Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Marzo 2009

Aspetto di Barbara Gozzi

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Ero confusa, stordita si.
E avevo questa paura che era (è) serpente velenoso, striscia su di me, attraversa pancia e petto, opprime.
Il tempo, si, dovrebbe smussare, e livellare spazi, tempi e ricordi. Dovrebbe farci respirare con più calma, favorire la lenta digestione di quei componenti che non hanno sostanza, non si possono afferrare ma dentro (tra il buio che siamo) sono materia. Non so se davvero funziona.
Non so granché in effetti.
Fuori è grigio.
E’ tornato il freddo della primavera che stuzzica, non cede al sole che aspettiamo (noi che con l’inverno ci copriamo, tramiamo e aspettiamo avidamente i raggi caldi, avvolgenti).
Ero confusa, adesso meno. O meglio. So qualcosa, qui e là, il resto fluttua.
Ho comprato un nuovo profumo. Avevo il campioncino da un pò, rintracciato in una vecchia borsa e stamattina l’ho visto sullo scaffale. E’ una fragranza maschile, ruvida e legnosa. Non l’ho preso per te, il tuo odore non credo si possa riprodurre artificialmente. Sono io che ne ho bisogno.
Di qualcosa che mi restituisca la dimensione del mio corpo, del mio essere, dei piccoli gesti.
Le formiche corrono. Stanotte le ho sognate (davvero sai). Corrono svelte e mi solleticano la pelle. Ogni tanto mi giro e una zampina mi sfugge. E’ piacevole però, perché fanno parte di questo. Dell’essere viva. E dell’aspettare (cosa, giuro, non lo so, non ci posso pensare).

Sta per piovere.

Aspetto.

Written by Barbara Gozzi

Marzo 30, 2009 alle 9:03 am

Pubblicato in 2009

Quella Jade donna di oggi

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Di Jade Goody, morta l’altroieri senza sorprese si è già detto e scritto molto. Con i riflettori puntati (ultimamente) sulla malattia e il Coraggio (c maiuscola d’obbligo), le musiche sdolcinate in sottofondo e le immagini di lei senza capelli, lei che bacia il neo marito, lei che sorride entrando in ambulanza.

C’è un articolo, a tal proposito, di Annalisa Piras, giornalista, su l’Espresso on line: la fine del Jade Goody Show: 5 giugno 1981 – 22 marzo 2009. La Piras analizza questo che in effetti negli ultimi sei-sette anni è stato uno show in piena regola, telecamere ovunque, drammi a gogo, dichiarazioni infinite, colpi di scena e naturalmente tanto, ma tanto ‘love in the air’ sul finale.

L’articolo della Piras però conclude con una frase amara, che cerca – forse – di chiudere una partita che mi sembra invece appena iniziata: Goodnight Jade. Non è colpa tua. Ma non ci mancherai. Non so se il problema sia davvero lì, se dipende dal tempo in cui Jade Goody resterà impressa nelle memorie, se è una durata effettiva. Non so. Ho come l’impressione, da osservatrice lontana, che il punto, il nodo sia altrove.

Non seguo particolarmente i reality, ne ho sbirciati alcuni negli anni, altri completamente ignorati, nel complesso tendo a cambiare in automatico. Né ho mai desiderato (neanche da ragazzina) di fare quelle cose lì, dunque di entrare nello Spettacolo (anche qui maiuscola d’obbligo, intendendo ogni eccezione possibile del termine).

Eppure Jade Goody non è facile da dimenticare. Credo mi resterà impressa, la ricorderò per collegarmi all’articolo, poteva essere un’amica, collega, ex compagna di classe o una vicina.

Una donna che nel 2009 ha fatto quello che ha fatto. E’stata usata e ha usato. Una donna che ha imparato in fretta a vendere la sua immagine, se stessa davanti allo schermo, umori e pensieri fino al passato doloroso. Tutto è stato inquadrato, il peggio e oltre fino all’ipotetica risalita. Passando attraverso una malattia mortale, nuovo Vip mediatico che tutto può e tutto cancella.

Ma è davvero così che?
Non trovo risposte plausibili. Non mi fa stare tranquilla.
La morte poi, qui estremizzata, annusata e sapientemente proposta coi toni e i modi del caso, questa morte purificatrice (pare) che restituisce una madre, non più un corpo che urla e stupisce, ma proprio una madre che si preoccupa per il futuro dei figli e insiste nel voler convivere con questa specie di esperimento continuo che la vuole registrare sempre, ovunque e comunque.

Naturalmente c’è il rovescio della medaglia. Jade Goody non sarebbe quella che è (mediaticamente parlando) se non ci fosse stato chi gliel’ha permesso e chi l’ha seguita a ogni nuovo passo. Dunque concorso di colpa? Direi di si, pur restando amareggiata, stordita.

Jade Goody è ormai il ritratto di una donna moderna, non di tutte le donne ovviamente, ma di una e tanto basta. Una disperata, penso io, una che ha visto e fatto un po’ di tutto nel seppur breve percorso, una che ha creduto nella popolarità al punto da cucirsela addosso fregandosene di ogni possibile conseguenza, una che si è mostrata più nuda delle playmate, una che – forse – non ha mai avuto accanto a se qualcuno che le voleva quel bene che (penso sempre io).

Certamente da ieri in poi il business entertainment ha ripreso a correre veloce, costruisce, distrugge, leviga e stupra.

Ma Jade Goody non era una santa, inutili i paragoni.
Neppure una delle tante ‘furbe’ e basta, seppure il concetto di ‘furba’ ha decisamente diverse eccezione. L’esperienza mediatica l’ha arricchita, pare, dunque si, in questo senso furba. Ma è stata anche sbranata, fatta a pezzi venduti su ebay, ridicolizzata, sceneggiata e chissà cos’altro.
Lei ha fatto comunque la sua parte, lo so.

Il Jade Goody Show è dunque terminato?
Ma noi, in Italia, siamo davvero sicuri di essere in tutt’altre condizioni?
Le donne italiane, dai venti in su per intenderci, sono davvero tanto diverse?

Apparso su AgoraVox

Written by Barbara Gozzi

Marzo 25, 2009 alle 2:25 am

Pubblicato in 2009

Pessoa Fernando – L’ora del diavolo

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No light, but rather darkness visible.

Mas essas chamas lancam, nao luz, mas sim treva visivel

Ma queste fiamme non gettano luce, ma tenebre visibili
———–
Immagina di uscire da una festa, da un locale, un concerto, un ballo, e di trovarti davanti un uomo in rosso, un accompagnatore. E immagina di trascorrere il viaggio di ritorno a casa con lui, con questo ‘soggetto’ misterioso, che parla di sé con naturalezza, che ti conosce ma non ne sei spaventata anzi. Perché anche tu lo conosci e i suoi discorsi ti incuriosiscono fino a sorprenderti.
Tu che hai un marito, a casa, che non bacerai rientrando dal ballo.
E un figlio che aspetta di nascere, mancano cinque, sei mesi.
Tu, ancora non lo sai, stai per passare un’ora col Diavolo.

E’ più o meno questa la struttura del libro davvero piccolo, sottile, pubblicato da Voland nel 1998 e prima ancora da Edizioni Biblioteca del Vascello (1992). Il testo in realtà è una ricostruzione, e si sente chiaramente negli agganci appena accennati, nelle sottili pareti che lo compongono. Nel 1987 Teresa Rita Lopes recuperò scritti vari ‘sciolti’ dal controverso baule degli inediti di Pessoa, e da lì, da questa sorta di mosaico da parole, è emersa una prosa che è un monologo diabolico, un inno al non essere e al nulla, un’ammissione di non responsabilità, una lunga e accurata risata a quella che è una delle figure più temute, idolatrate e sfruttate. Il Diavolo appunto.

Ma contro la forza del Destino, architetto supremo di tutti i mondi, cosa possono il Dio che creò questo mondo e un piccolo Diavolo di provincia come me, che negandolo lo sostengono?
- Ma com’è possibile sostenere qualcosa, negandola?
- E’la legge della vita, signora. Il corpo vive perché si disintegra senza disintegrarsi troppo. […] L’anima vive perché è perpetuamente tentata, anche se resiste. Tutto vive perché si oppone a qualcosa. Io sono quello a cui tutto si oppone. Ma se io non esistessi, non esisterebbe nulla…
(pag.22-23)

Questo Diavolo di Pessoa, sembra non impaurire, nel modo in cui parla, per quello che esprime con chiarezza e semplicità, per la lucidità con cui si svela con ironia e crudeltà. Eppure lì, tra le frasi e i sensi, si celano profonde crepe, accuse precise e forse anche condanne verso una società che crede, si è imposta di farlo, e che ha costruito figure precise entro cui ricondurre l’universale distinzione tra Bene e Male. Eppure, oggi, a distanza di più d’un secolo, quella società che Pessoa spennella attraverso le labbra del Diavolo, quel costruire architetture di vetro, resiste. La società, le sue regole, i pregiudizi, le catalogazioni sempre più accurate e precise; tutto resta pressoché immutato oggi, nel 2009, e leggendo questo racconto persiste l’amara consapevolezza che il Diavolo è tutto e niente. Esiste o non. Dentro o fuori. Ma ciò che siamo, la c.d. ‘natura’ è forse l’unico elemento immutabile, che si plasma ai tempi ma non si smentisce, non può tradirsi, resta quello che è.

L’uomo non è diverso dall’animale se non per il fatto che sa che non lo è. E’ la prima luce, che non è altro che tenebra visibile. E’ l’inizio, poiché vedere le tenebre significa possederne la luce. E’ la fine, perché vuol dire che si sa, dato che si vede, che si è nati ciechi. Così, l’animale diviene uomo per l’ignoranza che nasce in lui.
(pag.39)

Dunque, chi è questo Diavolo? Cos’è davvero? Esiste? Siamo noi o?
Pessoa lo scrive, lo presenta a modo suo ma con un’acutezza lirica impressionante.

La verità, tuttavia, è che io non esisto – né io né qualsiasi altra cosa. Tutto questo universo e tutti gli altri universi, con i loro diversi Creatori e i loro diversi Satana – più o meno perfetti e addestrati – sono dei vuoti nel vuoto, dei nulla che girano, satelliti, nell’inutile orbita di nessuna cosa.
(pag.51)

Vuoti nel vuoto.
Nulla nell’inutile.
Orbita di nessuna cosa.
E molto altro, colto da un Pessoa crudele a tratti, per lo più osservatore che tende lo sguardo e si libera da paure, dubbi, tradizioni. Ci prova almeno. Il lettore no, per lui nascono qui i dubbi, le paure, ma credo sia questo il senso di un breve scritto all’apparenza bizzarro, nato ‘storto’ forse (volutamente) ma pieno.

Viviamo in questo mondi di simboli, allo stesso tempo chiaro e oscuro – tenebre visibili, per così dire; e ogni simbolo è una verità sostituibile alla verità finché il tempo e le circostante restituiscano quella vera.
(pag.45)

Imperdibile.

L’ora del diavolo di Fernando Pessoa
Voland, 1998
Isbn: 88-86586-34-5
Prefazione di Andrea Ciacchi
Disegno di copertina di Andrea Pochetti.

Written by Barbara Gozzi

Marzo 21, 2009 alle 11:06 am

Pubblicato in 2009, Non recensione

Vallorani Nicoletta – Si muore bambini

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Si muore bambini’ è una raccolta di racconti, e già questo aspetto – secondo le statistiche – demotiva all’acquisto. Undici racconti per 124 pagine. Undici? Ma scherziamo?

A peggiorare (in apparenza) la situazione c’è un altro elemento che si palesa leggendo, progressivamente impossibile da ignorare. La diversificazione. Ogni racconto è un mondo a parte, perfino la scrittura si tende e si restringe, segue le pieghe e gli spazi della storia in questione, plasmandosi con naturalezza.

Dunque undici racconti, stratificati, imparagonabili tra loro.

E terribili.

Terribili perché in ognuno c’è quel dolore che non conosce consolazione, in ognuno c’è un male spaventoso, che non si vorrebbe conoscere tanto meno ricordare. Sono – si – storie dove comunque qualcosa è morto, come già anticipa il titolo che si concentra su una delle tematiche principali (i bambini) ma che può essere inteso, secondo me, in senso ampio. Si muore.

Non so quanto contino davvero le statistiche, quanto la percezione e il bisogno del lettore di romanzi lunghi, corposi, da coccolare settimane, forse anni, nonché la paura verso lo svelare ombre pressanti; non so quanto tutto questo pesi davvero nella scelta finale, nell’acquisto insomma. Probabilmente molto, i dati di vendita, che sono poi numeri abbastanza precisi di solito, parlano chiaro.

Eppure questo libro è un piccolo gioiello, qualcosa di prezioso, di duro certamente ma allo stesso tempo di magico. Ed è ovviamente un tipo di magia da strega, che si sofferma sul Male, che lo scava a fondo, sbudella mettendone in fila frammenti fumanti. Ma. Non c’è ferocia gratuita, necessità di colpire per il gusto di farlo. Sono storie terribili ma decodificabili. C’è sempre qualcosa, diverso come dicevo sopra, ma evidente che aspetta la giusta chiave di lettura, quella rotazione che permette di aprirne la porta.

Perché l’ultimo elemento dell’equazione è la decompressione, la necessità di ‘tradurre’ questo linguaggio accurato, sottile, tagliente e complesso, la necessità di renderlo non solo comprensibile ma anche assorbibile.

Nella casa dei giochi, le mani sono cattive anche quando vogliono accarezzarti. Il gioco più complicato è imparare a sfuggirle. Se capisci quando le mani stanno arrivando, puoi scappare, ma devi essere molto veloce e girare intorno alle trappole che possono ingoiarti ed evitare di finire nella botola dei sogni assassini e nella stanza dei bambini uccisi e nel giardino degli orchi e nella pozza dei coccodrilli, nel labirinto degli affamati e nella tana di Gretel, che se ti prende ti mangerà.
(pag.12)

Nicoletta Vallorani non ha paura, le scelte che hanno portato questi racconti su carta ne sono un’evidente testimonianza. Non ha paura di non essere letta, peggio, di non essere capita, di finire nella lista dei mediocri mescolatori di carte. Perché l’apparenza qui, tra questa pagine, inganna davvero con facilità.

Non sono racconti rilassanti, tanto meno da pause veloci e spensierate. Alcuni sono effettivamente brevi (se consideriamo l’effettiva lunghezza, alcune pagine appena) ma il punto è un altro. Morendo bambini, tutto ciò che succede dopo è insopportabile.

Dimenticavo un’altra caratteristica, che racconta di un’autrice poliedrica, capace di cimentarsi in narrazioni differenti nelle intenzioni quanto nel risultato finale percepibile: le storie si alternano giocando coi generi. In ‘l’ultimo scatto’ l’atmosfera del triller si inspessisce, la ricerca del colpevole che è carnefice e liberatore è serrata, necessità pura. Mentre in ‘I libri coi denti’ la narrazione si raccoglie, presentando realtà all’apparenza incomprensibili ma che celano l’ennesimo segreto terribile, l’attenzione è verso un tipo di ‘sociale’ che troppo spesso non ha voce (ma denti).

Io sono la strega e Biancaneve, Cappuccetto rosso che si mangia la nonna dopo averla cucinata sul fuoco, Gretel, il fagiolo magico e la Bestia che non è riuscita a far innamorare nessuno e perciò coi suoi denti da tigre malese sbrana i bambini buoni e belli e biondi e normali. E le bambine, pure. Quelle che sanno parlare e vanno a scuola e non mi somigliano per niente.
Perché io sono ritardata. E lei, che lo sa, mi tiene lontana da tutti perché si vergogna, anche se dice di no.
(pag. 57)

‘SnuffMovie’ in cui si ripete la frase che è poi il titolo della raccolta, è un racconto intensissimo, crudelmente reale nello svelare la cattiveria che gli indifesi subiscono, nel raccontare con dovizia di dettagli sapienti fin dove si può spingere la natura umana. Decisamente impossibile da dimenticare.

Così il tizio arriva e mi dice: “Ehi, si fa un po’ di movimento, piccoletta?”
Scommetto che ha visto il tulle e si è fatto delle idee. E’ colpa del mio vestito da ballerina. Uno lo guarda e pensa: questa viene via facile. Il mondo è pieno di poveri fessi che aspettano solo di vedere una bambina solitaria per saltarle addosso. Ma la bambina ha i denti. Questa bambina, cioè, ha imparato a mordere e si è fatta equipaggiare allo scopo.
(pag.85)

Infine gli ultimi tre racconti, dai sapori e colori precisi, difficili, sono dedicati a persone e momenti del nostro passato recente, sono tentativi di entrare in porte chiuse da troppo tempo, tra sentimenti, mali e colpe che vorrebbero sparire ma le memorie – fortunatamente – ancora resistono. ‘Libero in freezer’ (Ricordando Piazza Fontana). ‘Sono io quello’ (Questo è per Carlo Giuliani, e non è abbastanza). ‘La stanza vuota’ (Questo è per Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. Per non dimenticare).

Un libro che andrebbe regalato agli adulti morti bambini, ma anche a quelli che non credono nel male così profondo o che lo ignorano, voltano la faccia.

Un libro difficile, certo, non immediato, complesso in alcuni suoi nodi centrali, probabilmente non adatto a tutte le letture. Ma decisamente importante. Proietta, ricostruisce, descrive senza risparmiarsi, analizza e capovolge realtà di una crudeltà che paralizza. Ma è un processo che si tende alla comprensione, che non vuole solo ferire, che non cerca l’effetto speciale per strappare un ‘ohhhh’ di rito. E’ una narrazione prepotente per necessità, che spennella linguaggi forti e accurati per togliere (agli adulti, che sono stati bambini e spesso non lo ricordano) gli occhiali da sole e i sorrisi gommosi glitterati.

Una delle letture più coinvolgenti e sconvolgenti che ho affrontato negli ultimi mesi.

Il dottore pensa che è ora di smetterla con questo mestiere. Non gli fa bene. Non si può salvare il mondo.
Finalmente riesce a voltarsi, e apre la finestra. Ci vuole una boccata d’aria. Il vento entra, e con quello una piuma. Il dottore la prende, la stringe tra le dita, la guarda, e poi la deposita sul davanzale. Il vento la afferra di nuovo e la porta via.
Libera.
(pag.21- racconto ‘Alice dei sogni’)


Si muore bambini di Nicoletta Vallorani
PerdisaPopo collana ‘WalkieTalkie’
Isbn: 978-88-8372-392-6
Euro 12,00 – pag.124

Written by Barbara Gozzi

Marzo 16, 2009 alle 2:48 am

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Bucciarelli Elisabetta – Femmina de luxe

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Le femmine de Luxe di Elisabetta Bucciarelli sono senza dubbio un campione rappresentativo di ciò che oggi è l’evoluzione di una certe specie umana, dove il lusso assume connotati diversi, ma forti, marcati e pericolosi.

“Le femmine di lusso pregano Dio perché possa abbeverarle alla coppa del benessere e del piacere e fare di loro il simulacro della vita nuova. Fatte di protesi e di speranze, di aspettative e traguardi. Per gratificare e concedere piacere. “

(pag. 115)

C’è il lusso del cibo che è bisogno di pienezza, necessità insaziabile ma che non scatena disagio bensì l’abilità di scegliere e modificare abiti capaci di esaltare le forme enormi, capaci di far girare i volti per strada, è l’enormità splendente.

“Olga non voleva dimagrire. Per lei il suo peso era l’identità. La sua gaudente identità. A dispetto delle mode e delle convenienze. E forse anche della salute.”

(pag.53)

Ma c’è anche il lusso di apparire con un corpo plasmato e proporzionato rispetto ai canoni estetici moderni a dispetto delle effettive conformazioni fisiche, dunque un lusso anelato, disperatamente cercato e che crea disagio in chi non lo raggiunge.

“A prima vista non sembrava proprio aver bisogno di ridurre nulla, ma si sa, è il come ci immaginiamo a valere assai più di come siamo. Aveva fatto tutto quello che poteva.”

(pag. 19)

Poi il lusso della perfezione, di quel tipo di perfezione che oggi è eleganza mescolata con la sapiente arte di valorizzarsi con stile, levigandosi e plasmandosi per un mondo che (forse) esiste solo tra le pieghe di abiti glamour costosissimi e dentro la lingerie griffata e trasparente.

Infine un altro tipo di lusso, più sottile e pieno a sua volta di gradazioni, quello di essere una donna a caccia di colpevoli in una realtà capovolta dove si rincorre un fantasma che ha preso di mira le poche cabine del telefono rimaste (‘preso di mira’ in senso letterale, con annessa merda coinvolta) e dove  la scomparsa di una ragazza, poi divenuta morte, finisce in un angolo, quasi fosse normale, scontato trovarla così, priva di vita e bella, con un recente intervento di liposuzione probabilmente mal riuscito.

L’impressione è che questo romanzo non è un giallo nemmeno un thriller, né lo era nelle intenzioni originali, sembra. C’è così tanta attenzione per il sociale, per realtà di frontiera, borderline in modo diverso, cura quasi maniacale nel presentare e sottolineare dettagli, manie, ossessioni, fissazioni, convinzioni dal sapore amaro del contrario. C’è un preciso odore, tra le pagine, quello dell’osservatore che racconta una storia ma non è del finale che si preoccupa, tanto meno del morto (che comunque c’è, non da subito ma è atteso), l’attenzione è tutta per loro, per questi personaggi presentati con immediatezza, onestà eppure molto meno bizzarri di quanto si possa immaginare.

I personaggi maschili riflettono le nevrosi, le confusioni e la perdita del ruolo certo, di taluni uomini di oggi, perfettamente bilanciati con le controparti in gioco.

Elisabetta Bucciarelli scrive senza fronzoli, asciutta e veloce (a tratti anche troppo) con la preziosa capacità di presentare le storie colpendo il lettore, proseguendo con uno svolgimento sapiente, che non toglie nulla all’attesa e le permette di gestire scenari diversi e incastri sorprendenti. Il linguaggio è scelto con cura e scalpello, volutamente forte, accurato.

La lunghezza e il formato del romanzo sono vincolati alla collana di pubblicazione, è un ‘piccolo’ libro adatto alle borsette, le tasche delle giacche, trasportabile con grande facilità. E in tempi di corse, di fatiche e disagi mi pare una scelta azzeccata, un modo per avvicinare il mondo della letteratura a quello della gente che battaglia con giornate, routine e problemi. Allo stesso tempo non posso ignorare il vago senso di sospensione rimastomi addosso a lettura ultimata. In questa storia la Bucciarelli ha lasciato molte tracce, spunti di riflessioni su questo nostro vivere oggi, sull’essere donna oggi, sull’essere di lusso e sulla mera sopravvivenza. Spunti a mio avviso importanti, sapientemente inseriti ma sviluppati con il grosso vincolo della lunghezza. Una trama come questa, così ben presentata meritava – forse – la possibilità di non doversi preoccupare della fine delle pagine. Forse.

“Era lì Marta. Sdraiata tra i laterizi. Sporca di cemento. Abbandonata. Sola e morta. Nella voragine della ferita purulenta alimentata da ruspe e scavatrici. Uno scempio nello scempio. La Vergani si guardava intorno e non parlava. Era vestita da donna, con le ballerine immerse nel pantalone e i capelli ancora umidi. Inadeguata.”

(pag.62)

Femmina de luxe di Elisabetta Bucciarelli
PerdisaPop

collana Babele Suite diretta da Luigi Bernardi

Isbn: 978-88-8372-462-7
Pag.120 – E.9,00

Written by Barbara Gozzi

Marzo 13, 2009 alle 2:50 pm

Pubblicato in 2009

Di una storia, delle voci e delle arrabbiature.

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Ci sono storie che più di altre hanno bisogno di spessori diversi, non bastano le parole, non da sole almeno.
E’ iniziato tutto ascoltando un cd, il greatest hits dei Depeche Mode. Alcune canzoni più di altre, tra cui ‘Never let me down again’ che neanche ricordavo.
Poi una sera, una di quelle sere di inizio febbraio con la pioggierella sul parabrezza, la voglia di tornare a casa (da cui il piede sull’acceleratore) e tutto il buio che solo chi abita in campagna può capire; dunque in questo ’stato’ ho visto la storia di una donna. E sottolineo ‘ho visto’ perché io c’ero, sempre mentre guidavo, ne seguivo gesti e pensieri. Ma non solo. C’era anche lei, con me in macchina in piena notte. Never let me down again sparata a un volume che dire alto è quasi una presa in giro.
Da tutto questo calderone di spessori, odori, rumori e incastri è nato un racconto, poi pubblicato su un numero speciale della rivista Historica unitasi a Progetto Babele (e prima ancora appoggiata da le edizioni Il Foglio Letterario).
E rileggendolo oggi, il racconto, mi arrabbio.
Perché gli spessori ora, passando i polpastrelli sulla carta, seguendo gli spazi nella pagina; quelle dimensioni che mi hanno presa per mano (per conoscere Giulia, Luca e Stefano) non sembrano ’sostanza’. Non la sento bene, la voce di questa donna mischiata a quella di David Gahan, non vedo Luca e Stefano che giocano, non nitidamente come prima. Sfocano.
Ma poi.
Questo non è un video clip, giusto?
E’ solo l’ennesimo racconto, sputi di frasi assemblate che tentano di raccontare di una vita qualunque, di una donna come tante e della solita, inflazionata e noiosa disperazione.
Si, credo stia tutto lì il punto, il nodo.
Certe volte scrivere e sentire (mentre lo si fa) è solo l’ennesima condanna. L’ennesima apertura entro cui infilarsi rimanendoci impigliato, mentre tutto il resto sparisce, magari ridendo della stupidità di quel puntino che si è fatto fregare. Ancora.
Come sempre Everything’s allright tonight e il circo riprende, show must go on cantava qualcun’altro (credo lo canti ancora da qualche parte nella mia testa)

A Giorgia la notte piaceva, guidare seguendo il ritmo dei tergicristalli le impediva di distrarsi, si concentrava sul movimento e sulla voce in sottofondo che rimbombava. Sbirciava attraverso lo specchietto retrovisore il corpo semi sdraiato sui sedili posteriori. La schiena era incurvata, le braccia penzolavano e la testa sporgeva appena. I capelli erano un ammasso scuro che si confondeva con la tappezzeria. Il bambino si muoveva, seguiva gli ondeggiamenti della macchina e della musica che rimbalzava nell’abitacolo. La musica era decisamente troppo alta, Giorgia lo sapeva, lo sentiva, ma era così che doveva essere. Stefano, il bambino, non poteva accorgersi di niente, aveva aggiunto un potente tranquillante nel suo succo di frutta, e con quest’alibi tra le ciglia sorrideva alla pioggia, si fissava sul cemento scuro e scivoloso.

Perché Stefano era il primogenito di Luca, e Luca era il suo compagno.

Giorgia non aveva mai chiesto niente, e questa consapevolezza le aveva spesso garantito sguardi fieri, soddisfatti, davanti allo specchio del bagno, tra piatti in lavatrice e divani vuoti. Giorgia aveva scelto Luca molti anni fa, e quella scelta l’aveva resa più forte, con la convinzione in tasca di avere una gamba in più, un nuovo appiglio, un altro vestito dentro cui nascondersi. Giorgia aveva voluto, a modo suo amato, ‘un’ Luca che c’era, esisteva per lei in quei momenti che condividevano, con telefonate, mails e appuntamenti notturni poi diventati routine dentro il più classico degli schemi, quello della convivenza.

Poi è nato Stefano, e prima ancora di chiamarsi Stefano, un’altra donna ha toccato, voluto e chissà – amato – Luca. Lo stesso Luca che aveva voluto lei, Giorgia.

Never let me down again

Music by Martin Lee Gore
Lyrics by Martin Lee Gore
Vocals by David Gahan
Released as a single

I’m taking a ride
With my best friend
I hope he never lets me down again
He knows where he’s taking me
Taking me where I want to be
I’m taking a ride
With my best friend

We’re flying high
We’re watching the world pass us by
Never want to come down
Never want to put my feet back down
On the ground

I’m taking a ride
With my best friend
I hope he never lets me down again
Promises me I’m safe as houses
As long as I remember who’s wearing
The trousers
I hope he never lets me down again

We’re flying high
We’re watching the world pass us by
Never want to come down
Never want to put my feet back down
On the ground

Never let me down

See the stars, they’re shining bright
Everything’s allright tonight

Non mi abbandonare mai più

Musica di Martin Lee Gore
Parole di Martin Lee Gore
Cantata da David Gahan
Pubblicata come singolo

Sto facendo un giro
Con il mio migliore amico
Spero che non mi abbandoni mai più
Lui sa dove mi sta portando
Mi sta portando dove voglio andare
Sto facendo un giro
Con il mio migliore amico

Stiamo volando in alto
Guardiamo il mondo passarci di fianco
Non voglio mai [più] tornare giù
Non voglio mai [più] mettere i piedi giù
Per terra

Sto facendo un giro
Con il mio migliore amico
Spero che non mi abbandoni mai più
Mi promette che sono sicuro come le case
Finché mi ricordo chi è che indossa
I pantaloni
Spero che non mi abbandoni mai più

Stiamo volando in alto
Guardiamo il mondo passarci di fianco
Non voglio mai [più] tornare giù
Non voglio mai [più] mettere i piedi giù
Per terra

Non mi abbandonare mai

Vedi le stelle, stanno brillando luminose
È tutto a posto [per] stasera

Written by Barbara Gozzi

Marzo 9, 2009 alle 3:38 pm

Pubblicato in 2009

Ti volevo dire

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Ti volevo dire di Barbara Gozzi

Ti volevo dire.
Hai iniziato proprio così, te lo ricordi?
‘Ti volevo dire’ è rimasto nell’aria, ha strisciato sulla tovaglia, scivolato dentro il bicchiere vuoto, attorno al piatto con due cucchiaiate di riso ancora fumante.
Poi tivvù, telefonate, sparecchiare, lavare i piatti, lavatrice, raccogliere briciole come formiche, doccia e finalmente occhi chiusi. Silenzio. Buio.
Ti volevo dire, lo hai abbandonato. Ti sei concentrata sui gesti, li hai assecondati. Guardare, telefonare, pulire, lavarti e smettere. Priorità ti diceva qualcuno. Domani lavoro. Dopo domani idem. Pensieri scheggiati, insistenti.
E te lo sei dimenticato, cos’era che volevi dire. Dire è un parolone in fondo, sopravvalutato e sovraffollato. Ci pensi adesso, mentre cammini svelta tra semafori e nebbia. Dire può anche essere superfluo, altroché se può! Ogni giorno si sparano mucchi di stronzate, pensieri vuoti, inutili, facilmente ridicoli in quanto esistenti. Eppure escono e trovano il modo di intrufolarsi, di aggrapparsi a qualcosa per farsi portare in giro, finché qualcuno li divora.
Ma tu – TU – sei diversa.
Ti stringono il collo certi schemi sociali, sai che ho ragione. E non solo il collo, stringono.
Non ci stai dentro perché è così che sei fatta, lo hai sempre saputo ma era dura ammetterlo, complicato accettarlo (complicato sinonimo di disonorevole, sia chiaro). In fondo sei una macchiolina come tante. Niente di speciale, ti ha detto qualcuno e tu lo hai dimenticato.
Ti vorrei dire che non sto bene, era questo?
Non te la prendere, lo so che camminare non vuol dire arrivare.
Che perdere non è ripartire.
Che tacere è lasciare.
So che quella gente, quelle persone di cui ti sei circondata non erano. E tu con loro, in alcuni strati del tuo corpo, non. Punto.
Ma se ti guardi (fallo!) quanto vorresti strappare? Di te, del resto, di nulla, di ogni.
Comunque camminare va bene, respira.
Però hai lasciato la casa sigillata (porte, finestre, tutto chiuso, ermetico). La tavola apparecchiata. Panni sporchi nel cesto, piatti incrostati di riso, tovaglia unta di sugo diligentemente stesa sul tavolo nuovo, quello trattato col panno speciale.
È rimasto tutto com’era ieri sera, tu lo hai lasciato così. Immobile. Odori, posizioni, angoli, buchi.
Dunque non era vero (che avevi altro da fare), non era vero che dovevi questo e quello, non erano vere le masturbazioni sulle priorità. Non c’è una singola azione che puoi spiegare, adesso, mentre guardi le vetrine, i portoni chiusi, mentre eviti facce e parole, mentre stringi un biglietto sporco e aspetti davanti alla fermata.
Ti voglio dire che non importa.

Allora si, hai fatto bene.
A dimenticare la prima parte, a oscurare il resto, hai fatto bene a concentrarti sui movimenti meccanici che assorbono, zittiscono,e non chiedono (mai).
Per farti del male hai tutto il tempo del mondo.
Credimi.
Il mondo di tempo ne ha sempre.
Tu no, forse.
Ma adesso imbucalo, il biglietto che ormai è un fazzoletto sgualcito pieno di incrostazioni e sporco.
Imbucalo e sali.

(questo testo, in versione ridotta e leggermente diversa, è stata pubblicato nella rubrica ‘Cortorsioni’ della rivista Historica (http://www.historicaweb.com/)


Written by Barbara Gozzi

Marzo 4, 2009 alle 8:11 pm

Pubblicato in 2009

Niente

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Non ho voglia di niente.
Il caffè è opaco, denso. La televisione non la capisco. Il divano è scomodo e io ho male da qualche parte, non so dove e neanche ci voglio pensare.
Esco.
In macchina la radio mi invade di parole poi note e ancora parole, ritornelli, messaggi promozionali cantati con vocette innaturali.
Guido piano, non voglio fare rumore ma ho anche fretta. Dove vado?
Timbro il cartellino poi lo stringo, fisso la fila di cartoncini, poi il metallo lucido del rivestimento, e l’enorme orologio sul basamento. E’ bianco e nero. Insipido. Io sono da qualche parte, cerco un posto vuoto e quando lo vedo continuo a fissarlo. Adesso lo so, cos’è che mi fa male. Sono gli occhi. Bruciano, devono essere arrossati.
Mi fermo davanti all’armadietto, ci infilo il cartellino che scivola sul fondo, la borsa con dentro tutta la mia vita (chiavi, portafoglio, foto, lucidalabbra, pillole magiche anti qualcosa, assorbenti). Aggancio la giacca e richiudo l’anta che cigola, oltre il muro i rumori dei macchinari mi proteggono.
Apro la piccola porta, la stessa che mi ha fatto entrare poco fa. Me la chiudo alle spalle e mi lascio avvolgere dall’aria fredda. Fisso solo il cemento della strada, lo seguo nelle sue infinite scanalature sconnesse.
Mio nonno diceva ’se hai voglia di ridere, fallo, ma fallo con gusto’ e io mi stropicciavo il vestitino da bambola che mi aveva infilato mia madre, lo sgualcivo apposta mentre ascoltavo seria poi ridacchiavo solo per vedergli fare la stessa cosa.
Ho capito solo dopo, molto dopo, cosa intendeva.
Allora oggi aggiungo un pezzo alla filastrocca.
Sei hai voglia di piangere fregatene e lasciati andare.
Vomitare melma aiuta a liberare quello che dentro preme, rosicchia e apre vuoti. Fa male (mi stupirei del contrario) ma non lo si può evitare.
Dunque cammino e piango, in realtà passeggio, la mia è più un’andatura irregolare, trascinata.
Non ho voglia di niente.

Foto di Bg

Written by Barbara Gozzi

Marzo 1, 2009 alle 10:33 am

Pubblicato in 2008, flash, grattare, sentimenti