Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Ottobre 2008

Torno subito – annotazioni libere sul film

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Liberamente tratto dal racconto ‘la scimmia’ di Pietro Grossi.
Un film realizzato da un gruppo di giovani professionisti del settore che hanno messo a disposizione senza compenso, esperienze, conoscenze, strumenti e talenti.

‘Torno subito’ apre una finestra.

Fa la scimmia.
Come?
Fa la scimmia.
In che senso?

Scoprire che un amico fa la scimmia. Vederlo, mentre si comporta come una scimmia. Tentare di comunicare con lui, osservarlo e non trovare un senso, una spiegazione logica, ragionevole.
Una finestra aperta in questo nostro mondo alla rovescia, dove i ruoli, i comportamenti, le aspettative sono predefiniti, obbligati.
Giovani che cercano, si cercano. Incerti, disoccupati o quasi, con dei sogni che sembrano nati per essere già persi, abbandonati. Legami forti quanto fragili, contradditori e complessi.
Incomunicabilità.
Voltare la faccia, vedere solo la realtà più accettabile, non ascoltare nessuno eccetto se stessi finché qualcosa si rompe, un evento assurdo stritola certezze, fa quasi sorridere ma è un sorriso amaro, confuso e insensato.
In ‘L’uomo che cade’ DeLillo fa dire a un protagonista una frase che è un macigno indelebile:
“ So che la maggior parte delle vite non ha senso.”
E ci sono, evidentemente, nel romanzo precisi riferimenti all’undici settembre e a come e quanto la vita è cambiata da allora in America (ma, secondo me, ovunque, con un senso ampliato, un cerchio che si espande).
In ‘Torno subito’ ci ho sentito un sapore simile. Un ‘non senso’ rispetto a regole sociali, un perdersi, scivolare e cadere che nelle generazioni dei giovani di oggi è ormai un rumore di fondo che risente evidentemente del momento storico, delle crisi economiche, culturali, politiche, etiche, relazionali.
Allora fare o essere una scimmia diventa una sospensione, un ‘Torno subito’ che è un modo per abdicare a se stessi, ai ruoli, i doveri, i fallimenti, i sogni irrealizzabili. Un mettere in ‘stand by’ la propria vita.
La scimmia ha una vita più semplice, sotto molti punti di vista. L’estetica, l’aspetto formale, il c.d. ‘buon costume’ non esistono, si annullano in suoni e gesti che forse non sottintendono nulla di diverso da quello che sono.
Richieste di ascolto.
Progetto coraggioso che merita un’ora o poco più tempo anche per l’intento consapevolmente fuori dalle ordinarie dinamiche del mercato.

Info varie e possibilità di scaricarlo gratuitamente: Torno subito on line

Un piccolo assaggio su you tube

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 30, 2008 alle 8:01 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Covacich Mauro – Prima di sparire

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La prima parola che mi viene in mente a proposito di ‘Prima di sparire’ è coraggio poi confusione, caos, non senso.
E su ‘non senso’ è necessario specificare: non senso per me, lettrice, che non conosce Covacich, non sa nulla del suo mondo, della sua vita, di chi è realmente quest’uomo.
Questo romanzo non ha personaggi, trama, sviluppi. O meglio: li ha, ma vengono direttamente dal mondo reale, non c’è fantasia o costruzione creativa. Questo romanzo è il racconto attraverso gli occhi di Covacich della realtà che lui stesso ha vissuto. Dunque i personaggi sono in effetti persone che esistono, i fatti sono accaduti ma qui, nel libro, vengono inevitabilmente riportati dal punto di vista di chi scrive, che è solo una delle possibili angolazioni.

Il motto che avevo in mente era: Questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto. Procedevo come rispondendo a un interrogatorio, giuravo a me stesso di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Ero il giudice e l’imputato.
(pag.278 – ‘Coi nostri nomi’)

È più frequente il processo inverso: che il lettore avverta o associ la storia con il suo autore, che ci senta aspetti della realtà di chi l’ha scritto anche se non è così. Per questo, secondo me, la pagina 278, che è una specie di ‘post scriptum’ di Covacich, andrebbe letta prima di tutto il resto perché c’è un grosso rischio, in questa lettura, se il lettore non sa quello che poi viene spiegato in ‘Coi nostri nomi’: incomprensione.
Incomprensione che può diventare noia verso una narrazione che si trascina, dove i personaggi si rincorrono senza arrivare da nessuna parte, dove il ritmo è un flusso pressoché stabile, né troppo lento né troppo veloce. Tutto questo perché l’autore si è imposto di raccontare fatti accaduti, la ‘sua’ realtà, la vita che ha vissuto in un certo periodo e che quindi, come tutte le quotidianità, non ha necessariamente picchi eccitanti, avventurosi, misteriosi, o che devono emozionare.
È la vita di Covacich, quella contenuta nelle 277 pagine.
La vita di un uomo che sopravvive di scrittura, in equilibrio instabile, che ama due donne in modi diversi e alterna decisioni a cambiamenti, che vuole e non vuole, che guarda ma non sempre vede.
In tutto questo dunque, c’è indiscutibilmente un grande coraggio, forse terapeutico per l’autore.
Ma il lettore, credo, faticherà a coglierlo.
Mi ero imposto un limite temporale, che coincide con il dialogo riportato alla fine. Avrei raccontato solo ciò che era accaduto prima, non ciò che stava accadendo durante la stesura. Io non succhiavo il sangue a chi, nel bene e nel male, condivideva con me il presente, il ricostruivo la vita che avevamo vissuto fino a quel punto, il punto di pagina 277.

Covacich impugna una videocamera e si registra con le parole che conosce, nel modo che conosce, attraverso i meandri della sua memoria, imperfetta per sua stessa ammissione ma il più lucida e precisa possibile.
Eppure credo che qualcosa, comunque, finisca per sfuggire al lettore, a me almeno che, come già accennato, non conosco nulla di questo autore.
E sfugge perché il romanzo è un progetto di un’intimità estrema, totalitaria, nuda.
Intimità che il lettore viola leggendo, che Covacich ha liberato, dato in pasto a chiunque sottoforma di romanzo, registrazione soggettiva e soggetta a interpretazioni; ma che conserva comunque una sua dignità, un certo ‘senso sospeso’, un aggrovigliare nodi svelati ma irrisolti.
In questo dunque, il lettore rischia la noia, l’impossibilità di entrare in una storia che incede rispecchiando i ritmi di un passato che non ha costruzioni vere e proprie, artifizi letterari, (forse appena qualche guizzo creativo in fase di stesura).

Nel romanzo che vorrei scrivere le stelle sapranno restare a letto, smetteranno di essere umiliate. Qui invece, nella penombra del mio soggiorno, ci sono io che riaccendo il cellulare, digito il pin e scrivo un sms: Ti amo.
(pag.32 – l’sms lo scrive all’amante dopo aver trascorso la serata con la moglie).

‘Qui invece’ è una chiave di lettura, talmente sottile che si perde, credo.

Non ci sono intenti precisi, in questo libro, eccetto raccontare di ‘un’ passato reale, una vita in bilico, un uomo fragile e combattuto, con le sue ossessioni, contraddizioni, confusioni e instabilità.
Dunque il sapore che arriva leggendo è quello che probabilmente in molti provano vivendo. Un sapore a tratti disgustoso, poi dolce, avvolgente, fino a incerto, in bilico, lento e stridente.

Penso che possa dirmi è finita anche un istante dopo che mi ha detto ti amo. Sono due frasi che si prendono a pugnalate in continuazione dentro lo sguardo di Susanna.
(pag.48 – Susanna è l’amante)

In alcuni punti la struttura linguistica, lo stile sorprende, annulla lo sviluppo in quanto tale e prende per mano il lettore togliendo il fiato.

Quando siamo tutti nella casa con gli alberi e la terra, dove Beppe e Ilaria hanno aspettato la morte, e giriamo nel salone con i piatti del buffet – frittata, lenticchie, cotechino, polenta, frico, formaggio – guardando le scatole di medicine sugli scaffali come fossero cd, quando ci stringiamo la mano, tra locali e foresti, tra foresti e foresti, e l’attrice col cappottino rosso non stringe la mano ma le unisce davanti al petto alla maniera indù, quando […], quando la vita comincia a prudere in modo così sfacciato che verrebbe voglia di tirar fuori le chitarre e urlare insieme le canzoni di Battisti, quando tutto questo succede, ovvero mezz’ora dopo che abbiamo lasciato Beppe piantato nel buio del campo VII con un concreto rischio di ipotermia, sento vibrare il cellulare.
(pag.85 – venti righe filate senza un punto. Si è appena svolto il funerale di Ilaria e la chiamata che riceve Covacich è di sua moglie che non è venuta alla funzione).

C’è poi una storia nella storia, un’altra narrazione che però non svelerò, lascio il piacere di scoprirla alla lettura.

Prima di sparire
di Mauro Covacich

Einaudi, collana ‘I coralli’, 2008
Isbn: 978-88-06-16864-3

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 26, 2008 alle 10:07 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Dell’avere bisogno

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Avere bisogno di qualcuno è una delle più grosse fregature che esistono.
E non te lo insegnano, a scuola, a casa, basterebbe che qualcuno si prendesse la briga di informarti. Sappi che. Invece no, lasciano che lo scopri da solo, attraverso l’esperienza che fortifica – spiegano per giustificarsi.
Comunque questo è quanto.
Il problema è, stringendo, che a tutti capita, prima o poi. Di solito più prima, fidatevi.
E non è tanto l’ammetterlo, si arriva a  un punto in cui è impossibile non esserne consapevoli.
E’ proprio l’aspettativa generata dal bisogno, che logora, sfinisce, distrugge barriere e speranze.
Anche sulle speranze ci sarebbe materiale su cui dibattere ma per oggi lasciamo perdere, meglio non esagerare.
Avere bisogno, dunque. Che significa sapere che qualcuno (o più di uno) volendolo e potendo, sarebbe in grado di farti stare meglio. In molti modi, badate bene. Non c’è un’unica ricetta. Si può avere bisogno della classica ’spalla’ su cui confidarsi o piangere, ma anche di un corpo (magari desiderato o amato, anche qui non necessariamente nell’ordine o in collegamento). Poi può essere semplicemente che basta un appoggio, una parola di sostegno. O ancora, una discussione, di quelle sane, da confronto costruttivo (costruttivo è una di quelle parole chiave che la nostra tecnologica e veloce società sta perdendo di vista, dimentica troppo spesso).
Il problema è che i bisogni sono unilaterali.
Diventano bi- laterali se, dall’altra parte, spunta qualcuno o qualcosa che riesce a soddisfarli.
E, guarda caso, quando si tratta di necessità di questo tipo è quasi matematica la fregatura. L’ uni resta tale.
C’è anche chi sostiene che ‘ognuno raccoglie quello che semina’. Beata innocenza popolare.
Io non lo so, se davvero funzioni così. Se proprio dovessi guardarmi indietro con occhio critico mi sembra di sentire uno scricchiolamento insistente. Ho come l’impressione che sia più una questione di opportunità barra fattore C barra fattore C barra fattore C.
Ma posso sbagliarmi, anzi.
Avere bisogno di qualcuno racchiude anche un’altra pericolosità che sarebbe meglio non trascurare, ovvero il riconoscere che da soli non.
E vi sembra poco?
C’è tutto un mondo di fragilità, paure, incertezze e insoddisfazioni dietro l’ammissione che ‘da soli non’. Oggi più che mai. Oggi che abbiamo tantissimi ‘modi’ e ’strumenti’ per comunicare ma abbiamo dimenticato come si conosce qualcuno. Come ci si fa conoscere.
Allora io dico: basta!
Non bisogna avere bisogno.
Fine del dilemma esistenziale ombelicale noiosamente egoistico.
Non so, magari si potrebbe iniziare con lo specchio. Non è molto confortante subito, ma facendoci l’abitudine chissà. Quanto meno non si commuove se piangiamo o inveiamo.
E’ lo sgretolamento dei sentimenti, me ne rendo conto. Ma cos’altro si può fare? Quando un certo bisogno non trova un modo (anche piccino piccino) per essere soddisfatto, quando il fiume si gonfia e vede l’orlo è lì – sta per – ma non straripa solo per inerzia, resistenza passiva?
No.
Credo che oggi dovremmo imparare (e insegnare) a difenderci da bisogni così.
A costo di indurirci troppo.
Che poi.
Sono ‘belle’ parole ma devo ancora afferrare del tutto come ci si arriva. Intanto ci ragiono, sbatto e mi sbuccio.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 26, 2008 alle 3:35 am

Palahniuk – DeLillo : un sottile filo silenzioso

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C’è un sottile filo che unisce due autori contemporanei e due romanzi profondamente diversi: Chuck Palahniuk – Ninna Nanna e Don DeLillo – L’uomo che cade.
Il filo è davvero sottile eppure palpabile, è impossibile non notarlo.
Si tratta, secondo me, di un comunissimo ‘loop’, una dinamica semplice che si ripete ciclicamente, spesso silenziosa, che non si fa annunciare tanto meno pretende il centro dell’attenzione. Eppure c’è.

In ‘Ninna nanna’ Palahiunk ricorre spesso a ripetizioni che acquistano ogni volta un senso preciso, angolato, calzante con l’episodio o il preciso svolgimento della trama. Eppure, tra tante annotazioni a margine che ritornano, una di quelle più pressanti é:

” Il trucco per dimenticare il quadro d’insieme è osservare i dettagli da vicino. Il modo più rapido per chiudere una porta sulla realtà è seppellirsi nei dettagli.” (pag.46)

Un’affermazione questa, che poi trova riscontri precisi nella narrazione, il protagonista si concentra in effetti su dettagli, su singole azioni, obbiettivi semplici e pratici che gli impediscono di ricordare la famiglia persa (il dolore più grande, insopportabile) ma non l’obbiettivo principale (distruggere ogni copia della filastrocca). Ecco dunque che di notte (il momento peggiore, quando non sta lavorando e sono tutti più o meno a casa o comunque in compagnia dei propri cari) Carl costruisce modellini di edifici, si concentra su pezzi minuscoli e li assembla nel silenzio dei rumori che lo circondano.

DeLillo non lancia nessun amo, non la manda a dire. In ‘L’uomo che cade’ i dettagli colpiscono e basta. Dal primo capitolo. E’ come se, attraverso le descrizioni minuziose di gesti comuni, banali anche, l’autore tentasse di stordire, di sbucciare una realtà frantumata dall’undici settembre, da quei crolli che diventano ferite perennemente aperte per i protagonisti che comunque riprendono a vivere, ritrovano affetti, case, mestieri e routine solo all’apparenza rassicuranti. Il vero ‘click’ che scatta in ognuno è il loop delle piccole e semplici azioni ripetute a cui aggrapparsi. Che diventano riti salvifici. Anestesia dai pensieri bui, dal terrore di vivere. Attraverso questi gesti ripetuti, appuntamenti fissi in giornate che sembrano di pastafrolla, in mezzo a dialoghi lucidi quanto confusi, i personaggi rischiano di cadere in ogni pagina ma poi, in un qualche modo e ognuno diversamente, restano in piedi, resistono.

Dunque un filo sottile, un unico messaggio che passa attraverso due autori diversissimi eppure la percezione di un intento comune si sente, colpisce duro.
Davanti a un grande dolore, perdita fisica o sentimentale che sia, probabilmente esiste un bivio che nasconde infiniti percorsi intermedi ma le ‘macro scelte’ restano – forse – due: abbandonarsi totalmente, interamente, perdutamente al dolore o ridurre il campo visivo, concentrarsi sul presente, sulla praticità dei bisogni, sui piccoli ma grandi gesti da ripetere senza pensarci troppo, automatismi quasi. Dedicare, dunque, energie ad azioni semplici, microscopiche e proprio per questo meno rischiose, che non hanno retrogusti (di solito), non impongono grandi ragionamenti, ma obbligano a concentrarsi evitando virate.
E paiono perfino messaggi scontati, inutili.
Ma se ci si pensa sul serio probabilmente è già capitato, nel piccolo di ognuno, di applicare questa ‘regola’ silenziosa alla propria dura realtà.

” Si stava calando in qualcosa che era plasmato a sua immagine e somiglianza. Mai era se stesso come in quelle sale, mentre un mazziere annunciava un posto vacante al tavolo diciassette. Guardava una coppia di dieci, in attesa del suo turno. Erano i momenti in cui fuori non esisteva nulla, nessun balenare di storia o di ricordo a cui tornare inconsapevolmente nello scorrere monotono della carte.” (pag. 233 – L’uomo che cade)

” Trovava rigeneranti quelle sessioni, quattro volte al giorno, le estensioni del polso, le deviazioni dell’ulna. Erano quelle le vere contromisure al danno che aveva subito nella torre, nel caos della discesa. Non la risonanza magnetica, né l’intervento chirurgico che l’aveva riavvicinato allo stare bene. Era quel modesto programma casalingo, contare i secondi, contare le ripetizioni, i momenti della giornata che riservava agli esercizi, il ghiaccio che applicava dopo ogni serie. ” (pag.42 – L’uomo che cade)

” Lei viveva in una condizione di imminenza costante.
Si abbracciavano, senza dire nulla. Più tardi cominciavano a parlare in toni sommessi, che contenevano una sfumatura di tatto. Prima di parlare di cose rilevanti arrivavano a condividire anche quattro giorni interi di discorsi indiretti. Era tempo a perdere, progettato fin dal primo istante per non essere ricordato. ” (pag.218 – L’uomo che cade)

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 22, 2008 alle 9:13 am

Senza titolo

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VERSIONE BREVISSIMA.

Avrebbe potuto picchiarla.
O ucciderli tutti, lei e i gemelli.
Inspirò lentamente e la fissò dritto negli occhi.
Uscì.
Aveva con sé solo le chiavi della macchina.

VERSIONE INIZIALE.

Avrebbe potuto picchiarla, perché no? In fondo se ne stava in piedi, davanti a lui. Sembrava una strega. Lo era.
Poi quei lamenti continui, quel massacrante cigolamento era insopportabile. Però ‘son bambini’, dicono. Dunque.
Valutò un’altra opzione, drastica si, eppure non gli sembrava poi così terribile.
Ucciderli.
Inspirò lentamente senza muoversi.
La fissò dritto negli occhi arrossati, dilaniati.
La testa gli pulsava, più verso sinistra dove c’era la cameretta dei gemelli.
Uscì.
Aveva con sé solo le chiavi della macchina.

Foto, rielaborazioni ed esperimenti di scrittura di Bg, idea lanciata da questo post.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 20, 2008 alle 2:26 am

Pubblicato in 2008, dolore, flash, grattare

Il solito stronzo

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Non ti affezionare.

Lo hai pronunciato lentamente, convinto.
Lei ti ha fissato con gli occhi sbarrati, deformati dal sesso appena consumato e l’alcool ancora sul comodino.
Ma non aveva capito.
Infatti si è abbandonata a un lungo sbadiglio senza muoversi dal cuscino.
Lo hai ripetuto, sempre più deciso. Ruvido.
Non ti affezionare, è meglio.
E lì qualcosa dev’essere scattato perchè si è alzata provocando singhiozzi al materasso, e ti ha dato del ’solito stronzo’. Ma non aveva ancora realizzato che non ti riferivi ai giochetti che facevate. Per niente.
Era solo una faccenda di odori, suoni e umori. Qualcosa di terribilmente stuzzicante, piacevole. Solo che da lì non doveva muoversi. E non era tanto per quella casa che ti aspettava, coi giocattoli sparsi e l’odore di mangiare a ogni ora. Era per te.
Non te lo potevi concedere.
Un altro sentimento.
Altro come ennesimo, perché, in ordine di tempo, negli ultimi dieci anni ti eri innamorato quattro volte, sposato (una) e avuto due figlie.
Eppure mancava sempre qualcosa.
I buchi c’erano, non si potevano ignorare, mutavano nelle forme ma non smettevano di rosicchiarti la carne, le ossa, il cuore.
Per questo giocavi. Ricostruivi quello che non provavi più da troppo tempo. Ricreavi atmosfere, percezioni. Brividi. Non era premeditato, fare ‘il solito stronzo’, tutt’al più c’eri diventato. Per non cadere, per non finire ancora nella rete marcia delle illusioni. Quel ‘non ti affezionare’ ti era scappato, scivolato tra le labbra gonfie ma era per te solo, in realtà, che lo avevi pronunciato.
Come se bastasse quello, il tirartelo fuori dalle viscere, per renderti immune.
Hai sentito il rubinetto che si apriva, il gorgoglio della vasca che si riempiva lentamente e non hai resistito. Ti sei alzato e l’hai raggiunta. Così com’eri. Ancora nudo, sudato.

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Foto e testo di Bg.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 17, 2008 alle 3:02 am

Non volevo più sentirmi mortalmente sola

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Noi due, mi mancava quello che avevamo, che eravamo.
E in certe notti solitarie, mentre fuori pioveva o il vento muoveva i rami degli alberi vicino alle finestre, mi concentravo. Tentavo in tutti i modi di ricordare e non ci riuscivo mai. Potevo anche essermelo immaginato. Quello che eravamo. Poteva anche averlo costruito, tutto da sola, idealizzando gesti o parole.
E se non fosse mai esisto quel ‘noi’?
Se.
Aspettavo, cercavo e chiamavo una condizione inesistente, immaginaria.
Allora – forse – ero io che avevo spostato traiettoria, angolazione o quello che volete.
Avevo la testa immersa in un liquido molliccio e denso. Caos bavoso, lava in movimento.
E continuava a sentirmi scricchiolare le ossa, lo stomaco, la testa.
Se c’era stato, oppure no, mi mancava comunque.
E non volevo vivere così.
Con un ‘vicino’ che non mi ascoltava, che rimaneva sempre e comunque un’entità autonoma e indipendente da me. E io lo stesso.
Non sapevo quasi niente.
A parte che avrei dato i miei, di polmoni, per salvare mio figlio.
E che non volevo più sentirmi mortalmente sola.
Mortalmente come se fossi condannata a vivere in quel modo per sempre, come se nulla potesse più cambiare dentro e attorno a me.
Mortalmente era una sentenza che non ammetteva deroghe o sconti. Acido puro che bruciava le mie ferite senza curarle, aprendole sempre di più, centimetro dopo centimetro.
Io, invece, cercavo un’offerta promozionale. Un ‘tre per due’ per l’esattezza.
Mi stavo scoprendo sarcastica.


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Bozza imperfetta, stridente scritta il 20/9/08 ore 21.30. Corpo cavo.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 15, 2008 alle 2:38 am

Palahniuk Chuck – Ninna nanna

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Questa storia è piena di ‘loop’ che tornano, si rincorrono, agganciano il lettore e gli restano incollati dentro, anche quando gli eventi incalzano.

“Ognuno di noi possiede qualcuno, e al tempo stesso è posseduto da qualcun altro.” (pag.15)

“Non esistono dettagli di poco conto” (pag.22)

” Il trucco per dimenticare il quadro d’insieme è osservare i dettagli da vicino. Il modo più rapido per chiudere una porta sulla realtà è seppellirsi nei dettagli.” (pag.46)

Non è una questione di amare o odiare, dice Elen. E’ una questione di controllo. Uno non legge una filastrocca al figlio per ucciderlo. Vuole solo farlo addormentare. Vuole solo esercitare un controllo. (pag.160)

Alcuni sono ancora convinti che sapere equivalga a potere. (pag.191)

Più la gente muove, più le cose restano uguali (pag.206)

Ogni generazione vorrebbe essere l’ultima.
(pag. 267)

Poi c’è una pagina, la 27, che contiene una filastrocca potentissima (il canto della dolce morte) dentro un libro per bambini, uno di quelli che si comprano per addormentarli, i bambini, invece quella pagina in particolare ha il potere di uccidere, chiudere gli occhi per sempre. Per questo è associata alle c.d. ‘morti in culla’. Per questo il libro si trova in moltissime case con figli piccoli. Per questo – pare – i neonati trovati morti senza una causa apparente terrorizzano. Perché una spiegazione logica non si trova, sembra non esistere eccetto in questa ‘dimensione’ magica, surreale e decisamente in bilico ma talmente ben costruita da rimanere comunque credibile, decisamente concreta.

Poi ci sono scene tratteggiate con pennelli tridimensionali. Leggendole è impossibile non vederle, in carne e ossa, oltre le pagine con la forza di una scrittura che scalfisce e cattura.

Tenendo la ragazza per i capelli e parlando al cellulare il tipo dice: No, amore. Dice: Sono dal dottore, e le notizie non sono buone.
La ragazza chiude gli occhi. Piega il collo all’indietro e stringe le mani intorno a quelle di lui.
E il tipo con le basette dice: No, pare ci siano delle metastasi. Dice:No, no, tranquilla, sto bene.
La ragazza apre gli occhi.
Lui le fa l’occhiolino.
Lei sorride.
E il tipo con le basette dice: Ti ringrazio. E’ bello sentirselo dire in un momento così. Ti amo anch’io.
Mette giù e trascina la faccia della ragazza contro la sua. (pag.77)

Palahniuk risucchia, avvolge, cattura e gioca con elementi reali, cruenti e crudeli mischiati a leggende, misteri, allucinazioni e fantasia pura, sospesa quanto perfettamente incastrata in una trama semplice ma piena di risvolti, colpi di scena. L’arte, il talento di Palahniuk è proprio quello di rendere credibile, forte, intrigante una storia e un contesto assurdo ma che coinvolge radici di paure che ogni genitore ha avuto, almeno una volta. Poi la magia, che comunque affascina, le proiezioni tra i personaggi che da perfetti sconosciuti diventano una sorta di ‘famiglia improvvisata’ con tanto di padre, madre e due figli (quelli che i due adulti avrebbero se fossero ancora vivi quelli biologici).
Anche i piani temporali giocano, sfidano il lettore ed è sorprendente arrivare all’ultima pagina e vedere ogni parola scivolare al suo posto, chiudere porte, risolvere dubbi, agganciare fili che sembravano slegati, incompatibili.
Palahniuk è un burattinaio geniale che ha armi potentissime tra le mani: il linguaggio, i tratteggi, gli intrecci e i messaggi lanciati.
Ci sono davvero tanti punti, in questo libro, che andrebbero analizzati, studiati per coglierne i diversi livelli, gli intenti spesso non immediati ma decodificabili se si rimane vigili e attenti.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 13, 2008 alle 2:40 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Degli Antoni Piero – Quel che non è stato

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” E’ la paura del passato. La gente crede di aver paura del futuro, ma quasi mai è così. Sono i rimpianti i nemici peggiori.” (pag.96)

” Ti ricordi cosa ti ho detto a Saturnia? Ho il terrore di non riconoscere l’occasione giusta. Quando ti ho incontrata ho capito subito che l’occasione giusta eri tu.” (pag.121)

” Micol s’infilò sotto le lenzuola. Forse, concluse, hanno ragione le riviste femminili: tra anni è il tempo massimo di durata della passione, poi i sentimenti si affievoliscono, dopo sette ci si trova come fratello e sorella. Io, però, ho solo trentacinque anni, non posso rinunciare all’amore. ” (pag.41)

“Lui entrò nel letto e si girò subito dalla sua parte. [...] S’immobilizzò nella sua posizione preferita… [...] Subito cominciò a russare. Micol fremete d’invidia. Inspirò lentamente e si dispose all’estenuante attesa del sonno. Nessuno l’aveva avvertita che il matrimonio sarebbe stato anche questo.” (pag.35)

” Restò a guardarlo finché non scomparve, in uno sferragliare stridente, dietro una curva.
Si rese conto che dopo tutti i sogni che aveva imbastito era difficile accontentarsi di così poco, eppure doveva.
Girò le spalle e s’incamminò nella direzione opposta.” (pag.127)

” Forse è questa la vita, pensò Micol, nuotare nell’acqua scura con la speranza prima o poi di raggiungere una luce.” (pag.96)

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Una storia d’amore condita con mistero e risvolti imprevisti ma con spunti di riflessione pulsanti. Si sente, a tratti, che gli incastri sono trasposizioni concrete della realtà, si sente la ricerca di una vita diversa, si sentono i legami sfilacciati, i buchi e le paure di un futuro arido, solitario, ruvido. E si sente la voglia, il bisogno, di rimettersi in gioco, di lanciarsi senza la certezza di riuscire ad aprire il paracadute. La forza di qualcosa che c’è – esiste – da subito, se ne frega del tempo, dei fatti, e resiste. Sopravvive comunque e rimane credibile pur nel colpo di scena finale surreale.

Forse è capitato a tutti, almeno una volta, di pensare a ‘quel che non è stato’.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 11, 2008 alle 8:39 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

Chiacchierata a spicchi con Silvia Nirigua

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Silvia Nirigua, classe 1973, vive e lavora a Bologna. Nel 2006 ha pubblicato ‘Un quarto di me‘ nella collana Gli Intemperanti di Meridiano zero, nel 2008 è uscito ‘La metà di tutto‘ nella collana ‘Cosmetici’ di Sartorio.
Quella che segue è una chiacchierata, un afferrare piccoli spicchi assaporandone il breve (ma spero succoso) piacere. Non seguirò, quindi, le comuni dinamiche delle interviste, di certo mancano molte domande che abitualmente si fanno.
Mi piacerebbe che ci fermassimo insieme, qualche minuto, in ascolto. Senza aspettative o pretese. Comodamente seduti. Uno (anzi due) libri, una donna e tanti frammenti che corrono.

Barbara Gozzi

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- Inizierei con le figure maschili. In ‘La metà di tutto’, ci sono personaggi maschili ma sembrano più meteore, necessari a tratti per alcuni svolgimenti e riflessioni ma, tutto sommato, marginali. Sbaglio? Ce ne vuoi parlare?  Per contro, leggendo il romanzo ho subito pensato a una storia ‘di donne’, anzi più storie intrecciate e legate da un filo conduttore dove il rosa domina. Di fatto è la protagonista il centro del narrare, del sentire, è lei che ne scandisce il ritmo. Eppure ci sono altre donne che appaiono poi scompaiono nel corso della narrazione, altri velati spunti di riflessione. Ti sei sentita più declinata al femminile con questo romanzo o è stata una scelta ponderata e funzionale alla trama?

SN La protagonista del romanzo è una donna ma il suo genere è irrilevante ai fini della tematica trattata. La vera protagonista del romanzo è “la sofferenza” se vogliamo dirlo al femminile, “il dolore” se lo diciamo al maschile, ma il significato non cambia.

- Uno dei grandi ‘temi’ che emerge dalla lettura, striscia e rimane appiccicato alle pagine, è la condizione di dolore. Lo stare male. Il non riuscire più a trovare qualcosa per cui valga la pena vivere, eppure continuare ogni giorno a trascinarsi tra lavoro e routine, conoscenze nuove già dimenticate, calmanti vari nell’attesa che l’ennesima giornata finisca. Perché ti sei avventurata in una tematica che, tutto sommato, non è nuova ma resta mediamente impopolare? Dentro certi drammi che, forse, la società moderna preferisce non ascoltare, fanno poco clamore?

SN Credo che parlare di dolore sia stata una mia esigenza personale, un modo per cercare di riflettere sul mio e su quello delle persone più vicine a me. Il pronto soccorso è il luogo del dolore per eccellenza e mi sembrava una buona metafora della durezza della vita. Scrivendo ho scoperto pagina dopo pagina che gran parte della sofferenza dei miei personaggi era dovuta all’impossibilità di adattarsi alle regole che questa vita impone.

So che il dolore non è un tema “sexy” ma è importante farsi qualche domanda su come ci sentiamo costretti a vivere.

- Altra tematica sottile, sussurrata eppure dolorosa, importante è l’amore. Quello perso fra tutti, anche se poi, leggendo, si avvertono gli odori di altri tipi di amori (cercati, desiderati, vissuti ma non completamente, tentatori). Considerando che  ‘Un quarto di me’ inizia proprio con una citazione di Stendhal (“L’amore è un fiore delizioso da cogliere sul ciglio di un abisso spaventoso.”), quanto è ancora importante o necessario, per te, scriverne? Questi strappi, buchi che sono voragini, lasciate da qualcuno che non tornerà, sono forse ancora troppo silenziosi?

SN L’amore è il luogo più pericoloso di tutti, come affermava Stendhal. Si trova ad un passo da un precipizio e ci vuole un coraggio non comune per percorrere quel crinale. E’ importante parlarne ora perché è passato di moda, ora le relazioni tra le persone vengono vissute in termini di funzionalità e costruttività, di obiettivi comuni, di quieto vivere. E l’amore non necessariamente coincide con tutto ciò.

- La narrazione in seconda persona è funzionale e non sveleremo null’altro per non togliere il piacere della lettura. Volevo, però, chiederti come sei arrivata a fare questa scelta e se è stato difficile per te, gestire e organizzare la storia attraverso un narrare che, mi permetto, è poco utilizzato e impone dinamiche precise.

SN La scelta della seconda persona è assolutamente funzionale, e si tratta di un tipo di narrazione che porta il lettore direttamente al centro della storia. Come se l’attore che si muove sul palcoscenico della pagina fosse proprio lui. L’io narrante è vicinissimo, incalzante, una scelta stilistica difficile perché a tratti può risultare ansiogena e claustrofobia. Per reggere un tipo di narrazione così intima bisogna alleggerirla, depurarla di ogni lungaggine descrittiva e puntare alla sintesi estrema

- In ‘Un quarto di me’ c’è una Silvia. La protagonista di ‘La metà di tutto’ si presenta come ‘Silvia Nirigua’. Mi piacerebbe, a questo punto, chiederti chi è, la Silvia Nirigua che scrive e perché scrive?

SN Silvia Nirigua è, spero, una persona libera. Libera di farsi delle domande e di non accettare la realtà supinamente per quello che è. Libera di vivere tante vite, come quella dell’anestesista del romanzo, e attraverso di loro farsi la sua idea personale delle cose. Libera di ascoltare ogni voce ma molto più attenta a “sentire” se stessa e gli altri.

- Hai voglia di riproporre qui un brevissimo stralcio, anche solo una frase del nuovo romanzo, che vorresti condividere con noi?

SN

“E io non ci sono più.

Ti ho lasciata in questo posto degradato senza più il beneficio della mia presenza, ti ho illuso di interessarmi a te per poi sparire misteriosamente”

- Ultimo spicchio: vorrei accennare al legame tra corpo e mente che mi sembra importante nella storia di ‘La metà di tutto’. Trovi che certi malesseri (a stomaco, testa, collo, schiena…) siano – a volte – concretamente ricollegabili ad altri tipi di disagi, a sofferenze emotive? E’ forse la manifestazione fisica di un ‘qualcosa’ che non riusciamo a esprimere? O siamo solo, nel ventunesimo secolo, più fragili?

SN Credo che la suddivisione tra dolore psichico e dolore fisico sia sbagliata, psiche e soma sono inscindibili, e quindi in certo senso tutti i dolori sono psicosomatici. Credo che a tutti sia capitato, presto o tardi, di provare un forte dolore “psichico” e di scoprire che aveva ripercussioni anche sul corpo e lo stesso vale per chi patisce un disturbo cosiddetto “fisico” che finisce per ritrovarsi fragile ed emotivamente più sensibile.

- Grazie a Silvia Nirigua.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 9, 2008 alle 3:57 am

Pubblicato in 2008, interviste

Silenzio

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Gli era già capitato.
Di finire ko.
Certe donne sanno come, sono. Si conoscono e ci giocano. Ammaliano.
Però, in un rapido bilancio pre quaranta, ne usciva vincitore.
Fino a due anni fa.
Quando a lei è venuto in mente di presentarsi, di allacciare un ‘contatto’. Senza un perché sensato, così. Tra sette, forse nove uomini ha scelto lui e gli ha sorriso.
Certe volte è così semplice, credere. Agli odori, gli sguardi, i corpi che si cercano e le parole.
Troppo semplice.
Non gli serviva un sentimenti così, o forse si. Ne aveva bisogno per ricordare cosa si prova a sentirsi bene solo perché si esiste, però nel complesso no. Era proprio meglio di no.
Ma lei non le sapeva, tutte queste cose. Anzi. Le ignorava beatamente. Arrivava, lo lusingava poi spariva.
Ci sono donne che sono consapevoli anche per le altre. Lei era una di queste. Non calcolatrice, non proprio. Diciamo: allegramente seduttiva.
E quel cercarlo ogni volta di più lo aveva già fregato quattro volte. Questo sei mesi fa. Poi il crollo, i pianti (avete capito bene: lui, un omone fatto, vissuto, ha pianto eccome). Non si sono sentiti per quattro settimane. Non un sms. Mail neanche a parlarne. Telefonate e passaparola fuori discussione.
Poi è tornata.
L’ha invitato a una cena di gruppo.
E ci è ricascato.
Solo che, come ogni volta, si è ritrovato a distanza di qualche giorno solo. Svuotato. Con il suo odore tra le ciglia, qualche sorriso ebete e quel dolore da strappo. Persistente. Diabolico.
Adesso ha le mani sulla tastiera.
E’ solo in casa, fuori è tutto nero. Silenzioso.
Non ha fame, né sonno.
Lo stereo in sottofondo è sintonizzato su una radio che programma solo musica anni ottanta. O almeno così recitava il gingle di apertura. Poi è arrivata lei, melodia che si trascina una valigia enorme di tanto, tutto. Maledetta Faith Hill!
Le mani hanno preso a scrivere e non la smettono più.
Parole, frasi, punti.

Smettiamola di ballare.
Io così non posso.
Queste distanze non le digerisco. E tu che fingi di non capire ancora meno.

And I want to thank you
Now for all the ways
You were right there for me

Ha spedito la mail, chiuso il portatile, spento tutte le luci. Si è rannicchiato sul letto senza spostare le coperte.
Cinque, dieci, venti minuti.
Quando il cellulare si è messo a vibrare il mondo ha tremato. Lo ha afferrato tenendo gli occhi chiusi. Non voleva ancora sapere.
Ha accettato la chiamata e se lo è portato all’orecchio.
Silenzio.


Written by Barbara Gozzi

Ottobre 7, 2008 alle 3:03 am

Camminare e non guardare

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Mi dicevi ‘cammina e non guardare’ e io non ci pensavo.
Eseguivo.
Cammina svelta e basta. Non pensarci.
Col tempo ho imparato davvero a non pensarci. Ho scelto uno e mi sono sposata. Non abbiamo avuto figli ma lì un pò c’entravi anche tu, per via di questo corpo gracile e di un utero troppo secco, friabile per.
Poi ho ottenuto la promozione. E ancora ho continuato a camminare. Mi svegliavo e riaddormentavo senza darmi il tempo per registrare quello che accadeva – che mi accadeva – in mezzo.
Finché ti è venuto in mente di morire. E neanche si è capito bene come o perché. Incidente domestico, hanno detto. Ti fissavo, mentre quelli delle pompe funebri portavano via il tuo corpo. Semichiuso dentro la sacca di rito, con la testa che si dimenava neanche fossi mai stata un’isterica.
Allora ho aspettato che tutti se ne fossero andati. Mio marito. I tizi in nero. Il ragazzo sudato della croce blu. Sciò.
Mi sono chiusa in casa e non ho fatto niente, mi sono fermata. Non aveva più senso restare in movimento, quel rantolare ovunque tenendo i muscoli tesi. Allora mi sono spogliata e ho aperto il tuo armadio. Ne è uscito l’odore di rose che tanto ti invidiavo da ragazzina. Ho indossato quasi tutto. Perfino le mutande e i reggiseni enormi, che guardandomi allo specchio sembravo in restringimento. Forse lo ero.
Da quel giorno ho smesso.
Era più semplice prima. La tua voce scandiva il tempo, dava il ritmo.
Adesso invece, se provo ad ascoltarmi sento solo un gran silenzio. Che non mi piace.

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Written by Barbara Gozzi

Ottobre 2, 2008 alle 12:46 am