Archive for Giugno 2009
Bernardi Luigi – Senza luce
Un paese alla periferia di Bologna. In una notte senza luce, una serie di abitanti-personaggi si rincorrono, svelano, scoprono, all’ombra di una tragedia annunciata dai risvolti complessi.
Bernardi è un abile giocoliere. Gestisce molte voci coerenti ognuna nel proprio micro mondo di impegni, scelte e umori. E ognuna persa nel proprio angolo di disperazione, confusione, incertezze, paure e nevrosi.
Una notte senza luce, dicevo, perché il titolo racchiude i simboli, i significati che si rincorrono in una struttura a spicchi, dove ogni pezzo si incastra con gli altri in una lunga rincorsa al buio, una corsa che attanaglia, sempre più veloce, sempre più soffocante in un crescendo che sorprende. Perché poi, in una periferia come tante, in assenza di elettricità, con il dubbio misto a curiosità che qualcuno abbia sparato, o lo stia facendo, o lo farà; con la notte sulla testa e null’altro da fare se non aspettare e vedere cosa succede, se, succede qualcosa; dunque in questa condizione di forzata attesa, sospensione vigile, cosa ci si può aspettare? Bernardi ha un’idea precisa. Un’idea che ha a che fare con i letivmotiv di una storia che tanto ‘costruita’ o fantasiosa, alla fine non è.
Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato…
(pag. 161)
Senza luce. Buio. Luce. Materia. Buio. Assenza. Oscuramento. Rivedere. Corrente. Pieno. Svuotato.
Parole precise, qui sapientemente usate ma che riprendono altri spunti precedenti.
La fuga è un rito di passaggio doloroso. Il diritto alla sopravvivenza è una conquista da realizzare passo dopo passo, come camminare nel buio di questa notte, senza altra luce che non sia un altrove da raggiungere.
(pag. 159)
Fuga. Rito. Passaggio. Sopravvivenza. Buio. Notte. Senza altra luce. Altrove.
Altre parole, che continuano a incastrarsi, anzi, si sono già incastrate nella cronologia delle pagine, come tante briciole che Pollicino dovrebbe seguire, riconoscere e decodificare.
Guarda fisso il buio come a stringere la mente in uno spazio dal quale non si possa sottrarre. Piove con maggiore intensità, un lampo restituisce un brivido di luce: svanisce subito, perfido come un’illusione.
(pag. 141)
Buio. Stringere la mente. Spazio. Non. Piove. Intensità. Lampo. Brivido di luce. Perfido. Illusione..
Luce e buio che è non luce appunto, tornano sempre, comunque. Perché è li che Bernardi vuole colpire duro, durissimo. Denudando, scarnificando dolori, ossessioni, manie, e soprattutto (secondo me) disperazioni. Disperazioni comuni, diffuse, eppure concrete.
Quella sera i suoi bambini erano eccitati dalla novità di essere costretti al buio, questo aveva loro fatto perder di vista il resto, ovvero che la luce sarebbe ritornata, restaurando sè stessa, le sue ombre e la quotidianità intorno.
(pag.130)
Sera. Eccitati. Costretti. Buio. Perdere. Resto. Luce ritornata. Restaurando. Sue ombre. Quotidianità.
Nessuno si salva, nessuno deve. Il lettore lo sente, lo capisce. Donne e uomini di età diverse, estrazioni sociali, mestieri e tipi di vita differenti. Perfino i bambini galleggiano in questo senso luce-non luce perenne, pressante.
E’ una notte diversa, su questo non ci sono dubbi. Da subito si intuisce. E non è solo il blackout, gli spari, la confusione generale che è poi improvviso silenzio in una realtà di periferia abituata ai suoi rumori ripetuti, rassicuranti. Non è un momento qualunque, dunque, gli stessi personaggi lo notano, se lo ripetono nel corso della narrazione. Qualcosa, comunque, sta accadendo, deve. La non luce forse è solo un pretesto, la ‘famosa’ goccia che rovescia il contenitore. Forse. L’espediente per dare a ciascuno uno spazio, un modo, un’occasione per scarnificarsi, tirarsi fuori quel buio dentro.
Troppe cose vengono meno se non c’è la luce, persino la calma, la serenità dell’anima.
(pag. 47)
Questa però è una serata nella quale le regole non valgono, una serata in cui tutto si reinventa e dopo la quale niente sarà uguale a prima. Niente sarà uguale a prima: lo scrive anche, con gesti ampi del braccio e la luce della torcia sul buio, lettere grandi che svaniscono ancora prima di comporsi.
(pag.158)
E la luce sul buio, in questa storia, resta anche dopo l’ultima pagina. Perché ognuno di noi ci resta dentro, io credo, in questo percorso che non ha punto di partenza tanto meno di arrivo. E’ come una di quelle fotografie piene di sfocature che però nitidamente riporta ogni volta a quel momento rubato ma mai passato del tutto.
Si legge facilmente ma non è un romanzo facile.
Nerozzi Gianfranco – Il cerchio muto
Non ci sono angoli in cui fermarsi e respirare con calma, non ci sono aperture dove sgusciare, luci rassicuranti o tempi di ripresa.
I personaggi, i luoghi, gli sviluppi, qui tutto pulsa di quell’oscuro che pare assurdo, estremo, eccessivo per essere considerato ‘reale’. Pare. Ma ogni nuova pagina riconsegna consistenza, rafforza una storia che nasce per angosciare, non c’è dubbio. Eppure il terrore non è insensato, tutt’altro. Ci sono paure non poi così lontane dall’immaginario. La strada. Gli incidenti. Le morti premature, improvvise. Le ossessioni della gente.
Incastri di mondi dove ognuno ha un ruolo in contorsione, dove l’oscurità insiste, si allunga, mostra la sua faccia più temuta.
Nerozzi si sbizzarrisce, rincorre i personaggi, li spennella con pazienza descrivendo aspetti e gesti con dovizia, gioca coi linguaggi in un mix che cattura, dove il genere ‘horror’ recupera parte di quella forza perduta.
Ormai ci si aspetta quasi tutto. Nella grande famiglia dei gialli, il morto. Nel romanzo ‘rosa’, l’Amore controverso. Nell’horror però più che paura, pare siano ormai rimaste risatine basse, qualche ‘ohhh’ sommesso. Perchè non ci si spaventa più. Tutto è prevedibile, gli sviluppi sono spesso scontati, il concetto stesso di ‘tensione’ è ormai perso, quel tipo di tensione che attira e respinge, che sale d’intensità senza particolari effetti speciali (cosa che il cinema invece ha imparato a fare anche all’eccesso).
Invece in questo romanzo Nerozzi si impone, è capace di abbattere alcune di queste barriere, e non c’è forzatura, si sente nel modo in cui gli sviluppi si susseguono, nell’urgenza di spiegare anche il più piccolo dettaglio, nei giochi tra parole e significati più o meno evidenti. Negli incastri. E nell’ingresso in micromondi che esistono davvero, basta alzare la testa.
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Ed eccolo, il sabato.
Un altro sabato di merda, tanto per gradire.
Mattina in giro per negozi con un’amica che le stava un bel pò sulle balle, ma tan’era… Con gli occhi che giravano di continuo di qua e di là sperando d’incontrarlo, di vederlo di sfuggita… Era tutta la settimana che lo faceva, che sperava in un ritorno di Franz l’oscuro.
Non appena tornata a casa, verso le due del pomeriggio, Maria si era rifugiata in camera sua, chiusa a quattro mandate con lo stereo a palla con su un greatest hits dei Depeche Mode, e non aveva voluto nemmeno pranzare con sua madre, che oltretutto aveva come ospite quel suo nuovo fidanzato che a lei non piace per niente.
(pag.306)
———————-Quante volte ci si spegne durante un tentativo di redenzione? Quante volte un artista si sente percorrere dall’incertezza?
Alla fine, la scrittura è la stessa cosa della vita. Tutti i giorni sono irti di confronti incrociati tra quello che se e quello che vorresti diventare
(dalla postafazione dell’autore)
Il nodo, la deformazione sul mio corpo
Ho un nodo.
Un nodo enorme, artigliato, parassita che mi succhia, saldamente ancorato, che si allunga su questo mio collo indolizito, rattrippito. Ombra di un collegamento inesistente.
Me lo porto in giro, il nodo, mi appesantisce testa, spalle, tutto. Succhia, succhia. Energie, forze preziose ma forse, già cedute.
Come posso, come.
Scioglierlo, strapparlo.
Come reggerò, domani, oggi, oltre, questo peso.
Questo.
Peso.
E com’è successo, come te l’ho lasciato tra le mani?
Ancora non credo, capisco, assemblo.
Mi basta sentire il collo pulsare. Respira al mio posto. Affonda tra la carne, crea nebbia, quella nebbia che nell’afa rende complicati i movimenti più elementari. Sterile ricordare. Non posso, ricordare. Non posso nulla, ora.
Il nodo, la deformazione sul mio corpo secco è sintomo invisibile, unica manifestazione violenta, non riuscirei comunque, ad annullarlo, togliergli materia ed essenza.
Lui è, lo so. Il grande male che ho dentro. L’impossibilità che hai cercato di insegnarmi. La fonda caduta senza contorni né confini. Unico sfogo a un dentro sfaldato, rosicchiato, spezzato in tanti modi che ancora latitano, sento solo bruciori sparsi, altalenanti.
Vorrei fuggire e restare. Molto imparerò, da questo nodo anche se sono costretta a muovermi coi gomiti, trascinandomi ridicolmente tra le banalità del vivere. Molto mi resterà, sotto nel mio fondo, tra le radici della deformazione, quando l’apnea smetterà di togliermi aria. Quando, non so quando. E le paure, vaghe meteore sparse, sono diverse, mutevoli, le osservo e ci annego.
Lo sfinimento lo sento fino alle falangi.
Mi guardo. Sono pezzetti assemblati male, errore di me stessa.
Clown senza trucco.
Corridore che non ha gambe.
Porta orfana di serrature.
Ma lui – il nodo – è anche il trofeo di una sconfitta magmatica, di barriere crollate per illuse debolezze, un’esperienza che già ci si aspettava archiavata, memoria acquisita, invece no.
Ora però, c’è.
E’.
E ho male, male, male. Sono. Male.
(di Barbara Gozzi, 23 Maggio 2009)
Franchi Gianfranco – Monteverde
Monteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, ‘prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in ‘Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
‘Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il già accennato ‘Disorder’, passando per ‘Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile ‘fisso’ quanto meno stabile, la possibilità dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della società che lo circonda, di questo ‘Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno ‘spot’ di ciò che il lettore affronterà, e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (‘lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontà, la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.
“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)
Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.
“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)
Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.
“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)
Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei ‘sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene più grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.
“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)
Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. È chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì – cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilità che non ha sapore né odore, senza ‘quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.
“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)
È un romanzo amaro, ‘Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con ‘Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensità, gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle ‘storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dà modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. È dunque possibile che il lettore perda la ‘strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della ‘Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o ‘Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.
Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.
“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo ‘Pelle’, ‘Disorder’)
In ‘Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, più spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è ‘un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.
“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)
Monteverde
di Gianfranco Franchi,
Castelvecchi, maggio 2009
pg.310, Euro 16
Corazza Riccardo – Un inverno perenne
C’è una voce, che racconta. Si alternano paragrafi, mentre la voce prosegue, in una sorta di unico ‘magma’, unico grande capitolo, flusso senza inizio né fine. Dunque paragrafi che alternano la grafia normale con il corsivo, in un gioco di rincorse, incastri, fusioni che mescolano parole, pensieri, ragionamenti e ricordi.
La voce, unica protagonista è di uno scrittore senza nome, i cui dati anagrafici sfuggono, qualcosa si intravvede verso la fine ma non è poi così importante, conoscerlo da vicino, dall’esterno. E’ del suo ‘dentro’ che si finisce, in un romanzo che non è tanto storia di una vita bensì analisi, scavo, di precise scelte del vivere, di un modo – una percezione profonda, intima – di affrontare e registrare le giornate, gli impegni, gli spazi.
La voce, dunque, narra la sua storia, in un simil monologo frammentato eppure sottilmente amalgamato.
“… non so nemmeno perché te lo stia raccontando, ma questo luogo è diventato una specie di confessionale, e non vedo perché non dovrei essere sincero almeno qui, non renderti partecipe di tutto.” (pag. 25)
E di nuovo, la parola ‘confessionale’ ritorna nelle pagine successive, assieme a ‘verità’ che si incastra con il ‘sincero’ di cui sopra. Ma anche, dopo due pagine, emerge il bisogno prepotente di un preciso tipo di dialogo, quasi un non-dialogo, dove la realtà s’incurva per tornare indietro.
“… ma per la forma di lealtà cui alludevo prima, non avrebbe senso che non l’avessi rispettata qui, in quello che è diventato un ‘Secretum’ delle mie pene, una raccolta di tutto quello che non sono mai riuscito ad esprimere (e che forse non avrei voluto esprimere) nei miei libri.” (pag. 41)
Qui l’allusione al ‘Secretum’ é un simbolo, abilmente inserito in un contesto non troppo evidente, tra flussi di pensieri che scivolano veloci. Eppure è uno strumento di decodifica necessario, quasi prepotente. Petrarca costruì un dialogo tra due personaggi precisi, se stesso e Sant’Agostino. Corazza, decisamente abile, impasta la voce del protagonista come davanti a uno specchio. Non ci sono risposte, al flusso, riscontri diciamo ‘pratici’ rispetto a quanto espone, recupera, affronta lo scrittore. Eppure è come se ce ne fossero.
Il protagonista si rivolge sempre e soltanto a una persona, delicatamente tratteggiata da parole volutamente imprecise: l’Amata. E qui le capacità dell’autore nelle spennellate multi direzionali, si apprezzano a pieno solo a finale ultimato.
Volendo ragionare sulla struttura, è una narrazione in prima persona anomala, quasi una seconda persona al contrario: il protagonista ricorda, s’interroga, affonda le unghie nel passato, rivolgendosi – condividendo – tutto con un altro personaggio che mai si palesa, mai entrerà veramente in scena se non nel già citato finale, spennellata sapiente che chiude il cerchio.
E’ dunque un bisogno, un’esigenza prepotente, feroce, questa scrittura, queste memorie, questo cercare comprensioni, sensi, consapevolezze. Lo scrittore si guarda ora vivere, tra presente e passato, tenta di vedersi riflesso in quell’immaginario specchio a cui alludevo sopra, e non sempre ci riesce. Ma deve insistere, continuare a liberare logiche che dentro hanno probabilmente macerato, maturato per anni. Una precisa cronologia non è data da sapere, irrilevante per l’intento dell’autore a cui non paiono interessare sequenze di azioni precise, piuttosto sensi celati, nascosti, chiusi nelle segrete di un cuore malato di parole, in perenne movimento.
“Mi viene in mente un pensiero di Jeff Buckley, sai quanto lo adori, diceva che esiste una musica privata, una musica che suoni soltanto per te stesso, non destinata alla divulgazione, e forse è questo il destino di questo mio sforzo notturno, come lo era forse per il Petrarca. Capirmi meglio, capire meglio. Non è per questo che scrivo?” (pag. 41)
Il tema del viaggio, del continuo spostarsi di città in città, in cerca di luoghi, a caccia di storie, volti e spunti, è fondamentale per la comprensione del libro. Lo scrittore proprio per il mestiere che si è scelto, che è riuscito a raggiungere tra fatiche e battaglie, proprio per quello che è in fondo; è sempre in viaggio. Ha una casa a Roma, assieme all’Amata per sua stessa ammissione, ma che dimora non è. Resta un luogo, come gli altri, dove ogni tanto torna per ripartire poco dopo. Perché non c’è dimora fissa, per un uomo che vive dentro ‘un inverno perenne’. Non esiste patria precisa, alternarsi di stagioni e ritmi cadenzati, la routine è variabile friabile calciata lontano e mai più cercata.
“Solo quando torniamo a casa ci accorgiamo che per noi non esiste ritorno. E’ come se la nostra volontà di spostarsi fosse bulimia, e ci continuasse a spingere verso il futuro, senza possibilità di saziarsi.” (pag.15)
L’inverno diventa così l’ennesimo simbolo di una necessità ardente, dell’unico modo possibile che il protagonista-narratore conosce per affrontare a pieno la vita. Dilatando spazi, prendendoseli, questi spazi, se necessario, ascoltando il freddo che è anche distacco più o meno perdurante nel tempo. Che è un camminare lento ma mai incerto, un affrontare strade nuove tornando anche su quelle conosciute, senza smettere mai di cercare, afferrare, aprirsi al mondo, alla vita che lenta scorre.
“… ora dobbiamo inseguire questo inverno, questo inverno perenne lungo le strade del mondo, perché le nostre idee, i progetti, possano avere uno scenario, la prospettiva adatta.” (pag. 31)
Inseguire appunto.
Lo scrittore è anche uomo pieno, consapevole di cos’è il mestiere dello scrivere, e di ogni altro aspetto che ci ruota attorno, le aspettative dei lettori, l’afferrare schegge di vite altrui per poi fissarle su carta, immobilizzarle per sempre dentro pagine statiche. Sono analisi lucide quanto oneste, quelle costruite da Corazza, amare quanto sincere. Non è un trascinare malesseri logoranti o stagnanti, piuttosto un riconoscere i limiti e le difficoltà del vivere scelto, portato avanti nell’impossibilità di cambiare.
Ci sono due colpi di scena, a mio avviso, che spezzano la lettura, afferrano il lettore dal torpore in cui scivola seguendo il flusso narrativo e lo scuotono con forza. Uno legato al passato e all’Amata, a qualcosa che dopo tante pagine di condivisioni e comprensioni, pare perfino una stonatura seppure non c’è ricerca della perfezione (qualunque significato si voglia attribuire al termine) tanto meno definizione di ruoli precisi, assoluti e inviolabili.
L’altro, nel finale, dove l’autore scioglie ogni riserva, svela anche un’informazione anagrafica – l’età del protagonista – e non gli risparmia nulla, non gli interessa renderlo ‘piacevole’, da lieto fine insomma. Non gli interessa trasformarlo in una sorta di eroe solitario, devoto all’Amata e alla scrittura, in continua ricerca spazio-temporale quanto interiore. Non gli interessa lasciare qualcosa per forza.
“In alcuni momenti ti senti una cosa sola con il Tutto…” (pag. 52)
E in questo ‘Tutto’ il protagonista-narratore si accetta, riesce – forse – a vedersi riflesso, ad ammettere fallimenti e piaceri, scelte e mancanze, assenze e vuoti. Con tante, tante, parole che gli schizzano fuori, urgenti, delicate, stratificate.
Riccardo Corazza scrive con fluidità, è la lingua della ‘voce’ questa, di una voce io credo a lui parzialmente vicina, piena di buchi, sospensioni, attese, silenzi. Logiche. Viversi oltre gli altri.
E l’affettività profonda, l’amore tratteggiato da Corazza, è un bene prezioso, che tocca corde fonde, intime e sensibilissime. Dal sapore della comprensione che non chiede né pretende, è un prendersi cura dell’altro oltre gli schemi convenzionali, oltre le etichette e le imposizioni sociali. Tenero e duro allo stesso tempo.
“Ma tu, amore mio, tu che mi sei accanto da anni, tu che mi conosci meglio di tutti, tu che giorno dopo giorno hai imparato ad assecondare le altalene dei miei umori e non considerarle legate a te, al rapporto che ci unisce, tu saprai capirmi come nessun’altra, saprai capire e comprendere se mi assenterò dal nostro letto come adesso, nel cuore della notte…” (pag.35)
Prima prova in prosa, dopo diversi libri in versi; una scrittura promettente, dagli intenti e gli snodi interessanti, autore che spero ancora in evoluzione ma pieno di tanto, molto, da lasciare.
Un inverno perenne
di Riccardo Corazza
Pendragon, Aprile 2009
isbn: 978-88-8342-757-2
Pag.53 – Euro 11
Non potevi capire
Io me lo ricordo, di quando mi brillavano gli occhi. Li sentivo.
Sono state le sue ultime parole.
Le ultime che gli hai sentito dire. Che poi. Non potevi immaginare, figuriamoci. Ne diceva tante, la Lella, davvero tante. Erano mesi, forse addirittura anni che stava così. Opaca, direbbe lei ora, se potesse commentare. Insopportabile, stai pensando tu. Si, insopportabile.
Cazzo.
Si può non trovarne neanche uno, dico uno non dieci o cento, uno di bastardissimi motivi per?
Niente.
Ha preso a non vedere questo e quello. Non le restava mai niente per.
Certo, bisogna essere almeno onesti a questo punto, ti pare? Tu lo sapevi che alla fine l’hanno licenziata. Ma alla fine, dopo tutti quei casini sulle mansioni tolte o non dette o non capite o quello che era, non ti ricordi neanche cosa ti disse, lo so.
Ah, la faccenda della casa. Anche lì però, che è un periodo – anzi un decennio – di merda per comprare mattoni lo sanno anche i muri, cristosanto! Poi va a lasciare il compagno e scoppia il casino della separazione dei beni. Figuriamoci.
Dai, non te la prendere.
Non potevi capire, non ne avevi i mezzi, i tempi e forse – forse – manco le energie. Eravate così giovani quando. Si, vuoi che non me lo ricordi? Proprio io che registro e impacchetto tutto! Lei poi, dai, era così carina coi capelli scompigliati e i segni della scolorina sui polpastrelli. Proprio carina, si. Poi è andata storta, so benissimo. E non è stata solo colpa tua, ricordo tutto ti ho detto, non c’è bisogno che puntualizzi.
Comunque.
C’è un sacco di gente disperata, non si poteva proprio capire.
Che lei.
Ma senti.
Quella volta che hai trovato quelle chiamate perse, quando stavi al cantiere esatto, quella volta lì potevi almeno richiamarla, per sentire dai. Dici? E se si metteva a piangere, cazzo, te la sciroppavi e amen. Cosa ti costava poi, mentre te ne tornavi a casa sulla tua macchinina usata di finto lusso, dai. Potevi. Almeno ammettilo.
Mi brillavano gli occhi, si, ha detto esattamente così e ti do ragione: è una gran frase di merda. Poetica e inconcludente. Inutile in effetti. Se si ha il tempo di guardare cosa brilla e cosa no, non si ha un cazzo da fare. Magari. Oppure non so, è questione di curarsi solo delle cose importanti. C-o-s-e im-por-tan-ti. Tipo? Dai, fammi un esempio che non sia banale. Si, i soldi si, rientrano ma poi bisogna vedere a cosa sono collegati tipo lavoro o incastri finanziari o gestioni. Ma lì senti, non è che le si potesse dare poi tanto torto dopo quasi quindici anni rintanata in quel buco, ritrovarsi che le prendono la casa e il resto che sai, dai. Lì aveva ragione. Qualcos’altro? Non la metterei così ma va bene. Godersi la vita. Go-der-si la v-i-t-a. Suona bene anche lui.
Ssst.
Aspetta un attimo.
Ho come l’impressione che tutto questo tuo parlare ti dia l’affanno.
Non ti sembra tutto così.
Stupido.
Lei che.
Tu qui a cerebrare.
Io che aspetto.
Si, hai capito bene.
Aspetto.
Paziento.
Ti spingo.
E ancora aspetto.
Che tu lo dica.
Dai, ora puoi, cosa cambia ormai? Lei sarebbe riuscita ma gli altri no, dunque sei al sicuro.
Dillo.
Dillo.
DILLO!
Lo conosci anche tu, quel ricordare luccichii caldi, si, che mancano e scavano dentro. Si.
Ma hai ancora qualche toppa colorata, usane una adesso. Ne hai bisogno. Prendila con cura, lisciala, poi posala davanti al nuovo buco – questo – massaggia per bene assicurandoti che non resti nulla da vedere. Poi cementala.
Vedi?
E’tutta una questione di riparazioni e angolazioni.
Una cosa c’è solo se tu la vedi.
O manca se vuoi sentirne lo strappo e l’assenza.
Potevi provare a spiegarglielo, alla Lella, chissà.
Va bene, va bene, stai calmo. Lo dico. Tranquillo?
Allora, la Lella non doveva mollare così. Proprio non doveva, è stato uno spreco assurdo. E se stava male doveva piantarla e darsi da fare, tentare qualsiasi cosa. C’è sempre un tentativo che non si è ancora provato. Sempre. E vedere tutto nero non serve, avere sempre freddo neanche.
Sei a posto adesso? Mi sembri ancora agitato, chessò. Come insoddisfatto. Irrequieto ecco.
La gente non si aiuta, te lo disse tuo padre che avevi quindici anni, quella volta che volevi portarti in spalla Piero (poveretto, con quel gesso lungo tutta la gamba). La gente non si aiuta, comunque. Al massimo si subisce, compatisce, sopporta e qualche volta, ma proprio qualche, si tiene vicina. Tutto il resto è tu e tu contro il mondo. ‘Con’ se preferisce il collegamento meno invasivo.
Come sarebbe? Ti sto dicendo quello che vuoi, quello che ti aspetti ora che hai una gran voglia di piangere per lei e non ci riesci. Trattieni. Ti impunti e ti incazzi, con quegli occhi lì pure miopi.
Non potevi capire, però adesso.
Hai ragione.
E’ tardi.
Ancora un pò
Ci pensa un attimo. Stringe ancora il bicchiere vuoto. Ma no, no. Non ce la fa a starsene lì fermo, solo.
Si alza, deve camminare. Sa che la sta inseguendo, sa che quel potere glielo sta ridando e che dovrebbe smettere di cercare, di pensare a. Ma è più forte di lui.
Al terzo piano c’è ancora meno gente, la musica è di quella che ormai i giovani non ascoltano più, neanche conoscono probabilmente. Anni ottanta, al massimo qualche vecchia ballata dei novanta. E lì, esattamente dove doveva essere, la rivede. In piedi davanti a un ampio finestrone aperto, spalancato. L’aria le muove i capelli.
Si avvicina, deve farlo.
Mi stai seguendo? Neanche si volta mentre lo dice.
No, o forse si. Mentire con lei non è mai servito, almeno questo lo ha imparato, a suo tempo.
Perché sei qui? E non pare una domanda scomoda, lei volta la testa, ha i gomiti appoggiati al davanzale.
Non lo so, non volevo stare a casa. E si appoggia al muro. Tu? Le vede il mento che si abbassa, come a cercare una risposta che non trova, non c’è.
Più o meno la stessa cosa direi, e non è sarcastica. Solo triste.
Continua a fissarla, così da vicino, basterebbe muovere una mano per toccarla. Basterebbe e ci pensa. Si sposta dal muro, un passo, uno soltanto si dice.
Non farlo, la voce è secca stavolta, asciutta e svelta come quando si rimprovera un bambino. Come quando si sta per fuggire.
Lei ha spostato i gomiti, ora tiene le mani incrociate davanti al petto, si protegge. Non farlo, ripete. E con gli occhi la cerca, la via d’uscita. Ma dietro di loro la gente balla, gruppetti di ragazzi passano in quell’unico spazio di transito rimasto.
Non ci sono parole, lui lo sa eppure si sforza, qualcosa vorrebbe dirla, smentire o confermare ma non può. La vede mentre si mordicchia le labbra e fissa la gente che attorno continua, ride, cammina, spintona.
E’ tardi devo.
Poi con un colpo di anche tenta di oltrepassarlo.
Ma la sua mano è pronta, le afferra un gomito, la blocca.
La sente tremare e all’improvviso decide. La guida oltre i rumori, oltrepassano gente, sorrisi. Si ferma in un angolo, dietro di loro la scala a chiocciola che collega i piani. Lei non ha protestato, non si è ritratta né a commentato. Si guarda attorno ora, finge di non sentirla, la vicinanza. E’ impaurita, lui lo sa, sente tutto.
Allunga una mano, le alza il mento. Ora si, sono così vicini da sfiorarsi anche senza volerlo.
Dimmi, le mormora a fior di labbra. Ancora trema lei, poi chiude gli occhi. Non farlo, non farlo, è tutto quello che riesce a rispondere. Ma è già abbandonata. Così anche lui cede e la abbraccia, se la prende contro e la stringe sentendole la schiena, i capelli, il corpo addosso al suo.
Non farlo ripete lei, contro il suo collo, poi si scosta. Mi stai giudicando, lo so.
Lui le sposta una ciocca di capelli dagli occhi. No, ora non più, e si stupisce di averlo detto. Perché è vero.
Naso contro naso si studiano, gli occhi parlano ma le parole, i messaggi, sono confusi, complicati. Lui le accarezza la schiena, piano, lentamente. Non andare via adesso, ed è uno sforzo disumano riuscire a dirlo. Lei vacilla, teme e vuole. Le indica i divani dietro di loro. Solo qualche minuto, vorrebbe urlarle ma non serve, anche lei sa.
Vieni qui.
Da seduto allunga un braccio.
Vieni.
Qui.
E lei cede, si accomoda sulle sue gambe, si lascia stringere i fianchi mentre appoggia la testa tra il collo e le spalle. Ora può annusarlo, sente quell’odore che aveva dimenticato o forse no, voleva farlo ma poi. La mano destra disobbedisce e si allunga, glielo accarezza il collo, lo sfiora con la delicatezza di chi ha paura di romperlo, di spezzare la superficie con il solo contatto dei polpastrelli.
Sente che le sta baciando i capelli e rialza la testa. Vuole vederlo. Guardare quegli occhi enormi, confusi quanto i suoi. Avvicinarsi. Ancora un pò. Ancora.
Vighy Cesarina – L’ultima estate
Mia grande amica, mia unica amica è La Gatta: tonda, timida tigre parlante mi ama di più da quando sono malata. Non, come gli umani, “nonostante” sia malata ma “perché” sono malata e sto sempre in casa e molto a letto.
(pag.16)
‘L’ultima estate’ di Cesarina Vighy ha vinto il premio Campiello Opera prima 2009. Questa la dichiarazione dell’autrice in proposito:
“Accolgo con vera gioia e una punta di commozione il Premio Campiello Opera Prima e ringrazio i giurati che me l’hanno assegnato all’unanimità. Per me, poi, tale gioia è triplicata perché: da vera madre, Venezia ha accolto e perdonato la sua figliola fuggitasene lontano nell’adolescenza, quando l’irrequietezza e i primi errori vengono imputati ai luoghi e non a sé stessi. Anche altrove, però, il figliol prodigo tentato di tornare mantiene la fierezza della sua origine se, si diceva un tempo, come gli inglesi si svegliano ogni mattina ringraziando dio di essere inglesi, così fanno i veneziani per il loro essere veneziani.
Ho modo ora, se pure troppo tardivamente, di dare una soddisfazione e una ricompensa a mio padre e a mia madre, che sempre hanno sperato che io smentissi quel detto: “Nessuno è profeta in patria”.
Il Premio Campiello Opera Prima assegnato a un’esordiente settantenne mi fa sorridere di tenerezza, mi ringiovanisce e insieme mi appare come una bella vittoria sull’età e la malattia. Ringiovanendo, mi sento quindi autorizzata e stimolata a continuare.
E’ un romanzo il mio? O un diario? O, come si dice ora, una docu-fiction? Preferisco definirlo il “ripasso” di una vita, fatto prima degli esami finali, magari sul Bignami che fa risaltare i fatti più importanti mettendoli in grassetto e così distinguendoli, se pur superficialmente e grossolanamente, da tutto quell’universo che gira loro intorno e di cui i manuali più seri cercano di dar conto. Anche in questo ripasso, spesso doloroso, la mia “venezianitudine” salta fuori, sotto forma di ironia / autoironia e di “cattiveria” un po’ maligna (scherzo sui sani, sui malati, sui medici, sulla malattia), ironia e cattiveria che sono nella tradizione non solo letteraria della nostra città ma che piacciono un po’ meno ai “foresti”, forse invidiosi.
Pubblicato da Fazi, quasi un mese fa, 26 aprile 2009, attualmente è tra i dodici finalisti per il premio Strega, il cui verdetto dovrebbe essere reso noto l’11 Giugno prossimo (una delle numerose fonti qui: http://guide.supereva.it/letteraturaitaliana/interventi/2009/05/premio-strega-2009-ecco-i-finalisti).
E’ stato già scritto nella quarta di copertina (da Marino Sinibaldi) che “Con una lingua nitida, a tratti feroce, mai retorica, attraversata da una vena di sarcasmo che non concede nulla alla pietas, l’autrice affronta il più evitato degli argomenti: la sofferenza. Mai, lungo queste pagine, si può dimenticare che è malata, gravemente. Però basta uno spiraglio della finestra in cucina a far entrare un platano o un merlo. C’è una gatta fedele, indulgente, comprensiva. C’è una esistenza verso cui – Zeta non lo direbbe mai e certamente si rifiuta perfino di pensarlo – si può nutrire un orgoglio felice. Segnata com’era, ora finalmente appare bella. E piena di sogni, ricordi, fantasmi, di intelligenza. Non degenera: può sfidare il peso dei rimorsi del passato e l’orrore dei sintomi di oggi, ironicamente e fieramente: «Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso». Lo fa in questo libro singolare: piccolo auto da fé e magnifico inno alla vita che era ed è”.
Il tema ‘malattia’ intrecciato con ‘sofferenza’ e pungente ironia. Questo mi ha attirato.
Della malattia, come macro categoria vastissima si è scritto moltissimo. Per non parlare della sofferenza (del malato in questione o dal punto di vista dei ‘cari’ vicini o lontani). E sono spesso resoconti, diari o meno, ma che comunque ripercorrono le ‘tappe’, la progressione, i traguardi quanto le eventuali ricadute. Poi la morte. Tema, invece, tutt’altro che abbracciato dalla Letteratura ‘conosciuta’ (pubblicata) ma comunque se legato all’ammalarsi, comparsa più accettata. Nulla di nuovo insomma, verrebbe da commentare ‘a caldo’.
Invece no.
Ed è altrettanto singolare, secondo me, che di Cesarina Vighy si trovi poco on line, le informazioni sono striminzite, quasi pudiche mi verrebbe da commentare. Perché Cesarina Vighy, originaria di Venezia, attualmente vive a Roma (come recita la breve biografia diffusa da Fazi), non più giovanissima (l’età non è un segreto, nella dichiarazione di cui sopra è la stessa autrice a sorriderci) con ‘L’ultima estate’ pubblica il suo primo romanzo. Che è la storia di Zeta, voce narrante che solo nel primo e nell’ultimo capitolo si alterna con un’altra voce, scritta in corsivo in una sorta di ‘inversione di ruoli’, la cui giusta collocazione nella narrazione si rintraccia esattamente nelle ultime due parole del romanzo.
Zeta dunque, che racconta e si racconta. Una vita vissuta. Partendo da lontano, dai genitori, il passato che è anche storia, in una sequenza di incastri fluidi. Poi la fase più delicata, gli ultimi capitoli interamente dedicati a preparare il lettore per quella che è l’attuale (in realtà ormai evidente) condizione di malata terminale, colpita dalla Sla che attende semplicemente lo scorrere delle giornate. Ma non si arrende. Resta curiosa, vigile e lucida.
E’ una storia, una delle infinite storie tra fatti, amori, pressioni, vittorie e sconfitte, cadute e riprese; costellate dall’arrivo di un compagno inatteso, da tutti temuto: la malattia appunto.
I fatti propri fanno sbiadire anche i più importanti eventi pubblici, relegandoli sullo sfondo a far da quinte. […] E’ il momento in cui scopri che il tuo cuore è diviso in tanti pezzi o, meglio, è distratto, incapace di seguire un solo sentimento senza esitazioni…
(pag.124)
Miracolo? Ai miracoli non credo. Piuttosto, al di là della stima, l’affetto, l’amore, si crea spesso un legame inestricabile, una simbiosi, tra oscuri bisogni che cercano, e spesso trovano, un sollievo, una comprensione in quelli dell’altro. Ora so cosa cercavo io. Un alibi. Un alibi che giustificasse il mio scarso successo, il mio negarmi alla creatività, alle buone frequentazioni, alle amicizie, alle novità. […] Eppure eccoci qua: io malatissima, lui, l’angelo incazzoso, solerte come una madre che indovina i desideri del suo bambino ancora prima di sentirglieli esprimere. Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità.
(pag. 120-121)
Ma Cesarina Vighy, a mio avviso, realizza con questo romanzo qualcosa di decisamente inusuale, una frattura importante tra quello che è l’immaginario a proposito della pietà, della pena per il malato, per la vita che sfiorisce troppo rapidamente, per quello che poteva essere e mai sarà, per la ‘condanna’ che sposta affettività, umori e programmi; tutto questo c’è intendiamoci ma mai come ci si aspetta. Zeta narra senza fronzoli, ridicolizzando lamenti, rabbia cieca, moralismi e cliché. Zeta è ironica in un modo pungente, sprezzante verso se stessa, la malattia, il mondo tutto. E’ anche spietata, osserva i ricordi, il passato, senza concedere quella stessa pietas che non cerca, anzi, evita rigorosamente a se stessa chiudendosi in casa, fuggendo da ogni contatto ‘umano diretto’, tra i suoi amati gatti e gli oggetti familiari, rassicuranti.
Se è una nuova legge del mercato, io non lo so e non mi interessano francamente le dinamiche ’da concorsi’, resta il fatto che l’approccio, la modalità scelta dall’autrice per addentrarsi in meandri bui ridendo sguaiatamente di sé, di tutto e tutti, sfaldando certezze post romantiche e rinnegando la consolazione fine a se stessa, quel certo modo di parlare e considerare i malati; tutto questo graffia. Spiazza. Confonde anche, almeno all’inizio. I sentimenti, però, ci sono.
Galleggiano, si nascondono quando sono attesi per poi sbucare all’improvviso. Ma sono talmente fondi, scarnificati e onesti che non possono lasciare indifferenti.
Non era un lavoro difficile perché il resto dovevo farlo io; la ripulitura finale i medici di una clinica, come si dice, compiacente. Mi avvisò lealmente che durante la notte avrei sofferto (“come un parto”) e mi raccomandò di camminare ma senza perdermi la cannuccia. A un certo punto, sarebbe uscito.
[…]
Come diceva Charlot, la vita vista in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia. Pallida, seduta ingloriosamente sul bidè, non sembravo certo una regima ma quando, improvviso, sgusciò fuori dal mio corpo una specie di bambolotto piccolissimo, nerastro, imbrattato di sangue, sentii per la prima volta la solennità della morte.
(pag. 81)
Capitolo a mio avviso quasi ‘a parte’ è uno degli ultimi: I consigli di Madame de La Palisse. Dopo circa centosettanta pagine di ricordi, sprezzanti analisi, leggerezza e sofferenza, Cesarina Vighy cede alla condivisione più faticosa, lascia tracce concrete attraverso la voce di Zeta. “…sperando di fare cosa utile, così parlerò ai principianti, ai catecumeni di questa mia e loro malattia, fornendo alcuni semplici consigli desunti dall’esperienza” (pag.174). Naturalmente sono suggerimenti non convenzionali, che non perdono lo smalto del resto del romanzo, pungono e strappano a dovere. Non li svelerò, questi consigli semplici, mi accontento di commentare che è un capitolo notevole, non stupisce con effetti speciali 3D ma arriva dritto al ‘cuore’ o ovunque sia l’affettività del lettore.
“Talvolta mi vengono delle idee che non condivido”, dice il filosofo ridens Woody Allen. Anche a me.
Ho steso tra i primi, coscienziosamente, sperando che un giorno potesse avere valore, un testamento biologico fai-da-te in cui credevo che mi risparmiasse buchi, cannule e sondini, nella certezza che la natura, nostra madre, sarebbe stata pietosa.
Solo dopo ho conosciuto la malattia, la sua ingiustizia e casualità e ho scoperto che siamo infinitamente adattabili, che cambiamo idee e ideali seguendo peggioramenti…
(pag.181)
Ci sono frequenti contatti tra Zeta-narratrice e il lettore, contatti indiretti ovviamente eppure improvvisi, inaspettati e tutto sommato divertenti. Probabilmente sdrammatizzano o meglio contribuiscono alla frattura da ‘oddio sta morendo però’.
Solo un po’ di pazienza, una piccola pausa: fate ricreazione, intanto.
(pag.119)
Ma, come si diceva nei romanzi un tempo rispettabili, facciamo un passo indietro.
(pag.44)
Infine un’annotazione personale di stupore data la materia trattata: la parola tanto temuta, quella che in molti neanche pronunciano per sbaglio – morte – non come sottotitolo scritto talmente in piccolo che neanche una lente potrebbe renderlo reggibile bensì come temporaneo protagonista, lei insomma. Si presenta a pagina 186, a romanzo in sfilacciamento fisiologico. Il lettore sa, che lì si arriverà, succede sempre, sa che il mostro aleggia, può apparire in qualsiasi momento, può colpire alle spalle e distruggere anche la risata più fragorosa e genuina. Eppure la narrazione resta a galla. Non cede fino alla 186, a quattro pagine di distanza dalla fine del romanzo, dal sipario che cala attraversato da merli di fine estate.
[ Articolo pubblicato il 28/05/2009 su AgoraVox: http://www.agoravox.it/Tra-il-Campiello-e-lo-Strega-oltre.html ]