Il ponte
di Barbara Gozzi
“Sono sempre stata una persona irrequieta. Lavoro troppo, mi occupo molto di mio figlio, danzo come un’ossessa, pratico l’arte della calligrafia, frequento dei corsi di perfezionamento per venditori, leggo un libro dopo l’altro. Tutto per evitare quei momenti in cui non accade nulla, perché gli spazi in bianco mi suscitano una sensazione di vuoto assoluto, nel quale non c’è neppure un’infinitesimale briciola di amore.”
(‘La strega di Portobello’ di Paulo Coelho – pag.127)
Trovare un senso alla giornata.
Riuscirci insistendo, smettendo di guardare l’orologio muto e immobile, e tirando fuori energie perse, evaporate.
Scovare la forza di farsi piacere quello che c’è, i gesti ripetitivi, autonomi e inutili, gli spazi che bloccano limitando gesti e azioni.
E continuare ancora e ancora a fingere che ci sia, qualcosa di sensato da fare, che ci sia quel dopo che invece è vuoto, ingegno vano, stupidità.
Trovarlo, il senso che da il via alle ore, le fa scorrere regolarmente senza renderle pesanti, faticose e insopportabili.
Non è cosa da tutti.
Poi smettere di sentirsi urlare dentro, di strepitare col corpo immobile, all’apparenza rilassato mentre dentro – nel suo fondo – ogni singola cellula si strizza contro le altre, stare fermi è impossibile, alienante.
Si potrebbe anche riconoscerne un altro. Di senso. Ovvero non cercarlo, smettere di credere alla sua esistenza. Tra giornate, gesti, nell’essere. Si potrebbe non ascoltare quella linfa che pulsa, spinge e continuamente raspa. Cedere.
Ce.De.Re.
Il giorno cos’è poi? Il preludio alla notte. Ma poi anche viceversa.
Le nove servono a suggerire le dieci. E le dieci per le undici. Via così, sempre, comunque.
Azioni, lavori, mestieri. Riempitivi spazio temporali nonché economici.
Dunque?
Cosa importa come, dove, in che modo, quanto e con che ‘residuo’.
Cosa importa l’inutilità, l’assurdità, l’attesa di un dopo che poi è speculare?
C’è un salto preciso, tra l’adesso e il poi, tra questo gesto e il successivo, una parola e l’altra, chiudere e riaprire gli occhi. E quello spazio lì, intermezzo lo si potrebbe battezzare, non si può eludere. Esiste da sempre. E’ l’unico margine impossibile da riempire. E’ il ponte tra le cose. E quando lo si attraversa pare che tutto si fermi, rallenta perfino il flusso temporale. Lì, dunque, tutto si chiarisce, diventa evidente, indiscutibile. Disperato.
Non l’ho trovato, il senso.
E fatico a smettere di cercarlo.
Se non c’è, un motivo, una logica, il ponte si allunga, diventa illlimitato, scricciola ma non cede.
Non c’è l’uscita, non la vedo. Cammino, corro, saltello, e ancora un passo davanti all’altro. Niente.
Sono incastrata in una congiuzione che non ha fine. Se guardo sotto, il vuoto. Sopra idem. Attorno non c’è granchè, qualche mano ogni tanto, parole appena sussurrate e rapite dal vento.
Alla fine l’inevitabile lotta si trasforma in resa. O attesa. O semplice respirazione.
Ma se potete, se lo riconoscete prima di salirci, prima del risucchio. Se. Evitatelo, fuggite, fate qualunque cosa eccetto ascoltarlo perchè a lui – al ponte – di voi non interessa nulla. Fagocita e azzera, è il suo mestiere, è appena una congiunzione, in fondo.
Appena un intermezzo. Appena silenzio bucato.