Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Gennaio 2009

Escalation

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L’escalation era nell’aria. Avrei dovuto prevederla, io poi che con queste cose ci sto sempre attenta mi sono fatta distrarre dal tempo (cazzo, ma che freddo c’è quest’anno?) e da certe questioni che va beh, meglio evitare.
Comunque me lo sentivo.
Che l’atmosfera stava cambiando.
Per prima è arriva una mail.
Una delle solite infinite ignote e spammose mail su feisbuc che come diavoleria elettronica è una gran boiata ma finisco sempre per farmi ipnotizzare (ok, lo ammetto: a leggere le stronzate degli altri mi faccio un sacco di risate). Comunque. La mail veniva da un gruppo che ovviamente manco ricordavo di aver sottoscritto, e il testo era questo:

Love has nothing to do with hate. Many people think that hate is the opposite side of love. That is not possible because pure love is a way of being. It is free of your ego and is not trying to manipulate anything or anyone. (Not that the ego is bad, not at all, we can´t live without it, but we must be very alert to it, so we can direct it with the love from within us.) Manipulation is just a lack of morals, ethics and lots of love. The love that I practice and want to spread is free, pure and can´t hurt anyone. It is unconditional. Which also means that you can´t run out of it, it is always there. So just LOVE ♥
Love C.

L’ho sbirciata e già dalle prime righe mi sono detta: cazzo ma san valentino è fra due settimane!
Infatti pure quello mi era sfuggito.
Ma il punto era un altro.
Che a leggere certe puttanate non ho più lo stomaco. O la pazienza.
Love love love.
Ma sta C ha sbattuto la testa?
No, perché, siamo sinceri che passati i trenta è ormai il caso: chi è che ci crede ancora? Dai, per alzata di mano. Appunto.
Comunque ho chiuso il feisbuc assassino e amen. Cioccolata calda, tv oltre l’una (rotazione di CSI su Fox Crime con cellulare staccato) poi nanna.
Ma la mattina dopo mi aspettava il secondo round e io cretina che già non ci pensavo più (non avevo considerato la possibilità che l’escalation conoscesse l’accelerazione percentualmente proporzionata al grado di sfiga del ricevente ovvero moi).
Comunque.
La mattina dopo, ore sette e ventiquattro accendo la macchina e parte la radio a palla come al solito (in disco non ci vado più, causa : evidente stato di avanzamento senilità, per cui mi posso permettere assordamenti durante i soliti transiti inutili).
Volume altissimo allora. Credo fosse sul novantadue. Credo.
E’ stato mentre domavo una rotonda di quelle che non sa mai fare nessuno (traduzione: tutti, con la gente che si mette al volante), mentre imprecavo e usavo l’occhio dietro il collo per evitare collisioni, la radio bastarda decide che è il momento di sviolinare.
Parte un Battiato inconfondibile.
Anzi.
‘Il’ Battiato.
Ovvero questo:

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te

La pelle mi si è accartocciata, avevo gli occhi sparati fuori dalle orbite (un pò anche per le imprecazioni di cui sopra, in effetti) ma quel che è peggio è che mi è arrivato il nodo in gola. Ebbene si. Il nodo da ‘merda, se ci casco sono fregata ma poi, se anche non ci credo, faccio finta che sia vero e lo voglio anch’io un uomo così’. Eggià. Una maledetta seccatura. In macchina poi, con dodici minuti di ritardo al lavoro, gli altri pazzoidi sulle quattro ruote ben intenzionati a non farmi arrivare intera e lui – ‘il’ Battiato – che si mette a fare il cantastorie a tradimento.
Cazzo, ho pensato, qui ci vuole un’azione d’urto.
Perché poi, va bene il san valentino imminente che di suo porta una discreta dose di asinate, va bene anche la mail di una sconosciuta fumata ma ecco, il Battiato che cura no. No e poi no.
Il resto della giornata ho pensato, ripensato, macerato.
Ma non è che poi mi potessi aspettare di cambiare idea. Direi proprio di no.
Se esistesse ‘un’ Battiato che cura, ucciderei per tenermelo. Ovviamente. Se esistesse manco lo farei uscire di casa (perché, cosa c’è di strano? Se lo fanno in certe regioni alle donne, non vedo per quale motivo non possa valere anche il contrario). Dunque chiuso in casa. A mantenere la baracca ci penserei io, se esistesse.
Considerando però che è para-normale (o dis-umano o extra-terrestre), uno così, allora dico che magari si potrebbe evitare di cantarlo in certi momenti che gli effetti collaterali (immobilizzazione immediata del soggetto e instupidimento simultaneo) ti fregano.
Ma la sera, a casa, dopo un aperitivo con le solite amiche che dell’escalation portavano già sfregi evidenti (poverette), mi sono riempita la vasca. Oli essenziali, schiuma a gogo, riscaldamento al massimo (alla faccia delle bollette) e cuffie collegate all’mp3.
Depeche Mode. ‘I’ Depeche.
Oh.
Così si che tutto torna. Davvero. Provare per credere.
Love love love e la cura si sono lasciati addomesticare al secondo loop.

I’m going to take my time
I have all the time in the world
To make you mine
It is written in the stars above
The gods decree
You’ll be right here by my side
Right next to me
You can run, but you cannot hide

Morality would frown upon
Decency look down upon
The scapegoat fate’s made of me
But I promise now, my judge and jurors
My intentions couldn’t have been purer
My case is easy to see

I’m not looking for a clearer conscience
Peace of mind after what I’ve been through
And before we talk of any repentance
Try walking in my shoes

Dave Gahan è uno che ci va giù ‘pari’, e mi pare pure giusto. A parte il fatto che quando ti abitui a vivere come lui sta questione del ‘love love love’ già ritrova altre dimensioni, si auto-inspigolisce diciamo (auto-inspigolisce non è italiano, lo so, ma alzi la mano chi non ha capito. Appunto.).
A parte che non si può avere quella voce lì e cantare ‘la cura’, non si può no.
Comunque.
Resta il fatto che perfino con la testa sott’acqua, tra bolle e profumi nauseanti mi sono sentita meglio.
Meglio come ‘ok, ficcatelo nel e facci un giro’.
Quanto manca al quattordici febbraio?
Cazzo.
Decisamente troppo.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 30, 2009 alle 11:35 am

Pubblicato in 2009

Le vorrei lasciare il mio ultimo manoscritto

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Sottotitolo: sembrano tutte scene ‘troppo’, invece non lo so. Altro che.

PERSONAGGI

Uno scrittorucolo in tentata emersione. Abbreviato come S_olo;
Vari editori, di numero imprecisato ma tutti diversi o quasi (dipende dalle esigenze del momento).

LOCATION

Dove vi pare (tanto non cambia niente) ma all’aperto, almeno si cambia l’aria.

———–

S_olo  Le vorrei lasciare il mio ultimo manoscritto. Guardi, parla di un uomo che…
Editore1  Per carità! Non ricominciamo con le faccende ‘di ombelico’ che ormai non fregano più a nessuno: poi, mi dia retta, è molto più terapeutico un professionista… psico quella roba lì. Mi creda. Né esce che è un altro.

S_olo  … poi, cosa vuole, c’è molto sesso perché è lì che si concentra la narrazione…
Editore2  Va bene, ma non mi dica che questa è letteratura! E che cavolo… spingi di quà, ansima di là, sono capaci tutti, perfino io, che ne ho letta di robaccia.

S_olo  Stavolta ho usato un altro registro, la protagonista è una giovane mamma che si destreggia tra il figlio piccolo, lo shopping e le amiche. Ma tutto in modo ironico, sa, frizzante….
Editore3  Ah, ho capito. Sono quelle robe da ‘pollastrelle’. Sarà anche intrattenimento ma insomma, siamo un pò strettini come target. Voglio dire: ai maschietti mica posso far leggere stè cretinate qui sulle cerette e tutto il resto!

S_olo  No, è un noir dove approfondisco l’omicidio di una donna mutilata….
Editore4  Si, si va bene. Ma insomma, non le sembra che di cronaca nera ne abbiamo già abbastanza? Poi, scusi, lei non è un giornalista, vero? Appunto. Allora guardi, certe volte c’è bisogno dell’occhio allenato di uno che di mestiere ci sta addosso, a certe tragedie. Perché poi, ci scappa una questione sulla tal goccia di sangue o sulla strumentalizzazione dei pianti… non ha idea del casino…

S_olo … è tutto incentrato sulle interviste che ho fatto davvero a queste donne precarie, solo che nella narrazione….
Editore5  Senta un pò: ma di sesso ce ne ha messo? No, perché, nella trama ci sta alla perfezione e riusciamo ad ingrandire il bacino d’utenza…

S_olo  Ho dovuto studiare molto, le condizioni sociali di allora, la guerra, la situazione geo politica…
Editore6  Vabbuò, ma non è che stiamo esagerando? Alle gente, magari, viene anche voglia di leggere robetta leggera ogni tanto, se no si sparano poveracci….

S_olo … alla fine smette di mangiare del tutto e muore.
Editore7  Mi faccia vedere un attimo… no, non lo scritto, lei. Ah no. Non ci siamo per niente. Le sembra che la posso mandare in tivvvvù con quella faccia lì? Poi, senta, parlo piano così non si imbarazza: lei l’ha mai fatta una dieta seria? No perché, le farebbe bene sa.

S_olo   Ho cercato uno stile misto, mio insomma, allacciandomi alla passione per…
Editore8  Ma lei chi è, in definitiva? Ce l’ha il valore aggiunto? Il manoscritto lo leggo dopo, caso mai. Però bisogna chiarire questa faccenda altrimenti perdiamo tutti tempo prezioso. Allora? Vizi? Segreti? Conoscenze?… Roba da matti: questi vengono qui a rompere i coglioni e non si sono scopati neanche un cane….

S_olo   … non assomiglia a nessuna delle famose trame di fantasy, mi creda, ho puntato molto sull’originalità…
Editore9   Ottimo. E un romanzo storico, no? Glielo dico perchè oggi sono molto ricercati. Anche i fantasy, specie per ragazzi, per carità… solo che con lo storico, magari un pò fantasy sfondiamo di sicuro….

S_olo   Lo stile è ermetico, asciutto direi. Volevo far arrivare i personaggi senza perdermi in virgole e punti…
Editore10   E una storia d’amore c’è vero? Le passioni, i batticuori, le attese… lasci perdere la faccenda dell’attentato, cosa crede? Anche quelli lì che fanno casini in politica o nell’esercito si innamorano! Figuriamoci…

S_olo esce di scena correndo e urlano.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 25, 2009 alle 3:15 am

Un maledetto granello di sabbia

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Cosa si fa quando si ha l’impressione di avere una vita sbagliata?

Non ti seguo. Ma come parli? Sembri un poeta bohemienne.

Dico sul serio, la pianti? Ce la fai a sostenere un discorso serio per dieci minuti al giorno?

Ok, ok, non ti scaldare. Siamo suscettibili oggi. Allora, cos’è che dicevi?

Niente. Stronzate post romantiche demenziali.

Sei un gran bel tipo, però. Cosa c’è poi di così sbagliato nella tua vita?

Non ho detto che parlavo di me.

Ah no? Come vuoi. In che percentuale?

Cosa?

Lo sbaglio.

Diciamo il sessanta, settanta per cento.

Azz. Allora è roba grossa.

Ti ho detto che non importa.

Ballista. Comunque secondo me dipende da cosa intendi per ’sbagliato’.

Addirittura? Adesso processiamo le intenzioni di una parola? Finiamola qui e basta.

La smetti di alzare la voce? Chi è che scappa adesso? Intendevo dire che può essere sbagliato nel senso di. Come dire. Diverso da quello che uno si aspettava. O magari. Insomma. Sbagliato come scombussolato, incasinato, deprimente. Non sono mica la stessa cosa.

Sbagliato come stonato, troppo doloroso. Va bene così?

Forse dovresti smetterla.

Oh?

Di fingere.

Cosa c’entra adesso? Ti ho detto che.

Ti senti sbagliato perché questa vita qui non è la tua, in realtà. E’ un’architettura per il tuo ologramma. Per quello che vuoi o devi essere. Fai tu.

E chi sarei, allora? Spara. Sono curioso adesso.

Un maledetto granello di sabbia.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 22, 2009 alle 2:28 am

Pubblicato in 2008, grattare, incertezza, vita

Ricordi

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L’odore intenso, avvolgente, dolciastro di un profumo che stava sempre dentro una scatola rosa antico misto all’arancione, con la scritta enorme in nero. Io la fissavo, la scatola, con la punta dei piedi mi allungavo il più possibile ma non ci arrivavo mai. A prenderla. E quell’odore, che sapeva di buono, era ovunque a casa di mia nonna. Sui divani, sul cuscino, tra i vestiti, quando la abbracciavo. Chiudevo gli occhi e mi sentivo bene.
Il profumo era Paris.
E c’è ancora, a casa di mia nonna.
Solo che lei non se lo ricorda granché ormai.
Il signor A. si sta nutrendo del suo cervello. Ogni giorno di più. Divora e porta via quello che può, dalla sua testa: persone, mobili, odori, suoni.
Ricordi.


——————————–
Ieri, leggendo un post di Barbara Garlaschelli che chiedeva dei ricordi, mi è venuto in mente questo.
Ed è straordinario il potere dell’istinto, la forza dei frammenti che abbiamo incastrati in testa senza neanche saperlo. Certe volte è una scossa, un’enorme siringa silenziosa. Arriva. Inietta. Sparisce.
Quel preciso odore mi è tornato addosso davvero.

(Post pubblicato su ProgettoButterfly di agosto 2008)

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 15, 2009 alle 2:56 am

Pubblicato in 2008, vita

Bozzoli

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Lo sente sorridere, sa, che sta sorridendo.
Anch’io ti voglio bene, le risponde ed è davvero un sussurro faticoso eppure talmente intenso da cancellare tutto. Non ci sono i macchinari attorno a loro. Non c’è gente che entra ed esce, sbircia e scuote la testa. Non sente più i vaghi singhiozzi trattenuti di Maddalena, appoggiata da qualche parte nella piccola stanza. Non esiste più niente. Attimo sospeso destinato a diventare immortale, eterno. Simone e lei nuotano, si elevano, restano così, inghiottiti. Appiccicati. Stretti in un abbraccio che non ha confini, mani e corpi indistinguibili. Il suo collo è immobile, lei chiude gli occhi e ha un sorriso beato che le spacca la faccia. Sopra: occhi gonfi, enormi e deformati. Sotto: guancie tirate, labbra stese in un’espressione serena, beata.
Ti voglio bene sarà per sempre una caramella destinata a non sciogliersi mai, che procura carie continue, genera batteri che si moltiplicano tra il tartaro e le gengive arrossate e fragili, sangue che scivola nello spazio tra un dente e l’altro.

Foto Bg

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 11, 2009 alle 12:11 am

Pubblicato in 2008, corpo cavo, grattare

Tassello

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Per molti anni, dopo la sua morte, se lo sono chiesto.
Più o meno tutti in realtà.
Il compagno, Giulio. La figlia Susanna, che aveva sedici anni quando lei. L’altra figlia, Teresa, di undici.
Poi parenti vari, amici e vicini. Conoscenti, parenti dei conoscenti, amici degli amici.
Qualche giornaletto locale ha fatto alcune ipotesi, nei mesi successivi a. Sono anche finiti in tribunale per certi articoli decisamente pretenziosi. Giulio sembrava impazzito. Inveiva contro tutti, non lasciava uscire le figlie, non rispondeva più al telefono. Vivi ma invisibili.

Per molti anni, dopo la sua morte, le parole hanno rotolato tra muri e vestiti. Frasi sospese, incomprensibili.
E se lei avesse anche solo immaginato scene del genere, chissà. Magari avrebbe rinunciato. O posticipato. Forse no, però.

Susanna se n’è andata, vive con un tizio francese oltre il confine e fa la commessa.
Giulio è tornato al paese dei suoi, verso le montagne. Non che lì le chiacchiere siano meno. Tutt’altro. Però i ricordi sono diversi. Parlano di un bambino e di una famiglia ‘finita bene’ (i genitori di Giulio si sono spenti l’anno scorso, di vecchiaia, uno dopo l’altro col sorriso sulle labbra).
Solo Teresa è rimasta. Non ha voluto vendere l’appartamento. Ci vive sola, adesso. Con due gattone rossicce.

Però certe notti ancora si sveglia. E lo sente, il suono del telefono. Non che dovrebbe ricordarlo, non c’era. Però era lei che telefonava a casa, cercando sua madre. Era lei che ascoltava gli squilli di rimando immaginandola fuori o sotto la doccia. Solo che non aveva azzeccato nessuna previsione. Lei c’era, in casa. Ma era sdraiata sul letto, coperta di sangue.
Così torna, quel suono che dopo ha immaginato rimbombare per la casa vuota. Teresa si è vista spesso dentro la scena. Come se avesse in mano una telecamera e potesse girare riprendendo le stanze silenziose. Cercando mentre il telefono continuava a lamentarsi in sottofondo.
E ogni volta la scena si interrompe alcuni secondi prima di inquadrare la camera da letto. Vede gli stipiti. Il marmo sbiadito dell’ingresso. Un angolo del comodino.

Non c’era un altro, dopo tanti anni lo saprebbe.
Non aveva vizi particolari, non mortali almeno (qualche sigaretta al giorno non rientra di certo nella categoria).
Non c’erano debiti o prestiti in ballo, anche quello saprebbe ormai. I creditori se ne fregano della morte, riscuotono dai vivi.
Non prendeva medicine particolari.

Quando Teresa si sveglia, tra i suoi gatti addormentati e la stanza scura pensa. Ricostruisce.
Ma ogni volta non è abbastanza. Non è mai abbastanza quando l’unico tassello che manca è proprio quello che non esiste più. Se n’è andato con lei, è rimasto impigliato tra le le sue labbra sottili, screpolate.

Credit foto

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 7, 2009 alle 1:28 am

Ininfluente

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Ha camminato molto per arrivare fin lì.
‘Lì’ è ancora una serie di contorni, linee e curve con qualche forma. Un vialetto fatto di mattoncini, diversi marroni che si rincorrono. Qualche ciuffo, forse arbusti e alberi. Il cielo non ha bisogno di presentazioni, fa freddo ma lui non si scompone, allunga le venature azzurre.
Cammina ancora, solo i piedi sono più pesanti, rallenta.
Dove sta andando poi? Non sembra ci sia nessun arrivo, nessun posto in particolare contrassegnato, cartellone gigante magari lampeggiante. Non c’è nessuno in lontananza che agita le braccia, allunga il corpo verso l’alto, e sorride in quel modo sconnesso tipico delle assurdità.
C’è confusione, da qualche parte. Le viene voglia di ridere, subito dopo vorrebbe fermarsi, sedersi per terra e allungare le gambe rigide.
Ci pensa bene.
No.
Non lo sa cosa vuole fare e allora si ferma davvero. Fissa le linee e le curve. Chiude gli occhi e aspetta.
Altro rumore, rotaie miste al cicaleccio di un luna park.
Dev’essere la sua testa difettosa, gli occhi continuano a non vedere.
Anche così, in questa posa che è immobilità inutile, le sembra di perdere tempo.
Riprende a camminare, saltella stavolta.
Ma dove vai?
Cosa fai?
Chi?
Il ’sei’ si è perso.
Essere non è previsto, a questo punto, al punto in cui si trova pare ininfluente.

Ah si, si, carino dai.
Voglio dire: ok, roba interiore, c’ho preso?
Poi senti, per carità, la strada, il camminare, il non trovarsi… bellino.
Le immagini son sempre belline, fanno la loro figura.
Ma andando al sodo: che cazzo vuoi?
Sarà mica uno di quei trastulli da cerebro leso che vanno tanto di moda? No eh?
Poi.
Voglio dire: cosa te ne frega? Sei quel che sei o non sei, come ti pare cristo!
Fregatene, dammi retta, fregatene e sbattiti sul divano, mangia fino a vomitare, non rispondere al telefono, anzi, non alzarti mai. Aspetta di avere fame o sete o pipì, allora alzati pure ma poi torna di corsa su quel cavolo di divano. Sparati film, telefilm, reality e documentari, i migliori li fanno dopo le ventitre. Dammi retta e vedrai se l’instupidimento ti raddrizza. Eccome se ti raddrizza le cerebrazioni. Non sarai più lo stesso, è un bene no?

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 4, 2009 alle 3:21 pm

Pubblicato in 2008, flash, grattare, vita

Tra donne e uomini: storie di carta e di vita.

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Qualche domanda a Giorgio Sannino autore del recente romanzo ‘Il pianto delle falene’ (Edizioni Smasher, 2008).

Inizierei dall’elemento più forte e rischioso del tuo ultimo romanzo: il narrare in prima persona attraverso la voce della protagonista. Come sei arrivato a una scelta così delicata e controversa? Quanto è stato difficile infilare ‘quei tacchi’? Immagine di Il pianto delle falene

È stato difficile solo in parte, mi è risultato piuttosto naturale, quasi una scelta obbligata. Volevo parlare di una donna e descrivere quella che credo essere una delle fasi più delicate della sua vita, l’età matura e la sua consapevolezza. Per di più volevo che questa donna soffrisse di attacchi di panico, e scriverne in prima persona mi è parso fin da subito la forma più adatta, per via di una serie di considerazioni proprio legate al panico: una sorta di mondo strettamente legato all’Io di ognuno di noi. Ho incontrato le maggiori difficoltà all’inizio, in qualche modo non conoscevo ancora a fondo Katia, la protagonista. Poi il personaggio, e i personaggi, hanno preso vita e si sono fatti strada da soli, come spesso mi accade. È il modo che uso per capire se una storia funziona, altrimenti lascio stare.

A romanzo concluso, pubblicato e quindi dopo un ragionevole lasso di tempo dalla stesura, credi di esserci riuscito, a dare credibilità a una voce femminile o ci sono parti, aspetti, che oggi vorresti cambiare?

Ho rielaborato il romanzo più volte. Dapprima da solo, poi su indicazione dell’editore. Quella pubblicata è la terza revisione. Rileggendolo oggi, il romanzo mi pare decisamente femminile. Non intendo dire che sia adatto ad essere letto solo da donne, ma che forse potrebbe sembrare scritto da una di loro. Probabilmente ci sarebbe ancora da fare, e tuttavia mi chiedo se esista un limite, la stesura perfetta. Credo di no. Trovo Katia credibile e questo mi basta. Ci sono capitoli che mi piace rileggere e ogni volta mi stupiscono. A distanza di tempo, come giustamente intendi, si ha un occhio più obiettivo e soprattutto succede quella magia: leggersi come fosse la prima volta e come se si trattasse dell’opera di qualcun altro. Sono contento, il romanzo regge e ti porta per mano fino alla fine, questo è quello che provo e quello che mi arriva dai primi lettori. Va bene così.

Quanto c’è, dentro il personaggio di Katia, di te?

Io ci sono, ma poco. All’osso, l’inevitabile, se preferisci: il mio di cui non posso fare a meno. Per il resto ho rubato molto alle donne, soprattutto a quelle che conosco. Prima di cominciare a scrivere ho ampliato le mie frequentazioni femminili, le ho sbirciate, ho scavato. Ho perfino chiesto di guardare nelle loro borse. C’è un dialogo serrato fra Katia e Caterina, un personaggio non marginale del romanzo, durante il quale entrambe svuotano il contenuto delle proprie borse sul tavolo e si divertono a sezionarlo. E poi abitudini, sensazioni, miraggi femminili. Ho chiesto a tutte di provare a spiegarmi le sensazioni del ciclo. Non solo fisiche, anche sensoriali. È stato un viaggio unico, inimitabile. Ho avuto una certa difficoltà ad apprendere l’uso dei trucchi, ma ho scoperto di potermi innamorare di una crema da corpo al muschio bianco, per dire. E poi la magia del pensare femminile, il loro punto di vista sulle cose. Quelle quotidiane e quelle eterne. Poi, chiaro, c’è la mia parte femminile, che reputo piuttosto sviluppata e che ho scoperto avere un grosso potere ammaliante. Considera che io adoro le donne, le reputo decisamente superiori all’uomo da ogni punto di vista. In un certo senso ho scritto al femminile per invidia.

Da ‘Assolo’ a ‘Il pianto delle falene’ una delle evoluzioni più evidenti è la gestione di una storia che si svincola dall’essere soprattutto introspettiva (come appunto in ‘Assolo’) per mescolarsi a molto altro, attraverso vari e diversi personaggi che ruotano attorno alla protagonista e, in molti casi, ne determinano in parte le scelte, i comportamenti quanto i dubbi e le incertezze. Poi gli ambienti, le atmosfere, odori, colori e sapori. Cos’è successo al Giorgio Sannino che scrive, nel tempo intercorso tra questi due romanzi?

Ho continuato a scrivere, semplicemente. E letto molto, come sempre. Di Assolo sono state dette svariate cose, non ultima il fatto che si trattasse di un tipico romanzo di formazione. È in gran parte autobiografico, innanzitutto. E scriverlo mi è costato enorme fatica e direi sofferenza. Tutti ingredienti che con Il pianto delle falene non ho provato o ho provato in forma nettamente minore. Diciamo che ho scritto “Il pianto” con molta più facilità, perché nel complesso mi sono divertito di più. C’è molta più invenzione, proprio perché per nulla autobiografico. E divertendomi ad inventare ho dato vita ai personaggi, di conseguenza alle atmosfere e ai colori. È molto più vitale, limpido. Anche più facile, probabilmente, pur affrontando tematiche di una certa importanza. Nella versione iniziale i personaggi erano anche di più, poi li ho eliminati perché non necessari. Anche gli ambienti, i sapori di cui parli sono completamente nuovi. In Assolo cupi, a carboncino, monocolore. Nel pianto decisamente più luminosi.

Questo pianto inconsolabile, bambino direi, delle falene è, secondo me, un simbolismo molto forte che richiami in varie circostanze, intervallandolo all’evoluzione nella trama. E’ un lanciare sassolini, in un certo senso, in attesa che il lettore li noti per raccoglierli. Da dove arrivano le falene? Sono volutamente simboli di fragilità e forza, che quindi riprendono le caratteristiche di Katia, oppure c’è dell’altro?

Un sogno, innanzitutto. Le falene che piangono sono un sogno terribile che feci una sola volta, ormai non ricordo più quando. Me ne stavo in questa stanza devastata, piena di mobili e oggetti distrutti, cercando la fonte del pianto di bambino che sentivo nelle orecchie, fino ad accorgermi che a piangere erano falene. Mi arrivavano addosso da ogni dove, finché mi svegliai molto agitato. Sogni così, soprattutto se vividi, non ti lasciano indifferente. Pensai dopo qualche tempo, un anno circa, di farci un romanzo. Il simbolismo con Katia mi parve perfetto.

La vita della protagonista è, tutto sommato, simile a quella di molte donne over trenta che ancora si cercano e affrontano le giornate in perenne stato di caccia e attesa. Verso se stesse e il mondo attorno a loro. Eppure le crepe, quel lieve sfaldamento costante, ciclico, ne ‘il pianto delle falene’ mi sembra decisamente accentuato. Sottolineato. Come se cercassi di far voltare la faccia del lettore proprio lì. Pensi che le donne ‘moderne’, le trentenni, quarantenni di oggi siano più fragili, contraddittorie rispetto al passato? C’è più bisogno di ascoltare certi dolori ormai non più adolescenziali?

Decisamente sì. Non solo le donne, per dirla tutta. Oggi siamo tutti più esposti, soprattutto per via delle nostre stesse aspettative. Il panico di Katia deriva da un eccesso di aspettativa. Nel romanzo ho cercato di enfatizzarlo, perché il più delle volte chi vive in qualche modo sfasato rispetto alla realtà è così che si sente: un alieno. Ha voglia di gridare di esistere e di voler essere come gli altri anche se non sa esattamente cosa significhi. E soprattutto non si rende conto che gli altri non sono diversi. C’è più bisogno di ascoltare certi dolori. E meno li ascoltiamo più ce ne creiamo. In fondo il più delle volte basterebbe semplicemente parlare, comunicare. Quando Katia impara a farlo ha inizio la sua rinascita.

Katia ha superato i trent’anni eppure non ha ancora un compagno fisso tanto meno figli o una famiglia stabile accanto. Oltretutto si è lasciata un passato ingombrante alle spalle. Perché hai scelto una figura femminile ‘fuori’ dai c.d. ‘passaggi evolutivi’ che dopo i trenta vorrebbero la donna o sposata/ accompagnata (più facilmente con almeno un figlio) o in carriera (e quindi lanciata nel mondo del lavoro)?

Sono passaggi evolutivi non più così radicati. Oggi a trent’anni una donna non è più automaticamente compagna, moglie, mamma o in carriera. Katia ne ha trentasei, l’età di mezzo, per come la vedo io. In cui una donna può ancora tutto. Mi piaceva l’idea di dimostrare la possibilità di un inizio post trenta. Chiamalo ottimismo, se vuoi, anche se non mi sembra così straordinario. Anzi, ti dirò, nei miei libri mi piace dimostrare la straordinarietà dell’ordinario. Sta tutto lì, mi pare: vedersi straordinari e andarne fieri.

Nonostante il tipo di narrazione, le figure maschili ne ‘Il pianto delle falene’ sono importanti, direi determinanti. L’amico gay, il compagno part time, il misterioso amante desiderato, la figura paterna sostitutiva… ce ne vuoi parlare?

È vero. Tutti i personaggi, anche quelli maschili, sono determinanti e definiti. Non ci sono personaggi negativi e questo è un altro aspetto che mi piace sottolineare. Non è necessario, per come la vedo io, essere estremi, anche nella negatività. Anzi a volte la stessa persona avversa, da cui ci si allontana, è una persona positiva. La presa di coscienza del proprio posto nel mondo, la consapevolezza, sta anche nelle rinunce. Katia impara a non accontentarsi, non è affatto poco, mi pare. E lo fa fidandosi dei consigli di Peter, Paolo, Umberto, Nico. E Geremia, non dimentichiamolo: il fedelissimo gatto. Sono tutti personaggi dotati di propria personalità, mi sono sforzato di definirla, anche se a volte con brevi tratti. Il ruolo dei personaggi sta nelle loro azioni. La coerenza di Nico, l’istinto di Paolo, la schiettezza di Umberto, lo sguardo indagatorio di Peter. Katia non può farne a meno e, contemporaneamente, impara a non abusarne.

C’è una ‘certa’ elettricità che scorre in molte pagine, direi in interi capitoli. E’ una carica sessuale velata ma non troppo, che accompagna la protagonista pur nelle sue contraddizioni, nel sentirsi destabilizzata, in bilico, nelle fughe quanto nelle attese. E’ stata una scelta ponderata, necessaria a tratteggiare la protagonista?

Sì, assolutamente. Ho usato la sessualità – e la sensualità conscia e inconscia – di Katia per delineare lei e la sua psiche per molti versi instabile. È una donna attraente. Vive la sua femminilità come un’arma che non sa usare. Non sa togliere la sicura, in un certo senso. Chi soffre d’ansia, a livello patologico o quasi, si trova a proprio agio solo nei propri spazi. Sessualmente lei vorrebbe esprimersi più di quanto non faccia, così arriva ad essere sfrontata, accoglie Nico al primo appuntamento in casa sua e si fa trovare nuda ad attenderlo sulla porta. Ci sta, per come la vedo io, ma solo perché il tutto avviene sul suo territorio, se così vogliamo chiamarlo. Fuori di lì, per esempio a casa di Nico, questo non sarebbe mai potuto accadere, a meno di non conoscerlo già da tempo. Fuori dai suoi spazi, infatti, Katia diventa goffa. La sua sensualità non l’aiuta. Accenna timidi tentativi che finiscono in un nulla di fatto. Le aspettative la opprimono. Il bilico, le attese, le fughe di cui parli si esprimono alla perfezione con l’erotismo. A volte sfociano nella violenza. In un episodio lei ammicca a un superiore, il padrone del fast-food in cui lavora da ragazza e che la assilla con proposte indecenti. Infine Katia si inginocchia di fronte a lui e al momento opportuno gli assesta un morso al pene. Anche questa è un’arma. Senza sicura, per una volta.

Qual’è, secondo te, la principale differenza (se esiste) tra la scrittura di un uomo e quella di una donna?

Adoro Joyce Carol Oates, per dire. E Nick Hornby. Mi sembrano due fulgidi esempi di scrittura femminile e maschile. La prima descrittiva, umorale, a pastello. La seconda diretta, pratica, colori a olio, per intenderci. Eppure entrambe istintive, caratteristica dalla quale per come la vedo io non si può prescindere, anche se molta letteratura di oggi, invece, ne fa tranquillamente a meno. Nel mio caso mi piace sperimentare. Credo che leggendo Assolo non possano sorgere dubbi: scrittura maschile. Con Il pianto delle falene, invece, i dubbi sorgono, così mi dicono, se non altro per il nome stampato in copertina. Io sorrido sotto i baffi che non ho. Mi piace scrivere da donna e non credo che smetterò di farlo. In pratica ti sto rispondendo a caso, perché non credo di conoscere la risposta alla tua domanda. Ho scritto al femminile e basta. Non credo di averlo potuto fare per via del fatto di avere capito, anzi sono certo che non è così. Alla fine esiste solo l’urgenza. L’urgenza di dire cose. La forma e tutto il resto vengono dopo.

Grazie a Giorgio Sannino.
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Barbara Gozzi – Luglio 2008

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 4, 2009 alle 3:42 am