Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Dicembre 2008

Mondi al limite – nove scrittori per MSF

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… ma io di cosa sono davvero responsabile? Il senso di allegria conviviale che spinge alcune persone, come quelle che lavorano in MSF, a lasciare tutto e partire verso luoghi lontani, con la speranza e spesso la determinazione necessaria a migliorare quello che si può migliorare, questa allegria conviviale si appoggia, in realtà, su di una dimensione più seria e più complessa, ovvero la convinzinoe che io sono responsabile delle cose che accadono fuori dal mio stretto raggio d’azione…
(pag.141- estratto da ‘Medici di se stessi’ di Antonio Pascale’)

Mondi dentro un limite davvero fuori dalla realtà che conosciamo (in un’Italia in crisi certo, contraddittoria, eppure), nove scrittori che raccontano storie o semplicemente riportano quello che gli occhi hanno visto. Ma non è per gli scrittori, stavolta direi proprio di no. Ognuno a modo suo ‘riporta’ una realtà precisa. Baricco, Benni, Carofiglio, Covacich, Dazieri, Di Natale, Giordano, Pascale, Starnone, disegni di Giannelli, prefazione di Konstantinos Moschochoritis (Direttore Generale MSF Italia).

E tante, davvero tante piaghe.
Non credo che sull’integrità e l’impegno concreto dell’organizzazione in oggetto ci siano dubbi o pendenze, mi resta addosso molto disagio, vergogna, e rabbia. Tantissima rabbia.

>> Medici  senza frontiere

>> Il progetto che ha portato al libro.

Mondi al limite
Nove scrittore per medici senza frontiere
Feltrinelli – serie bianca
Isbn: 978-88-07-17159-8
Euro 14 pag.183

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“Per quanto riguarda i nuovi farmaci, il monopolio legato al brevetto ritarda l’introduzione di farmaci generici e mantiene alti i prezzi. Per le malattie dimenticate e presenti prevalentemente nei paesi poveri, la mancanza di incentivi finanziari per la Ricerca e Sviluppo porta alla mancanza di farmaci adeguati per combattere queste malattie nei paesi dove sono endemiche. (Pag.37 – precisazione ‘Accesso ai farmaci’ che segue il testo ‘C’era una volta l’Aids’ di Stefano Benni.)

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 30, 2008 alle 6:30 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

Roche Charlotte – Zone umide

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Ok, qui gli elementi tutto sommato sembrano semplici.
Lei, la protagonista, le sue contraddizioni, il femminismo esasperato rifiutato oltre ogni limite culturale-sanitario-etico-logico, il corpo e il piacere.
Credo sia impossibile non avere in assolutò tabù.
Credo ci sarà sempre qualcosa di ‘taciuto’, capace di stupire, disgustare, imbarazzare, stuzzicare.
E credo che colpire proprio lì, nella linea di confine, più o meno condivisa, sarà sempre ‘interessante’ quanto meno da un punto di vista commerciale (sempre e comunque se c’è di mezzo il corpo, il sesso in ogni sua forma o dimensione, l’erotismo, la ricerca del piacere).
Resta da capire quanto davvero resta di scritture di questo tipo. Al di là del confronto con quanto la protagonista-narratrice spiega, al di là del condividere o meno l’idea che ha del viversi e dell’essere nel mondo.
Sui giovani, soprattutto Le Giovani teen, mi sembra che negli ultimi cinque-dieci anni si sia scritto e detto e discusso molto. Quasi a volerle infilare in luccicanti campane di vetro, analizzandole come ‘esseri da laboratorio’ che aspettano di essere sezionati.
Estreme, disinibite, bullette, sfacciate, sessualmente aperte e disponibili ma anche profondamente vuote, appoggiate a falsi miti, ossessionate dal peso, l’apparire e il denaro come talismani del potere. Certamente fragili ma anche ciniche, disposte a vendersi, giocare coi coetanei e non solo, abili nel manovrare quanto capaci di schiantarsi per una battuta di troppo.
In questo libro ci si spinge un gradino oltre (oltre che non necessariamente significa avanti o indietro, forse è altrove): la teen in questione si tocca in continuazione, ha fantasiose abitudini per masturbarsi, rassicurarsi sessualmente e trovare piacere individuale. Ma non basta: rifiuta ogni regola legata al corpo. E’ morbosamente attaccata a ogni sua parte, specialmente quelle intime che cura a modo suo, si assaggia, si coccola, si stuzzica e si guarda. Allora viene da chiedersi, leggendo, cosa vuol dire davvero ‘disgustarsi’, cos’è in concreto che disgusta o cosa invece ci è rimasto sulle spalle da precedenti educazioni, dalle generazioni che prima di noi hanno combattuto le stesse nostre battaglie e le hanno diciamo ‘risolte’ in un qualche modo che ancora cerchiamo di capire. Il nostro corpo, il rapporto tra noi e quei punti che danno piacere, ma posso diventare fonte di imbarazzo, quelle piccole azioni ritenute ‘maleducate’ o peggio, derivanti da comportamenti ‘deviati’ al limite del patologico. Tutto questo è soggettivo entro un certo limite, io credo. E Charlotte Roche lo sa bene e spinge, spinge, spinge, la barricata in attesa di cogliere i segnali, di vedere le facce che si contraggono, sbiancano, scappano. (E facendolo sa di colpire anche il grande mercato che si nutre di provocazioni, in un tempo che sembra averle esaurite, che perfino sessualmente si è già esposto molto, qualcuno direbbe troppo).
L’espediente del ricordo che si aggancia a una frase, una situazione o uno qualunque degli elementi che vede o pensa la protagonista (un dettaglio come le ciglia ma anche un colore, un pensiero su qualcosa di visto), l’espediente dunque tende a diventare troppo pressante, stanca alla lunga, anche perché è spesso prevedibile, innesca la dinamica da ‘inseguimento del frammento che si incastra in un altro e via così’. Ma forse non è stilisticamente che si dovrebbe cercare, in questo libro, non è nelle scelte linguistiche quanto nei messaggi lasciati, negli (in)volontari input che lo hanno fatto percepire (o volutamente etichettare) come il ‘libro scandalo’ del momento (o dell’anno? del decennio? del nuovo secolo?) e addirittura il ‘nuovo’ manifesto del neo-femminismo (dunque le donne hanno sempre e solo il corpo per tentare di cambiare le ‘cose’, interessante punto di vista – interessante specialmente se fosse possibile capire chi lo ha ‘innescato’, se è ciò che vogliono le donne davvero o se semplicemente è quello che si cerca di far credere loro, che solo col corpo possono, da cui il manifesto nel moento in cui si abbattono vecchi tabù come la masturbazione femminile o il senso dell’igiene…)
In tutta onestà, che la protagonista si fotografi letteralmente ‘il buco del culo’ appena operato, o si faccia depilare da uno sconosiuto per poi procurarsi da sola un’orgasmo con l’impugnatura del rasorio; di tutto questo e molto altro non mi interessa proprio nulla. Ma mi incuriosisce la dinamica che invece porta altri, molti altri, a trovarlo interessante, folgorante, rivoluzionante addirittura. Quelli del partito opposto, che si sono disgustati, rivoltati, incazzati, schifati, e viadicendo; loro in un certo senso mi sembrano coerenti coi vecchi modelli, vicini a un preciso senso del pudore, del rispetto di sè e di un’intimità che pur restando soggettiva nel momento in cui diventa pubblica, nel momento in cui la si palesa perde un’essenza individuale, diventa strumento, oltre che oggetto di studio, valuzione generale, immedesimazione forse, quanto meno paragone. Voglio dire: io di e con me posso anche fare quello che mi va, fregarmente di tutti e tutto, annusarmi, tagliarmi, leccarmi, e tutto il resto che ne consegue e mi va (sottolineato). Posso si. Ma scriverlo, divulgarlo, proporlo attraverso le parole di una teen ha, secondo me, tutt’altro ’sapore’ per restare in tema. Si torna alle logiche di cui sopra, si torna al mondo degli adolescenti, alle sperimentazioni delle nuove generazioni che continuano a cercarsi e che, a quanto pare, per farlo abbattono qualunque barriera e quelle sul corpo, il sesso, la sessualità e il piacere, quelle barriere sono certamente le più invitanti, quelle che più hanno crucciato le ‘vecchie’ generazioni, che più sono state gelosamente custodite, difese forse da taluni fino al crollo che già la mia di generazione (che peraltro è la stessa dell’autrice) ha visto distintamente. Fino ad oggi.
Abbattiamo la qualunque cosa ormai.
Giusto? Sbagliato? Necessario? Transitorio? Co o di struttivo?
Non ne ho idea.
Si dice che ogni distruzione porta in sé un rinnovamento, una RI-costruzione.
Intanto continuiamo ad abbattere mi pare, poi quel che verrà forse lo scopriranno quelli che oggi sono appena bambini o che ancora devono nascere.
Abbattiamo e non ci fermiamo.
Io guardo indietro, adesso, vedo (anzi, immagino) Helen che si annusa lo smegma poi se lo infila in bocca per assaporarlo come un sommelier panciuto e calvo; focalizzo la scena e mi domando: de-molizione completata, game over?

” Quando sono sul water, subito prima di fare la pipì, mi infilo sempre un dito nella fica e faccio il mio test. Ravano un pò, tiro fuori tutto il muco che riesco a trovare e lo annuso.
In genere ha un buon odore, a meno che non abbia appena mangiato indiano o qualche pietanza particolarmente agliosa.
La consistenza invece varia notevolmente: a volte fa pensare a un formaggio fresco, altre all’olio d’oliva, in base a quanto mi lavo. E quanto mi lavo dipende, a sua volta, dalla persona con cui ho intenzione di fare sesso. Sono in molti ad amare il formaggio fresco. Può sembrare strano. Ma è così. Io mi informo sempre in anticipo.
Dopo aver annusato a fondo, infilo il dito in bocca e succhio da buona intenditrice. Di solito il sapore è ottimo. “
(pag.49)

Dopo la lettura si attendono spunti, commenti, annotazioni, espressioni, reazioni. A questo punto – forse – ci restano le reazioni per andare avanti.

Zone umide
di Charlotte Roche
Rizzoli collana 24/7

Isbn: 978-88-17-02582-9

………………

Meravigliosi i ‘wikipediani’:

http://it.wikipedia.org/wiki/Zone_umide

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 28, 2008 alle 5:57 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

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Morelli Raffaele – Il sesso è amore

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Difficile commentare il testo di uno specialista, sociologo, psicologo, ingegnere che sia. Difficile perché i dubbi possono sembrare stupidi, inutili o peggio, imbarazzanti.
La mente in particolare è tutto e niente. Non è di certo scienza esatta, men che meno è possibile individuale ‘teoremi’ o ‘principi’ applicabili sempre, universali come si dice.
Allora il problema è quasi sempre soggettivo. Tu che leggi cosa ne pensi?
Morelli è diretto, schietto e volutamente semplice nei ragionamenti. Non si complica troppo la vita, mi sembra evidente. E le sue idee in un certo senso fanno pensare dalla prima riga qualcosa come ‘ecco vedi, io lo sapevo, me lo sentivo che’. Si, si. Vero. Il punto forse è proprio questo. Sottile, se proprio vogliamo ‘masturbarci mentalmente’ come scrive lo stesso Morelli (che peraltro invita a non pensare, e lo fa spesso, sempre, riferendosi all’argomento del libro in oggetto ovvero ‘Eros-Amore’, per cui comunque io sono già lontana dal mio ‘Sè’, decisamente sopraffatta dall’ Io). Dicevo, è un punto sottile, forse, ma io l’ho sentita quasi subito, questa impressione. Ovvero: sto leggendo esattamente o quasi quello che vorrei sentirmi dire.
Chi non vorrebbe sentirsi libero di seguire sempre e comunque il proprio desiderio? (non vedo mani virtuali alzate)
Chi non vorrebbe smettere di sentirsi in colpa, uscire dal ‘ruolo’ o dal tal ‘impegno’, fare e basta quello che vuole?
Che il sesso fa bene, al corpo e alla mente, non è una novità. Che farlo fa stare bene e basta, idem.
Ma, per dirla alla ‘Morelli’, esiste questo ‘Io’ in ognuno di noi, un ‘Io’ che magari ci siamo costruiti o che comunque nasce dalle esperienze passate, gli insegnamenti che volenti o nolenti abbiamo ricevuto. Tanto quanto esistono i programmi, i progetti, il ‘guardare avanti’, il pensare a cosa sarà o diventerà. Esistono, forse non sono sempre giusti (specie le illusioni o le aspettative pressanti e violenti che oggi ci imponiamo nell’aspetto, nei gradi dei sentimenti, nelle posizioni sociali, nell’immagine che gli altri percepiscono di noi…). Allora se esistono, giuste o sbagliato, è davvero possibile zittirle, ignorarle, annullarle, in favore della chiamata dell’Eros?
Possibile forse, basta volerlo direbbe qualcuno.
Ma giusto? (e anche qui non sto seguendo le logiche del testo, sto ragionando troppo).
Siamo senza dubbio una società fondata sulla superficie, sui ruoli predefiniti, sulle gabbie luccicanti, sulle apparenze e le percezioni che gli altri hanno di noi e che ci condizionano in ogni scelta. Siamo votati alla bellezza esteriore a tutti i costi, agli oggetti posseduti, ai ritmi frenetici che non fanno pensare, non lasciano spazi ai sentimenti forti (belli e brutti, ovviamenti). Siamo sicuramente poco abituati ad ascoltarci, a stare in silenzio, ad accettare i sentimenti per quello che sono, a lasciarci andare (anche con gli altri). Su tutto questo sono d’accordo.
Sul non-essere per lasciare spazio all’energia, sullo smettere di pensare prima-dopo e durante l’amore/sesso, meno. Decisamente meno. Resto perplessa.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 26, 2008 alle 8:37 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

Sii foglia d’autunno

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Sii foglia
e smettila.
Lasciati andare
dove nessuno può sapere e prevedere.
Dove nessuno ti può cercare.
Fermati e ascolta, ce ne sono altre come te
smarrite, perdute, silenziose.

Sii foglia
e ama quel rosso che ti resta tra le ciglia
liscialo e cullalo, sei così bella sai?

Sii foglia d’autunno e sorridi al tempo che verrà
ai sospiri del vento freddo
e ai raggi incerti, delicati.
Sei preziosa, ricordalo.
Sorridi, lo sento.

Qualcuno, adesso-domani-ieri-presto-chissà
ti raccoglierà,
allora si.
Credimi.
Anche tu saprai.

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Credit foto

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 23, 2008 alle 10:36 am

Pubblicato in 2008, versi storti, vita

Queste scelte qui le paghi

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Quando hai realizzato che c’eri dentro, che ormai davi tutto per scontato e ti restava solo quello, di modo per.
E’ stato lì che hai visto la caduta. Ammettilo.
Anche solo tre anni fa non l’avresti presa così, ma solo perché non eri ancora abbastanza contaminata dal sistema, dal respirare quel particolare meccanismo, quel lasciarsi spingere dal tempo e dall’unto.
Poi, senti, avresti anche potuto arrivarci prima. Cosa pensavi, di cambiare il mondo? Co-mu-ni-ca-re?
Certe volte, davvero, ti senti ridicola da sola. Come adesso.
Il solo fatto di averlo pensato, che si poteva. Potere è una parola grossa, renditene conto, fattene una ragione.
In pochi possono. Ancora meno riescono. Tu di certo non stai in nessuno dei due sottoinsiemi.
E mentre ti chiudi nel piccolo bagno puzzolente e assaggi l’umido delle mattonelle sbeccate, mentre aspetti che l’onda arrivi e le gambe tremano.
Lo sai, che hai sbagliato tutto.
Che non è questo che avevi in mente.
O magari semplicemente non ci volevi pensare, che saresti finita così.
Bastava accettare. Cristosanto, cosa ci voleva? Davvero niente. Poi Paolo, certo, era un gran puttaniere ma in fondo ti dava i tuoi spazi. Eppure avevi più bisogno di credere che esisteva ancora la fedeltà piuttosto che lasciarti cullare da qualche migliaio di euro di tranquillità.
Così eccoti qui, in una fabbrica grigia come tante. A ripetere azioni identiche ogni giorno. Ora. Ogni santissimo minuto.
Poi, certo, si poteva anche tentare con l’università. Ma c’era da piegarsi anche lì e a te non stava bene. Chiedere aiuto a tuo padre sarebbe stato l’atto di sottomissione definitiva, così pensavi. Proprio quando speravi di poterti levare di torno. Allora niente. Via tutti i piani di studi. Inscatolati quaderni, dizionari e sogni.
Stasera neanche ti viene a trovare.
Quello che ti sei scelta.
Ma certo che ha degli ottimi motivi. Deve lavorare. Mi pare ovvio. Te lo sei cercato squattrinato e incasinato in ogni cellula. Per cui, oggi – adesso – per sempre, queste scelte qui le paghi.
E smettile di piangere! La pausa è finita, vuoi davvero che ti tolgano quindici minuti dalla busta paga?

Foto Bg

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 20, 2008 alle 2:33 am

Al-Neimi Salwa – La prova del miele

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Questa è il riassunto, accattivante, presentato in copertina:
Araba, musulmana e colta, la protagonista di questo libro, nata e cresciuta a Damasco, si è trasferita a Parigi dove si occupa della biblioteca di arabistica dell’università. Nella sua vita c’è stato un uomo fondamentale, un uomo che le ha aperto un mondo prima sconosciuto, erotico, carnale. Questo incontro l’ha portata a mettere in pratica le teorie che ha appreso in anni di letture clandestine degli antichi testi di letteratura erotica araba, fino a risvegliare i ricordi dell’infanzia siriana, memorie di un mondo degli adulti complesso e contorto, fatto di segreti, tradimenti e passioni. Senza dimenticare le confidenze delle amiche, o i tipici rituali della cultura araba come l’hammam, e le leggi, i testi sacri, tutto diventa materia di una ricerca che fa del corpo il mezzo e il fine della ricerca stessa. E la protagonista intraprende questo percorso proprio perché si sente figlia orgogliosa di un universo culturale profondamente arabo. Ribalta i luoghi comuni sul rapporto tra sesso e Islam, e mostra come nella tradizione araba il piacere sessuale non sia un peccato, bensì una grazia di Dio, un “assaggio”, un’anticipazione dei piaceri che attendono gli individui in paradiso.

Nella quarta di copertina invece:
“Per me, l’arabo è la lingua del sesso.”
L’intimità di una donna araba, la narrazione della sua educazione all’erotismo. Le confessioni impertinenti e sensuali di una Shéhérazade contemporanea.

Ogni volta che si ‘annusa’ da lontano qualcosa che ha a che fare o dovrebbe averne, con il sesso scatta l’operazione ‘venghino signori, venghino!’.
Il punto è che per quanto bistrattato, ricercato o celato, perfino il romanzo erotico ha delle regole, quanto meno dei ’sensi’ complessivi. L’erotismo in sé ne ha. La parola erotismo, recita wikipedia, da Eros divinità greca dell’amore, indica le varie forme di manifestazione del desiderio erotico che ci attrae verso qualcuno o qualcosa.
Allora la prima domanda su ‘La prova del miele’ è proprio la più ovvia: è un romanzo erotico? No, in nessuna angolazione possibile. E non tanto per il linguaggio (qualche parola, qualche accenno c’è, per carità, ma proprio accenno) piuttosto per l’intento.
La protagonista vuole svelare un segreto.
Uno di quelli che in decenni passati, di certo secoli fa, erano tabù pesantissimi.
Eppure il segreto in sé, oggi nel 2008, è poca cosa se paragonato alla sottile allusione della quarta, al richiamo sessuale dell’immagine in copertina e tutto quello che aleggia attorno a questo libro.
Allora la domanda si sposta: cos’è ‘La prova del miele’? Un’ quasi diario’(o quasi ‘confessioni parziali’), non sequenziale, non lineare per spazio o tempo, non dettagliato, non sempre chiaro nei passaggi. E’ la voce di una donna colta, mussulmana, che si racconta spaziando tra ragionamenti teorici, passioni letterarie e meno (letterarie), riporti di altre storie sentite, osservazioni sul vivere oggi, frivolezze. Un ‘quasi’ diario dunque. Una simil struttura a ‘monologo’. Un suddividere per capitoli tematici una storia che poi tanto storia non è perché di questa donna, alla fine della lettura, sappiamo in realtà ben poco. Di lei, a parte il segreto in sé, le considerazioni che fa, le analisi e comparazioni con i testi che ha studiato e i pensieri sparsi, quasi buttati; di questa donna non c’è altro. Lei che non ha anima, per questo dice di non amare, ma ha un corpo che ascolta, per questo desidera; lei che non ha leggi se non quelle che sente proprie, che la costringono ad allontanarsi dalle ‘dissimulazioni’, che le creano una doppia vita; lei che studia avidamente l’erotismo nei testi arabi ma quando ne scrive è un mero riporto generico di accadimenti lontani, quasi stereotipati. Anche i mussulmani fanno sesso, anche le donne mussulmane provano piacere e lo cercano a volte fuori dai confini imposti. Punto.
Credo ci siano diversi ‘fraintendimenti’ in questo libro, a partire dalle aspettative create dalla copertina e tutto il tam-tam che n’è derivato.
E credo anche che manchi completamente il sentire profondo, di pancia e labbra, se così lo si può definire. Perché se è di questo che vogliamo leggere e poi, magari, discutere ovvero di eros, erotismo, sesso, pratiche sessuali e affini, allora che ci siano, questi aspetti, e che ci siano senza filtri, teorizzazioni tanto meno grovigli di frasi. E’ tutto talmente nebuloso, altalenante e strutturato in un tessuto preciso, quasi fosse stato deciso a priori, da lasciare un’ insoddisfazione latente, quel tipo di ‘amaro’ tra la gola che strozza. La voce stessa, la ‘Lei’ che racconta, solo a tratti sembra guardarsi davvero, nuda e fragile, disponibile quanto in bilico.
Non è dunque una questione di assenza di nudità, di mancanza di parole o tratteggi o atti sessuali, non è per il non sviluppo di una storia che forse, non è mai nata e si può riassumere a mala pena in una riga. E non è neanche per la carenza negli approfondimenti dei testi che più volte vengono citati ma restano poi sospesi, brevi frasi il cui richiamo non convince fino in fondo.
E’ per il caos, l’uso del sesso come richiamo, l’associazione con una cultura che qui è appena accennata e che comunque non impedisce alla protagonista di comportarsi da ‘occidentale’ in tutto e per tutto, nascondendo la ’seconda natura’ certo, ma perpetrandola in uno stato di libertà al pari di una qualunque donna di altra religione o etnia.
E ancora non ho capito se davvero è l’arabo la lingua del sesso ( come dichiara la stessa narratrice-protagonista e furbescamente la frase viene riporta nella quarta). Sono più propensa a pensare che ogni persona ha un suo linguaggio, ed è la persona stessa a fare la differenza. Allo stesso modo, come recita sempre la quarta di copertina, le ‘confessioni impertinenti e sensuali’ e l’ ‘intimità’ di questa donna io non le ho conosciute, non nel senso più profondo, al di là di un eventuale contesto erotico o carnale che comunque è parte del presupposto, del segreto.

Immagine in copertina: http://www.lafeltrinelli.it/static/images-1/l/367/2629367.jpg

Copertina originale: http://www.laffont.fr/images/livre/alneimi_preuve_miel.jpg

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La prova del miele
di Salwa Al-Neimi
Feltrinelli, agosto 2008
Traduttore: F.Prevendello

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E’proprio un peccato che io venga da un altro pianeta linguistico, quello della lingua delle donne, che mi devo inventare. Di solito mi affido ai dizionari, ma non sempre mi soddisfano. Hanno il loro linguaggio, le loro definizioni, ma io credo che il termine ‘amante’ significhi troppe cose per adattarsi a tutti gli uomini che ho conosciuto. Troppe cose anche per il Pensatore?
(pag.10)

Mi sono esercitata a nascondere agli amanti l’amore per il marito – l’ho imparato da Marguerite Duras – e al marito l’amore per gli amanti – cosa che comunque le donne sono bravissime a fare. Ho imparato a essere l’unica custode del miei segreti.
(pag.18)

Il mio corpo è la mia intelligenza, la mia consapevoleza, il mio sapere. Chi desidera il mio corpo mi ama. Chi ama il mio corpo mi desidera.
(pag.26)

L’ultima volta, mi ha chiesto: ” Sei proprio sicura che non abbiamo mai fatto l’amore?” Ma sì, invece. Con le parole abbiamo fatto anche di più.”
Ho riso, ho pensato che magari ha pure ragione. L’intimità che c’è tra noi, con un altro uomo non l’ho mai raggiunta. Nè con una donna.

(pag. 80)

Anni dopo che il Pensatore se ne era andato, ho capito che noi tutti abbiamo un Pensatore o una Pensatrice (forse più di uno) che ci aspetta in qualche anno di questo mondo per rivelarci come siamo, per farci scoprire le nostre capacità, per farci addentrare nel nostro labirinto interiore.
(pag.97)

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 15, 2008 alle 6:55 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

Del disegnare (con John Berger)

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Premessa: da bambina – ragazzina ’si diceva’ che ero portata per le arti grafiche ovvero disegnare, dipingere con tecniche varie soprattutto tempere, acquerelli e carboncini. Ho dei bei ricordi di quel periodo, quando ogni nuova lezione (specie alle medie inferiori) era una scoperta, un’energia propulsiva (in una classe sovraffollata, piena di odori non proprio gradevoli e schiamazzi vari). Ricordo che facevo infinite prove, a casa, nella mia cameretta-rifugio. Provavo e riprovavo, convincevo mia madre a comprarmi attrezzature professionali costose pur di continuare, andare avanti, mettermi alla prova.
In seguito, frequentare un Istituto Tecnico Commerciale ha bloccato tutto. Più o meno com’è successo a mia madre. Anche lei dipingeva, disegnava, faceva schizzi e tratteggiava con una precisione e decisione che (lo ricordo bene) anche dopo, quando io ero già una ragazzina, continuava a sorprendere. Anche lei ha frequentato il mio stesso indirizzo di studi, più per imposizione in realtà, perché una ragazza con poche possibilità economiche non poteva di certo dedicarsi a ‘futilità’ inconcludenti (dal punto di vista lavorativo, di ipotetici sbocchi professionali insomma). Erano gli anni settanta. Oggi non ne parla mai. Della non scelta. Oltre tutto lei è negata per i numeri per cui tutt’ora i conti li fa mio padre. Però quand’ero ragazzina ricordo che sorrideva, ricordando la remota possibilità di frequentare l’istituto d’arte.
Comunque.
Sono più di dieci anzi, forse quindici anni che non ‘lavoro di mani per creare immagini’.

Sto leggendo un libro di John Berger, questo, che raccoglie alcuni suoi scritti a proposito del disegnare, della filosofia del disegnatore, dei diversi approcci, e in generale dell’uso della mano su un foglio bianco per imprimere linee.
E non credevo, davvero, che ne sarei rimasta così colpita.
Sembrano blablabla inutili, inconsistenti, spiegati così, me ne rendo conto. Ma spero di poterne scrivere con più calma in futuro.
Ci sono tanti modi di disegnare.
Che non hanno nulla a che fare con il risultato finale. Non si tratta di classificare un’opera come, invece, si fa di continuo per i dipinti. Un disegno è un atto più ‘privato’, che può avere finalità diverse eppure non ci si aspetta di vedere una rappresentazione peculiare della realtà (sia in esso raffigurato un paesaggio, un dettaglio, un corpo o un oggetto).

Quello che vedete qui accanto è un disegno fatto dallo stesso Berger (che, in pratica, disegna da sempre).
Ed è anche la copertina originale del libro che sto leggendo (l’immagine è stata mantenuta, seppure rimpicciolendola) anche nella versione italiana.

Dentro il libro, ci sono molti disegni, che accompagnano e (a tratti) spiegano, chiariscono, gli scritti di Berger e anche questo mi piace immensamente.
Saggiare con gli occhi quello che le parole tentano di denudare, decodificare anzi.

Berger è capace di interrompere una cena o una conversazione per tirare fuori il suo blocco e mettersi a disegnare un volto o un dettaglio. E lo fa spinto da un bisogno incontenibile. Ce ne sono tracce tangibili anche nel testo di tutt’altra natura ‘Abbi cara ogni cosa‘ (Fusi Orari, 2007). Lì Berger ha lasciato il disegno di un volto femminile, Alexandra, a cui ha aggiunto delle frasi, in un’evoluzione delle contaminazioni tra significati e tratteggi. L’oggettività che si deforma in una trasposizione soggettiva alimentata da tratti e parole. Qui sotto ripropongo il disegno di Alexandra anche se, purtroppo, le dimensioni e la qualità dell’immagine che ho trovato on line non gli rendono giustizia, non è possibile leggere le frasi.


On line ho, anche, trovato il brano che si riferisce a questo disegno, pubblicato nel libro ‘Abbi cara ogni cosa’ appunto. E’ in inglese ma merita davvero. In particolare il finale è un messaggio per chiunque scrive:

“I look again at Alexandra’s face as she sat in the garden and I recall a sentence by Anton Chekhov, who was also a doctor. “The role of the writer is to describe a situation so truthfully… that the reader can no longer evade it.” We today with our lived historical experiences, which the political machines are trying to erase, have to be both that reader and writer… it’s within our power.”

Il testo completo dello scritto (sempre in inglese) QUI.

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Annotazioni apparsi sulla rubrica ‘Moleskine’ nell’Emagazine Declinate.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 15, 2008 alle 2:53 am

Mazzantini Margaret – Venuto al mondo

con un commento

‘Venuto al mondo’ è una storia d’amore, lo si capisce dalle primissime righe.
Tra Gemma e Diego, Diego e Gemma, Gemma e il futuro ‘venuto al mondo’ ma anche Diego e il ‘venuto al mondo’, tra Gemma e Giuliano (forse, ma solo forse, è più vero il contrario), Tra Diego e le fotografie, Diego e Aska, Gojko e la vita, Gojko e Gemma…
E tutto questo amore viene raccontato attraverso sfasature temporali precise, maneggiate con cura e abilità.
C’è un presente-presente che il lettore impara a conoscere dall’inizio, l’ ‘oggi’ dove una Gemma non più giovane torna a Sarajevo e già il fatto di tornarci, di presupporre un vissuto, precisa l’angolazione, il taglio della narrazione.
Il passato infatti c’è, si insinua, e non è poi così ‘lontano’ e ‘irraggiungibile’ bensì riaffiora poco alla volta, tra capitoletti che prendono forma. Il ‘qui’ e ‘adesso’ sono quelli di un altro tempo, non c’è dubbio, eppure è come se lo stacco temporale si annullasse, come in un film dove i fotogrammi si susseguono in una sorta di presente sottinteso. Era ieri ma è poi oggi e il suo contrario.
Dunque Gemma è una giovane donna e allo stesso tempo una madre già avviata verso un’età matura.
Diego no, il protagonista maschile di questa storia ha un ‘antagonista apparente’ dalla prima pagina, dall’incipit. Giuliano. Diego ha un presente che resta nel passato, vive attraverso i racconti di Gemma, durante una narrazione che lo scava in profondità, radiografia impietosa. Ed è decisamente un viaggio lungo e tortuoso, un transito che di fatto distrugge la figura romantica dell’amore bello, impossibile, dannato ma comunque ‘positivo’, che alla fine si raggiunge con tanta fatica e finalmente colora tutto il mondo. No. Questo mondo non sconta, non abbellisce né forza una storia nata per non essere ’schematizzabile’. Dove i ruoli si invertono, i deboli diventano forti e viceversa, le incertezze si trasformano in stabilità e le convinzioni scemano in angosce latenti, paure mai battute.
‘Venuto al mondo’ è un lungo viaggio. Lungo per spessore narrativo quanto per effettiva dimensione, e può spaventare, mischia precisi periodi storici ad avvenimenti e intrecci forti.
C’è un’importante componente analizzativa, un occhio lucido e consapevole, che prende per mano ogni personaggio e lo aiuta a spogliarsi, lo illumina per quello che è, eppure la Mazzantini non è mai invadente, dà il giusto spazio alle voci, e soprattutto non lascia tracce di giudizi ‘dall’alto’. Perché in una storia come questa è proprio il giudicare che può danneggiarne irreparabilmente il sapore, l’odore. Tutti in questo romanzo ‘amano’ ma lo fanno seguendo canali sotterranei, mostrandolo con ringhi e lotte coperte e silenziose, tra fatiche quotidiane quanto ‘veri’ combattimenti insanguinati e pieni di morti.
C’è molta pietas in questa narrazione, molta umanità nel tratteggiare figure complesse, contorte e a loro modo dolorosamente ferite da una vita che le ha trascinate lontano, le ha lanciate spezzandole.
E il confine, quello tra ‘Bene’ e ‘Male’, il più classico e osannato, qui si assuefà, ceda ad eventi e moti che rifiutano le consuetudini, il perbenismo bigotto, la gabbia dell’apparenza. I confini sono ovunque e sempre, nel passato quanto nel presente, in una Gemma matura che porta il ‘ figlio’ a visitare una Sarajevo vicina e lontana, la stessa che l’ha accolta e violata. Ma il confine è anche in un giovane poi uomo, Diego, dai tratti bizzarri, creativo e sensibile, che visto gli orrori di cui la razza umana è capace e non è mai più tornato indietro, non ha smesso di guardare e guardare quel ‘male’, quella violenza cruda, aguzzina e vittima.
Molto ci sarebbe da aggiungere su altre figure chiave, personaggi che la Mazzantini ha spennellalto con pazienza, pasta molle sotto un mattarello enorme attraverso importanti scelte linguistiche, passaggi poetici quanto rapidi, simbolismi e immagini che attirano. E’ difficile staccarsi da questo libro seppure, come accennavo, le sue cinquecento e più pagine possono intimidire. Invece no. Sono tante ma necessarie, quasi tutte direi. Le descrizioni, i frammenti tra scene sono chiarimento, scavo, silenzio.
Anche la guerra, in questa storia, reclama un ruolo preciso, che non è etica né emotività fine a se stessa. Si tratta di un periodo, un conflitto, che ci ha visti spettatori ravvicinati in tempi recenti, eppure tutt’ora credo che in pochi lo abbiano vissuto come una guerra vera e propria. Tanti morti, si, negli schermi grigi dei tv, tante notizie in tempo reale quando sono iniziati i bombardamenti, si, tutto vero. La Mazzantini, però, propone al lettore i suoi occhi, lascia che le immagini, le scene, gli eventi, raccontino pezzetti di una guerra recente (1992/1996) e una terra a noi così vicina quanto ignorata, sfruttata, dimenticata.
Non si esce da questo libro con il sorriso.
Non c’è l ‘happy end vero e proprio, quello delle c.d. ‘grandi storie d’amore’.
Perché è così che l’amore genuino chiede di essere raccontato, secondo me, dopo decenni e oltre di costruzioni, abbellimenti, gestazioni pilotate; ecco dunque che ammettiamo l’incapacità umana di vedere e vivere solo nel bene, solo ‘per’ e ‘attraverso’ un sentimento positivo.
Qui l’amore è tutto e niente. Contraddizione e terrore. Gioia infinita e cordone che non si spezza. Fatica e disperazione. Coraggio ed egoismo. Silenzio e affinità elettiva. Donare e schiaffeggiare. Abbandono e stretta eterna. Mancanza e sollievo. Desiderio e indifferenza.
La parte finale, le ultime pagine sono quelle che, di fatto, ridimensionano l’intera storia, l’intreccio che per oltre quattrocentocinquanta pagine si è delineato, viene scosso nelle sue fondamenta. Esistono molti modi per essere o diventare ‘figli’ e qui la Mazzantini ne propone uno decisamente drammatico, un pugno in faccia, fortissimo. Perfino i precedenti tentativi, che non svelerò per togliere il piacere della lettura, confrontandoli con il finale sembrano qualcosa di quanto meno ‘accettabile’, ‘plausibile’ nell’insieme, considerando la situazione. Ma la realtà, quella del sangue quanto delle ossessioni, delle mancanze profonde, degli amori sfilacciati eppure indelebili, la realtà che cambia, strappa pelle e ossa, non chiede bensì prende, entra e lascia abbandono e fatica; questa realtà non deve piacere per forza, tanto meno la si deve scegliere. E’ solo una delle tante variabili. Una delle possibili vite che incrociamo pr strada.

La vita è un buco che s’infila in un altro buco. E stranamente si riempie (pag.528- Venuto al mondo).

Venuto al mondo
di Margaret Mazzantini
Mondadori, novembre 2008
Isbn: 978-88-04-57370-8
In sovraccoperta: Revenge of the Goldfish – Sandy Skoglund

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Dal sito della Mazzantini :

Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere.

Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea. In questo grande affresco di tenebra e luce, in questo romanzo intimo e sociale, le voci di quei ragazzi si accordano e si frantumano nel continuo rimando tra il ventre di Gemma e il ventre della città dilaniata. Ma l’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché Margaret Mazzantini ha scritto un coraggioso romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dal calcio della Storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Il cammino intimo di un uomo e di una donna verso un figlio, il loro viaggio di iniziazione alla paternità e alla maternità diventa un travaglio epico, una favola dura come l’ingiustizia, luminosa come un miracolo.

Dopo Non ti muovere, con una scrittura che è cifra inconfondibile di identità letteraria, Margaret Mazzantini ci regala un romanzo-mondo, opera trascinante e di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematica come una parabola. Una catarsi che dimostra come attraverso tutto il male della Storia possa erompere lo stupore smagato, sereno, di un nuovo principio. Una specie di avvento che ha il volto mobile, le membra lunghe e ancora sgraziate, l’ombrosità e gli slanci di un figlio di oggi chiamato Pietro.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 11, 2008 alle 10:35 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Crateri

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Lo guarda e si sente tremare.

É così bello, luminoso. Quando sorride succede qualcosa al suo stomaco, le viene da allungare una mano e accarezzarlo, piano, come fosse una porcellana rara, fragilissima. Invece no. É lei – adesso – quella fragile, friabile.

Ma deve, non c’è un’altra strada. Non esistono scorciatoie per quello che ha tra i denti e la saliva che scivola, scappa attraverso il palato.

Lui aspetta, capisce che, ma non dove. Allora la ascolta e ogni tanto abbassa gli occhi, aspetta ancora.

Se quelle frasi, quelle parole che hai, restano – per te – chiuse là, in quelle bolle di tempo che passiamo insieme.

Se quello. Era solo. Per te.

O magari.

Ormai l’ha detto e le lacrime la attraversano, scivolano sui buchi, i crateri che la ricoprono rendendola inconsistente, vuota.

Adesso è solo questione di tempo. Ma non dovrebbe averne così paura eppure è difficile, tanto, troppo.

Loro due, vicini, silenziosi. Che non sanno, non capiscono.

Poi la nebbia. Le mani si perdono.

Lo cerca, la stanza è vuota e il cuore accelera. La risposta non l’ha sentita, forse non c’è stata, forse non esiste. Ma lei ne ha un bisogno così disperato che lo chiama, smarrita.

É in quel momento che si sveglia.

Realizza, sfuoca e si asciuga gli occhi.

Non gliel’ha mai chiesto. Ecco perché qualcuno le preme il petto, la soffoca.

Il sogno è svanito. Sciolto.

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Flash sfilacciato apparso su TheSleepers

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 11, 2008 alle 3:31 am

Il silenzio è il mio padrone

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Il silenzio è il mio padrone.
E’ a lui che mi sottometto.
Lascio che decida anche per me, non posso fare altro.
Ora lo so, me ne rendo conto.
Ma non lo capisco, continuo a rifiutarne ogni logica.
[Mi ribello ogni volta che posso ma finisco nelle segrete, frustato e lasciato lì, affamato e assetato avvolto dal nulla.]

Il silenzio comanda tutto e tutti.
Ma non si sa com’è iniziata, questa tirannia.

Oggi ha ordinato di non parlare.

Tacere cura tutto, ha detto.
Tacere ci impedisce di pensare a quello che dobbiamo dire.
(se non la devi aprire, la bocca, cosa ci pensi a fare? – e ride)
Tacere è la tassa per il respiro, senza siamo condannati a morire – a quanto pare.

Il silenzio ci ha dominati usando armi sottili, sfruttando debolezze.
Sa come siamo fatti, abile plasmatore, e ci ha soggiogato.
Così adesso ride, ride tanto e spesso.
Penso che abbia ragione. A ridere.

Questo silenzio prima o poi.
Prima o poi.



@Foto BG

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 8, 2008 alle 2:32 am

Parole, parole, parole

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” Il trucco per dimenticare il quadro d’insieme è osservare i dettagli da vicino. Il modo più rapido per chiudere una porta sulla realtà è seppellirsi nei dettagli.” (pag.46)

(Chuck Palahniuk – Ninna nanna)

” Ti ricordi cosa ti ho detto a Saturnia? Ho il terrore di non riconoscere l’occasione giusta. Quando ti ho incontrata ho capito subito che l’occasione giusta eri tu.” (pag.121)

(Piero Degli Antoni – Quel che non è stato)

Una donna lo sa, cosa vuole. Sempre, anche quando sembra confusa, incerta. Lo sa perché difficilmente non si ascolta, è quasi una funzione naturale come mangiare o dormire.
Una donna se smette di combattere non ha dubbi. Mai.

[stralcio di bozzolo neonato]

Foto di Bg

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 5, 2008 alle 1:35 am

Pubblicato in 2008, citazioni, corpo cavo

Di un innamoramento fulminante: ‘Venuto al mondo’ di M.Mazzantini

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QUI gli appunti incompleti a lettura ultimata.

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Il viaggio della speranza… parole residue, tra le tante in fondo alla giornata. Le ho lette in farmacia, su un bussolotto di vetro accanto alla cassa, c’era l’asola per infilare i soldi e la fotografia di un bambino appiccicata con lo scotch, uno di quelli da portare lontano per tentare un’operazione, un viaggio dela speranza appunto.
(incipit)

Il viaggio della speranza. Penso di nuovo a quelle parole che mi sono cadute negli occhi, per caso. Penso a Pietro. La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.
(pag.15)

Mi stringe senza incertezza, trattenendomi a sé come fossi un pacchetto di roba sua, poi mi pianta gli occhi sul viso. Fa un giro panoramico, le labbra, il mento, la fronte. Non se ne va dagli occhi. Resta, s’infila dentro. Come mare che ha viaggiato e violentemente si ricongiunge a se stesso. Scava indietro negli anni trascorsi per scolarsi il buco del tempo nella gola impudica di questo sguardo straziante e gioioso.
Mollo io per prima, abbasso gli occhi, mi ritraggo da quel pathos, per timidezza, per fastidio. Nessuno in Italia ti guarda così. Mi gratto un braccio come se avessi la scabbia.
(pag.20)

C’è questa copertina sulle tonalità del verde perla brillante e dell’arancione-giallo. Un bambino sembra seduto vicino a un letto e tante foglie sparse nella stanza. L’ho vista ieri in centro commerciale. Passavo con in testa altro, un navigatore satellitare per l’esattezza, dunque passavo di fretta, dietro di me mio figlio scalpitava in braccio a suo zio. L’ho visto nel banchetto delle novità. Sono andata oltre. Trovato il navigatore, torno indietro un paio di volte, giro tra i reparti per cercare un dvd (stavolta per mio figlio che dunque non deve vedere l’acquisto), mi sbrigo, cerco e ovviamente non trovo. Ripasso davanti alle ‘novità’ e i libri sono ancora lì, in ordine, composti.
L’ho preso in mano, nel retro della copertina si vede il volto di una giovane donna che dorme nell’angolo opposto del letto su cui è seduto il bambino in copertina. E tra foglie che volano due frasi: La speranza appartiene ai figli. Noi adutli abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.
Alla cassa, allungando gli acquisti, il libro è più pesante del navigatore.
Alle ventitre l’ho aperto, da sotto le coperte e le ‘parole cadute negli occhi’ mi hanno spiegato la dimensione di un peso, di un viaggio appena iniziato. Le ‘parole residue tra le tante in fondo alla giornata’ colpiscono duro, risucchiano.

Su Panorama


Venuto al mondo
di Margaret Mazzantini
Mondadori, novembre 2008
Isbn: 978-88-04-57370-8
In sovraccoperta: Revenge of the Goldfish – Sandy Skoglund

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 3, 2008 alle 2:11 am

Pubblicato in 2008, Non recensione