Il nodo, la deformazione sul mio corpo
Ho un nodo.
Un nodo enorme, artigliato, parassita che mi succhia, saldamente ancorato, che si allunga su questo mio collo indolizito, rattrippito. Ombra di un collegamento inesistente.
Me lo porto in giro, il nodo, mi appesantisce testa, spalle, tutto. Succhia, succhia. Energie, forze preziose ma forse, già cedute.
Come posso, come.
Scioglierlo, strapparlo.
Come reggerò, domani, oggi, oltre, questo peso.
Questo.
Peso.
E com’è successo, come te l’ho lasciato tra le mani?
Ancora non credo, capisco, assemblo.
Mi basta sentire il collo pulsare. Respira al mio posto. Affonda tra la carne, crea nebbia, quella nebbia che nell’afa rende complicati i movimenti più elementari. Sterile ricordare. Non posso, ricordare. Non posso nulla, ora.
Il nodo, la deformazione sul mio corpo secco è sintomo invisibile, unica manifestazione violenta, non riuscirei comunque, ad annullarlo, togliergli materia ed essenza.
Lui è, lo so. Il grande male che ho dentro. L’impossibilità che hai cercato di insegnarmi. La fonda caduta senza contorni né confini. Unico sfogo a un dentro sfaldato, rosicchiato, spezzato in tanti modi che ancora latitano, sento solo bruciori sparsi, altalenanti.
Vorrei fuggire e restare. Molto imparerò, da questo nodo anche se sono costretta a muovermi coi gomiti, trascinandomi ridicolmente tra le banalità del vivere. Molto mi resterà, sotto nel mio fondo, tra le radici della deformazione, quando l’apnea smetterà di togliermi aria. Quando, non so quando. E le paure, vaghe meteore sparse, sono diverse, mutevoli, le osservo e ci annego.
Lo sfinimento lo sento fino alle falangi.
Mi guardo. Sono pezzetti assemblati male, errore di me stessa.
Clown senza trucco.
Corridore che non ha gambe.
Porta orfana di serrature.
Ma lui – il nodo – è anche il trofeo di una sconfitta magmatica, di barriere crollate per illuse debolezze, un’esperienza che già ci si aspettava archiavata, memoria acquisita, invece no.
Ora però, c’è.
E’.
E ho male, male, male. Sono. Male.
(di Barbara Gozzi, 23 Maggio 2009)