‘Venuto al mondo’ è una storia d’amore, lo si capisce dalle primissime righe.
Tra Gemma e Diego, Diego e Gemma, Gemma e il futuro ‘venuto al mondo’ ma anche Diego e il ‘venuto al mondo’, tra Gemma e Giuliano (forse, ma solo forse, è più vero il contrario), Tra Diego e le fotografie, Diego e Aska, Gojko e la vita, Gojko e Gemma…
E tutto questo amore viene raccontato attraverso sfasature temporali precise, maneggiate con cura e abilità.
C’è un presente-presente che il lettore impara a conoscere dall’inizio, l’ ‘oggi’ dove una Gemma non più giovane torna a Sarajevo e già il fatto di tornarci, di presupporre un vissuto, precisa l’angolazione, il taglio della narrazione.
Il passato infatti c’è, si insinua, e non è poi così ‘lontano’ e ‘irraggiungibile’ bensì riaffiora poco alla volta, tra capitoletti che prendono forma. Il ‘qui’ e ‘adesso’ sono quelli di un altro tempo, non c’è dubbio, eppure è come se lo stacco temporale si annullasse, come in un film dove i fotogrammi si susseguono in una sorta di presente sottinteso. Era ieri ma è poi oggi e il suo contrario.
Dunque Gemma è una giovane donna e allo stesso tempo una madre già avviata verso un’età matura.
Diego no, il protagonista maschile di questa storia ha un ‘antagonista apparente’ dalla prima pagina, dall’incipit. Giuliano. Diego ha un presente che resta nel passato, vive attraverso i racconti di Gemma, durante una narrazione che lo scava in profondità, radiografia impietosa. Ed è decisamente un viaggio lungo e tortuoso, un transito che di fatto distrugge la figura romantica dell’amore bello, impossibile, dannato ma comunque ‘positivo’, che alla fine si raggiunge con tanta fatica e finalmente colora tutto il mondo. No. Questo mondo non sconta, non abbellisce né forza una storia nata per non essere ’schematizzabile’. Dove i ruoli si invertono, i deboli diventano forti e viceversa, le incertezze si trasformano in stabilità e le convinzioni scemano in angosce latenti, paure mai battute.
‘Venuto al mondo’ è un lungo viaggio. Lungo per spessore narrativo quanto per effettiva dimensione, e può spaventare, mischia precisi periodi storici ad avvenimenti e intrecci forti.
C’è un’importante componente analizzativa, un occhio lucido e consapevole, che prende per mano ogni personaggio e lo aiuta a spogliarsi, lo illumina per quello che è, eppure la Mazzantini non è mai invadente, dà il giusto spazio alle voci, e soprattutto non lascia tracce di giudizi ‘dall’alto’. Perché in una storia come questa è proprio il giudicare che può danneggiarne irreparabilmente il sapore, l’odore. Tutti in questo romanzo ‘amano’ ma lo fanno seguendo canali sotterranei, mostrandolo con ringhi e lotte coperte e silenziose, tra fatiche quotidiane quanto ‘veri’ combattimenti insanguinati e pieni di morti.
C’è molta pietas in questa narrazione, molta umanità nel tratteggiare figure complesse, contorte e a loro modo dolorosamente ferite da una vita che le ha trascinate lontano, le ha lanciate spezzandole.
E il confine, quello tra ‘Bene’ e ‘Male’, il più classico e osannato, qui si assuefà, ceda ad eventi e moti che rifiutano le consuetudini, il perbenismo bigotto, la gabbia dell’apparenza. I confini sono ovunque e sempre, nel passato quanto nel presente, in una Gemma matura che porta il ‘ figlio’ a visitare una Sarajevo vicina e lontana, la stessa che l’ha accolta e violata. Ma il confine è anche in un giovane poi uomo, Diego, dai tratti bizzarri, creativo e sensibile, che visto gli orrori di cui la razza umana è capace e non è mai più tornato indietro, non ha smesso di guardare e guardare quel ‘male’, quella violenza cruda, aguzzina e vittima.
Molto ci sarebbe da aggiungere su altre figure chiave, personaggi che la Mazzantini ha spennellalto con pazienza, pasta molle sotto un mattarello enorme attraverso importanti scelte linguistiche, passaggi poetici quanto rapidi, simbolismi e immagini che attirano. E’ difficile staccarsi da questo libro seppure, come accennavo, le sue cinquecento e più pagine possono intimidire. Invece no. Sono tante ma necessarie, quasi tutte direi. Le descrizioni, i frammenti tra scene sono chiarimento, scavo, silenzio.
Anche la guerra, in questa storia, reclama un ruolo preciso, che non è etica né emotività fine a se stessa. Si tratta di un periodo, un conflitto, che ci ha visti spettatori ravvicinati in tempi recenti, eppure tutt’ora credo che in pochi lo abbiano vissuto come una guerra vera e propria. Tanti morti, si, negli schermi grigi dei tv, tante notizie in tempo reale quando sono iniziati i bombardamenti, si, tutto vero. La Mazzantini, però, propone al lettore i suoi occhi, lascia che le immagini, le scene, gli eventi, raccontino pezzetti di una guerra recente (1992/1996) e una terra a noi così vicina quanto ignorata, sfruttata, dimenticata.
Non si esce da questo libro con il sorriso.
Non c’è l ‘happy end vero e proprio, quello delle c.d. ‘grandi storie d’amore’.
Perché è così che l’amore genuino chiede di essere raccontato, secondo me, dopo decenni e oltre di costruzioni, abbellimenti, gestazioni pilotate; ecco dunque che ammettiamo l’incapacità umana di vedere e vivere solo nel bene, solo ‘per’ e ‘attraverso’ un sentimento positivo.
Qui l’amore è tutto e niente. Contraddizione e terrore. Gioia infinita e cordone che non si spezza. Fatica e disperazione. Coraggio ed egoismo. Silenzio e affinità elettiva. Donare e schiaffeggiare. Abbandono e stretta eterna. Mancanza e sollievo. Desiderio e indifferenza.
La parte finale, le ultime pagine sono quelle che, di fatto, ridimensionano l’intera storia, l’intreccio che per oltre quattrocentocinquanta pagine si è delineato, viene scosso nelle sue fondamenta. Esistono molti modi per essere o diventare ‘figli’ e qui la Mazzantini ne propone uno decisamente drammatico, un pugno in faccia, fortissimo. Perfino i precedenti tentativi, che non svelerò per togliere il piacere della lettura, confrontandoli con il finale sembrano qualcosa di quanto meno ‘accettabile’, ‘plausibile’ nell’insieme, considerando la situazione. Ma la realtà, quella del sangue quanto delle ossessioni, delle mancanze profonde, degli amori sfilacciati eppure indelebili, la realtà che cambia, strappa pelle e ossa, non chiede bensì prende, entra e lascia abbandono e fatica; questa realtà non deve piacere per forza, tanto meno la si deve scegliere. E’ solo una delle tante variabili. Una delle possibili vite che incrociamo pr strada.
La vita è un buco che s’infila in un altro buco. E stranamente si riempie (pag.528- Venuto al mondo).
Venuto al mondo
di Margaret Mazzantini
Mondadori, novembre 2008
Isbn: 978-88-04-57370-8
In sovraccoperta: Revenge of the Goldfish – Sandy Skoglund
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Dal sito della Mazzantini :
Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere.
Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea. In questo grande affresco di tenebra e luce, in questo romanzo intimo e sociale, le voci di quei ragazzi si accordano e si frantumano nel continuo rimando tra il ventre di Gemma e il ventre della città dilaniata. Ma l’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché Margaret Mazzantini ha scritto un coraggioso romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dal calcio della Storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Il cammino intimo di un uomo e di una donna verso un figlio, il loro viaggio di iniziazione alla paternità e alla maternità diventa un travaglio epico, una favola dura come l’ingiustizia, luminosa come un miracolo.
Dopo Non ti muovere, con una scrittura che è cifra inconfondibile di identità letteraria, Margaret Mazzantini ci regala un romanzo-mondo, opera trascinante e di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematica come una parabola. Una catarsi che dimostra come attraverso tutto il male della Storia possa erompere lo stupore smagato, sereno, di un nuovo principio. Una specie di avvento che ha il volto mobile, le membra lunghe e ancora sgraziate, l’ombrosità e gli slanci di un figlio di oggi chiamato Pietro.