Archive for Novembre 2008
Ho sbagliato tutto
Non me lo ricordavo, in fondo ormai ci si vede quando capita. Un mese si e tre no.
Allora con questo caldo che strozza anche dopo cena, mi sono concesso il lusso di ascoltare e basta. I rumori della strada, bambinelli frignoni che non ne vogliono sapere di starsene fermi sui passeggini (o quelle robe lì), i ragazzi in bicicletta rigorosamente in short (qui ho sbirciato) che cinguettano di nulla.
Mai uscire coi vecchi amici nelle serate estive dominate dall’afa malata della padania. Anzi no. Ho già cambiato idea. Uscire va anche bene (dipende da chi resta in casa) è il ritrovare gente quasi persa di vista che se si può, conviene evitare.
Comunque è andata così. Io e te siamo diversi. Punto.
Allora come abbiamo fatto a diventare inseparabili?
Va bene, te lo concedo. Eravamo giovani e fessacchiotti. Tu, con quella specie di bandana che sembravi un cartone animato e io con le solite fisse. Magari eravamo solo temporaneamente complementari.
Comunque ieri sera ti ho guardato per bene. Quand’è che ti sei inscurito i capelli? No, ti dico che sono sicuro. Mica ce li avevi così, anni fa. Non ti consiglio di ribattere. Il massimo che ho cambiato io è la dimensione della pancia (lievitata, mi pare ovvio).
Poi cavoli.
Quel tuo salutare tutti, per strada, al bar, nel tragitto verso le macchine.
Mi sa che sono io.
Quello che non è cambiato per niente. Diciamo poco, allora.
E a vederti, ieri sera, mi sa anche che ho sbagliato tutto.
Aspetta
Seduta sul letto, al buio, sei capace di passarci le ore. Senza fare niente. Stai lì, acciambellata sulle coperte aggrovigliate e aspetti.
Ma quella volta là, è stato diverso.
Ti sei sentita, diversa.
Il corridoio era sempre il solito quadrato di pelle che con le porte chiuse sembra uno sgabuzzino finito lì per caso. Solo che stavolta avevi lasciato la porta della camera aperta, le altre no.
Allora ti sei voltata.
Nessun rumore, forse un clacson molto in lontananza verso la provinciale.
Eppure più lo fissavi, quel corridoio fatto di spigoli legnosi e marmo, più ne eri attirata.
Certi spazi hanno sentimenti, ti sei ricordata all’improvviso. Lo diceva tua nonna, quando già aveva gli occhi semi ciechi e le mani tremanti, un frullatore perennemente acceso.
Certi spazi hanno sentimenti.
Hai inarcato la schiena spostando il bacino. C’era solo buio denso, fitto. Lo sapevi che era tutto lì, quello che i tuoi poveri occhi miopi potevano vedere.
Eppure continuavi, insistevi.
Silenzio. Buio. Una leggera brezza che si infilava attraverso la fessura degli scuri accostati.
E’ stato allora che è successo.
L’oscurità si è mossa, ne hai visto i riflessi. Appena un attimo poi più nulla. Alcuni minuti poi di nuovo. Per la prima volta in quel corridoio il nero diventava materia, solidificava armoniosamente.
Non ti sei mossa perché ti sembrava giusto così.
I corridoi bui, di notte, diventano qualcos’altro, in quel momento questa nuova certezza ti ha riempito le narici, inumidito gli occhi.
Si modificano per recuperare quei canali che il giorno annulla. I rumori, gli orari, e le parole. Tutto li sovrasta. Ma la notte no.
Specie in un piccolo appartamento senza finestre con un’unica inquilina che dopo l’una spegne le luci ma non dorme. Aspetta.

Quelle volte
Quelle volte,
quando il cielo si fa strano
quando l’aria si intiepidisce
e li sento sulla pelle,
gli odori del tempo che fugge, si rintana.
Quelle volte,
se sto aspettando
ma non so chi o cosa
allora la pioggia e il vento mi rassicurano
e fissandoli ti sento, forse ci sei.
Quelle volte
che sembro una fine porcellana
scricchiolo e mi sbecco a ogni passo
poi mi rialzo
ma non serve, tremo.
Quelle volte
forse è solo la bocca secca,
il cuore matto e la pelle ruvida, cadente
forse è così che sono,
e dentro, dove neanche io arrivo
so che non c’è posto per le costruzioni.
L’autunno è quelle volte,
conosce i segreti e li sussurra,
sa come spiegarti
che anche io.
[versi pubblicato su PB il giorno del mio trentesimo compleanno]
Bozzolo di ‘un’ corpo cavo di Barbara Gozzi
Trattieni il cellulare, lo culli nel palmo poi componi il suo numero, ancora lo ricordi a memoria e non ti impressioni, lo fai e basta.
Sette squilli vuoti.
Poi altri cinque.
Finché la sua voce affannata mormora un ’si?’ che ti sta lanciando onde anomale precise, nel modo, con un tono in bilico tra lo stupito e l’irritato. Ma tu non ci fai caso, non puoi, provi a iniziare il discorso che in testa sta assumendo forme precise, sempre più pressanti. Ho bisogno di parlarti, vuoi dirgli, è successa una cosa che. Ma non ti da il tempo di finire. Prende a discutere da solo, lancia frasi del tipo ‘guardi è un brutto momento, poi sa oggi è domenica e sono a casa, non avrò la lista aggiornata dei campioni fino a domattina, diciamo verso le undici, le può andare bene?’. Unica sorsata pronunciata senza prendere fiato, monologo senza pubblico. Ti sta lanciando un messaggio cifrato, un codice nuovo, ma tu lo ignori. Non lo hai mai chiamato. In più di un anno solo la volta che sei stata male, una maledettissima volta in quanto? Quattordici, diciotto mesi? Ah no, ti sei contraddetta, c’è stato anche un altro precedente ma non per colpa tua: quando il cuginetto ha pensato bene di avvisarlo che sembravi in trance o roba simile e gli avevi invaso la casa nuova. Ma non è la stessa cosa, pensi. Diciamo una volta e mezzo, concludi, e sei così arrabbiata che non puoi chiudere la comunicazione e basta. Devi urlarglielo che è urgente, che hai bisogno di parlargli di cose serie, che non te ne frega un cazzo se si sta scopando la mogliettina o se fa jogging, devi vederlo oggi stesso. Percepisci il suo imbarazzo, forse sta simulando facce assorte, finge di ascoltare le repliche di un collega inamidato, o magari si guarda in giro in cerca di un posto appartato dove infilarsi e nel frattempo sorride a Ginevra.
Facciamo così, vedo se posso liberarmi per due ore oggi pomeriggio, capisco l’urgenza di cui parla, i nuovi prodotti sono sempre una grana, lo diciamo tutte le volte ma poi non ne possiamo fare a meno.
E ride.
Ti sta ridendo in faccia per inscenare una specie di battuta.
E tu lì come una disperata a urlare a un telefonino nel bel mezzo di una cucina deserta alle otto di mattina.
Spingi il pulsante rosso, fine della conversazione.
Pat non ha tempo per te, non quando ne hai un bisogno inspiegabile, un’urgenza da farti piangere e battere i pugni contro al muro.
[...]
Una fottutissima e bastarda volta. Una sola, è tutto quello che gli hai chiesto. L’hai praticamente implorato, ti sei zerbinata più che hai potuto rompendo il patto, lo hai chiamato, stavi per chiedergli ma niente. Vuoto. Fermo immagine. Silenzio.
E’ in questo preciso momento che inizi a capire.
E ogni volta
dimentico cosa sono,
ignoro le urla (le mie),
mi lascio appesantire dai doveri,
mi trastullo tra paure, silenzi e pianti.
E ogni volta che me ne accorgo
non so cosa fare.
Barbara
Il giorno che
Ed era normale, giusto così.
Per quelle-robe-lì di sentimenti tu non c’eri mai, ti veniva l’orticaria, la lingua si arrotolava e sudavi.
Io lo sapevo, ormai ti avevo vomitato addosso tutta la mia rabbia ma non era servito, tu non ti scalfivi mai. Eri come il granito. Non ti potevo spostare, non riuscivo a graffiarti.
E c’era un bel sole, caldo, lungo l’autostrada.
Mentre realizzavo.
Dentro le macchine le facce erano annoiate, stanche. Si tornava.
Ma io no, capivo in quel momento che.
Tu, davanti a me, stringevi un altro volante e magari pensavi alla prossima partita in tv.
L’autunno sarebbe arrivato presto.
La pioggia mi piace


Lava, purifica.
Toglie di dosso quello che pesa, anche se non dura. Certe volte con la pioggia succede che il cuore si apre e dimentica che deve per concentrarsi sui grovigli sdrucciolevoli, quelli che da soli lo fanno pompare anche con il sole, anche tra gli schiamazzi dei bambini e il rumore dei motorini. La pioggia parla. Urla. Di noi, di filamenti che si spezzano. Di un’atmosfera che cade, apre le braccia e accoglie la nuova aria appicicaticcia che recupera jeans e lascia sotto il letto ciabatte, creme solari e teli. Certe volte, forse oggi, anche a ferragosto la pioggia mi piace.
Foto di Bg
Una carezza
Ci sono percezioni, ricordi, che non tornano.
Li dimentichiamo perché sopra ci salviamo dell’altro. Ricordi nuovi, freschi che ci sembrano più meritevoli di un posto ‘d’onore’ nel nostro contenitore delle memorie.
Poi succede che qualcosa ci fa traballare.
Qualcosa di grosso ma anche infinitamente piccolo.
E in quel traballare eccoli che tornano. I sapori lontani, lottano tra la nebbia e si sforzano di attirare l’attenzione.
A me succede quando ho la cefalea.
Come oggi.
Cambio ritmo, mi muovo lenta. E’ la testa il nuovo centro pulsante del mio mondo. E’ lei che ascolto e assecondo. Correrei perfino, pur di farla contenta, pur di saperla più quieta. (Anche se poi, lo so che non le frega di niente, di me men che meno)
E mentre mi concentro, mentre tento di sciogliere nervi e annullare tutto il resto.
Loro tornano.
L’odore intenso, pungente di un ammorbidente che non era fruttato ma neanche l’essenza di un fiore. Quel sapore che mi arrivava al palato quando da bambina mi rannicchiavo sotto le coperte, nella cameretta in penombra e pensavo. Mentre fuori pioveva, come adesso. Fitto. Forte. E io là sotto, con la coperta di flanella tra i denti, la fronte bollente e quel vago senso di malessere diffuso.
Poi.
Mia madre che entrava.
Piano.
Vedevo la maniglia ruotare con una lentezza esasperante. Volevo dirle che la sentivo, che sapevo. Ma non lo facevo mai. Aspettavo. Che il rito si compiesse. Che lei scivolasse nella penombra con il vassoio. Acqua, tachipirina, cracker, un frutto.
E una carezza. Alla nuca scoperta, verso i capelli unti che galleggiavano sul cuscino.
Continuavo a non muovermi. Mi piaceva quel contatto, mi piaceva il saperla lì per me, con me. Attenta a non fare rumore.
Più di tutto.
Mi piaceva sentirmi protetta. Da là sotto potevo solo sorridere. E lo facevo, in realtà.
Oggi, una carezza così mi farebbe sorridere ancora.
Ho dodici anni e ti voglio
Letizia si è alzata dal divano, uno scatto. Poi gli ha teso la mano e ha sorriso.
Questo è stato il loro primo incontro da adulti.
Solo che Piero lo ricorda a mala pena.
Era una domenica afosa, di un agosto terribilmente lungo e stressante. Il primo senza ferie da anni. Sua moglie Chiara e il piccolo Mattia si godevano l’acqua verdastra della riviera insieme alla suocera. Lui no e stupidamente aveva anche pensato ‘pericolo scampato’. In aprile, quando in azienda gli avevano detto che la fusione richiedeva sforzi, tagli e sacrifici mentre sua moglie pianificava la vacanza al mare, lui, da sotto le coperte, se la rideva pensando che quest’anno non avrebbe visto sua suocera, centodue chili per un metro e cinquanta, in costume. Adesso non sorride più.
Quella domenica era stato invitato a cena dal vecchio amico Sandro. Lui dirige la filiale di Tecnocasa in via Massarenti e le ferie se le prende quando vuole. La sua compagna non è un granché, bassa e raggrinzita, ma sa tutto dei telefilm americani e delle ultime uscite al cinema. E lui adora sia l’uno che l’altro. Letizia non la vedeva quasi mai. Ogni volta che si incontravano lei non c’era. Sta crescendo sai, si giustificava Sandro, e non gli va di farsi vedere con i suoi vecchi. Così gli diceva l’amico e lui scrollava le spalle. Mattia ha quattro anni, e per Piero l’adolescenza era un periodo lontano, avvolto dalla nebbia. Semplicemente non gli andava di preoccuparsi prima del tempo. I figli crescono così in fretta, cantilenano tutti, sempre.
A cena hanno chiacchierato, riso. Piero ha bevuto qualche bicchiere più del solito ma era già l’una di notte e l’aria iniziava finalmente a raffreddarsi.
Quando è sceso, in cerca della macchina parcheggiata lungo la via, lei lo ha rincorso. Hai dimenticato la giacca, gli ha mormorato.
E’ stato in quel momento che le ha visto quella luce negli occhi. Il corpo sottile che sussultava per la corsa attraverso i due piani di scale. La pelle candida scoperta in una generosa scollatura e le gambe lunghe.
Cazzo, ha pensato, ha dodici anni.
Poi le ha sorriso, era un pò brillo eppure sentiva un pericoloso campanello perforargli i timpani.
Cazzo.
Letizia gli ha allungato la giacca e si è trattenuta alcuni secondi di troppo sul suo braccio. Si è inumidita le labbra luccicanti e ha continuata a fissarlo. Seria ma con qualcos’altro tra gli iridi che gli ha procurato un brivido. E un’erezione istantanea.
Ha solo dodici anni, si è ripetuto in macchina. Mentre sbagliava a ingranare la retromarcia, con lei che continuava a guardarlo dal marciapiede e sembrava in posa per lui, le gambe più scoperte di prima.
Quella sera ancora non lo sapeva.
Che nel ventunesimo secolo si può volere qualcuno anche a dodici anni.
E lui sarebbe diventato la preda di Letizia. La sua prima ossessione da adulta. Perché quella domenica di agosto, lei aveva deciso. Le bambine non giocano con gli uomini, lei si. Quindi era un’adulta anche lei, e l’idea le piaceva enormemente.
Quella notte Piero si è buttato sul letto ed è crollato.
Ancora non sapeva che non sarebbe più riuscito a dormire così spensierato.

Tyler Anne – L’amore paziente
‘L’amore paziente’ non mi convince, come titolo. In questo romanzo ci sono molte storie, molti amori, modi di amare per l’esattezza. Ma non mi sembra che la pazienza sia l’elemento dominante quanto una delle componenti, più per taluni personaggi piuttosto che per altri. Pazienza dunque, ma anche deformazione, silenzio (tantissimo e di diversi tipi), incomunicabilità, desideri e ossessioni. Scelte.
Viene da chiedersi, terminata la lettura, perché amiamo? Cos’è che davvero ci spinge verso qualcuno piuttosto che un altro?
Nel romanzo si rintracciano risposte varie, sospese, sussurrate, indefinite, contorte.
È, dunque, questo senza dubbio un romanzo d’amore. Si parla d’amore. Di relazioni. Di vite intrecciate, sciolte, unite e divise.
Ma Anne Tyler sa dove vuole arrivare, cosa cerca di raccontare al di là della trama in sé. La Tyler scava, graffia, affonda. Ogni evoluzione cela un colpo, un’analisi, uno scoprire nervi delicati e mostrarli per quello che sono. Nel bene e nel male, con crudeltà onesta.
Amore e consapevolezza, che si acquisiscono leggendo, ascoltando le voci, i sensi che i vari personaggi cercano di trasmettere raccontandosi e raccontando una storia che ha tante facce, angolazioni (ogni capitolo è dedicato a un personaggio in particolare che narra a tratti in prima persona, oppure, per Jeremy, attraverso un narratore esterno).
Personalmente ho avvertito molto pressanti, insistenti e decisivi i temi della solitudine quanto dell’incomunicabilità. Silenzi cercati, accettati, imposti, accolti, forzati. Ma anche impossibilità di comunicare, di farsi capire nel profondo, nel condividere emozioni e azioni.
L’amore c’è, e sembra determinante, protagonista indiscusso. Sembra, ma non è così. La Tyler lo coccola, questo amore, lo introduce in punta di piedi, attraverso tratteggi precisi, volutamente scomposti, difficoltosi. Ma non è lui il centro della scena. Non è lui – quell’amore che fa sospirare, piangere, sorridere, cedere e che concede il tranquillizzante lieto fine.
Siamo noi i protagonisti. Noi, che ci riflettiamo in questa storia che scivola in un’epoca che appare lontana geograficamente quanto temporalmente, eppure anche questa è un’illusione. I sentimenti, le scelte, le azioni o non azioni, ogni elemento portante è attuale, sembra scritto ieri.
C’è poi, un’immagine finale che mi sembra il simbolo più evidente, forte e pulsante dell’intero tessuto narrativo.
Senza svelare nulla di preciso, c’è un uomo che sale su una barca e si allontana solo, senza avere familiarità con l’acqua tanto meno con la barca stessa. Quest’uomo si allontana dalla riva, lentamente e, a un certo punto, si volta per guardare la sua famiglia.
Si girò a guardare a riva e vide Mary e i bambini allineati a fissarlo. I volti erano piccoli e bianchi e privi di espressioni. L’unico rumore che arrivava era il fischio acuto del fischietto di Edward, che soffiava con aria distratta guardando al lago.
(pag.263)
Privi di espressioni. Unico rumore il fischietto. Distratto.
Ci sono degli elementi in questa pagina, che in un certo senso riassumo l’intera storia, riassumono come i modi di amare possono essere multiformi, lontani, frammentati e incompatibili.
Una delle caratteristiche più evidenti in questa scrittura è la capacità di far entrare facilmente il lettore in ogni singola storia, in ogni personaggio, in ogni pensiero narrato con spontaneità e precisione. C’è una grande attenzione per i dettagli, i particolari e perfino le sfumature. La Tyler non si perde nei meandri delle trame, tiene sempre ben saldo il timone lasciando il giusto spazio a ogni voce. E ogni voce costituisce una traiettoria, un angolo illuminato temporaneamente più degli altri, inquadrature che si alternano, che svelano, denudano, capovolgono.
Ho sempre sospettato che quello che gli altri ottengono così facilmente non sia destinato a me. Sono stata dimenticata, mi è stato negato qualcosa. E la cosa peggiore è che ne sono cosciente.
(pag.41.Amanda)
Immaginavo di lanciare la mia vita come i dadi, di scommetterci e di sprecarla. Mi è sempre piaciuto buttare via le cose.
(pag. 68. Mary).
Non so cosa richieda più coraggio: sopravvivere a una prova di sopportazione che dura tutta la vita, perché una volta hai fatto una promessa, o scappare, sconvolgendo tutto il tuo mondo. Ci sono argomenti a favore di entrambe le possibilità, me ne rendo conto. Ma io avevo fatto una scelta.
(pag.74. Mary)
Ultimamente si era reso conto che le altre persone sembravano avere dentro di sé un nucleo duro, che davano per scontato. Non si accorgevano quasi nemmeno che ci fosse, l’avevano per natura. Lui era nato senza.
(pag.85. Jeremy)
Un fatto triste di questo mondo è che le cose che costano più fatica in genere sono quelle che gli altri non verranno mai a sapere.
(pag.136. Signora Vinton)
Si svegliò di soprassalto molto prima dell’alba e per diversi secondi si chiese dove fosse. Il dubbio era più gradevole che angosciante e anche dopo aver trovato la risposta, continuò a cercare di respingerla, in modo da poter tornare a quello stato libero e fluttuante. Poi si alzò e cenò al buio, verdure fredde e polpettone… […] Ogni boccone lo soffocava, ciononostante mangiò tutto, e mandò giù anche l’ultimo sorso di caffè freddo e amaro con un senso di soddisfazione. Non era tutto lì, il segreto della vita: una tenace sopportazione?
(pag.173. Jeremy)
Cambiò lui. Cambiai io. […] Se mi chiedesse di tornare, ammetterebbe una debolezza. Se tornassi senza che me lo avesse chiesto, mi imporrei e lo schiaccerei. Se non stessi piangendo, riderei.
(pag.210. Mary)
- Sono sicura che alla fine tutto si risolverà.
Quando la gente dice così, ciò che intende è che la vita tornerà com’era prima. Non pensa mai che un cambiamento potrebbe essere per il meglio.
(pag.218. Olivia)
La bontà non bastava. Gli sbagli che ripassava non erano gesti malvagi ma errori di inedia, di passività, echi di un silenzio interiore.
(pag.243. Jeremy)
L’amore paziente
di Anne Tyler
Guanda – collana le fenici tascabili
Isbn: 88-8246-814-3