Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Luglio 2009

Ti amo

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barbara gozzi

Ricorda di averla aspettata a lungo. Tra afa soffocante e volti sfuggenti. E anche di averla chiamata, oltre la decina di tentativi a vuoto. L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. Trullallà, trullillà. Sudore sotto le ascelle a formare aloni fastidiosi sulla camicia, non una qualunque, scelta proprio per andarla a prendere. Vagamente profumata di mare, per via di quell’ammorbidente blu, oceans recita l’etichetta invadente. A lei piace. Il mare. Il sole. Ridere. Stavolta qualcosa dev’essere andato storto.
Ripiega le braccia sotto la testa, con le pupille gonfie perlustra in lungo e in largo il soffitto della camera, straniera come la donna mollemente abbandonata sul suo fianco sinistro. Bella, dalla pelle scura, arsa dai raggi invadenti. Occhi chiari, sfumati. Labbra enormi, effetto risucchio.
Un ronzio gli provoca uno scatto fulmineo del collo. E’ lei, se lo sente tra le cosce. E’ come averla lì, davanti a lui, in ginocchio che fa la diva, a non guardarlo fissando oltre i suoi capelli sul cuscino mentre muove i fianchi e si passa i polpastrelli sul seno ancora parzialmente coperto dalla canotta. Bianca. Ultimamente indossa sempre lo stesso modello. Con i bordi spessi, da uomo. E rigorosamente di un bianco etereo, che acceca. Nessun vezzo tra la carne, gioielleria varia, trucco, profumi, nulla. Persi per strada, col tempo. Solo un sottile aroma denso, dolciastro, residuo insistente di una crema che la ossessiona. Ventisette euro il barattolo. Enorme, il barattolo. Sembra un cofanetto dagli spigoli tondeggianti. E lei che, con un solo movimento del polso ne fa rotolare il coperchio, gli provoca un brivido di quelli rari, la prima volta che gliel’ha visto fare ancora pioveva. Era il venti aprile. Poi con quelle mani piccole si riempie i palmi, schiariti improvvisamente dall’unguento compatto e molliccio.
Altra scossa. Chiude gli occhi il tempo di scacciarla. L’immagine delle sue mani che spalmano su fianchi, cosce, risalendo verso la pancia che splende lucida; l’immagine è diabolica. Messaggio! Allunga il braccio destro, la straniera si è accoccolata sulla spalla opposta, ne limita i movimenti ma con quell’unico arto libero rintraccia il cellulare. Il ronzio familiare ora lampeggia. Non ti è piaciuto? Corruga la fronte. Non ti è piaciuto? Perde contatto con il display, l’oggetto scivola sul pavimento con un tonfo attutito da un presunto tappeto che non ha memorizzato, d’altra parte l’arrivo della sera prima non era destinato ai dettagli. Ricorda precise emozioni, la ferita, ma anche quella rabbia che da dentro inspessisce tessuti e opacizza sguardi. Quel tipo di rabbia che trasforma un male in altro. Infatti si ritrova questa straniera tra le costole, stamattina, che gliel’ha succhiato fino a farlo urlare, con la bravura dell’esperienza e l’occhio del mercante ma poi non ha voluto niente. Resta. Solo questo, le ha sentito dire. In tutta una notte. Resta.
Non ti è piaciuto?, è un link, un rimando a quel qualcosa che tra loro si è inceppato mesi fa e non è più ripartito. Non come prima. Tra. In. Loro. Lui e lei. La straniera muta in controfigura. Comparsa.
Quando le ha detto: ci sarò, figurati, aspettami. Poi ha chiuso i contatti. Cellulare staccato. Fuori casa. Fuori città anche. Fuori tutto eccetto se stesso. Ricorda di averla pensata, uno o due attimi, secondi, minuti non è sicuro, secondi di certo. L’ha pensata con la solita voglia di quella sua schiena che è tavola da surf, richiamo a carezze precise, lente, prolungate. Altro no, non lo ricorda perché non c’è stato. L’ha lasciata fuori da sé. E lì, in quel fuori e dentro, è rimasta. Non una scenata, un verso, appena qualche riferimento, per lo più casuale, dopo alcune settimane di nulla. Fino a oggi.
Gli ha detto: il treno è quello solito, aspettami per le sei e qualcosa. Poi niente. Non c’era, sul treno. O non è scesa. Non c’era e basta.
Era un ritorno. Link di rimando. Coda che frusta prima di acciambellarsi su se stessa.
E’ resa o perdono?
Male o Bene?
La straniera si stiracchia, ha un sorriso strano, non brutto, no. Gli confonde la testa. Sente che le labbra enormi sono tornate. Ammorbidiscono un capezzolo. Il cellulare è ancora per terra, chissà dove sotto la rete, il materasso, le lenzuola, loro. E di nuovo si sente la pelle accesa. E’ lei, che torna e scompare. E’ la straniera, con quell’alone diverso e vicino insieme. E’ che tutto ha un prezzo. Non sempre quello previsto.
Poi si.
Si.
Gli è piaciuto.
Ma solo perchè nell’assenza c’era, lei.
Il corpo della straniera addosso al suo, lui dentro quella carne scura, soda.
La sua voce, era lei, che gli sussurrava quello che sempre, da sempre, ha aspettato di sentire. Sono qui, amore amore…
Poi l’oblio delizioso. Perfetto.
E’ bene, altro non può. Il resto glielo lascia. Lei è così, in fondo. Colpita si rialza ma zoppica anche se non si vede. Più male di quello che sente non riesce a provocarne. Ne resta comunque soffocata.
Confeziona la risposta, la incarta con la mente, pronta per l’invio non appena potrà lanciarsi con la testa sotto il letto. No, per niente. Ti amo.
La straniera intanto gli ha rubato le labbra, se lo stringe contro, ammobilia pelle nuda con carezze veloci, efficaci. Ti amo. E sospirando aspetta.

di Bg, notte tra il 28 e il 29 luglio 2009.

Credit Photo.

Written by Barbara Gozzi

Luglio 29, 2009 alle 2:21 pm

Don DeLillo – Cosmopolis

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«Per me scrivere un romanzo significa anzitutto addentrarmi in un mistero. La letteratura, dal mio punto di vista, non soltanto non è tenuta a fornire risposte, ma neppure a formulare domande. Il suo compito consiste nel creare uno spazio (misterioso, appunto) fra l’idea dell’autore e la mente del lettore. Tutto questo ha a che fa con i processi della creazione letteraria e può far sì che un romanzo appaia privo di un senso compiuto. Ma non si racconta una storia per trovare una spiegazione all’interno di essa. La spiegazione, se c’è, può venire soltanto da fuori»
Lo disse DeLillo nel (pare lontano) 2003, proprio in prossimità dell’uscita di ‘Cosmopolis’. Il resto dell’articolo con annessa intervista pubblicato da Giuseppe Genna QUI:http://www.miserabili.com/ 2003/09/18/don_delillo_su_cosm opolis.html .

Tutto si svolge in un giorno. Un lungo giorno in cui il protagonista, Eric Pacher miliardario neanche trentenne, alzandosi decide di andare a tagliarsi i capelli. Tutto il resto seguirà gli eventi che trasformano Eric da protagonista a spettatore e viceversa, in un lungo valzer tra personaggi nuovi, ritorni, ricordi e scoperte. Ma in tutto questo c’è un ultimo elemento determinante: il mezzo. Perché Eric si muove sempre e solo dentro la sua limousine dove tutto è possibile e dove si trova di tutto. Lì dentro avverranno molti degli scambi scruciali (non sensi apparenti), e sarà proprio attraverso questo lento affrontare il traffico che Eric inizierà a mutare, unendo tasselli, annusandosi ‘dentro’.
E’ un romanzo complesso, di quel tipo di complessità da incastri, simbolismi, non sensi e voltafaccia che per ora ho trovato solo in DeLillo. Perché proprio quando sembra che non ci sia nulla, lì si nasconde un significato, un messaggio, qualcosa che il lettore potrebbe afferrare e decodificare. Ma anche no. Perché come dice lo stesso DeLillo, i romanzi non dovrebbero dare risposte ma neanche domande. Eppure c’è sempre qualcosa che si cela, nei tessuti di questo autore, qualcosa di soggettivo certamente nel momento in cui si innesca l’interpretazione. Ma è comunque qualcosa di prezioso, che penetra nelle realtà di chi legge e lì si insedia.

- Tu sei turbato perché senti di non avere un ruolo, di non avere un posto. Ma devi chiderti di chi sia la colpa. Perché in effetti hai molto poco da odiare in questa società.
Questo fece ridere Benno. Ora avva uno sguardo lievemente stralunato, e si guardava intorno, scosso dalle risate. La risata era inquitante e priva di gioia e il tremito continuava ad aumentare. Dovette posare la pistola sul tavolino per poter ridere e scuotersi liberamente.
(pag.166)

Quando cammino per strada la luce mi attraversa. Io sono, qual’è la parola, permeabile alla luce visibile.
(pag.167)

Il percorso di Eric, dunque, non sarà semplice o prevedibile, tutt’altro. Sarà una discesa materiale quanto interiore, sarà un osservare il mondo, il suo, ma anche ciò che lui ha costruito dentro e fuori di sè, sarà un osservare tutto questo con occhio neonato quasi, come se la caduta fosse necessaria, anzi, disperatamente afferrata, inseguita. E ogni persona, ogni oggetto, trova una nuova collocazione, per Eric, come dopo una pulizia profonda, disincrostante.

Quanto valeva Elise?
La cifra lo sorprese. [...] Le parole suonavano misere e metalliche, ed Eric cercò di vergognarsi per lei. Ma era tutta aria in ogni caso. L’aria che esce di bocca quando si pronunciano le parole. Le righe di un codice che interagiscono in uno spazio simulato.
Si sarebbero visti puliti in una luce assassina.
(pag.106)

- Ma tu sai che divento spudorata in presenza di tutto ciò che si autodefinisce un’idea. L’idea è tempo. Vivere nel futuro. Guarda come scorrono quei numeri. I soldi creano il tempo. Una volta era il contrario. Gli orologi hanno accelerato l’ascesa del capitalismo. La gente ha smesso di pensare all’eternità. Ha cominciato a concentrarsi sulle ore, ore miserabili, ore lavorative, e a usare il lavoro in modo efficiente.
(pag.68 )

C’è poi, in questo romanzo, un approccio particolare alle sessualità, il sesso e la sensualità in declinazioni paradossali quanto cerebrali, meno animalesche all’apparenza. Qualcosa che deve accadere, ma che spesso è una conseguenza dell’osservazione, del bisogno innescato dall’analisi. Qualcosa che non ha giudizi e si mescola alla narrazione senza precise segnalazioni, senza troppi preliminari insomma.

- Il sesso ci smaschera. Il sesso vede dentro di noi. Ecco perché è così devastante. Ci spoglia delle apparenze. Vedo una donna seminuda, esausta e bisognosa, accarezzare una bottiglia di plastica stretta fra le cosce. Sono tenuto a considerarla una dirigente e una madre? Lei vede un uomo in una posizione volgare e umiliante. Sbaglio o è proprio lui, con i pantaloni calati e il sedere all’aria? Quali domande si fa da quella posizione? Domande importanti, forse. Domande come quelle che ossessionano la scienza. Perché qualcosa e non nulla? Perché musica e non rumore?…
(pag.45)

Centottanta pagine, poche per qualcuno, eppure centottanta pagine che sarebbe – forse – il caso di leggere più d’una volta, per scoprirne i sapori mutevoli, fini.

Cosmopolis
di DonDelillo
traduz.S.Pareschi
Einaudi, 2006
Isbn: 9788806180805

Written by Barbara Gozzi

Luglio 29, 2009 alle 2:41 am

Pubblicato in 2009

Bucciarelli Elisabetta – Io ti perdono

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Richiama le sue fantasie. Le manda giù. Le annulla. S’impedirà di fare quello che fa sempre. Raccontare la verità. Questa volta si darà tregua. Invocherà un piccolo perdono. Anche per se stessa.

(pag.242)

Perdonare.
Chi ha dimestichezza con il web sa che wikipedia è un grande raccoglitore di contenuti, analisi e spiegazioni. Spesso imperfetti, incompleti ma comunque di rapida fruibilità. Ebbene, su Wikipedia non c’è ‘perdonare’. Ed è significativo, secondo me.
Perdono invece si: La parola deriva dal verbo perdonare che ha origine da condonare con cambio di prefisso e come forma rafforzativa (dal latino medievale, documentato nel secolo X). Poi una serie di ulteriori precisazioni, angolazioni che ne mutano in parte il senso attribuito, il peso e forse anche il ‘valore’ riconosciuto: (1) è un gesto umanitario con cui, vincendo rancori e risentimenti, si rinuncia a ogni forma di rivalsa di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore; (2) è anche un atto di clemenza di una pubblica autorità, un atto di grazia, la sospensione della persecuzione per varie categorie di reati; (3) in senso ecclesiastico è la remissione dei peccati, l’assoluzione delle colpe contro Dio e contro la Chiesa; (4) in senso biblico è la remissione dei peccati che Dio accorda quando il peccatore pentito riconosce, confessa e abbandona il suo peccato.

Nel romanzo uscito da poco di Elisabetta Bucciarelli, ‘Io ti perdono’ (Colorado Noir – Kowalski) il titolo stesso pare portare lì. Al perdono. Al perdonare chi, cosa, come e quando ovviamente da scoprire leggendo. Ed in parte è così. Ci sono diversi tipi di perdono, citati, ripresi, sottolineati, afferrati, intravisti, in questa storia. Diversa per soggetti, ruoli, importanze e attribuzioni. Eppure tutto ruota, restando fermo, come se alla fine, ognuno dei personaggi col proprio pensiero finisse per scontrarsici soccombendo.

Siamo davvero capaci di perdonare? Di andarci vicino almeno? Cosa e chi, si può davvero perdonare? Poi: è realmente necessario, farlo? O doveroso per esigenza sociale, etica, religiosa, morale o altro?
Il romanzo inizia con una sparizione. Un bambino, nei boschi della val d’Aosta. Poi si scopre che non è una novità. Questo sparire. E’ successo anche ad altri nello stesso paese che poi sono ‘tornati’, feriti dentro e fuori, ma vivi. Questo no. Non si sa, non si capisce per buona parte della trama.
Poi c’è lei. Maria Dolores. Donna ispettore ma anche psicologa (ex in teoria, nella pratica non sempre). Donna comunque. Dura, temprata, eppure in perenne lotta contro tutto (se stessa compresa). Maria Dolores cerca e fugge dagli affetti con costanza, vive in mezzo ai dolori altrui ma i suoi li rinchiude il più possibile (dentro di sé, per lo più, qualche volta altrove, tra ricordi ammuffiti e pensieri cancellati).

Lei e la sua corazza di verità presunte. Perché solo se hai quel buco nel cuore riesci a sentire il cuore spaccato degli altri. E cerchi altri come te. Dannati e costretti a fare i conti con il male in ogni istante della vita. Un brivido e ancora deve rispondere.

(pag. 203)

Maria Dolores ha però bisogno, di un certo ‘livello’ di affettività, che resta basso, il più possibile rasoterra, eppure le è necessario ’sentirlo’ serpeggiare, per ricordarle che esiste, che c’è. Una parola, un mezzo sguardo o un sospiro che qualcun’altro fa per lei. Per.
Elisabetta Bucciarelli racconta una storia intensa, scura e profonda. E lo fa con un linguaggio, uno stile e una struttura precisa. Capitoli brevi, da ‘buttare giù’ quasi senza pensarci, un sorso alcolico che poi – poco dopo – brucia stomaco e cervello. Aggettivazione precisa, puntuale e cadenzata. Sono spesso in gruppi di ‘tre’, gli aggettivi, si rinforzano a vicenda, amplificando o diluendone significati e percezioni.

“Roll up, per favore”, l’uomo è giovane, scolpito, luminoso. Ogni movimento è armonico, essenziale, direzionato.

(pag.21)

Rivendicava e manteneva la purezza del suo ruolo, negando però un ascolto laico, umano, disinteressato.

(pag.25)

Le finestre a Milano servono a prendere luce, ma aria no. E’ malata, chiassosa, molesta.

(pga.36)

Caldo. Umido. Afa. Una cappa solida sopra le teste dei milanesi. Strano inizio d’autunno. Piove da due giorni.

(pag.51)

“L’ha cercata perché è un ispettore di Polizia o per amicizia?”, domanda il comandante, prossimo ai cinquanta, occhialuto, distratto, ordinario, senza alcuna presa emotiva sull’ispettore.

(pag.130)

Da allora iniziò a pensare di iscriversi a Psicologia. Per sanare se stessa, prima di tutto. Per capire meglio, scoprire e rimarginare la sua ferita. Cercare nei libri le risposte. Altre. Diverse. Definitive.

(pag.196)

Le descrizioni dunque sono portanti, mai troppo eccedenti però, in larga parte necessarie ad ingoiare il lettore, a trasportarlo in un mondo silenzioso quanto sommerso da grida fastidiose. La trama si sviluppa con ritmo, senza perdersi piuttosto con l’abilità di chi in testa sa già dove andare, lasciando che alcuni tasselli si allontanino per poi recuperarli con una zampata. Un approccio per certi versi simile a ‘Femmina de Luxe’ (PerdisaPop, 2008), ma qui forse per maggiore respiro in lunghezza o vicinanza alla protagonista, l’autrice scava dentro i personaggi con un’intensità, una forza, una lucidità che stordiscono.
Ci sono molti protagonisti in questo romanzo, secondo me. Di ‘carne e ossa’ quanto ’senza precisa materia’. C’è una Milano crudele, dove tagliare ciocche di capelli è un modo per sfogare ossessioni, bisogni repressi. Dove cadaveri, prostituzione, e passato tessono intrecci grattugiati, amarognoli e arrugginiti.
Ma ci sono anche le relazioni galleggianti, quel certo modo di non provare che è sentire da lontano, come in apnea, lasciando che davvero poco filtri in superficie e anche quel poco è troppo. Dove i legami non hanno nomi precisi, e si finisce come intorpiditi nel tentativo di trattenerli e allontanarli insieme. Anche qui le linee d’ombra mutano, avvolgono il lettore rendendolo suddito di percezioni all’apparenza vaghe, rapporti multiformi, che cambiano al calar del sole, ologrammi di se stessi.

“I doloro assoluti non esistono. Sono sempre relativi”

La soglia di sopportazione del male. Ognuno ha la sua. L’abitudine a frequentarlo, certo, rafforza. Crudeltà, cattiveria, sadismo, plagio, quante forme esistevano capaci di piegare fino a spezzare il corpo umano? E ognuna doveva fare i conti  con le resistenze individuali. Non tutti siamo capaci di attuare le stesse difese. Non siamo permeabili al dolore nello stesso modo. Non abbiamo la stessa consuetudine alla frequentazione del Male.

(pag.117)

Alcune scelte linguistiche, infine, sono vere spennellate d’autore. Confondono e rafforzano. Elisabetta Bucciarelli espande immagini e percezioni, ad esempio attraverso l’uso della doppia negazione.

“Vergani che c’è?”

Non sto male”, salta i passaggi, alzando lo sguardo con l’espressione rassegnata, senza dichiarare il motivo.

“Non ti credo e sai che di solito non insisto, ma ti vedo all’angolo. E mi dispiace.”

(pag. 56)

Si sente per bene, serenamente inserita nell’ambiente ma soprattutto non dissimile nelle proporzioni alla ragazza ventenne che era una volta, affilata allo stesso modo…

(pag.17)

Oppure con alcuni capitoli fulminanti, costruiti con frasi brevissime, che tolgono il fiato, lo trattengono fino alla fine, fino a perdersi nella corsa.

Cruscotti. Interni di portiere. Sedili. Sporgenze, ostacoli non previsti. Anomalie nei suoni. Attenzioni estreme per i dettagli. Ormai sono dei professionisti. La loro arma è il cacciavite. Spaccato, a stella, Pozidriv, Robertson, Trox,.

(pag.90)

Di Maria Dolores ce n’è una ogni strada, quartiere, periferia, piazza. Una per ogni fragilità trattenuta, dolore sopportato con sudore e fatica, vomitando e annegando tra lacrime incrostate. E quell’indurirsi che è rinuncia ma anche estrema, disperata, pesantissima protezione; quel vivere accettando i vuoti, le etichette sbiadite, illeggibili da subito; quello scavare fuggendo, lottando per gli altri con la disperazione del proprio dolore; tutto questo non è romanzare e basta, non è sapiente costruzione narrativa fine a se stessa. E’ osservazione attenta, sensibile quanto impietosa di alcuni tratti dell’animo umano, di noi oggi fragili e duri, ufficiali e ufficiosi, silenziosi e senza fiato per le grida sentite quanto emesse.
Elisabetta Bucciarelli racconta dei diversi percorsi del perdono mettendone in discussione il significato stesso.
Forse anche per questo, per via di una latitante incertezza sul ‘peso specifico’ esatto del termine, la storia lascia serpenti viscidi ai piedi del lettore, consiglieri invisibili e confusi, demoni nuovi e vecchi pronti a sedimentare.
Io non sono riuscita a perdonare, comunque.

Io ti perdono
di Elisabetta Bucciarelli
Colorado noir – Kowalski
Isbn: 9788874966882

Il blog del libro

Written by Barbara Gozzi

Luglio 22, 2009 alle 2:32 am

Pubblicato in 2009

Buon giorno, se è buono.

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Su Good Morning, portale di letteratura.

Grazie a Elisabeth Maud.

(cliccare sull’immagine per accedere al link)

Written by Barbara Gozzi

Luglio 19, 2009 alle 2:30 am

Pubblicato in 2009

Cosa vedi?

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di Barbara Gozzi


Mi parla, con quegli occhi abbassati. Spenti. Non muove neanche le mani. Ha il volto pallido, vagamente gonfio. Ha cinquantatre anni, e quando ci siamo presentate la prima volta pareva così delicata, buona. Infatti lo è. Adesso però, che parla convinta eppure abbattuta. Spiega cose che conosco, marchi sulla pelle sopportati per anni, eppure ancora, tutt’ora, si viene, si resta. Perché ce n’è bisogno, si sa, della fantomatica  busta del dieci o il ventisette, dipende dal contratto nazionale applicato.

Comunque ce l’ho davanti, io in piedi appoggiata allo stipite della porta, lei seduta scomposta, abbandonata ai discorsi di primo mattino, a un posto che assorbe, risucchia.
La guardo fingendo di concentrarmi sul discorso, fingendo di non notare quanta paura mi fa, lei più avanti di me nel percorso della vita, eppure con qualcosa addosso che la rende pericolosa.
Qualcosa che ha un nome preciso: rassegnazione.
I giorni passano, dice, ogni tanto volano altre volte rallentano.
E io che non so bene cosa rispondere, che la vorrei scuotere presa all’improvviso da un istinto che non posso assecondare, non è mio, non si confà all’ambiente, la circostanza.
Tanto noi siamo sempre qui, conclude. Poi sbircia fuori dalla finestra, la primavera che è quasi un’estate esplosa anzitempo, soffocante.
Mi stringo le braccia al petto e penso che l’ho già vista e vissuta mille volte e più, una scena così, qui, nel silenzio che attende le telefonate, l’inizio del lavoro. Eppure continuo a guardarla, dopo tanti anni passati a respirarsi addosso nove ore e più. Mi ostino sui suoi lineamenti, che sono sempre gli stessi, mi sto dicendo, ma anche no. Decisamente no.
Vedo. L’ammissione di una resa incondizionata, di un vuoto che è parte della giornata, quasi dovere, in quanto elemento dell’equazione precisa; questo stare con inerzia e sopportazione. Questo. Mi irrita. Mi fa mordere le labbra. Sospiro.
Non è tanto la rabbia in sé, l’istinto di uscire dall’acqua prima di annegare, di allontanare un paesaggio rifiutato, doloroso. Non è lei.
Ma quello che rappresenta, quello che insistentemente dice, ammette con la dignità del fiume che scorre pur sapendo di finire sporco e inutile, a mischiarsi ad altra acqua altrettanto putrida.
Non è lei, lo so. Che a guardarla può solo fare tenerezza, in fondo.
E’ la rassegnazione il vero demone, il pericolo che vedo distintamente e mi lascia prurito tra le dita, angoscia sul petto.
Non si ha mai ciò che si desidera, non si raggiungono mai sogni e aspirazione, non si è, ciò che si vuole. Questo accade, ogni giorno, regolarmente.
Ma così, lasciarsi spezzare dal tritacarne senza un gesto, un tentativo, un qualsivoglia moto che spezzi il flusso, o almeno ci provi. Così.
Mi sposto dallo stipite, le frasi restano appese chissà dove, tra le scrivanie e il soffitto, oltre l’occhio umano.
Rassegnarsi totalmente è una malattia, e ci ripenso spesso mentre mi guardo in giro, aspetto l’ora di uscire poi rientrare e via così all’infinito da anni. Rassegnarsi è male, è sprecare quello che si ha, se stessi.
O forse è solo quello che deve essere, deve per assecondare il ritmo, il vivere impietoso, la realtà immutabile e viscida.
Non sei chi volevi, non fai quello che sognavi, non sei dove immaginavi, ma se ti guardi allo specchio, o riflesso nel vetro della finestra, se ti fermi davanti al parabrezza di una macchina, e ti imponi di guardare; cosa vedi?

Written by Barbara Gozzi

Luglio 15, 2009 alle 2:29 am

Pubblicato in 2009

Coelho Paulo – La strega di Portobello

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Ci sono due macro-elementi che in questo romanzo ne determinano l’andamento, un vago senso di odio-amore in contorsione.
Il primo, caratterizzato dall’immagine della ’strega’ e dunque da tutta una vasta gamma di evoluzioni moderne al concetto. La filosofia della ‘Madre’, delle percezioni, del sentirsi e lasciarsi andare con e attraverso diverse tecniche (la danza, la calligrafia, il cucito…).
Il secondo (ma non per importanza, solo per consapevolezza, perché si coglie dopo, all’inizio si resta catalizzati dal primo macro-elemento, è inevitabile), l’Amore.
Perché in fondo, specchi per le allodole coperti, questo romanzo è una storia d’amore, secondo me. Di tanti amori diversi, anzi. Di una donna vista da mille e più occhi, attraverso angoli e spigoli spesso incomunicabili eppure da dove lei, comunque, emerge.

Durante le conversazioni, ho potuto notare che le cose non sono assolute, ma esistono a seconda della percezione del singolo: spesso la maniera migliore per sapere chi siamo è quella di cercare di scoprire come ci vedono gli altri.

(pag. 22)

Ne esce una protagonista complessa, a tratti quasi assurda eppure carismatica proprio per questo suo scivolare oltre le regole, toccando un ‘terreno delicato’ che oggi è spesso temuto, guardato con sospetto da chi crede e chi no ovvero la fede oltre la religione, il credere nelle percezioni sensoriali soggettive, nelle energie interne da liberare, nei riti che trasformano, nelle capacità oltre il corpo. Tutto questo veicola l’attenzione, indubbiamente. Non per niente il titolo lì punta il dio. La strega.
Invece no, superando l’impasse, guardando oltre l’immaginario di pozioni, celebrazioni sataniche, mistificazioni e trasformazioni dell’anima, oltre il ritmo che rallenta, oltre l’eccessivo bisogno di dettagliare ogni racconto dilatando un tempo che già pare eccessivo, per la trama in sé; oltre tutto questo. Resta quest’Amore che solo nelle ultime pagine prende corpo, anzi, si palesa come non materia, in molti sensi, come tutto e niente, come presenza sentita ma anche ricordata.

“L’amore non è un’abitudine, un impegno o un debito. Non è il sentimento che ci insegnano le canzoni romantiche – l’amore è. E questo è il testamento di Athena, o di Sherine, o di Hagia Sofia: l’amore è. Senza alcuna definizione. Ama, e non porti molte domande. Semplicemente ama.”

(pag. 262)

C’è poi, sul finale un espediente che mi è parso di per sé geniale, un colpo di coda decisamente inaspettato che trasforma parte del racconto, risveglia il lettore.
L’intero romanzo è una sequenza di racconti. Diversi personaggi, che hanno conosciuto la protagonista, Athena, in modi e maniera e tempi differenti, ma che comunque ’sono informati dei fatti’ si prestano a raccontare, appunto, pezzetti dell’intera storia che, seppure attraverso frammenti, mantiene una ragionevole linearità spazio temporale. Avevo già letto un’altra storia raccontata con lo stesso espediente narrativo, ‘l’amore paziente’ di Anne Tyler. Eppure qui Coelho tende l’intreccio, intervalla le voci con velocità eppure ogni singolo racconto è pieno e unico (spesso anche lento, come già accennavo). Ogni voce ha qualcosa da lasciare e lo fa senza dimenticare se stessa e la unica e indiscussa protagonista ovvero la strega, Athena. Il problema, forse, la causa di una certa ‘pesantezza’, di una sorta di ‘odio’ maturato con calma, sta proprio nel voler eccedere nei dettagli multiangolo, nel permettere a ogni singola voce di spiegare a modo suo, virando ogni tanto, riportando dialoghi infiniti, chiarimenti tra personaggi che il lettore segue ma perdendosi, forse troppe volte, forse perché è di lei, di Athena che aspetta di ascoltare la voce, o forse perché la tecnica narrativa stessa impone questa sorta di accelerate, virate e retromarce.
Poi l’intera ’sfera dell’occulto’ scatena perplessità, credo sia inevitabile. Al di là del credere o meno, in questo o quello o niente in particolare. Viviamo in una società abituata alle fattucchiere, ai finti guaritori, alle cartomanti e affini. Sappiamo che lì, in quella sfera oltre la materia, è facilissimo mentire, manipolare, giocare con le paure e le disgrazie della gente. Dunque, questa protagonista è difficilissima  farsela piacere, ammesso che sia poi quello il senso, il bisogno del lettore. Eppure in una storia costruita su frammenti differenti, assemblati tra loro ma mai coincidenti; in questa narrazione spigolosa, il tratteggio di una protagonista complessa, controversa, a tratti umana diversamente quasi ultraterrena. Credo che tutto questo renda complessa la lettura, scateni quell’odio-amore già accennato in precedenza.

Avrei potuto spiegarle che stava seguendo il cammino classico di una strega che, attraverso l’individualità, cerca il contatto con i mondi superiori e inferiori – ma finisce sempre per distruggere la propria vita: si impegna per gli altri, diffonde energia, senza mai riceverne indietro.

[…]

E’importante permettere al destino di interferire nelle nostre vite e decidere ciò che è meglio per tutti.

(pag. 105,107)

Ciò che accade in effetti, gli sviluppi nella trama, di fatto non sono poi così coinvolgenti, in alcuni casi sono – devono esserlo – prevedibili. Eccetto il finale. Dove il cerchio si chiude alla perfezione, entro una perfezione inaspettata proprio perché ormai il lettore si è abituato al ritmo del resto del romanzo. Dunque lì, proprio in dirittura d’arrivo credo si senta nitidamente l’estro, la creatività e l’arte di Coelho che si sfogano, in un certo senso, che tirano fuori tutta l’energia improvvisa, da colpo di scena.
Un romanzo complesso, in sintesi, pieno di rischi (per il lettore di sicuro) e qualche rara perla da saper cogliere però, che richiede attenzione, perché lì tra visioni e intrecci, Coelho lascia briciole in attesa che ‘un Pollicino’ le colga.

“Sono sempre stata una persona irrequieta. Lavoro troppo, mi occupo molto di mio figlio, danzo come un’ossessa, pratico l’arte della calligrafia, frequento dei corsi di perfezionamento per venditori, leggo un libro dopo l’altro. Tutto per evitare quei momenti in cui non accade nulla, perché gli spazi in bianco mi suscitano una sensazione di vuoto assoluto, nel quale non c’è neppure un’infinitesimale briciola di amore.”

(pag.127)

Interessanti le osservazioni di Deidre, la guida di Athena, a libro appena iniziato. Interessanti, dicevo, gli archetipi classici in cui le donne si identificherebbero: Vergine, Martire, Santa, Strega. Impossibile non sorridere facendosi ‘due conti’.

Written by Barbara Gozzi

Luglio 11, 2009 alle 2:27 am

Pubblicato in 2009

Il ponte

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di Barbara Gozzi

“Sono sempre stata una persona irrequieta. Lavoro troppo, mi occupo molto di mio figlio, danzo come un’ossessa, pratico l’arte della calligrafia, frequento dei corsi di perfezionamento per venditori, leggo un libro dopo l’altro. Tutto per evitare quei momenti in cui non accade nulla, perché gli spazi in bianco mi suscitano una sensazione di vuoto assoluto, nel quale non c’è neppure un’infinitesimale briciola di amore.”

(‘La strega di Portobello’ di Paulo Coelho – pag.127)

Trovare un senso alla giornata.
Riuscirci insistendo, smettendo di guardare l’orologio muto e immobile, e tirando fuori energie perse, evaporate.
Scovare la forza di farsi piacere quello che c’è, i gesti ripetitivi, autonomi e inutili, gli spazi che bloccano limitando gesti e azioni.
E continuare ancora e ancora a fingere che ci sia, qualcosa di sensato da fare, che ci sia quel dopo che invece è vuoto, ingegno vano, stupidità.
Trovarlo, il senso che da il via alle ore, le fa scorrere regolarmente senza renderle pesanti, faticose e insopportabili.
Non è cosa da tutti.
Poi smettere di sentirsi urlare dentro, di strepitare col corpo immobile, all’apparenza rilassato mentre dentro – nel suo fondo – ogni singola cellula si strizza contro le altre, stare fermi è impossibile, alienante.
Si potrebbe anche riconoscerne un altro. Di senso. Ovvero non cercarlo,  smettere di credere alla sua esistenza. Tra giornate, gesti, nell’essere. Si potrebbe non ascoltare quella linfa che pulsa, spinge e continuamente raspa. Cedere.
Ce.De.Re.
Il giorno cos’è poi? Il preludio alla notte. Ma poi anche viceversa.
Le nove servono a suggerire le dieci. E le dieci per le undici. Via così, sempre, comunque.
Azioni, lavori, mestieri. Riempitivi spazio temporali nonché economici.
Dunque?
Cosa importa come, dove, in che modo, quanto e con che ‘residuo’.
Cosa importa l’inutilità, l’assurdità, l’attesa di un dopo che poi è speculare?
C’è un salto preciso, tra l’adesso e il poi, tra questo gesto e il successivo, una parola e l’altra, chiudere e riaprire gli occhi. E quello spazio lì, intermezzo lo si potrebbe battezzare, non si può eludere. Esiste da sempre. E’ l’unico margine impossibile da riempire. E’ il ponte tra le cose. E quando lo si attraversa pare che tutto si fermi, rallenta perfino il flusso temporale. Lì, dunque, tutto si chiarisce, diventa evidente, indiscutibile. Disperato.
Non l’ho trovato, il senso.
E fatico a smettere di cercarlo.
Se non c’è, un motivo, una logica, il ponte si allunga, diventa illlimitato, scricciola ma non cede.
Non c’è l’uscita, non la vedo. Cammino, corro, saltello, e ancora un passo davanti all’altro. Niente.
Sono incastrata in una congiuzione che non ha fine. Se guardo sotto, il vuoto. Sopra idem. Attorno non c’è granchè, qualche mano ogni tanto, parole appena sussurrate e rapite dal vento.
Alla fine l’inevitabile lotta si trasforma in resa. O attesa. O semplice respirazione.
Ma se potete, se lo riconoscete prima di salirci, prima del risucchio. Se. Evitatelo, fuggite, fate qualunque cosa eccetto ascoltarlo perchè a lui – al ponte – di voi non interessa nulla. Fagocita e azzera, è il suo mestiere, è appena una congiunzione, in fondo.
Appena un intermezzo. Appena silenzio bucato.

Written by Barbara Gozzi

Luglio 7, 2009 alle 2:26 am

Pubblicato in 2009

Grugni Paolo – Mondoserpente

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Pillole da un libro (agitare con cura)

Pensando a ‘Mondoserpente’ di Paolo Grugni (Alacran Edizioni) mi vengono in mente due concetti: punto di rottura, flessione sperimentale.
Di fatto è un romanzo che gioca coi punti di rottura, e ci gioca premendoci contro il più possibile, miscelando tecniche narrative, andando a plasmare uno stile che assembla, abbandona punteggiatura e convenzioni che segnalano. (Ir)rompe strutture. Passato, presente, discorsi diretti, pensieri. Tutto pulsante, ‘vivo’ in quanto depurato da sospensioni e intermezzi formali. Tutto assieme, in un gioco di incastri tra prosa, poesia, e struttura simil teatrale usata per i dialoghi.

Il ricordo
Non rende immortali
è il ricordo
a rendere mortali
le persone
perché se non so che esisti
tu non puoi morire
e non puoi
farmi morire
(pag.201)

È una lingua sensoriale, quella di Grugni. Che nella forma muta pelle. Mentre la storia, il ‘come’ che è fondamentale per catturare attenzioni, incatenare il lettore e presentare situazioni, personaggi; il come dunque mastica gli svolgimenti, li tende e rilascia a piacimento.

Stirpe si siede su un lato del divano, Mary su quello opposto – non volevi offrirmi un caffè – si, subito – lei si alza, in cucina rumore di tazzine lavate, poi il soffio asmatico di una fiamma che si accende, la raggiunge e l’abbraccia da dietro – non ti sembra di andare troppo in fretta – scusa – ma non toglie le mani dal seno, o questa volta o mai più, lei si gira e lo bacia, le lingue ruvide e le mani che si aggrappano ai genitali, l’inizio di un amore, bei ricordi, ci ripensa, la fine era lontana, ma se è vero che c’è un inizio allora c’è anche una fine, quindi una cosa è già finita quando inizia, mi piacerebbe però innamorarmi ancora.
(pag.14-15)

È stato definito un antitriller, per esigenze di marketing io credo. Di certo non lo è, triller. Non solo. È figlio della sperimentazione. Di quel tipo di sperimentazione rischiosa, secondo me, dove molti degli elementi cardine a cui il lettore è abituato si sbriciolano. È necessario abituarsi a un’incedere preciso, a focalizzare l’attenzione anche sulla lingua, oltre alle immagini e i pensieri che scatana. Il rischio è tutto qui, in fondo: in una richiesta di attenzione costante, nel modificare continuamente registro, tono e sapore. Perché non si può leggere tutto allo stesso modo (o no?).
Grugni ci prova. Con coerenza e insistenza pericolosi. Perché superato l’empassé iniziale si rischia l’effetto dipendenza.
’Mondoserpente’ è dunque un buon esempio di romanzo che attraverso la mera lettura insegna (insegna di scrittura, dello scrivero attraverso appunto rotture, miscele e ritmi). Tutti i libri lasciano tracce, molto dipende dal lettore, dall’imperfetta soggettività di chi li avvicina, ci entra dentro poi ne esce (e anche qui è il ‘come’, che fa la differenza, sfuma e plasma briciole da conservare tra tasche delle memorie). Ma in questo romanzo è proprio la lingua, la continua sfida verso punti di rottura quasi tangibili, il tentare sperimentazioni evidenti, impossibili da trascurare (senza perderne rumori, colori e odori necessari).
Allo stesso tempo è anche un ottimo esempio di mediazione costruttiva. Grugni è autore sensibile, ‘pieno’ di molto da dire, lasciare, raccontare. La sua è una ricerca sfociata nelle narrazioni, che rischia di stringere fino a soffocare dentro dinamiche e schemi consolidati.
Ed è qui, secondo me, che sono subentrati i compromessi.
‘Mondoserpente’ si è aggrappato ha elementi intriganti, che ammiccano al lettore, lo incuriosiscono. C’è una Milano ostile, marcia dentro, che spurga melma (e che ho ritrovato, nella crudeltà, quanto nell’inevitabiltà in un’altra autrice contemporanea: Elisabetta Bucciarelli). C’è uno spietato assassino dai contorni sfocati, uno di quelli seriali che uccide con un rito che neanche nel CSI più moderno e tecnologico, pare possibile. Ci sono due protagonisti che gli danno la caccia, per motivi diversi e che vengono svelati lentamente, attraverso un processo che ne favorisce l’immedesimazione nel lettore (sono entrambi figure imperfette, con fragilità e brutture del vivere quotidiano, lontani dall’immaginario dell’ispettore bello e dannato dei vecchi polizieschi).
Poi le miscelazioni fantastiche, il ribaldamento del ruolo classico del ‘giallo’ che deve cercare il colpevole mentre in questo romanzo è più forte, pulsante, l’intento dei due protagonisti di lasciarsi trovare.
Compromessi, come accennavo, che hanno permesso a Grugni di impastare una storia capace di stupire e coinvolgere camminando oltre la sottile linea delle regole, delle aspettative quanto delle catalogazioni. Camminando in territori meno esplorati ma a lui congeniali, dove sentirsi più libero di esprimersi.
Dell’ ‘oggetto-libro’ si può dire ben poco: la copertina realizzata da Bonsaininjia è molto bella, il serpente stilizzato è un simbolo nerissimo per chi lo prende in mano. I caratteri che facilitano la lettura. Nell’insieme decisamente un oggetto piacevole.

Mondoserpente
di Paolo Grugni
Alacran Edizioni, 2006
Isbn: 88-89603-44-5
Pag.248, Euro 14,80

Una bella e significativa immagine su Flickr ispirata dal romanzo: Qui è Milano

Written by Barbara Gozzi

Luglio 4, 2009 alle 9:19 am

Male

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di Barbara Gozzi


Malessere. Essermale.

Ricorda quando ne hanno discusso, a lungo, con ragionamenti puntigliosi e quell’innocenza testarda degli adolescenti sfacciati. Ricorda anche gli esempi. A Sonia veniva sempre in mente la zia, Teresa, una di quelle persone con un soprannome che ha senso solo per chi la conosce, dunque non per lei. Strega, si sussurrava nel quartiere, durante riunioni di famiglia che puntualmente la donna evitava. Però Sonia la nominava in continuazione, quell’estate nel mezzo degli anni ottanta. La portava a esempio di malessere, ne faceva soggetto, giuria e imputato di quanto si potesse essere sfortunati, disperati, soli senza aver fatto nulla. Così. Per libero destino, si erano dette loro due, amiche da sempre, ragazzine alte e con la pelle ancora ‘vecchia’, con le croste e i pori dilatati dell’infanzia in fuga.
Ma poi erano arrivate anche altre logiche.
Oggi se l’è ritrovate davanti.
E saprebbe anche spiegarselo, il motivo di quell’arrivo improvviso, del viaggio nel tempo, se smettesse di mordersi le pellicine attorno alle unghie.
Forse è un essermale, aveva detto Sonia, una specie di istinto. Zia Teresa non era mai stata una brutta donna, anzi, un tantino bassa ma formosa al punto giusto, coi capelli castani morbidi, il naso piccolo. Graziosa l’avevano definita, piacente avevano sentito dire altre volte dai Grandi (non grandi come loro, beninteso, ma gli adulti veri e propri, i vecchi-vecchi che ormai potevano solo morire, altri passaggi intermedi non ce n’erano).
Dunque graziosa e piacente, zia Teresa. Con una casa ereditata dai genitori. Non se la passava poi così male, insomma. Eppure.
C’era nel suo modo di stare, essere, qualcosa che stonava. Infastidiva e confondeva.
Era quel malessere lì, ripensa, quello su cui da ragazzine avevano spettegolato in molti pomeriggi afosi, tra giri in bicicletta e granite insapore.
Però magari essermale era necessario, stare-male perché lo si è, male. Lo si merita, in un certo senso. Perché solo così si esiste, non ci sono scuse o sconti di pena.
Alla fine dell’estate si erano tranquillizzate, lei e la Sonia. Doveva essere così, era la spiegazione più logica (per loro).
Non si sceglie il dolore, non lo si cerca men che meno cattura.
Dunque zia Teresa aveva questa specie di ‘dono’ per leggitima acquisizione, dalla nascita in pratica.
Mai, decisamente mai, era venuto in mente di spiegarlo, alle due ragazzine. Quel male che fagocitava zia Teresa, che la rendeva ossuta e raggrinzita, che la faceva sbiancare, e tremare. Mai si sono chieste chi era. Il male non è essere. Esiste e basta. La colpa, perchè di questo si trattava, era di quella donna capitata tra i parenti di Sonia ma lontana da ogni senso del vivere che conoscevano. Loro, due ragazzine padrone del mondo su biciclette bourdeax, cestino nero davanti e due marce con cambio manuale.
Ricorda, si, e non le piace per niente.
Vorrebbe telefonarle, ora, nella vaga speranza di tranquillizzarsi. Ma poi, chissà dov’è Sonia. A Roma o Napoli, in una delle mille filiali a strappare contratti e blaterale su compravendete innovative.
Si rigira nel letto ancora indecisa.
Addosso solo una lunga sottoveste di seta ormai sgualcita e sbiadita. Rosa pallido che con la pelle smorta che si ritrova la rende molto simile a Morticia, che però aveva i capelli neri, lunghissimi e splendenti. Lei no. Li tieni sfilacciati, di un biodiccio banale. Rosa. Giallo. Bianco. E la nausea risale, gli acidi scivolano, tra esofago, fegato, interiora.
Zia Teresa, anche lei la chiamava così, aveva sempre un ottima ragione per stare male, per quel malessere diffuso, pressante, opprimente che la rendeva incapace di. Qualunque cosa, alla fine. Eccetto forse amare. C’era stato quel ferroviere, il nome proprio non l’ha memorizzato, ma era alto e robusto, proprio bello. Si guardavano in un modo che ancora non sapeva spiegare, lei che faceva la smorfiosa e si metteva il lucidalabbra sentendosi ‘grande’. E zia Teresa pareva trasformarsi perfino nelle pieghe delle mani, quando c’era anche lui. Poi più niente. Non ricorda cos’è successo, forse non lo dissero, erano appena delle ragazzine ignoranti, nessuno si preoccupava di spiegare. Ci sarebbe stato tempo, per quello. Il ferroviere non si è più fatto vedere comunque, con zia Teresa (che non era sua zia ma l’aveva sempre chiamata così, forse perchè da bambina passava interi pomeriggi a casa sua, la donna preparava la merenda, raccontava tonnellate di storie buffe e avventurose, forse perchè sembrava appena un battito d’ali vicina ma all’epoca ancora non sapeva. Non. Sapeva. Quanto.)
Si decide per la resa.
Non si alzerà per oggi.
Aspetterà di puzzare, verso pomeriggio.
Di provare noia, vuoto e fastidio tra le ossa per essere rimasta nelle stesse tre posizioni tutta la notte e parte del giorno.
Aspetterà di avere le guance indolenzite. Di tremare e sudare.
Poi dovrà decidere di nuovo.
Il pavimento sembra lontano. Da dov’è,  nascosta da strati di coperte, non pare ragionevole. Scendere. Poi?
Malessere, e sghignazzavano.
Essermale, e si facevano facce assurde, lei e Sonia, linguacce e occhi storti.
Chi vorrebbe essermale?
Nessuno certo.
Ma forse ci si nasce.
Anzi no.
Le basta guardarsi allo specchio, fissarsi dita, gomiti o ginocchia.
Essere.
Male.
Male.
Di essere.
C’è qualcuno che piange,  sotto le coperte o nella stanza ma vicino, molto, addosso. Sente.
Ormai sa.

Ora che non ci sei,
che manchi qua dentro, ovunque.
Ora che aspetto qualcuno che già mi stringe la gola.
Il Nulla.
Mi chiedo se potrò, ancora, nuovamente,
resistere senza, rialzarmi, tornare là fuori
come se tu non fossi mai stato.
Come se non lo sentissi, il Nulla,
neanche lo vedessi, nell’inutilità di essere.
Ora.
Non posso.

Written by Barbara Gozzi

Luglio 3, 2009 alle 2:25 pm

Pubblicato in 2009