ma per ora, quella prima notte, non li conosceva per nome. Gli invisibili.

Poteva vivere entrambe le realtà, esserci nello stesso modo, presente a sé, con corpo e affezioni. Con quel ‘sé’ che è bagaglio ingombrante. E l’empatia causa-effetto del bivio.
Poco sapeva, in effetti, delle conseguenze, del dopo. In entrambi i casi poteva comunque essere o rimanere molte ‘cose’. Oppure nessuna. E di ogni possibile variabile aveva paura. Forse per questo è successo. Forse è stata la sospensione. Il pressoché identico peso, l’indecisione tra stomaco e membra. Forse succede quando scegliere è impossibile. Forse è davvero possibile quell’im-possibile manifesto. Percorrere due strade contrarie contemporaneamente. Essere, nello stesso momento una vita e due virate, e assorbirne le evoluzioni, entrambe unite e scollegate. Fino a quando, non lo sapeva, non se lo è chiesta, la domanda è finita chiusa da qualche parte entro il recinto del paradosso.

Nella due-uno-due l’odore di disinfettante fruttato le era insopportabile. Ha aperto la finestra davanti al letto matrimoniale, ha fatto appena alcuni passi entrando. Due per posare su un tavolino in legno la borsa. E quattro per raggiungere la finestra. Dopo, ha chiuso gli occhi. Non ha idea di com’è fatto il letto, di che colori è vestito, il letto, e il resto attorno. Entrando si è accesa automaticamente un’abat-jour sul comodino vicino alla finestra. E lei li ha tenuti chiusi, gli occhi, sentiva sulla nuca il fresco della notte in avanzamento progressivo. La piccola cucina puzzava. Si era dimenticata di portare fuori il sacco stracolmo della spazzatura, con i resti della frutta e della carne dell’altra sera. E la stanza era sigillata. Entrando ha avuto una vertigine, dopo due passi appena si è bloccata, in attesa. Di qualche rumore. Suoni indicatori di presenza. Ma gli è arrivato tra le narici il puzzo dei rifiuti, nient’altro. Non c’era nessun altro. Le stanze immobili e buie attendevano. Allora si è lasciata assorbire posando la schiena contro la finestra aperta, abbandonando il collo e dimenticando le palpebre.

Il corpo ha sussultato seguendo l’onda di un brivido improvviso.
Un sottile senso di acido si è insinuato entro la bocca dello stomaco. Lo stesso, unico, stomaco separato da muri lontani, stanze differenti e medesimi respiri.
Le ginocchia si sono piegate. Piano. Lentamente. Un centimetro alla volta. Finché il pavimento ha riassestato gli equilibri di muscoli e ossa. Le ginocchia esposte, alte, hanno laschiato che la fronte sudante ghiaccio vi si posasse. Il collo allungato in avanti era già indurito, cedendo al nuovo baricentro. L’aria usciva svelta da naso e bocca. Il bagno e la cucina frullavano tra loro, amalgamavano materie, montagne russe improvvisamente insopportabili.
E lei con la testa in giù, una mano sulla moquette neutra della due-uno-due e l’altra sul granito rosato della cucina, mentre le lancette insistevano a camminare come sempre, ventuno e trentuno, mentre attorno il resta resisteva, stava dov’era il giorno prima, e così quello dopo: è svenuta.

Allora gli Invisibili l’hanno accolta entro membra lievi, sfioramenti dal sapore delle memorie ingiallite, bagnate dal sudore amarognolo. Allora il Silenzio, imbottitura tagliente, filamento poliforme, ha attutito lo (s)contro delle carni.

Le lancette si sono spostate divertite, curiose. Toc. Ventidue. Toc. Zerozero. Alcuni attimi ancora, il tempo ha allungato le sue lingue viscide, sfiorando consistenze, dominando moti.
Il cellulare si è mosso seguendo vibrazioni regolari. Ingabbiato in una borsetta scura, schiacciato da un pacchetto di fazzoletti di carta, sfiorato da un lucidalabbra dai bordi rovinati, e torturato dai denti appuntiti di un piccolo mazzo di chiavi aguzzine. Il cellulare ha vibrato. Uno, due, tre scossoni assorbiti dalla borsa, nascosti ai tavoli su cui è stata posata frettolosamente un’ora prima.
Tardo dieci minuti, aspettami. Voce silenziosa di un messaggio.
Sono arrivato ora, ti aspetto. Voce silenziosa dello stesso messaggio, che insegue l’altra virata.
Perché i silenzi, certe volte, sono mani grandi ricoperte da dita grasse, carnose e succulente,  forti. Che circondano il collo senza scatenare aliti attorno e stringono, stringono, stringono. Finchè.

Una palpebra si è mossa, l’altra l’ha seguita.
Iridi enormi, liquidi. Scheggiati. Ciglia sottili, non troppo folte. Pupille calme, attente. Caldofreddo. Sudore. Sapore acido che dalla gola ha tentato di risalire. Deglutire piano, appena un’unghia che sul collo si è deformata in onda fluida. Fragranze amarognole di frutti che maturando si sono decomposti troppo in fretta. Polvere sulla pelle. Membra annodate vagamente intorpidite. Labbra secche, pronte per una febbre imminente. Vaniglia nell’aria. Saliva. Formiche tra i polpacci. Seno schiacciato, dolorante verso i capezzoli. Un ginocchio si è arrossato. Aprire e chiudere gli occhi, asincronie piatte. Penombra e buio. Buio e penombra. Chiaroscuri mutevoli. Stop.

Il gioco.
Il viver(si)e.
E’.
Ora.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 14, 2009 alle 4:22 pm

Pubblicato in 2009

Settembre attende, la coperta sa, e lei ci è nata, a settembre.

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Settembre è il mese che l’ha fatta nascere. Ma le interessa poco, la nascita in sè, la ricorrenza che è assemblaggio di una data con un’ora. Settembre le è sempre piaciuto senza riuscire a spiegarselo. Settembre la fa sentire a casa.
C’è qualcosa nelle giornate sbucciate, negli elementi che naturalmente scivolano, cadono. Nei colori. Qualcosa che l’attrae da quando era ragazzina, dalle prime fragili consapevolezze.
Settembre è un’atmosfera. Uno status. Una realtà in divenire, che si sfoglia come le banane mature. Solo che dentro non è mai maturo, Settembre, si trascina echi della stagione gelida senza esserlo. Sussurra di cieli grigi, aria che penetra, pioggia e neve. Annuncia l’oscuro senza esserlo, o essendolo nel profondo celato, appena un bisbiglio che presagia. Tessiture di sottintesi.
Settembre è anche l’inizio della caduta. Tra foglie giallognole, cieli rossastri e sfumature marroncine. Proprio mentre tutto si prepara ad altro, in quell’altro atteso con la sottile eccitazione dell’amante inappagato, tra strade che perdono l’odore del cemento bruciato per assorbire l’umido dell’acqua. Settembre si carica di promesse, è, promesse. E’ il Gennaio vero, quello che dà il via al mondo (perché i Gennario istituzionali non sono mai stati capaci di generare alcunché, hanno sempre e solo continuato l’eredità dei dicembre, dell’inverno pronto alle miti rigidezze dovute).
Settembre sta nel mezzo, per questo può essere ciò che vuole. A Settembre si riaprono le aule, quasi tutte, si riprendono libri ed evidenziatori, ogni tanto si affrontano percorsi, mutazioni, e poco importa se si è sedicenni o quarantenni. A settembre i regimi tornano, gli orari riequlibrano tempi e imposizioni. Ma c’è ancora uno spiraglio, forse solo Settembre può trattenerselo, questo spiraglio. Che è illusione quanto possibilità sfiorabile, desiderio delicato tra le piaghe dei sogni. L’estate è finita seppure il calendario non può ancora cedere all’evidenza. L’aria lo sa, che l’asfissia perde respiri ogni giorno, in un’inversione di proporzioni naturali, dolci. L’inverno chiama, guardando avanti lo si può intravvedere seppure la lontananza è pace, diluizione della medicina amara.
Settembre le è sempre piaciuto. Lo respira in modo diverso. L’autunno forse non esiste più, forse dei transisti è rimasto appena il ricordo. O tutto è transizione. Ma Settembre raccoglie polvere e brillanti. Il fresco. L’accorciarsi delle giornate con la furia della belva. La ripresa di certi golfini né leggeri né pesanti, la trapunta sul letto, fino a quella voglia segreta, che prepotente si impossessa del corpo, voglia di calore controllabile come una cioccolata mescolata piano o un té bollente tra tazze allungate e strette da dita dalle punte gelate. Tutto questo è Settembre.
Ha preso decisioni a Settembre. Alcune stupide, inutili. Altre notevoli dalle lunghe code diramanti. Settembre è ripresa, di cosa può non essere così certo come sembra. Della voglia di stare sotto le coperte con la finestra aperta, dell’avere la pelle d’oca sulle spalle nude e lo stomaco al caldo.
Il prossimo Settembre già si fa annunciare e come ogni Settembre non mancherà di dis-attendere promesse.
Vorrebbe che succedesse, stavolta. (Ri)vorrebbe un pugno della magia che annusava prima di essere. Quando tutto mutava in possibilità. Quando le striature erano variazioni a tema. E si poteva stare quanto andare. E si poteva essere ma soprattutto non.

Ci è nata, a Settembre. E ogni tanto ci pensa. Che gli allineamenti parlano, sono, tracce. Che non le dispiacerebbe nascere ancora, da adulta, in Settembre.

E le torna l’immagine di questa piccola casetta incastrata tra altre. Sotto la pioggia. Una porticina marrone. Alcune finestre a delimitare perimetri. E tende tra le finestre. La casetta sta tutta dentro un piano, è grumo di stanze altrettanto piccole, avvolte dalla penombra che è bianco e nero. Che è freddo sopportabile. Poi le gocce sui vetri, oltre le tende semi trasparenti, le gocce insistono, picchiettano, bussano. Non c’è luce nella casetta. Finché fuori resiste uno spiraglio si resta così. Tra mobili tondeggianti e scuri, finto legno probabilmente, comprato in negozietti persi tra vicoli e storie. Tra tappetti dai tre colori: rosso, nocciola scuro e verde. Miscelati con la pazienza del tempo che torna. In questa casetta che è porzione di non luogo, c’è almeno una scrivania, un divano troppo imbottito giallastro sbiadito e librerie ovunque. Delle librerie è sempre stata sicura, le vede da fuori, ancora prima di entrare sa. Che ci sono libri e scanalature entro cui depositarli, lasciarli riposare. La pioggia bagna, la pioggia battezza. E la piccola porta è un accesso atipico, celato da rampicarti molli e zuppi, verdi come la vernice scrostata del cancello in legno. Sono pochi ormai i cancelli in legno, in Italia almeno, ma questo lo è, lo è sempre stato. Il giardino sarà un metro quadro, non è importante, non c’è nulla in giardino eccetto ciuffi d’erba abbandonata. Passando in macchina neanche si vede, la porticina camaleonte, pare il retro di una villa. Invece è una casetta in-dipendente tra muri alieni di-pendenti. Non c’è targetta, né cassetta per la posta. Ci passa un sottile marciapiede, davanti al cancello dal legno verde scuro. Di solito dentro fa freddo, il riscaldamento funziona come può, forse è vecchio, forse è guasto, forse è solo diretta espressione del tempo, della non stagione che è mese precisamente perso. E ci sono plaid, sciarpe, maglioni enormi dimenticati ovunque, pezzi di tessuti rassicuranti. Uno in particolare, è una coperta dal doppio strato, quello superiore di cotone spesso, l’altro in misto lana. E si distinguono dagli odori, gli strati. Quello superiore profuma di fiori secchi, fragranze vaghe e intense. Sotto è più l’umido infeltrito a dominare rugosità quanto percezioni. La coperta conosce spalle e costole. Sa sagomarsi senza annullarsi, e dopo ritorna ciò che è, così ogni volta. Attende nel silenzio la presa veloce, i brividi che assorbe con calma. Con la calma che le cose hanno, quando oltre le masse, sorridono a certezze che non  hanno spessori. Che sono umori. Per-cezioni sospese tra l’essenza di un micro mondo imperfetto che ripete se stesso ogni volta.
Settembre aspetta ogni anno di tornare alla casetta, infila la chiave tra le scanalature e si chiude alle spalle la porta cigolante. Settembre è la casetta nascosta. Magica. E la coperta col doppio strato, paziente, ogni anno sa. Che una mano bianca, ossuta, torna ad afferrarla, se la stringe contro un corpo diversamente uguale. Che il calore a poco a poco riempie. Che le gocce sono fuori e dentro. Che la sospensione del mezzo è destinata a morire da sempre, tra l’agonia deliziosa della speranza. Che lei, la coperta, è quella speranza.

Testo di Barbara Gozzi
Foto scattate da Bg, a Mantova fine luglio 2009 con atmosfera settembrina.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 9, 2009 alle 2:07 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Nel corpo. Lasciati essere.

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Vieni, vieni pure. Sssst.

Il corpo chiede, il corpo si prende. Ha rughe e porosità, è elastico e non teme la gravità. Si riempie di ematomi, è capace di mutare lentamente o di spezzarsi con la velocità dei fischi sulle labbra.  Ha volontà solo sue, scisse dal resto che qualcuno chiama cuore, altri cervello o peggio: anima. E’ capace di scatenare tempeste, di aprire ferite e di lenirle. Desidera e cerca in continuazione. Di solito ha un senso delle prospettive. Senso che però sfugge all’umano che è assemblaggio di elementi percentualmente vari e imperfetti. L’umano fatica a gestirlo, fors’anche capirlo in molti casi, e se impara resta una battaglia instabilmente dis-equilibrata. Perché il corpo non conosce, eccetto la sua stessa natura-carne. Il corpo è catena chimica quanto inspiegabile associazione tra materia e pulviscolo luccicante. C’è chi destina molte energie, a crescerlo, plasmalo a piacimento. Finchè si accorge che l’esterno, il contenitore, non è altro che vaga scheggia di un’essenza altra, ben più potente e pesante dell’apparire in sé. Ben più pre-potente, minacciosa, feroce.

Il corpo è, ed essendo si conosce, accetta, coccola, preserva.

All’umano lascia tracce, percezioni, affettività, desideri, dolori, fatiche, mali e beni. In cambio avanza richieste elementari, dal sapore amarognolo: di essere ascoltato, e qualche volta assecondato. Di non finire idolatrato o mortificato. Di poter sentire il rispetto e l’accettazione. Di non essere colpa o resurrezione. Di respirare e magari, se possibile, di sentir respirare un altro corpo che come lui. Aspetta. Annusa. Sfiora. Carezza. Slabbra. Possiede.

Stai qui.
Non muoverti.
Ascoltami tra i muscoli.
Cediti tra movimenti involontari di polmoni e cuore.

Le percezioni, il sentire, e provare ci passano attraverso. Hanno comunque bisogno di carne non soltanto per la manifestazione, l’espressione, piuttosto per l’inquadratura a fuoco. Per restituire la potenza di una non-materia alla materia. Il corpo è carne ramificante, piena di radici artiglianti e labbra uncino. Ha ed è collegamenti che i sensi sono in grado di decodificare, li raggiungono e possono entrarci velocemente peché sono linguaggi  semplici negli incastri. I gesti (in)cludono molta carne, e di solito l’importanza è relativismo momentaneo dalle mutazioni insistenti. Toccare il seno della donna desiderata saggiandone spessori e recettori. Ticchettare sulla parete in vetro di un tavolino. Succhiarsi il morso di un insetto lenendone inspiegabilmente il bruciore. Passare le mani tra i capelli altrui, con la lentezza della domanda. Non c’è, una gerarchia per spiegare. I sensi sono invisibili ma sincronicamente carnali. I sensi avvallano i corpi, ne fanno parte come gli amanti che raggiungono l’orgasmo, in quel (forse) unico e prezioso momento, sequenza di secondi senza ritorno, in quella maglia spazio temporale, gli amanti si smettono, non sono, non chiedono, non pretendono, non cercano. Esistono e basta. Così i sensi, che unendo corpo e corpi tra loro, sfuggono e galleggiano. Restano (im)permeabili alle logiche della ragione, degli affetti costruiti, delle regole.

Siamo corpo, corpo nel fuori assorbito dentro.

E ciò che proviamo, scorrendogli attraverso, ascoltandoci in silenzio, ci restituisce. Recupera l’essere e una collocazione tra gli esseri.

Chiudo gli occhi, mi poggio le mani contro, tra la pelle nuda di una scanalatura qualunque, rilasso collo, spalle, stomaco, gambe e braccia, piedi. Allungo ogni muscolo che posso sentire, conoscere, registrare. Cedo a un giaciglio, mi impossesso dello spazio che ora è mio. Azzero i rumori. Inspiro. Espiro. Ancora. Espiro. Inspiro. Mollo il petto, dimentico ogni possibile pensiero, anche il peggiore. Ora. Non è. Ora. C’è questa carne. C’è un corpo, il mio. Mi lascio. Essere.

E se puoi non te ne andare prima che la mia carne, tra la tua, abbia avvertito quel senso che poi evapora ma lascia memorie. E se puoi. Lasciami saggiare ciò che sei, non sgusciarmi. Sii.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 7, 2009 alle 6:09 pm

Pubblicato in 2009

Registrazione 022b4565czzd99mbe con inturrezione in fase di manutenzione, rumore di fondo perso: l’amore non esiste.

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Il condizionatore rumoreggia, ma non è per la vecchiaia o altro, è solo il suo modo di respirare e sputare aria fresca, ghiacciata chimicamente. Non devi mollare, Elena, lo sai che non ci lasceremo mai. La musica si blocca, stop, cambio scena, solita inquadratura. Allora? Come ti senti? Non ce la faccio più. C’è appena un fruscio ora. Eccetto per la tosse del condizionatore. Un aroma leggero, fruttato, si espande oltre il tavolo. L’amore non esiste. La tisana raffredda e nel farlo libera i suoi odori nella stanza. Lo sai che non posso stare senza di te, ti prometto che d’ora in poi. La musica è tornata, ma è un’altra, quella della sigla di chiusura che ogni sera, alla stessa ora martella lo schermo con le solite tre note in sequenza. Dadada. Dadaaan. Dadaaaandada. Lo stomaco non accenna a calmarsi, la nausea è passata, poi tornata e così per una decina di volte nelle ultime ore. L’amore non esiste. Le gambe che ogni tanto se la prendono per essere meno importanti, proprio stavolta si sono decise a incazzarsi o forse è l’afa. Si sono indolenzite, irrigidite in alcuni angoli ora doloranti e se vengono usate tremano per quel numero di secondi sufficienti a non essere dimenticate. Altri rumori. Il telecomando cade con un frastuono, si sarà aperto lo sportello esterno dove dormono le pile. Chissà dove sono finite, le pile, se sotto il divano o tra i piedi delle sedie. L’amore non esiste. Chiamato in causa, il divano cigola, mal sopporta i pesi ormai, sono alcuni mesi che mal sopporta, da quando ha deciso che è troppo logoro per essere solo un divano, da quando quella casa gli fa così schifo che si stacca assi pur di essere continuamente svestito, aggiustato, ripulito e reso presentabile. L’amore non esiste. Sono le ventuno, è serata di fantasmi. I cicalecci arrivano con il solito (in)sospettabile codazzo di note ritmiche, melodie tribali. Dopo dieci secondi scompare anche la scritta blu sullo schermo. Programma impostato: 1009 cipciop, autoview on. E’ tiepido il liquido attorno ai due filtri. Uno più chiaro dell’altro. Non hanno un sapore in particolare, in effetti, neppure miscelandoli assieme i filtri trattengono quel qualcosa che qualcuno ha sapientemente confezionato e chiuso dentro una velina semi trasparente. Che non sa da niente, però. L’amore non esiste. Un bacio schiocca, fa piroette nell’aria poi la porta, quella di un’altra stanza di là, canticchia prima del sibilo della maniglia. E’ la maniglia che custodisce gli spazi, decide chi sta dove e dove sta chi. L’amore non eiste. Il fondo della tazza ha già scheggiato il lavello, ma quella volta era bollente, ora no, ormai ci si possono tenere le dita a contatto coi bordi tondi. L’amore non esiste. Da ‘InterniEsterni’ le vendevano solo a coppie, le tazze. Alcune erano proprio delle Lui&Lei con annessi simboli sacri e profani. Altre se la cavavano con molto meno. Fiorellini intrecciati, macchie confuse, alcuni set portavano stampe di paesaggi, anche belli tipo Venezia, Roma, la Valtellina, Lampedusa, e forse Napoli ma poi le coste del sud sembrano tutte uguali per chi con le coste non ha mai avuto a che fare. L’altra tazza, la sorella o il fratello di questa tiepido-fresco-andante, si è prima scheggiata nell’impugnatura, poi scolorita alle estremità fino a crepare sul fondo. L’amore non esiste. Una lunga crepa leggerme ricurva. Ma forse non era realmente imparentata con questa che è finita perfino in lavastoviglie e ne è uscita opaca ma profumatissima. L’amore non esiste. Sotto la tavola c’è una colonia di briciole. E meno male che non sono dotate di arti mobili e volontà. Se ne stanno tra le scanalature del pavimento, ogni tanto se finiscono tra le suole se ne vanno in giro ma poi neanche tanto, non riescono a rimanere aggrappate a lungo, si stancano facilmente. Come il resto del corpo, stanco e bucato. Stavolta in poco più di mezza giornata si è trasformato. Tende a sfiorire, scolorisce come l’altra tazza, quella senza legami che ormai sarà mutata in polvere o mischiata per ricreare altri materiali, oggetti nuovi e luccicanti pronti per la prossima vetrina. L’amore non esiste. Poi dalle vetrine imparano a cantare, richiamano portafogli e carte di credito, sorridono e sono felici, lo sono per forza, altro non conoscono. Ma se poi si fermano due occhietti scuri, guizzi innamorati del loro bagliore e di quelle forme che li rendono ciò che sono, che ufficializzano utilità e bellezze, se quegli occhieti decidessero di lampeggiare per alcuni minuti, avvicinandosi, stringendosi sempre più alla vetrina; allora si sarebbe godimento puro. L’amore non esiste. Ma non entrano, non hanno soldi per comprare o se ce li hanno non possono usarli per degli oggetti che sanno appena sorridere da una vetrina. C’è un sacco di gente che attraverso vetrine si imbambola, immagina e costruisce voglie che poi si butta alle spalle fino alla prossima vetrina. L’amore non esiste. Dal lavello la tazza finisce sotto l’acqua fredda, qualche tocco appena, dita svelte che non guardano, sfregano i bordi superiori poi la ribaltano. A testa in giù il mondo è strano. Le cose diventano strane. Sono come, nuovamente sensate, stanno uggualmente dov’erano prima solo che bisogna virare nell’osservazione, spostare baricentri. L’amore non esiste. L’amore non esiste. L’amore non esiste. Una specie di bava grigio-biancastra scivola dall’alto, oltre il rubinetto c’è una bocca che tenta di trattenere ma non ce la fa, e quel liquido denso, raggrumato e sporco si sporge poi crolla. Striscia per raggiungere lo scarico del lavello. A guardarlo non pare brutto. E’ solo materiale inconsistente che prima era chissà cosa e ora si è stancato di aspettare. Un singhiozzo ne accompagna l’uscita di scena. L’amore non esiste. Mi hanno mostrato la zia mentre si tagliava le vene, vedi? E’ qui che l’ha fatto, quando l’ho vista io ma qualcosa non torna. Occavolo. Fine della spirale crescente, assonanze basse non troppo invasive. L’inquadratura si è fissata su un dettaglio. I fantasmi proseguono e se ne fregano di tazze, lavelli, bave e ridicoli pensieri trastullanti. L’amore non esiste. Sono solo stupidaggini. Nuova scena. Probabilmente, intanto guardi qua. Divertente tutto sommato, virare in continuazione, guardare solo quello si pensa di poter sopportare, assecondare cose, rumore, odori e materiali veri o meno che siano. Divertente anche perché noi non proviamo niente, non sentiamo alcunché ma sappiamo fingere bene. Noi, i registratori della memoria, checcavolo. Un pò di rispetto. L’amore non esiste. Questa in realtà non la dovremmo registrare, non spetta a noi. I rumori di fondo sono di competenza degli assemblatori umorali, viscidi e disgustosi ricettori di quel sentire sensoriale, profondo, sentimentale. Si occupano loro della merda della carne che non si crede carne. L’amore non esiste. Solo che stavolta hanno cambiato gli ordini, ci dobbiamo convincere tutti di questa cosa. Ma proprio tutti, pare. Allora anche noi la registriamo, la cosa, non è poi chissà-che farlo. Insomma. Avesse almeno uno spessore, un senso compiuto con dimensioni, o movimenti; avesse uno straccio di appiglio, la cosa. Sarebbe più facile, registrarla come si deva. Ma lei no, scivola, scappa, torna sempre ovviamente ma non si lascia afferrare come il resto di cui ci occupiamo. Non basta registare stavolta. Non basta no. L’amore non esiste. E noi non capiamo, questo si è snervante. L’amore non esiste. Ci stiamo perdendo, dov’è che siamo ora, cos’è successo che non è rimasto niente, non ci sono tracce, oddio non c’è nessuna registrazione recente, oddio. Oddio. L’amore non esiste. Oddio. Ma dove? L’amore non esiste. Oddio. Ma come? L’amore non esiste. Od-dio cosa vuoi da noi? L’amore non esiste. Non esiste amore. Esiste il non amore. No, così non vale, le cose non cambiamo. Le cose sono. Esistono. Stanno. Si rompono e spariscono. Ma non cambiano. Si può registrare qualcosa che non si capisce? Si può continuare perdendo pezzi? Si può, davvero, mutare la propria natura?

Written by Barbara Gozzi

Agosto 5, 2009 alle 9:38 pm

Pubblicato in 2009

Tasso Valèrie – Diario di una ninfomane

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Ingredienti già in uso per altri libri-ricetta, leggere virate nei rarissimi sviluppi interiori (talmente rari che non so quanti le abbiano notate).
1- Sesso. Sempre e comunque. Promesso, descritto in un qualche modo, accennato, vagamente estremo a tratti, disgustoso anche ogni tanto, purchè ci sia puzzo di eccitazione.
2- Scrittura epistolare. I diari sono strutture narrative veloci, che non pretendono nulla dalla lingua, che chiunque almeno una volta nella vita ha tentato ma soprattutto. Sopra. Tutto. Non ci sono troppe complicazioni dal momento che il punto di vista è sempre lo stesso, le virate minime, gli approfondimenti limati all’osso, e tutto con la benedizione di chi legge che non si può ribellare. Perché un diario è un diario. Altro non ci deve essere.
3- Capovolgimenti ma sempre dentro l’ingrediente uno e soprattutto dentro un range ristretto (se prima tanto dopo zero o al massimo uno, se poi zero assoluto dopo si riparte in quinta direttamente, se prima per mero piacere poi per denaro o viceversa, se prima solo in certi modi, dopo si provano tutti gli altri… paiono perfino divertenti, come giochetti, i capovolgimenti da prevedere)
4-Finale che salva e non salva. Perché così chi aspetta per quasi trecento pagine di sospirare per un finale alla Pretty Woman, non può – non. può. – rimanere a bocca asciutta. Ma ci sono anche quelli che da più di cento pagine sono lì lì che pensano ‘eh no, mica se la può cavare con il principe azzurro, eh no no, a me non è mai successo dunque’. Per cui si salva. Ma anche no. E si va tutti a letto soddisfatti, sospiranti ed eccitati. Olè.
5-Linearità della ricetta. Insomma, parliamoci chiaro: se i quattro ingredienti di cui sopra hanno funzionato in altri storie, perchè poi uno dovrebbe tanto sudare per variarli? Scherziamo? Squadra vincente non si cambia, sostiene qualcuno. Si potrebbe obbiettare, in questo caso, che dipende dal ‘tipo’ di vittoria ma tant’è.

E mentre leggo ho una domanda insistente in testa. Un urlo.
Ma santissimapazienza, possibile che di sensualità, erotismo, affettività carenti che cercano compensazioni carnali; possibile dunque che il sesso si possa sempre e solo trattare così? Possibile che le storie dove c’è del sesso fuori dagli schemi convenzionali, debbano diventare storie DI sesso, PER sesso, CON sesso sputato ovunque, al bisogno ma anche no?

Ero una fattucchiera e andavo alla ricerca di maghi Merlino in ogni angolo della città, gente in gamba, amanti, con le venuzze sexy che si disegnavano sotto la pelle. [...]
Gente che mi faceva sentire viva.
So che, in fondo, quella ricerca era la manifestazione di malattie terribili: il silenzio, la solitudine, la mancanza di comunicazione. [...]
Per me la comunicazione vera e propria è cominciata con il corpo, il movimento dei fianchi, lo sguardo. [...]
Ho capito che la gente ha bisogno di dare un nome alle cose, di semplificarle con le parole, pensando così, a torto, di poterle capire. Io, invece, ho preso l’abitudine di comunicare sempre meno con le parole e sempre più con il corpo.
(pag.12-13)

L’infedeltà non mi ha mai creato sensi di colpa. In effetti, ho sempre pensato che l’infedeltà non esiste, che si può essere fedeli pur avendo rapporti sessuali con altre persone. Il corpo si può condividere, l’anima no.
(pag.253)

Le donne si fanno abbattere solo dall’amore, o dalla perdita di un figlio. Ma sanno superare le altre tragedie. E per amore adesso ero sperduta, sola al mondo, con vicini di stanza dalla dubbia reputazione, prostitute volgari sotto la pensione e circondata da bar pieni di senzatetto.
(pag.168)

Written by Barbara Gozzi

Agosto 5, 2009 alle 2:23 am

Pubblicato in 2009

Starebbe

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Ho voglia di fare l’amore.
E tu, nei miei pensieri, sei tornato.
Non proprio tu, quello che sapevi tessere su di me. Con, attarverso, l’immagine che in te ero io.
Oro lo so, che posso. Ne sono sicura.
Me lo hai insegnato, e io ho succhiato imparando, dubitando finchè alla fine. Ora. Eccomi.
Ho voglia di abbandonare maschere, schemi e ruoli. Ho voglia di liberare ciò che sono, di lasciarmi sciogliere, cedere alla carne. Tu puoi capire, lo so. Puoi, me lo hai mostrato con la ferocia del demone che sei. Che hai.
Ora possa volerti, scegliere la tua carne e lì restare. Tu sei carne, è solo questo che resta. Altro, non c’è. Non c’è mai stato? Non importa. Ora, davvero, nulla ha importanza.
Ho voglia di sentire.
E di eccitarmi guardandoti, lasciandoti fare, facendo allo stesso tempo.
Ma anche di  giocare con te sospeso, sorriderti da gatta mentre fatichi a controllarti, e io ancora insistendo mi muovo e ti tengo lontano, ti stuzzico e mostro ciò che. Forse avrai. Forse no.
Io sono ciò che sono. E tu, che sei stato maestro e aguzzino non potresti apporre obbiezioni. Non domanderesti tanto meno pretenderesti fossi altro. L’imperfezione ti è nota. Il male anche, più quello vissuto, voluto, accettato, scatenato piuttosto che quello imposto violentemente, subito, ma ancora non importa. Posso insegnartelo io (so che credi non sia possibile, so, ma ti sbagli).
Sappi però, che in questo mio parallelo onirico non ti lascio il comando. Non ci sei più solo tu, quando l’elettricità sale, cresce, inumidisce. Stavolta, ora, ti pieghi all’evidenza. All’ ammissione di debolezza comune, di voglia che è fragilità e paure. Ma tra noi, molto c’è già stato, reale, bilaterale, sentito o i loro incastri contrari. C’è già stato, tutto. Ci conosciamo, abbastanza da smettere danze preparatorie. Abbastanza da farci male per piacere, da essere senza conseguenze. Perché, mentre il corpo indolente si tende, trema, il resto crolla, si infrange.
Ho voglia del tuo corpo che mi conosce, posso evitare spiegazioni, limare al minimo le parole, trattenere solo quelle che da dentro mi alimentano. Tu sei quel corpo, lo so. Che mi compensa nell’irrazionale inquietudine perenne. Nel non essere. E essere. Nel volere solo questo. Mani, polpastrelli, labbra, lingua, pelle e piacere. Chiedo solo questo. Che tu ti sei già preso, e ora anch’io pretendo.
Carne siamo, carne restiamo. Con le parole possiamo giocare, invertire stagioni e stringere maglie piacenti solo a noi. Possiamo essere ciò che vogliamo, davanti allo specchio o con qualcuno che ingenuamente ci cede, non dubita o asseconda semplici battiti di ciglia, rotazioni linguali e sfregamenti fintamente occasionali. Possiamo finire ingabbiati da questo o quel dovere, ritmo imposto dalle divinità terrene.
Ma in certe piccole finestre, e solo con pochi e selezionati esseri a noi simili, siamo. Male-detti. Corpi destinati a decomporsi, incapaci di magie o abbellimenti oltre il materiale. Siamo. Desideri, ossessioni, passioni e bisogni. Siamo belli e brutti, sodi e flaccidi, leggeri e pesanti, virginali e puttanieri, eleganti e trasandati, amanti di sè e mai degli altri.
Per tutto questo insomma, mi sei tornato in mente. Per questa natura capace di fare un male insopportabile, ma che accetta. Che riconosce, si riconosce. Perchè poi, ora, la mia carne raffredda, si gonfia, tende e raggruma. Ora. La tua carne contro la mia, nel silenzio che siamo, starebbe.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2009 alle 2:16 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

A.A.A. Cercasi ricetta letteraria mai provata, potente e fulminante. Astenersi perditempo e finti furbi.

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Le ricette sono una gran cosa.
Aiutano a non commettere errori.
Garantiscono – o quasi – un risultato minimo accettabile e qualche volta un piatto ‘niente male’. Qualcosa che i commensali commenteranno leccandosi dita o labbra. E che chiederanno ancora, se la ricetta è valida ovviamente e l’esecutore scrupoloso e fortunato.
Ed è interessante notare come l’equazione si possa estendere anche ad altro, letteratura compresa.
Ogni periodo, almeno degli ultimi quindici anni, e oltre ha avuto il suo ‘trend’. Quel tema, quel certo tipo di storia e sviluppi, quell’incastro di ingredienti che appunto ‘va di moda’, attira, fa vendere in sostanza. Chi lo ha azzeccato è stato un ottimo chef, si è meritato la divisa bianca e naturalmente il ricettario tanto agognato.
E’ qualche settimana che leggo qua e là della nuova ricetta (che poi, ormai, tanto nuova non è dal momento che si è iniziato perfino a divulgarla, a discuterne… per carità!). Comunque. Si tratta di qualcosa di semplice tutto sommato – così dicono ora – basta amalgamare con cura elementi fantastici o comunque passati (epoche storiche lontane quanto vampiri quanto folletti, streghe, maghi e chi più ne ha più ne metta, le ricette lasciano sempre un pizzico di spazio all’estro, pare) con altrettanti o quasi elementi del vissuto moderno, di questo nostro secolo fatto di frenesie, tecnologie esasperate, impegni, crisi socio-geo-economico-politiche. E naturalmente sbriciolarci dentro tanti, ma tanti, sentimenti persi, di quel tipo candido, assoluto, forte e universale come ormai non ce ne sono più oggi, nella vita reale.
Si tratta di miscelare, attenzione, mai eccedere. Perché così si accontenta tutti, pare. Quello a cui non frega nulla dell’epoca medievale o dei gotici o degli stregoni ma invece vuole sentirsi raccontare di questo suo oggi che vive magari male, ma anche quello che del quotidiano proprio non ne può più, si è letteralmente ‘rotto le scatole’ e cerca altro, qualcosa capace di solleticare la fantasia, mondi lontani, persi nelle nebbie del tempo o dell’immaginario popolare, anche folcloristico, perchè no?
Dunque eccola.
La ricetta.
Appunto neanche tanto complicata, tutto considerato.
E vale per ogni tipo di storia alla fine.
Storia di carta, da schermo casalingo ma anche da maxi schermo e biglietto.
Le mode sono una gran bella cosa, viene da pensare, danno sicurezza. Garantiscono stabilità, una volta individuate.
Peccato che chi vuole a tutti i costi il ricettacolo di cui accennavo sopra, il nuovo scettro del potere che porta consensi, fama magari, soldoni anche, arrivi insomma; quell’oggetto magico ecco. Peccato – dicevo – che le ricette già scoperte non valgano per averlo. Bisogna subito correre a cercare altro, nuovi intrugli, miscugli ignoti, ingredienti inimmaginabili.
Peccato si.
Non ci si può neanche godere un buon piatto in santa pace.
Ma poi. Riflettendoci con calma. Dentro quel piatto lì non ci sono i mie cibi preferiti, forse ora ad annusarlo per bene, neanche mi pare invitante, vagamente nauseante piuttosto.
Chissà se è poi vero che questa storia delle ricette è così necessaria, furba.
Per certi borsellini pare di si.
Perché, scusa, di cosa stiamo parlando?
Mica vorrai ricominciare con l’estro, il ‘guizzo’ dell’artista, la voglia di raccontare, l’ingegno stilistico, le impronte sulla sabbia, la creatività, il rischio.
Misericordia.
Cre-a-tivi-tà e ri-schio insieme procurano bruciori, non li senti?
Vai, vai, corri a cercare.
Che il bando per la prossima ricetta è già iniziato.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2009 alle 2:28 am

Pubblicato in 2009