‘Si muore bambini’ è una raccolta di racconti, e già questo aspetto – secondo le statistiche – demotiva all’acquisto. Undici racconti per 124 pagine. Undici? Ma scherziamo?
A peggiorare (in apparenza) la situazione c’è un altro elemento che si palesa leggendo, progressivamente impossibile da ignorare. La diversificazione. Ogni racconto è un mondo a parte, perfino la scrittura si tende e si restringe, segue le pieghe e gli spazi della storia in questione, plasmandosi con naturalezza.
Dunque undici racconti, stratificati, imparagonabili tra loro.
E terribili.
Terribili perché in ognuno c’è quel dolore che non conosce consolazione, in ognuno c’è un male spaventoso, che non si vorrebbe conoscere tanto meno ricordare. Sono – si – storie dove comunque qualcosa è morto, come già anticipa il titolo che si concentra su una delle tematiche principali (i bambini) ma che può essere inteso, secondo me, in senso ampio. Si muore.
Non so quanto contino davvero le statistiche, quanto la percezione e il bisogno del lettore di romanzi lunghi, corposi, da coccolare settimane, forse anni, nonché la paura verso lo svelare ombre pressanti; non so quanto tutto questo pesi davvero nella scelta finale, nell’acquisto insomma. Probabilmente molto, i dati di vendita, che sono poi numeri abbastanza precisi di solito, parlano chiaro.
Eppure questo libro è un piccolo gioiello, qualcosa di prezioso, di duro certamente ma allo stesso tempo di magico. Ed è ovviamente un tipo di magia da strega, che si sofferma sul Male, che lo scava a fondo, sbudella mettendone in fila frammenti fumanti. Ma. Non c’è ferocia gratuita, necessità di colpire per il gusto di farlo. Sono storie terribili ma decodificabili. C’è sempre qualcosa, diverso come dicevo sopra, ma evidente che aspetta la giusta chiave di lettura, quella rotazione che permette di aprirne la porta.
Perché l’ultimo elemento dell’equazione è la decompressione, la necessità di ‘tradurre’ questo linguaggio accurato, sottile, tagliente e complesso, la necessità di renderlo non solo comprensibile ma anche assorbibile.
Nella casa dei giochi, le mani sono cattive anche quando vogliono accarezzarti. Il gioco più complicato è imparare a sfuggirle. Se capisci quando le mani stanno arrivando, puoi scappare, ma devi essere molto veloce e girare intorno alle trappole che possono ingoiarti ed evitare di finire nella botola dei sogni assassini e nella stanza dei bambini uccisi e nel giardino degli orchi e nella pozza dei coccodrilli, nel labirinto degli affamati e nella tana di Gretel, che se ti prende ti mangerà.
(pag.12)
Nicoletta Vallorani non ha paura, le scelte che hanno portato questi racconti su carta ne sono un’evidente testimonianza. Non ha paura di non essere letta, peggio, di non essere capita, di finire nella lista dei mediocri mescolatori di carte. Perché l’apparenza qui, tra questa pagine, inganna davvero con facilità.
Non sono racconti rilassanti, tanto meno da pause veloci e spensierate. Alcuni sono effettivamente brevi (se consideriamo l’effettiva lunghezza, alcune pagine appena) ma il punto è un altro. Morendo bambini, tutto ciò che succede dopo è insopportabile.
Dimenticavo un’altra caratteristica, che racconta di un’autrice poliedrica, capace di cimentarsi in narrazioni differenti nelle intenzioni quanto nel risultato finale percepibile: le storie si alternano giocando coi generi. In ‘l’ultimo scatto’ l’atmosfera del triller si inspessisce, la ricerca del colpevole che è carnefice e liberatore è serrata, necessità pura. Mentre in ‘I libri coi denti’ la narrazione si raccoglie, presentando realtà all’apparenza incomprensibili ma che celano l’ennesimo segreto terribile, l’attenzione è verso un tipo di ‘sociale’ che troppo spesso non ha voce (ma denti).
Io sono la strega e Biancaneve, Cappuccetto rosso che si mangia la nonna dopo averla cucinata sul fuoco, Gretel, il fagiolo magico e la Bestia che non è riuscita a far innamorare nessuno e perciò coi suoi denti da tigre malese sbrana i bambini buoni e belli e biondi e normali. E le bambine, pure. Quelle che sanno parlare e vanno a scuola e non mi somigliano per niente.
Perché io sono ritardata. E lei, che lo sa, mi tiene lontana da tutti perché si vergogna, anche se dice di no.
(pag. 57)
‘SnuffMovie’ in cui si ripete la frase che è poi il titolo della raccolta, è un racconto intensissimo, crudelmente reale nello svelare la cattiveria che gli indifesi subiscono, nel raccontare con dovizia di dettagli sapienti fin dove si può spingere la natura umana. Decisamente impossibile da dimenticare.
Così il tizio arriva e mi dice: “Ehi, si fa un po’ di movimento, piccoletta?”
Scommetto che ha visto il tulle e si è fatto delle idee. E’ colpa del mio vestito da ballerina. Uno lo guarda e pensa: questa viene via facile. Il mondo è pieno di poveri fessi che aspettano solo di vedere una bambina solitaria per saltarle addosso. Ma la bambina ha i denti. Questa bambina, cioè, ha imparato a mordere e si è fatta equipaggiare allo scopo.
(pag.85)
Infine gli ultimi tre racconti, dai sapori e colori precisi, difficili, sono dedicati a persone e momenti del nostro passato recente, sono tentativi di entrare in porte chiuse da troppo tempo, tra sentimenti, mali e colpe che vorrebbero sparire ma le memorie – fortunatamente – ancora resistono. ‘Libero in freezer’ (Ricordando Piazza Fontana). ‘Sono io quello’ (Questo è per Carlo Giuliani, e non è abbastanza). ‘La stanza vuota’ (Questo è per Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. Per non dimenticare).
Un libro che andrebbe regalato agli adulti morti bambini, ma anche a quelli che non credono nel male così profondo o che lo ignorano, voltano la faccia.
Un libro difficile, certo, non immediato, complesso in alcuni suoi nodi centrali, probabilmente non adatto a tutte le letture. Ma decisamente importante. Proietta, ricostruisce, descrive senza risparmiarsi, analizza e capovolge realtà di una crudeltà che paralizza. Ma è un processo che si tende alla comprensione, che non vuole solo ferire, che non cerca l’effetto speciale per strappare un ‘ohhhh’ di rito. E’ una narrazione prepotente per necessità, che spennella linguaggi forti e accurati per togliere (agli adulti, che sono stati bambini e spesso non lo ricordano) gli occhiali da sole e i sorrisi gommosi glitterati.
Una delle letture più coinvolgenti e sconvolgenti che ho affrontato negli ultimi mesi.
Il dottore pensa che è ora di smetterla con questo mestiere. Non gli fa bene. Non si può salvare il mondo.
Finalmente riesce a voltarsi, e apre la finestra. Ci vuole una boccata d’aria. Il vento entra, e con quello una piuma. Il dottore la prende, la stringe tra le dita, la guarda, e poi la deposita sul davanzale. Il vento la afferra di nuovo e la porta via.
Libera.
(pag.21- racconto ‘Alice dei sogni’)
Si muore bambini di Nicoletta Vallorani
PerdisaPopo collana ‘WalkieTalkie’
Isbn: 978-88-8372-392-6
Euro 12,00 – pag.124
No light, but rather darkness visible.
Mas essas chamas lancam, nao luz, mas sim treva visivel
Ma queste fiamme non gettano luce, ma tenebre visibili
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Immagina di uscire da una festa, da un locale, un concerto, un ballo, e di trovarti davanti un uomo in rosso, un accompagnatore. E immagina di trascorrere il viaggio di ritorno a casa con lui, con questo ‘soggetto’ misterioso, che parla di sé con naturalezza, che ti conosce ma non ne sei spaventata anzi. Perché anche tu lo conosci e i suoi discorsi ti incuriosiscono fino a sorprenderti.
Tu che hai un marito, a casa, che non bacerai rientrando dal ballo.
E un figlio che aspetta di nascere, mancano cinque, sei mesi.
Tu, ancora non lo sai, stai per passare un’ora col Diavolo.
E’ più o meno questa la struttura del libro davvero piccolo, sottile, pubblicato da Voland nel 1998 e prima ancora da Edizioni Biblioteca del Vascello (1992). Il testo in realtà è una ricostruzione, e si sente chiaramente negli agganci appena accennati, nelle sottili pareti che lo compongono. Nel 1987 Teresa Rita Lopes recuperò scritti vari ‘sciolti’ dal controverso baule degli inediti di Pessoa, e da lì, da questa sorta di mosaico da parole, è emersa una prosa che è un monologo diabolico, un inno al non essere e al nulla, un’ammissione di non responsabilità, una lunga e accurata risata a quella che è una delle figure più temute, idolatrate e sfruttate. Il Diavolo appunto.
Ma contro la forza del Destino, architetto supremo di tutti i mondi, cosa possono il Dio che creò questo mondo e un piccolo Diavolo di provincia come me, che negandolo lo sostengono?
- Ma com’è possibile sostenere qualcosa, negandola?
- E’la legge della vita, signora. Il corpo vive perché si disintegra senza disintegrarsi troppo. […] L’anima vive perché è perpetuamente tentata, anche se resiste. Tutto vive perché si oppone a qualcosa. Io sono quello a cui tutto si oppone. Ma se io non esistessi, non esisterebbe nulla…
(pag.22-23)
Questo Diavolo di Pessoa, sembra non impaurire, nel modo in cui parla, per quello che esprime con chiarezza e semplicità, per la lucidità con cui si svela con ironia e crudeltà. Eppure lì, tra le frasi e i sensi, si celano profonde crepe, accuse precise e forse anche condanne verso una società che crede, si è imposta di farlo, e che ha costruito figure precise entro cui ricondurre l’universale distinzione tra Bene e Male. Eppure, oggi, a distanza di più d’un secolo, quella società che Pessoa spennella attraverso le labbra del Diavolo, quel costruire architetture di vetro, resiste. La società, le sue regole, i pregiudizi, le catalogazioni sempre più accurate e precise; tutto resta pressoché immutato oggi, nel 2009, e leggendo questo racconto persiste l’amara consapevolezza che il Diavolo è tutto e niente. Esiste o non. Dentro o fuori. Ma ciò che siamo, la c.d. ‘natura’ è forse l’unico elemento immutabile, che si plasma ai tempi ma non si smentisce, non può tradirsi, resta quello che è.
L’uomo non è diverso dall’animale se non per il fatto che sa che non lo è. E’ la prima luce, che non è altro che tenebra visibile. E’ l’inizio, poiché vedere le tenebre significa possederne la luce. E’ la fine, perché vuol dire che si sa, dato che si vede, che si è nati ciechi. Così, l’animale diviene uomo per l’ignoranza che nasce in lui.
(pag.39)
Dunque, chi è questo Diavolo? Cos’è davvero? Esiste? Siamo noi o?
Pessoa lo scrive, lo presenta a modo suo ma con un’acutezza lirica impressionante.
La verità, tuttavia, è che io non esisto – né io né qualsiasi altra cosa. Tutto questo universo e tutti gli altri universi, con i loro diversi Creatori e i loro diversi Satana – più o meno perfetti e addestrati – sono dei vuoti nel vuoto, dei nulla che girano, satelliti, nell’inutile orbita di nessuna cosa.
(pag.51)
Vuoti nel vuoto.
Nulla nell’inutile.
Orbita di nessuna cosa.
E molto altro, colto da un Pessoa crudele a tratti, per lo più osservatore che tende lo sguardo e si libera da paure, dubbi, tradizioni. Ci prova almeno. Il lettore no, per lui nascono qui i dubbi, le paure, ma credo sia questo il senso di un breve scritto all’apparenza bizzarro, nato ‘storto’ forse (volutamente) ma pieno.
Viviamo in questo mondi di simboli, allo stesso tempo chiaro e oscuro – tenebre visibili, per così dire; e ogni simbolo è una verità sostituibile alla verità finché il tempo e le circostante restituiscano quella vera.
(pag.45)
Imperdibile.