Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Febbraio 2009

Solo di questo sono sicura.

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Ti avevo detto che stavo cambiando, ricordi?

Che volevo farlo.

E togliermi pelle era necessario per la mutazione, per andare avanti in un modo diverso, né estremo, né folle, solo diverso.

Ho preso i minuti, le ore e le giornate scomponendole in tasselli, li ho allineati ogni volta, ogni maledetta alba, pur di trovare un equilibrio che reggesse il tempo del passaggio del sole.

E lo sapevo, certo che lo sapevo, che mi stavo dolorosamente imponendo una visione distorta, finta e falsamente propositiva. Ma il modo fa la differenza, lo dicevi spesso anche tu. Allora io – testona come sempre – a testa bassa scomponevo e riallineavo, ne controllavo la stabilità e aspettavo di ricominciare.

Ogni tanto scricchiolavo si, te lo concedo. Era impossibile ignorarli, i rumori bassi, ingombranti. Io me ne accorgevo dai vestiti. Quando per scegliere un pantalone o una maglia impiegavo ore, i segni erano già evidenti (a me stessa poi, non li potevo nascondere9. Ero innegambilmente in caduta, non mi vedevo più per quella che ero davvero (ma proprio dentro la carne, tra muscoli e forme e sangue), non riuscivo neanche a guardarmi, certe volte.

Poi tutto si perdeva.

E il puzzle riprendeva a occuparmi, mi restituiva linfa impedendomi di sentire, obbligandomi a non sentire.

Finché non lo so cos’è successo esattamente (o forse si, ma non è importante).

Il silenzio è tornato.

Quel silenzio tra me e me, in mezzo al vociare costante di mestieri, strade, negozi, impegni.

Questo silenzio che mi agguanta la gola, stringe sempre più forte, brucia.

E non riesco, no, a fare, essere. Me ne sto qui, aspetto lancette che non corrono, parole che non vengono, abbracci persi.

So di averne un bisogno disperato, mi vedi?

Di una stretta forte, di potermi appoggiare su qualcosa di caldo che batte e lì forse – lì – potrei anche piangere o tremare o non fare niente ma sarebbe un niente importante, sarebbe un cedimento lenitivo, piacevole.

Mi manca, non c’è niente che io possa dire o fare ora, mi manca e basta.

Un abbraccio.

Un gesto fatto di pelle e respiri su cui contare, da vedere e toccare.

Ma stai tranquillo, li riprendo i pezzetti, i blocchi da allineare. Li riprendo fra poco, spero.

Intanto aspetto che passi.

Che qualcuno faccia qualcosa che non farà.

Che tutta questa nullità smetta di stringermi.

E che il mio corpo malato riesca a rimettersi in piedi restandoci in tempo necessario per voltare l’angolo, sparire.

Sarò forte, certo, sempre. Cos’altro si può fare? Ce le hai presente le litigate infinite? Scommetto di si. Si vive in un modo solo, questo, che piaccia o meno, e si possono solo certe cose. Lo dicevi sempre, ogni bastarda volta che finivamo contro il muro. Così o così, soluzioni gemelle. E io, stupida, che mi rintanavo. Non posso, avrei dovuto dirti, io la sento tutta questa immobilità vuota, sterile, io la vedo. Avrei dovuto dire un sacco di cose, altre imbavagliarle, rinchiuderle. Avrei dovuto ma non sono cambiata, non sono quella che.

Continuo ad aspettare, lo so, ma tanto non mi vedi. Non guardi dove sono, non puoi capire.

Eppure.

Se avanzasse, un abbraccio,  sono sempre qui.

Ma se poi mi perdo.

Va bene lo stesso.

Perché l’abbraccio non c’è. Non lo sento.

E non arriverà, solo di questo sono sicura.

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 24, 2009 alle 4:05 pm

Pubblicato in 2009

Soldati

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Ho imparato tutto questo sul campo, da bravo soldato quale sono (lo siamo tutti in realtà).
Ogni nuovo legame è un combattimento, un percorso a ostacoli destinato a finire.
Legarci non è male, è tempo ben speso.
Ma negarci perdite, sconfitte, allontanamenti; negarci i distacchi è un atto gratuito che avvelena l’anima assieme a corpo, cuore e cervello.
Smettere di sentire la mancanza, che è disperazione quanto riampianto, illusione e aspettativa; alleviarne il peso non è male. Non significa aver ’sentito’ poco, essere poco.
Nessuno può davvero metterci in punizione superati i vincoli di potere esterno. Facciamo tutto da soli, il più delle volte.
Allora smettere di credere alle frazioni periodiche (che per definizione non hanno fine, ci piace pensare che non ne abbiano una); smettere di pretendere costanti dentro una realtà di variabili; smettere allora. Evita che il male prenda il sopravvento, oscuri quanto di ‘buono’ ancora si può fare ed essere.

Ho scoperto che ‘non sentire’, seppure a fasi alterne, per brevi periodi comunque, non significa non avere nulla da lasciare.
Di tracce – le nostre – ma anche ombre e sudure, non ci si libera mai.

I sentimenti ci ricordano che non esistiamo per essere e basta, il disamore ci impedisce di superare la soggettiva quanto intima soglia di sofferenza.
I distacchi si potrebbero evitare, se tutti si mettessero d’accordo e si trovasse il sistema per non morire, non cambiare, non dimenticare, non essere ciò che siamo, in una parola: umani. Il disamore però non ha capi né sovrani. Arriva e occupa le stanze vuote del cuore, interrompe l’eco dei pensieri interiori, sposta la faccia una, due, cento volte finché avrà trovato l’angolazione giusta, quella che lenisce, riduce la pressione.
Niente è definitivo, nulla è per sempre (tra i vivi almeno).
I distacchi sembrano virus, forse qualcuno lo è perfino nel senso letterale del termine. Ma il disamore è una conquista, l’unica possibile quando ci guardiamo le mani e le scopriamo vuote e congelate.

Sono un soldato della legione straniera dei sentimenti.
Credo nelle emozioni, nelle vicinanze sentimentali.
Ma anche nei distacchi necessari, nel disamore come manifestazione immunitaria.
Ma soprattutto riconosco le mutazioni, i cambiamenti che ci definiscono, scalfiscono, levigano.
Credo nella non eternità degli affetti ma anche nel loro essere necessari, linfa vitale per le ventose del cuore.
Sono un soldato, combatto ogni giorno.
E ne vado fiero.

[ frammenti qui riuniti in ordine diverso dalla prima stesura, arrivati per caso il giorno 1-1-2009 ore ventitre e qualcosa, pezzetti di una voce che forse ha qualcosa da dire.]

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 22, 2009 alle 2:16 am

Pubblicato in 2009

Crema di patate

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Era l’assenza.
Finalmente aveva capito.
Era la mancanza di, il maneggiare in continuazione sfere incandescenti che scivolavano, fuggivano da quel continuo formicolio alle dita con venatura bluastri, piene di pieghe brutte a vedersi.
Fuori c’era il sole quando.
Ma importava poco (che ci fosse il sole), forse sarebbe stato più facile con la nebbia, la compagna che lo conosceva quel senso di strappo, pulsazione feroce, strizzata traditrice. Con la nebbia si, era più facile.
Quando manca qualcuno ci si aggrappa ovunque, ha notato poi, meteo e gastronomia compresi. Infatti ha preparato frullati, frappè, minestroni, creme con asparagi, funghi e patate. Tutte robe liquide, capaci di scivolare e non saziare, da continuare a ingoiare con calma, lentamente, per riempire tempi e spazi sfilacciati.
Il telefono non suonava, ogni tanto se lo rigirava tra i palmi secchi, fissava i tasti e aspettava che il brodo bollisse o il frullatore smettesse di fischiettare.
Ricordati che, aveva detto.
Come no, aveva pensato.
Ma poi tutto si era cristallizzato in un presente immobile, mai completamente passato, facilmente rintracciabile nei corridoi della memoria. I suoi (corridoi) erano stretti e lunghi, portavano ovunque e anche questo dettaglio non aiutava.
La prossima volta, aveva detto.
E i sorrisi erano sigilli.
La forma era quella del sigillo.
Ma non lo erano, sembravano solo ciò che la memoria aveva voluto appiccicare al muro del tal corridoio.
A presto, aveva detto.
E tante altre cose, aveva detto.
E lì, in quell’assenza che era anche sottili promesse mai mantenute, lì si trovava il confine, proprio quello ‘esatto’, preciso preciso, tra il farsi fregare ancora e smettere di credere e ricordare.
Le bolle della crema di patate non smettevano di attaccarsi alla pentola.

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 18, 2009 alle 2:14 am

Pubblicato in 2009

Catozzella Giuseppe – Espianti

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Scorrevole nel linguaggio, capace di trasmettere i tratti dei personaggi.
Struttura narrativa accattivante, coinvolge, abile uso delle ‘finestre temporali’ e degli intrecci basati sulle tecnologie, le sfide moderne e le contraddizioni.
Imbastitura iniziale ben impostata e gestita senza troppi appesantimenti.

Espiantare è un verbo a cui si associano precise immagini, di solito.
Da un dizionario on line: espianto
[e-spiàn-to]
s.m.
MED Trasporto di un organo o di una sua parte in un terreno artificiale
‖ Prelievo di un organo o di un tessuto in vista del suo trapianto chirurgico

Oggi viviamo in un perenne stato di espianto, espiantiamo e trapiantiamo ormai qualsiasi cosa. Reale e virtuale. Parti umane e sentimenti.
‘Espianti’ trasmette questo senso, racconta una storia complessa eppure attuale, crudelmente attuale. Una storia che parla di un’Italia verosimile, non è la solita americanata per stupire, colpire con effetti speciali in 3d. E’ una storia dove i piani temporali si incastrano, dove i tasselli sfuggono poi tornano. E’ una storia che respira tra le pagine pulsando tra corpi e reti virtuali. E’ una storia che mescola la filosofia al mito, l’attualità e la sua rappresentazione narrativa.
Ma soprattutto. E’ una storia che ci riflette, come società.
Dove anche i sentimenti – appunto – si espiantano assieme agli organi.
E questi sentimenti non sono ‘ciò che ci si aspetta’. Non c’è lieto fine tanto meno ruoli predefiniti. Tutti sono buoni e cattivi, ambigui e trasparenti, semplici e infinitamente complessi. Onesti e delinquenti.
Le tematiche sociali affrontate sono molteplici, a volte si sovrappongono ma è un’esigenza strutturale necessaria, la vita vera lo è, una serie di soprapposizioni.
Il mio interesse specifico (dunque soggettivo) era per lo più legato al mercato nero degli organi che in questo libro trova alcuni spiragli, ci sono riferimenti precisi, c’è l’intento di non celare, di non cammuffare o abbellire o travestire. Quello che è, c’è. Ciò che serve alla storia, ai suoi sviluppi, trova il giusto spazio.

Alcune di queste informazioni erano arrivate sulle scrivanie di un apio di giornalisti indipendenti che dovevano godere di un certo potere nei loro paesi, e ne sono uscite due inchieste sul ‘De Telegrafa’ e sullo ‘Spiegel’. Queste, come al solito, hanno disseminato un pò di allarmismo e smosso l’opinione pubblica per forse un paio di settimane, poi sono state debitamente insabbiate anche lì. Il traffico di corpi e la vendita di organi umani è uno degli argomenti tabù dei nostri tempi. Parlarne o indagare è praticamente impossibile. Ne sono coinvolte tutte le criminalità organizzate del pianeta, che per operare in tranquillità hanno connessioni con il potere, con le istituzioni. E’ questo intrico tra legalità e illegalità, che ormai è diventato indissolubile, specialmente nel nostro paese, a complicare le cose.
(pag. 182)

Ci sono poi molte sottili puntualizzazioni, sul mondo che oggi i giovani si trovano ad affrontare. Sulle frustrazioni, il precariato, l’inutilità sputata da un sistema che guarda i giovani con disprezzo, che non riconosce le competenze tanto meno la voglia di fare.
Poi la realtà virtuale come ‘altra vita’, come fuga ma anche alternativa. Il creare un qualcosa che aiuta a sopportare il resto della giornata, una sorta di routine silenziosa invisibile ai più eppure importante, capace di suscitare emozioni.
E i sentimenti che si mescolano, dominati dalla disillusione, l’avvicinarsi agli altri non abbassando mai la ‘guardia’ eccetto alcune rare ‘finestre spazio temparali’. Infine il sano e mai sopito entusiasmo, il credere sempre e ancora di poter cambiare ‘le cose’, di poter fare la differenza, che poi si schianta contro il mondo che fagocita e – appunto – espianta.
Un esordio che merita attenzione.

Espianti
di G.Catozzella
Transeuropa, 2008

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 11, 2009 alle 2:06 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Tempo per

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Rivoglio il profumo dell’autunno.

Rivoglio il tempo per annusare l’aria, ascoltare le campagne che si addormentano poi sussurrano.

Rivoglio quel piccolo spazio, cassetto vuoto, per rinchiuderci il freddo pungente che ancora si sopporta, che raggiunge la punta delle dita ma non lo stomaco.

Rivoglio il silenzio, quel tipo di silenzio che non è attesa, tanto meno groviglio. Rivoglio l’ascolto della terra, del mio esserci dentro mentre l’umido mi fa lacrimare e le nebbie si preparano a ricoprire tutto.

Rivoglio quel senso di pace e totale inutilità di esserci senza chiedersi niente, senza aspettative o progetti incompiuti. Senza pendenze a pesare sulla testa piena. Senza intestini in agitazione, delusioni aggrappate alle caviglie e vuoti sparsi tra i tendini.

Rivoglio l’incompiutezza di un tempo che era eppure non esisteva, mi scivolava addosso in quei tramonti di fine settembre, coi rumori lontani e un cielo enorme davanti, pronto a mescolarsi.

Rivoglio l’illusione di avere ancora tanto – tantissimo – tempo per.

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 8, 2009 alle 2:33 am

Pubblicato in 2008, grattare, mancanze, sentimenti, soft

Organi, trapianti, mercati e bambini

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In seguito a recenti sviluppi ( riassunti QUI ma rintracciabili facilmente on line ovunque) che toccano da molto vicino il tema del ‘mercato nero degli organi’ e parallelamente ‘i c.d. bambini invisibili’, pubblico l’introduzione di una storia che l’anno scorso mi ha totalmente assorbito. Riflettiamo sull’argomento, su quanto succede ‘davvero’ in materia di organi e traffici illegali, su quanto sia complicato e allo stesso tempo ambivalente la tematica e sui ‘perchè’ di tanto silenzio. Tanto, prolungato, forzato, voluto, imposto, tessuto, silenzio.
Segnalo anche un altro piccolo sassolino che lanciai sempre l’anno scorso, QUI, dove suggerisco una lettura, ovvero il libro di Caterina Boschetti del quale scrissi alcuni note qui su Frammentando.

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di Barbara Gozzi

E’ buio.
Vedi le sagome sfuggenti di alcuni mobili. L’angolo di un tavolo in legno. Il retro di un divano in tessuto. Un bracciolo gonfio. Le pieghe di un tappeto.
C’è un televisore davanti al divano, le frange del tappeto raggiungono il mobile dov’è incassato.
Il televisore è acceso, sembra vecchio ed enorme, non lo vedi ma sai che c’è un invadente tubo catodico che tocca l’interno del mobile.
Ti siedi sul divano, con le mani sfiori il tessuto del rivestimento, è un banalissimo plaid colorato, nella semi oscurità intravedi dei motivi floreali. C’è un vago odore di umido e muffa.
Lo schermo irradia luce intermittente, lo fissi.
Ci siamo quasi, sta dicendo qualcuno a pochi passi da te, dentro la scatola magica. Tenetevi pronti signori, aspirare!
Vengono inquadrati dei chirurghi intenti a operare, lo capisci dai camici, l’ambiente sterile, le mani guantate che rovistano dentro una sagoma informe che spruzza sangue. Si vede un cuore che pulsa, viscido e lucido.
Ci siamo, prosegue la voce, forte e concentrata. Le mani si muovono decise, stringono bisturi e si agitano dentro il corpo che è un ammasso di materiali viscidi e gommosi.
Pronti, esclama ed è un ordine, ti arriva dritto allo stomaco.
Altre mani allungano un contenitore bianco con un’enorme croce rossa stampata sul lato visibile.
Fatto. C’è una nota stonata nella voce, adesso. Qualcosa che assomiglia alla liberazione ma anche al senso di vittoria.
L’organo si muove rapido, schizza dal corpo al contenitore come animato da una scarica elettrica, le mani che lo hanno accompagnato non si distinguono nel turbinio di azioni. Il contenitore viene chiuso con movimenti fluidi poi sparisce, due scarpe marroni si allontanano.
Restano le schiene infagottate nei camici, vagamente curve.
Si sente il rumore degli sfregamenti, lentamente la sala si allunga, adesso puoi vedere le piastrelle dei muri, il bianco del soffitto. I chirurghi circondano il lettino, lo proteggono da occhi indiscreti.
Signori, annuncia la solita voce, ottimo lavoro. Alcune teste annuiscono, riesci a cogliere degli occhi sparsi qua e là tra mascherine e capelli raccolti, nasi e colli che si muovono come frammenti sparsi, confusi.
Parte una musica bassa, il volume sale e la sala scompare.
Tornano le scarpe marroni, camminano su un pavimento fatto di piastrelle verdastri uniformi, quadrati perfetti che rifletto una luce gialla. Poco sopra, il fondo del contenitore si muove ritmicamente, ondeggia appena.
I passi vengono assorbiti dalla musica, un pianoforte e un violino che si rincorrono.
Finché una luce improvvisa assorbe i contorni, l’inquadratura si allontana e riesci a vedere il corridoio attorno, ora le scarpe sono parte di una sagoma appena distinguibile. La luce è ovunque, irradia da un punto imprecisato davanti alla sagoma. Forse c’è una porta, un’uscita.
Tutto sparisce nel bianco.

La prima volta lo ha nominato Sandra, in una delle solite sedute semestrali ‘taglio, massaggio e piega’.
E lì per lì non ci ho fatto molto caso, mi ronzava la testa, avevo le palpebre pesanti e il cicaleccio delle galline-asciugamano-in-testa mi innervosiva. Non vedevo l’ora di pagare e uscire, poi mi sarei rilavata i capelli da sola, a casa (lo faccio sempre).
Ha detto: perché non chiedi al vecchio Ruffo?
Ma, come dicevo, non c’ero con la testa, non ho associato il nome a un volto preciso, non sono riuscita a collegare l’informazione con il suggerimento. Non quella volta almeno.
Poi mi è successo di nuovo, al bar. Me ne stavo seduta in un angolo (davo perfino le spalle alla galleria) e bevevo il primo cappuccino della giornata. Ricordo che avevo due occhiaie enormi, quella mattina, e lo stomaco sembrava passato dentro un tritacarne. E’ stato proprio mentre valutavo l’opzione di chiudermi in uno dei bagni del corso e vomitare, in quel momento è arrivato Max, il cugino che non si capisce mai se lavora o fa finta. Lui, comunque, si è seduto accanto (addosso è più esatto) a me e ha iniziato a parlare. Blablabla e io ad annuire, altro non avrei potuto fare. La prima parte del monologo neanche la ricordo.
Finché: parola magica. Nel bel mezzo di un ‘ho sentito dire che’ e un altro ’se vi serve qualcosa’ mi ha sputato addosso: il Ruffo ci è passato, ormai più di dieci anni fa credo, è quasi centenario in effetti ma ne sa una più del diavolo.
Ancora non saprei spiegare perché mi è rimasto impresso il nome, il registratore della mia mente erano guasto da mesi. Eppure quel particolare si è fissato da qualche parte, addosso credo, cucito tra la pelle della fronte per l’esattezza.
Piero Ruffo.
Che poi, era vero quello che mi ripetevano tutti: non avevo niente da perdere. Eppure l’intera faccenda la vivevo come una cosa mia, intima e incomprensibile, e l’idea di parlarne, o addirittura di chiedere consiglio a un vecchio decrepito che ignorava la mia esistenza; insomma. Non mi andava granché. Di dovergli spiegare il ‘perchè e per come’, di Simone soprattutto. Mi veniva la pelle d’oca al solo pensiero.
Ma dovevo.
Prima o poi avrei dovuto, era evidente.
Chiedere aiuto.
Ascoltare qualcuno che indossasse qualcosa di diverso dalla solita roba bianca e quel puzzo inconfondibile di Lysoform.
Comunque sia, è stato così che è iniziata la virata.
Quando ho deciso che genere di madre non volevo essere ovvero una che accetta passivamente, che prega in ginocchio per ingannare l’attesa, piange ovunque, e annuisce mordendosi le labbra.
Una che se lo immagina già morto.
Mai. Quella precisa razza mi era aliena.

In ogni caso non è stato neanche troppo difficile. Decidere.
Non è stata una domanda consapevole, lo devo ammettere eppure dentro di me ne ho sentito il rimbombo.

Cosa sei disposta a fare per salvarlo?
Fin dove ti spingeresti per?

Forse qualcuno me lo ha chiesto davvero, in una delle infinite chiacchierate vuote dove mi obbligavano a fare la comparsa da quando. E’ come se tutti all’improvviso si fossero messi d’accordo per chiedere, preoccuparsi, suggerire, proporsi. La commessa della macelleria dove andavamo due, massimo tre volte, al mese. Il figlio del benzinaio che anche quando mi fermavo al self service si lanciava verso la pompa. I Bonfiglioli tutti, nonna, due figlie con annesse famiglie che abitavano nella bifamigliare in fondo alla nostra strada. Conoscenti vari incrociati per strada o al telefono. Teresa che se ne stava rintanata nel suo negozio di tessuti ma appena mi vedeva passare in paese sbucava all’improvviso e mi puntava. Tutti insomma. Ammetto che i piccoli paesi di campagna si annoiano trecentosessanta giorni l’anno. Per cui Simone era diventato i ‘cinque giorni di eccitazione’. Mi sono incazzata un paio di volte, per questo. Poi ho lasciato perdere. C’erano cose più importanti da affrontare.
Sta di fatto che, in mezzo al circo di periferia, Piero Ruffo era diventato un nome capace di rimbalzare e rincorrermi.
Una notte l’ho anche sognato.
Il giorno dopo ho suonato il suo campanello.

[Bozza introduzione di 'Corpo cavo' - 26/08/2008]

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 1, 2009 alle 12:03 pm