Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Settembre 2008

Serrano Marcela – I quaderni del pianto

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“ Per distrarmi un poco, intensificai la mia attività. […]… trovai nella biblioteca, nascosti in mezzo ad alcuni libri di botanica, quattro quaderni bianchi. Vecchi, umidi, le copertine erano verde muschio. Le pagine erano a righe, con i margini superiore inferiore, e anche ai lati. Pronti per essere riempiti. […] Erano soltanto quattro. Piuttosto sottili. Quindi avrei dovuto suddividere la mia vita in quattro parti. Dopotutto non avevo bisogno di tante pagine. Presi il primo quaderno e scrissi il mio nome. Sul secondo, il nome di Olivia. Sul terzo, il nome di Elvira. I pilastri della solidarietà, così la vedevo io. Lasciai l’ultimo in bianco.”

(pag.86-87)

La struttura, l’ossatura di questo romanzo è tutta dentro queste righe.

Nell’america latina, tra campagne e miseria scompaiono bambini. Tutti figli di analfabeti, contadini poverissimi incapaci di capire tanto meno reagire. I neonati muoiono a poche ore dal parto, vengono impedite le visite e, degli ipotetici corpicini, restano solo ceneri. Un rituale, uno schema.

Ma una donna non ci sta.

Nel suo mondo seppure umile c’è ancora un posto vuoto, un posto enorme che colma con l’istruzione, la tenacia, le battaglie e la galera.

È la storia di una perdita annunciata, la bambina non c’è già più dalle prime pagine, ma anche di una ricerca eterna. Una donna contro tutti. Una donna che non crede e non si rassegna. Una donna che rischia.

La realtà raccontata dalla Serrano è senza dubbio dura, crudele e lontana da quella italiana.

Il fenomeno dei bambini scomparsi e il mistero che aleggia attorno alle adozioni illegali e il traffico degli organi, sono purtroppo radicati e diffusi ovunque. Non hanno nazione, né territorio.

La Serrano racconta una storia con precisi riferimenti geografici, approfondisce, scava, tra dinamiche di miseria, povertà, ignoranza e potere. Ma anche ribellioni, rapimenti politici e territori abbandonati.

“Essere poveri vuol dire tante cose oltre a non avere soldi. Me lo aveva insegnato mio padre quando ero piccola e lo ripeté allora. Lui e mia madre non credevano mica che fossi pazza, e neanche fuori strada. Non è la prima volta che una donna priva di mezzi si vede negare il cadavere del suo bambino. Così disse mio padre. Ah, se il marito mio avesse potuto sentirlo! Ma lui era nato in città, non era contadino come me, aveva credenze divers.”

(pag.19)

Ed è una storia dolorosa ma mai stagnante, ricca di pagine vive, pulsanti, mai pesanti nell’incedere degli avvenimenti.

L’intero romanzo è scritto dalla protagonista stessa, solo l’ultimo, il finale, sposta l’angolazione, restituisce al narratore la sua dimensione di personaggio.

La Serrano scrive in modo fluido, amalgama dialoghi e riflessioni, plasma fatti con spiegazioni. Il risultato è un flusso continuo che scivola facilmente. Il ritmo si tende a tratti verso rallentamenti eccessivi, proprio perché la scrittura è un composto liscio e uniforme in alcune pagine, specie verso la fine, si rischia di perdere la concentrazione, la tensione per la storia. Ma è, indubbiamente, una percezione soggettiva (la mia) che risente delle precedenti letture.

La linearità non è necessariamente un difetto, anzi, e la Serrano costruisce una storia con strumenti semplici, non le interessa colpire in modo eclatante, non cerca il colpo si scena improvviso. Racconta una storia. E lo fa con calma, lasciando che la protagonista si prenda le dovute pause, respiri necessari per non esplodere.

Credo sia difficile, molto, per un italiano entrare in questa realtà che purtroppo è vera nelle fondamenta. E credo anche che l’errore che si rischia di commettere è proprio quello di credere ‘a me non succederà’, di perdere un figlio in quel modo, di vedermelo portare via per chissà quale motivo o scopo. ‘A me non succederà’ è purtroppo una trappola che si avverte tra le righe di questo romanzo che ha una trama definita ma offre diversi spunti di riflessione.

In Italia la situazione dei bambini scomparsi, del mercato nero degli organi, è decisamente un’altra. Ma c’è, esiste, tanto quanto i giochi di potere, gli accordi politici ed economici, le strategie.

“ O l’avevano data in adozione o l’avevano venduta per il traffico degli organi. Scoprii l’esistenza di una rete di traffici in cui erano coinvolti paesi ricchi che commissionano il rapimento di bambini nei paesi poveri. I nostri si prestano volentieri a farlo, pagano bene. Ed è facile con tante donne ignoranti che partoriscono in ospedali sperduti, perché no?”

(pag.36)

In conclusione è un romanzo che racchiude un immenso dolore ma non si arrende mai, è il tratteggio di una donna che non cede alla miseria e all’ignoranza ma tenta in tutti i modi di combatterli. È la forza di una perdita che non si esaurisce neanche quanto il tempo allontana i volti e gli odori. E c’è, di fondo, la rabbia cieca e sorda, verso un sistema che disprezza la vita umana e la popolazione umile. C’è, ancora più in fondo, l’urlo straziato per un legame che neanche la presunta morte può spezzare e che non è comparabile o sostituibile con nessun altro tipo di rapporto. L’amore per un figlio può trasformare una persona, renderla talmente forte e coraggiosa da rinunciare a tutto il resto: l’amore di un compagno, l’appoggio delle amicizie, una casa propria, la stabilità.

“Un atto è tanto più potente quanto necessario.”

(pag.103)

I quaderni del pianto
di Marcela Serrano
Feltrinelli, ottobre 2007

traduzione dalla spagnolo di Michela Finassi Parolo
Isbn 978-88-07-01737-7

Written by Barbara Gozzi

Settembre 28, 2008 alle 4:57 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Palahniuk Chuck – Soffocare

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Il titolo non potrebbe essere più azzeccato. Soffocare, descrive alla perfezione la storia di questo libro, un certo narrare e tutta una serie di simboli precisi che si rincorrono.

Victor Mancini finge di soffocare, ogni sera in ristoranti diversi, in modo da farsi salvare da qualcuno che si trasforma in eroe e che gli è riconoscente al punto da preoccuparsi per lui e inviargli soldi a distanza di anni dall’episodio. È praticamente un metodo scientifico. Un mestiere a tutti gli effetti. Scenetta, salvataggio poi, a casa, apertura delle buste, smistamento dei soldi ricevuti e compilazione dei bigliettini di ringraziamento. Così ogni giorno. Anni di soffocamenti inscenati ripagati da donazioni più o meno spontanee.

Ma soffocare è anche la percezione subdola che arriva al lettore, immerso in una trama che sembra semplice, ma si rivela complessa, insidiosa. Perché Victor Mancini è anche un sessodipendente che pur riconoscendo la patologia continua a cercare occasioni per fare sesso (anche con altri sessodipendenti boicottando le sedute di terapia di gruppo) finché incontrerà una dottoressa misteriosa che lo intrigherà al punto da non riuscire a farlo, niente sesso con lei ma tanti – tantissimi – pensieri, ragionamenti, verso l’unica donna che, in fondo, gli interessa in quanto tale.

Poi c’è il soffocatr come stile di vita, come approccio scelto dal protagonista che ha un passato scomodo alla spalle, una madre incomprensibile che entra ed esce dalla sua vita, e varie famiglie adottive. È un soffocare lento, in un presente tra mestieri strani, anche difficili da immaginare (almeno in Italia) e dialoghi rivelatori.

Tutto in questo romanzo è gestito con intelligenza, ritmo e consapevolezza.

Palahniuk vuole stupire, sorprendere, confondere, scatenare qualcosa nel lettore, una reazione, qualunque essa sia. E ci riesce. Infila il dito in piaghe puzzolenti e imbarazzanti, e lo fa col sorriso sulle labbra perché non c’è spigolatura che non è disposto ad affrontare con la più cruda ironia possibile, un paradosso disgustoso eppure vibrante.

Uno dei personaggi più complessi e sorprendenti è quello della Madre. Molto ci sarebbe da spiegare su una donna che nel corso della narrazione principale è ormai una vecchia prossima alla morte, rinchiusa in una clinica, che chiama il figlio con molti nomi tranne che col suo e che l’ha costretto a fuggire infinite volte, da bambino, per portarlo con sé. Una Madre che gli ha trasmesso un ‘suo senso’ della vita e del vivere, che ha cercato comunque di insegnargli qualcosa, in mezzo al caos perenne delle continue fughe. Forse già da allora il piccolo Victor si sentiva affogare, costretto a imparare a sopravvivere ‘inventandosi’ sempre qualcosa, espedienti per lo più, fino alla prossima famiglia adottiva poi la fuga, giri di valzer descritti con crudeltà ma che non trascurano la drammaticità della realtà.

<Non voglio che accetti il mondo così com’è> disse.

Disse:< Voglio che te lo inventi. Voglio che tu abbia questa capacità. Di creare la tua realtà. Le tue leggi. E’ questo che voglio tentare di insegnarti.>
(pag.273, è la Madre che parla a Victor bambino)

L’aspetto che personalmente mi ha più colpito è l’abilità di inserire frasi profondamente vere, intense e forti in momenti ridicoli o diametralmente opposti nei significati. Come se il contesto assurdo, allucinato, rafforzasse la profonda verità celata nella narrazione.

L’irreale è più potente del reale.
Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione.
Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé… la gente muore.
(pag.160 – parole della Madre al piccolo Victor, proprio lei che ha vissuto in una realtà fantastica per tutta al vita)

Non c’è niente di prevedibile, in questo romanzo. Perfino il sesso, elemento onnipotente a cui si attribuiscono molti interessi, in questa storia si tende verso il disgusto, l’eccesso descritto come fosse scienza ma anche ossessione. Perché qui non si tratta di ‘scrivere di sesso’ ma di mostrare come può diventare fonte di salvezza. Non ci sono scene con amplessi che attirano, eccitano insomma. Ci sono frammenti di gesti necessari, dove l’istinto è verso la sopravvivenza più che per il piacere innescato dall’azione.

L’istante in cui ci ritroveremo a sentire freddo e a sudare sul pavimento del bagno, un attimo dopo essere venuti, ci passerà persino la voglia di guardarci in faccia.
L’unica persona che ci farà più schifo di quella che abbiamo davanti saremo noi stessi.
E’ solo in questi pochi minuti che posso diventare un essere umano.
Solo in questi pochi minuti non mi sento solo.
(pag.25)

Lo stile di Palahniuk cattura. Si entra in un ritmo preciso dalle prime pagine, che disorientano. Ma è proprio questa caratteristica che non mi ha fatto staccare dal libro: la non linearità. Quasi ogni capitolo ha un suo registro. Il narratore cambia, si alterna in modo da non dare tregua al lettore che deve rimanere attento, cogliere le sfumature per capire ‘dove si trova’ e ‘in compagnia di chi’. Decisamente un’ottima strategia per scacciare la noia, non che ce ne sia bisogno, ma ho avuto l’impressione che per Palahniuk sia parte del processo narrativo, questo alternare voci, cambiare registro, saltare. Anche questo ‘è’ la storia. Ed è stimolante.

Unica annotazione personale riguarda il finale dove i capitoli tendono a inspessirsi, ho avuto l’impressione che, specie in alcune pagine, ci fosse un eccesso di parole, come a voler allungare il tempo, un cercare di dare maggior corpo a una storia che ormai è delineata, il lettore la conosce e la segue senza bisogno di ulteriori tratteggi. O forse è solo un rallentamento necessario che, da lettrice vorace e curiosa quale sono, ho sentito fuori luogo, appena un po’.

In conclusione Palahniuk non racconta una storia assurda fine a se stessa. Realizza un’opera d’arte. Dove realtà e finzione si mescolano, il lettore lo sente, il sottile confine tra ‘normalità’ e ‘pazzia’. Tra coerenza e ‘follia’, tra ‘ordine’ e ‘caos’. Dunque c’è, quel confine, ma si finisce per perderlo spesso e certi nodi, certi svolgimenti, si confondo, sembrano ma poi non sono. Il protagonista stesso, disilluso e abituato ai fallimenti, ai cambiamenti e agli equilibri fragili, vuole – pretende – una precisa immagine di sé stesso e fa di tutto per alimentarla pur rendendosi conto che finirà solo e abbandonato, e, per certi versi, questa solitudine la cerca anche.

Si vive e si muore e il resto è solo un’illusione. Puttanate da femmine sottomesse che si riempiono la bocca di sentimenti e sensibilità. Un mucchio di stronzate soggettive ed emotive. L’anima non esiste. Dio non esiste. Esistono le decisioni e le malattie e la morte.
Io non sono altro che un lurido porco schifoso, un caso disperato di sesso dipendenza, e non posso cambiare, e non posso fermarmi e non sarò mai nient’altro.
(pag.155)

Una delle associazioni più frequenti, che rimbombano spesso, è legata a Gesù.
“ Chiediti sempre: cos’è che Gesù non farebbe?” è un quasi un ritornello. Il protagonista ha motivi precisi per nominarlo, ma allo stesso tempo tenta di stravolgerne il senso, di mettere a testa in giù quelle convinzioni, credenze, che sono cardini religiosi precisi. Di fatto Gesù farebbe di tutto, secondo Victor, perché non ci sono limiti alla sopravvivenza. E per Victor, Gesù è un termine di paragone ingombrante, un’ossessione che lo costringe a scontrarsi continuamente con quel confine, giusto o sbagliato, che invece ha sempre ignorato.

Una buona prova di talento narrativo, strutturazione e gestione di una trama piena di sottintesi e simboli, un affresco del vivere oggi dove il vero e unico obbiettivo è ‘non soffocare’, sopravvivere sempre e comunque fino alla resa finale, l’abbandono che però non lenisce, sfalda le certezze.

Mentre gli investigatori sfogliano il diario rosso di mia mamma, mi guardo intorno in cerca di qualcosa di più grosso. Qualcosa di troppo grosso da mandare in giù.
Ormai sono anni che soffoco fin quasi a morire. Non dovrebbe essere difficile.
(pag.269)

Per avvicinarsi al testo, propongo proprio l’inizio, l’incipit:

Se stai per metterti a leggere, evita.
Tra un paio di pagine vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finché sei ancora intero.
Salvati.
Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli.
Tanto, ringiovanire non ringiovanisci.
Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. E poi sarà sempre peggio.
(pag.7)

Soffocare di Chuck Palahniuk
Oscar Mondadori
Isbn: 978-88-04-52438-0
traduttore M.Colombo

Written by Barbara Gozzi

Settembre 23, 2008 alle 9:22 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

L’ibuprofene è finito.

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Mi ha detto che non ci capiva più niente, che si era persa.
Io devo averla guardata male, cioè poco convinto. In realtà non avevo capito granché, pure io. Era un’ora che blaterava su questo e quello.
Diceva che non distingueva più chi le era amico amico.
Amico amico in che senso, dico io.
Quando non ti devi guardare le spalle, ha risposto ma si vedeva che era seccata, di doversi interrompere.
Così non le ho più chiesto niente.
Io sono quella roba lì, amico amico. Ti pare che me sto qui ad ascoltare le sue stronzate ossessive se no? Appunto. Anche questo dovrebbe essere considerato, invece no, non sembra almeno. Cioè. Lei è troppo presa, e lo so che ha paura. Ma poi, voglio dire, cosa le cambia? Assillarmi, annegarsi di parole, pensare, pensare, pensare. Mi viene mal di stomaco, quando fa così. E le spalle si contraggono. Cavoli suoi. Adesso le faccio venire l’emicrania, così la finiamo di tribolare, che cavolo!

Ricordati che l’ibuprofene è finito. E le farmacie sono chiuse.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 23, 2008 alle 3:00 am

Pubblicato in 2008, flash, grattare

Sannino Giorgio – Il pianto delle falene

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Il primo elemento che mi ha colpito è stato la ‘forza del risucchio’. Tendo a essere una lettrice decisamente imperfetta e – ultimamente – anche molto frammentaria nel senso che doso il tempo, le risorse e, più in generale, gli spazi da dedicare a una storia. In quest’ottica l’approccio iniziale è, per me, determinante. Ho notato che se un romanzo inizia piano, lentamente, o semplicemente fatico a ‘entrarci’, se incontro troppe difficoltà iniziali insomma (diciamo entro le prime cinquanta pagine) allora è un gioco alla resistenza. Rallento la lettura, mi impongo di, ma resta il fatto che non ho più l’urgenza tra le ciglia.
Con ‘Il pianto delle falene’ mi è capitato l’esatto contrario. L’ho Iniziato in una mattina già afosa alle nove, mentre mio figlio giocava al parco e l’ho finito a notte fonda (dello stesso giorno). Sannino ha questa capacità di acciuffare il lettore e catapultarlo nella ‘nuova realtà’ con poche, sapenti, pennellate. E’ quasi fin troppo facile. Vedi alcuni scorci di luoghi, senti i primi discorsi dei personaggi, li segui e già non hai scampo. E mi piace molto, quest’approccio perché è l’esatta carica che mi aspetto da uno scritto (poco importa il genere, l’autore o altro).
Scelgo un fiocco che mi chiama tra gli altri, lo seguo fin dove riesco, è volubile, incostante. Quando penso di averlo trovato stringo gli occhi e lo attiro verso la mia direzione. Si divincola, si affanna. Si difende con l’inconsistenza che gli è propria. Non lo sa che lo aspetto e se lo sa, finge.
(pag.11)
Superato l’approccio, lo stordimento iniziale, ecco che ho colto meglio l’originalità di questo romanzo: un uomo che scrive in prima persona usando una voce femminile.
Innanzi tutto scrivere un intera storia in prima persona è complicato. E rischioso. Il punto di vista si orienta, per forza, sulla voce principale, si rischia di dare al lettore una visione troppo parziale e, per questo, limitata e limitante. Oltre al fatto che sostenere per oltre duecento pagine un’unica voce dominante non è semplice.
Ma c’è di più.
Sannino ha costruito la figura di questa protagonista che è una donna, over trenta, che lavora in un bar, vive da sola e ha una relazione instabile. Si è trasferita in periferia per lasciarsi alle spalle facce familiari e un passato che, comunque, la tormenta e non è di certo rimasto sufficientemente lontano da farla stare tranquilla. Eppure si è ‘modellata’ una vita dove tenta di restare in equilibrio. Lavoro. Casa. Amici (pochi ma buoni, come dicevano le nonne). E Amore (altalenante, ma quale non lo è?).

Ho bisogno di mantenere il controllo dei miei giorni. Per questo mi trasferii qui, in questo paesino di provincia, lontana dal caos e dai miei precedenti affetti.
(pag.113)

Una storia moderna, inquietudini di questo secolo di certo, di una società che non ha tempo per niente, dove non è permessa l’imperfezione, non si accettano ‘i diversi’ sotto ogni possibile angolazione, dove le tappe ‘socialmente obbligate’ sono religioni inviolabili.
E c’è una gran forza in questo tratteggio, c’ è sudore e fatica. Consapevolezza mista a qualcos’altro che il lettore aspetta di capire, segue e sa che, prima o poi, si svelerà.
Tutto questo, narrato in prima persona. Sannino scrive, parla, spiega, urla, riflette. Tutto dentro i panni della protagonista. Di una donna. E, devo dire, lo fa bene. Non so quanti, leggendo alcune pagine a caso, senza sapere il nome dell’autore, saprebbero riconoscerne il sesso. Non tanti credo. La struttura narrativa è convincente, credibile nella storia quanto nei tratteggi. La voce è forte e coerente nelle sue sottili ma evidenti contraddizioni. Appena alcune sbavature, pensieri che io – da donna – ho trovato poco vicini alla mia sensibilità anche se, il tipo di donna che è Katia ha nette differenza con me e di certo, queste diversità - a tratti – me l’hanno fatta sentire più lontana del necessario.
Ma più di tutto, l’immagine di una donna che ancora si cerca, che ha paura e non vorrebbe averne, con tutta se stessa. Che lotta ogni giorno per costruirsi una routine che, in realtà, tende a sfuggirle troppo facilmente. Che si affida a sentimenti che sono altalene scricchiolanti, cercando un tipo di amore che sembra non esistere, non tra gli uomini che la circondano quanto meno.

[…] la sensazione di un equilibrio di cristallo, continuamente in procinto di infrangersi. E lui non si curava di ciò che avrei voluto essere.
Cosa?
(pag.46)
C’è molta carica sessuale nel corso della narrazione, mentre gli eventi evolvono, gli sguardi si intensificano e certi gesti diventano sottintesi. E questa energia, fisica, quasi animalesca ne alimenta il ritmo, permette al lettore di non dimenticare il tipo di consapevolezza dei personaggi, il peso degli odori.
Sannino è un autore sensibile e attento. Studia. Annusa. Analizza. Allo stesso tempo è animato da un pizzico di sana incoscienza, la stessa che lo ha fatto entrare nei vestiti di una donna, nelle sue corde vocali, nei tacchi.
Descrive molto, con un aggettivazione precisa e sensoriale che permette al lettore di focalizzare gli ambienti, le atmosfere in poche righe.
C’era quell’odore nell’aria, di petali e di pesche. E una luce ancora accesa dal blu cobalto del cielo.
(p.118)

Questo, forse, è uno dei pregi che più portano a galla alcune sbavature. Tanto quanto lo stile tende ad essere asciutto, preciso ma ricco, quanto la lunghezza lo appesantisce, eccede in alcuni punti chiave dove il ritmo rallenta troppo, dove si avverte che, la volontà di scavare meglio e respirare con calma si è trasformata in un’inchiodata brusca.
Altra piccola spigolatura, che per come l’ho letto e percepito io, ha in alcuni casi tolto il pieno del sapore: l’anticipazione.
Per quella che è la mia esperienza, quanto una storia può essere prevista dal lettore, allora è opportuno riflettere, e magari invertire il fenomeno. Ma se, il lettore stesso, riesce addirittura ad anticipare un’azione o un personaggio con ragionevole certezza, allora, forse, qualcosa (di micro quanto macro) non va. Premesso questo, considerando che oggi non si inventa né si scopre più nulla, è evidente che i personaggi, i ruoli, gli incastri e le trame si rincorrono. Eppure quel guizzo in più, quel modo, quei tratti; sono loro, secondo me, che possono fare la differenza. Ne ‘Il pianto delle falene’ in alcune pagine sporadiche ho anticipato, leggendo. E credo anche che sarebbe bastato poco per evitarlo senza sconvolgere gli eventi o i personaggi. Ma, come specifico sempre, sono solo le mie percezioni, soggettive e assolutamente non qualificate.
La protagonista è una donna complicata (e, fin qui, verrebbe da aggiungere che non c’è davvero niente di nuovo) ma è anche in perenne ricerca, fa l’equilibrista tra persone e azioni. Poi cambia idea. Cerca qualcuno a cui appoggiarsi, ne ha un bisogno disperato, eppure lo stesso resta incerta, sa ma non è sicura, vuole e rifiuta.
Ci sono, poi, alcune figure maschili, in questo romanzo, che si riveleranno essere ‘chiavi di decodificazione’. Uomini, a modo loro, presi da se stessi ma ricettivi. Che la vogliono eppure tendono a ritrarsi. Lo spazio, in questa storia, quello imposto quanto quello cercato per sé, è un elemento dominante a mio avviso. Tanto quanto le verità celate, i legami spezzati e quei segreti che logorano eppure finiscono rinchiusi nel ‘famoso armadio’. Sannino dosa sapientemente i gesti, sa dove colpire per cattura quanto per stordire e non si risparmia. Mostra solo quello che vuole e cerca il momento successivo per.
Nel titolo c’è, evidentemente, il simbolismo più forte.
Le falene appartengono, come le farfalle, all’ordine dei Lepidotteri. Ma non sono farfalle. Hanno abitudini notturne, recita Wikipedia, e possono avere le antenne di forme diverse.
Quest’immagine, di un gruppo di falene che volano in alto, insieme, e piangono ma di un pianto bambino, insistente quanto inconsolabile; quest’immagine è decisamente una proiezione diretta di una parte della protagonista. Forse del suo lato più interiore, meno propenso ai compromessi, alle scelte di comodo. Le falene volano e piangono a fasi alterne, tornano per ricordare alla protagonista che il pianto ancora non è cessato e che è ora di aprire le finestre e lasciarle andare. Per quanto difficile sia. In quest’immagine, forse, c’è l’essenza di un vivere che è di una fragilità sconvolgente proprio perché è ‘quel’ tipo di atteggiamento che, di solito, rifiutiamo, ignoriamo o tentiamo di camuffare.
Ho terminato la lettura come ‘in sospensione’. Perché è così che succede quanto una storia è amara al punto giusto, e fa sentire tutto il suo sapore legnoso, sgradevole. Che non è affatto un difetto. La vita reale non è un eterno sciogliere dolcificanti. Per questo apprezzo molto le storie che non tentano di accecarci del tutto. Quelle che restano fedeli a se stesse, non accettano compromessi e ci lasciano lì, a fissare la pagina pensando ‘ma allora…’.

Lessi l’anno scorso, il suo primo romanzo, ‘Assolo’ edito da Il Foglio, ho recuperato alcuni brevi appunti, scritti d’istinto: “E’un testo introspettivo, scavante. Dove la solitudine è così prepotente da schiaffeggiarti a un certo punto. Ci sono flash back che parlano di adolescenza come penso molti l’abbiano vissuta. In un mondo che già a diciassette-diciotto anni è feroce, competitivo. Tutto è classifica. E se non stai al passo sei stritolato dall’ingranaggio. (certe righe mi hanno riportato indietro nel tempo e non mi è piaciuto per niente, confesso)
Poi ci sono le tematiche interiori. L’analisi di un se stesso visto dall’interno. Debolezze. Paure. Esplosioni. Amori fugaci. Sussurrati. Nascosti. Incompresi. Abbandonati.
C’è l’attesa. Che serpeggia per tutto il tempo. Tiepida compagna di lettura. Che ti ricorda che arriverà. Sta per arrivare. Dovrebbe essere già qui. Si. L’attesa. Che si svela solo nelle ultime pagine. L’attesa. Che, in fondo, è anche la nostra. Di chi legge.”

E devo dire, oggi, che la ‘voce’ di Sannino non mi sembra cambiata nelle sue radici profonde, affinata certo, più padrona e potente, direi. Il passaggio più grosso è stato, senz’altro, nella trama. Nel gestire molti personaggi, nel tratteggiarli, renderli vivi e pulsanti. Nel riuscire a costruire un micro mondo fatto di luoghi, atmosfere, persone e legami che mutano, si svelano e cercano sempre qualcosa che ancora deve accadere. E, di certo, nell’entrare dei panni dell’altro sesso.

Alcune veloci annotazioni sulla casa editrice: le Edizioni Smasher nascono nel novembre 2007 mantenendo il gruppo editoriale dell’Associazione Smasher, risalente al 2004. Sono giovani, il sito è ancora in costruzione. Eppure sono celeri e cortesi. Ho ricevuto il libro in pochi giorni e, come oggetto, non sfigura accanto ad altre pubblicazioni. Mi sembra ci sia molta cura, per la veste quanto la possibilità di creare un contatto col lettore, per quanto si possa in un mercato dove la distribuzione è, di fatto, in mano alle pochissime grandi case editrici. Altra annotazione, diciamo di servizio: il prezzo adeguato, Euro 10 (decisamente ‘onesto’ mi permetto di aggiungere) rispetto alle 270 pagine complessive. E la foto in copertina, di Annarita Migliaccio, davvero calzante. Suggestiva.

Lascio uno stralcio del passo dove, a margine, sulla mia copia ho scritto ‘meraviglioso’:

Quando penso di parlare di me a qualcuno, ho sempre la sensazione di trovarmi un passo indietro e di parlare una lingua sconosciuta. Incomprensibile perché solo mia. Ho la certezza di non poter essere compresa, perché quello che ho risulta inverosimile perfino a me stessa.
(pag.78)


Barbara Gozzi, Luglio 2008.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sannino Giorgio (1968) vive e lavora a Bergamo. Laureato in economia e commercio, musicista pentito, avido lettore, scrive contratti per campare. Ha pubblicato vari racconti. Nel 2004 un romanzo, Assolo, per le Edizioni Il Foglio. ‘Il pianto delle falene’ è il suo secondo romanzo.

‘Il pianto delle falene’ di Giorgio Sannino, Edizioni Smasher, aprile 2008. Prefazione di Anna Lamberti-Bocconi. Pagg.270, Euro 10.
Il blog di Giorgio Sannino, dove si recuperano molti suoi scritti.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 20, 2008 alle 3:17 am

Pubblicato in Non recensione

T.b.di Barbara Gozzi

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Ricordo una bambina che guardava fuori dal finestrino.
Era buio. Tutta la famiglia si era infilata in macchina dopo cena, salutando i nonni. Tratta stradale: Ferrara – provincia di Modena. Capitava che la domenica diventasse un transito: partenza in tarda mattina tra schiamazzi e borbottii, ritorno notturno e silenzioso.
Ricordo che l’abitacolo la rassicurava, quella bambina che fissava insistentemente il paesaggio indistinguibile. Campagne. Tetti. Alberi e macchie. Qualche luce lontana.
Ci pensi mai alla morte, mamma?
Ricordo le parole esatte. Perfino il tono, frettoloso ma deciso, che è uscito dalla bocca della bambina.
Poi il caos. La madre col volto arrossato, balbettante sbirciava il padre alla guida. I fratelli ridacchiavano tra loro e la radio in sottofondo, a coprire una risposta che non è mai arrivata.
Quella bambina ero io, ormai vent’anni fa.
E da allora il mio rapporto con la morte è cambiato, da individuo quanto, da alcuni anni, anche da genitore.

Allora queste righe strane, storte direi, tentano di lasciare una traccia precisa.

Della morte ho paura, mi confonde, la temo e la rincorro, la vedo attorno a me e spesso mi sento accarezzata.

Ma non vorrei mai – davvero mai – allontanarla. Scansarla. Ignorarla o peggio. Lasciarmi sospesa, come se potessi (e dovessi) aspettarmi l’eternità.

No. La morte scandisce il tempo. Ci restituisce una precisa dimensione, di creature fragili che vivendo possono fare e disfare in continuazione. La morte è ‘l’ ‘incognita che sottolinea la forza del tutto che ci circonda. Colori, sapori, umori, moti, gesti, suoni e.

Allora io chiedo di poter morire senza che il mio corpo diventi un mero contenitore freddo. Non accanitevi su un involucro che non ha colpe, è progettato per deteriorarsi, non conosce l’eternità.

Ma chiedo anche di non essere lasciata sola. Chiedo, a chi mi vuole bene, di non voltare la faccia, di non fuggire né di delegare. Chiedo di essere accompagnata nell’unico modo possibile: rimanendomi vicino. Il gesto, lo so, può sembrare inutile forse addirittura insensato. Ma non lo è.

E mi rendo conto, di essere egoista. Di ‘pretendere’ qualcosa di doloroso, difficilissimo. Lo so.

Ma la voglio urlare questa, come la precedente, dichiarazione perché nella morte abbiamo bisogno di comprensione, appoggio. Di poterci aggrappare mentre ci lasciamo andare. I viventi la dovrebbero sfiorare (la morte) e il morente sentire, quella carezza lieve, magari distante, offuscata.

Spero che il silenzio non mi separi anzitempo dalle persone amate, tutte, senza distinzioni di gradi o legami. Vorrei sapermi rispettata nel corpo quanto nella mente. E mi auguro, chiedo, che il transito venga legittimato, capito e accettato.

Chiamatelo pure testamento biologico allora.

Ma è anche un impegno preciso che prendo ora, qui, adesso. Giovedì 11 Settembre 2008, una giornata qualunque, quella in cui ho deciso consapevolmente di espormi.

Amore, rispetto e vicinanza. Anche attraverso la morte.

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Testamento biologico pubblicato su Vibrisse e Primo amore.

Consiglio la lettura dei commenti su Vibrisse che ampliano l’orizzonte, propongono un dibattito.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 17, 2008 alle 8:46 am

Consapevolezza pericolosa

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- Hai letto l’altro ieri di quella bambina che…
- Ma lascia perdere per favore, mi fai venire mal di stomaco la mattina presto!
- Come siamo delicatucci…

- Era solo per dire che col sesso si va ormai ovunque…
- Sai che novità.
- Intendevo già a dieci, dodici anni. Sanno come fare e non si fanno troppi problemi.
- Infatti siamo proprio alla frutta.
- Se lo dici tu.
- Perché, a te sembra normale? Che una ‘bambina’, perché cavolo, se non sei bambina a dodici anni cosa sei? Comunque, a quell’età lì, che magari manco hai le mestruazioni, eppure già sai come muovere il corpo, come giocare con la sessualità…
- Non è che ci voglia poi una laurea.
- Noi a quell’età lì forse avevamo qualche vago pensiero, facevamo gli asini se vuoi, ma eravamo anni luce da queste robe qui, dai, ammettilo!
- No, infatti.
- Oggi c’è una consapevolezza pericolosa.
- Sarebbe a dire?
- I giovani sanno che possono ottenere quello che vogliono anche se i genitori li ostacolano. Basta usare internet o darla via a pagamento… non è neanche troppo difficile. Usano i cellulari come fossero prolungamenti delle mani per non parlare dei computer…

- Ti pare che a noi veniva in mente di fotografarci proprio lì, per poi vendere gli scatti? E poi con che cosa? Te la immagini la faccia del fotografo, del Ciccio, ad esempio, mentre ci allunga le foto e ci dice il conto? (Risata bassa)

- Allora? Non sei d’accordo?
- No. Cioè, si. E’ vero. Solo.

(silenzio)

Written by Barbara Gozzi

Settembre 15, 2008 alle 3:14 am

Paolin Demetrio – una tragedia negata

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Mesi fa avevo letto la versione free on line, su Vibrisse.
L’ho riletta ieri dopo un’occasione imprevista di discussione.
Paolin è uno che non si accontenta, cerca, insiste, confronta, ragiona.
Mi piace questo approccio, al di là delle modifiche, migliorie, ampliamenti apportati nella versione cartacea pubblicata dal Magistrale.
Mi piace perché noi italiani siamo un popolo che dimentica, si ferma alla superficie e quando si tratta di tragedie non vediamo l’ora di andare oltre. E così anche la letteratura, senza voler generalizzare.
Io sono nata nel ‘78 e tutt’ora ho difficoltà a ‘entrare’ in tutta una serie di accadimenti che invece sono parte di quest’Italia in cui viviamo oggi.
Lo spiega lo stesso Paolin nel pdf free:
“Quegli anni tremendi hanno prodotto racconti rassicuranti. Il male, più che essere mostrato, esperito, è sottoposto a un consolante esorcismo” … [...] La letteratura italiana, però, non ama la tragedia, non è nelle sue corde perchè <ci sono perfino degli aspetti comici nella capacità italiana di far convivere il carnevale con la tragedia.>
I testi che ho preso in esame condividono questa caratteristica: ti portano al limite del tragico e poi si arrestano, spaventati di andare contro la propria stessa identità. [...]… ho pensato che i testi esaminati raccontassero una tragedia ‘negata’, riferendomi a una vera e propria incapacità tutta italiana di provare certi stati d’animo.
In realtà i romanzi sugli anni di piombo questa tragedia la negano, proibendo alcune voci, trasformando gli scenari tragici in interni di case borghesi, anestetizzando la violenza agita ed eclissando la figura del nemico.”
(pag. 103-104- visualizzabile qui:
http://www.vibrisselibri.net/testi/tragedia.pdf)

Consiglio un approfondimento on line, almeno della versione promossa da Vibrisse:
http://www.vibrisselibri.net/?p=10

Secondo me è arrivato il momento di ascoltarle, le voci del passato, di ‘certe’ tragedie, il più possibile. Spostando le angolazioni. Non fermandosi al guscio, alla mera informazione ‘pubblica’.
Paolin analizza la letteratura, una parte di quella letteratura che si è occupata, ha trattato, dei c.d. ‘anni di piombo’ italiani. E’ comunque un punto di partenza. E seguirlo nel corso del saggio non è semplice. Eppure lo sforzo ha un senso preciso, che va oltre la mera analisi, che ci riconsegna una precisa dimensione di cittadini insoddisfatti di un passivismo cieco e inutile.

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Versione disponibile in libreria:

Una tragedia negata
di Demetrio Paolin
Il Magistrale, 2008
Codice Isbn: 8889801379

Written by Barbara Gozzi

Settembre 13, 2008 alle 10:35 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Berger John – Sul disegnare

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[disegno 'da ricordo', realizzato con biro bic nera su moleskine]

” E’la più profonda tra tutte le attività, quella del disegno, e la più impegnativa. [...] Quasi ogni artista sa disegnare, quando ha fatto una scoperta. Ma disegnare per scoprire, questo è il processo divino, questo equivale a trovare insieme effetto e causa. La potenza del colore è niente in confronto alla potenza della linea; la linea che non esiste in natura ma che può esporre e dimostrare il tangibile con maggiore acutezza… [...[ Disegnare significa toccare con mano, avere la prova che voleva Tommaso.
(pag.129)

Per un'artista disegnare è scoprire. [...] E’ appunto l’atto di disegnare che costringe l’artista a guardare l’oggetto che ha di fronte, a sezionarlo con gli occhi della mente e a rimetterlo insieme; o, se disegna a memoria, che lo costringe a dragare la propria mente, a scoprire il contenuto della propria riserva di osservazioni passate.
(pag.11)

E’ quanto ho l’impressione di cogliere nelle parole di Cezanne, che mi tornano in mente così spesso. ” Un attimo nella vita del mondo sta passando. Dipingilo com’è.”
(pag.85)

da ‘Sul disegnare’ di John Berger – Scheiwiller Libri, 2007

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Annotazioni dall’ ‘Officina‘: Sono molto arrabbiata con me stessa perché di questo libro avrei voluto scrivere tanto-tantissimo, invece non ne ho il tempo e le energie.
E’ un testo che colpisce molti nervi scoperti e – a dispetto dell’apparente severità nonché impressione noiosamente saggistica da blablabla vuoto e inconsistente – scrive di tratti, cuori, emozioni, curve e moti profondi. E’ una raccolta di scritti pubblicati da Berger in un arco temporale vastissimo (dagli anni cinquanta a oggi) e in tutti l’oggetto principale è ‘il disegno’, l’arte del disegnare e il ‘come, dove, perchè, se’ ma ogni volta con registri e approcci diversi. Berger si confronta e coinvolge il lettore. Nel libro ci sono tanti disegni (suoi ma anche di altri) e sfogliandolo si ha quasi l’impressione di entrare in un laboratorio atipico che viaggi oltre il tempo e lo spazio seguendo quelle linee che Berger tanto ama.
Arrabbiatura a parte (di B contro B insomma), è un libro che ha saputo ritirare fuori gli occhi nelle mie mani, proprio tra i polpastrelli. Fregandomene del risultato, ovviamente, ma per pura voglia di provare a fissare ‘qualcosa’, di alternare la punta della penna sul foglio biaco e giocarci.
Anche perché, Berger lo spiega in molti modi, il disegno non deve essere vero neanche quando ‘copia dal vero’. Il disegno può rappresentare tratteggi più o meno verosimili ma non deve avere nessuna aspirazione al realistico perchè non rientra nelle sue possibilità. Il disegno ha ben altre potenzialità, che scivolano tranquillamente sui ‘normali canoni estetici di bellezza’. E questo mi piace. Immensamente.
Ultima annotazione: ho scannerizzato il primissimo disegno che ho fatto sul moleskine solo perché è una traccia mia, una rielaborazione di alcune parti di questa lettura. Senza che possa in alcun modo essere avvicinato al ‘disegnare’ inteso da Berger che lo fa da cinquant’anni e più…
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Annotazioni a margine apparse sul Moleskine.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 12, 2008 alle 8:19 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione, moleskine

Andreoli Vittorino – L’uomo di vetro

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E’ il primo testo che leggo di Andreoli, ho completamente invertito l’ordine di pubblicazione e la logica. Ho inizio proprio da questo saggio per l’argomento, la necessità e la curiosità verso un aspetto così controverso e culturalmente rifiutato. Le fragilità.
Andreoli è psichiatra e scrive come se fosse paziente e medico di un’interminabile seduta. E’ un flusso di parole, questo saggio, quasi un monologo da teatro per certi aspetti. Parole che lo denudano in primis come uomo, essere umano, ma anche che analizzano, lucide e feroci nell’afferrare fili precisi e seguirli anche molto lontano dal ’seminato iniziale’.
E’ un’analisi, una visione, quella che emerge da ‘L’uomo di vetro’ che spiazza dalle prime pagine.
Non ci si aspetta che uno psichiatra, un professionista che lavora tra menti in difficoltà ogni giorno, sia così aperto, disposto a mettersi ‘in gioco’ al punto da apparire, come accennavo sopra, nudo davanti al suo pubblico. Andreoli ammette da subito di essere fragile. E già quest’affermazione è una demolizione delle certezze ‘moderne’ ma soprattutto di quelle passate.
Per la generazione dei nonni, ad esempio, ma anche dei miei genitori, le fragilità erano quasi un tabù. Era vietato mostrale, in taluni casi anche agli amici. I figli venivano (e vengono tutt’ora in moltissimi casi) educati secondo la regola che ‘non si deve avere paura (di niente e nessuno)’, e ‘non bisogna mostrarsi deboli’ piuttosto il contrario. E’ necessario indurirsi, crearsi protezioni precise, corazze o armature per difendersi dagli altri e difendere se stessi non mostrando ‘certi’ lati del proprio carattere.
Eppure è proprio dall’analisi delle fragilità che Andreoli parte per smontare queste logiche distorte. Attraverso ragionamenti precisi, puntuali e argomentati, scarnifica quelle dinamiche che sono diventate radici culturali, sociali di questo nostro vivere in perenne lotta per raggiungere ‘il potere’, verso l’autoaffermazione, attraverso corse spesso vuote ma che ci danno quel ritmo che sembra indispensabile per non ‘perderci’.
Poi la morte.
Ci sono svariate pagine di questo saggio che trattano della morte. E, seppure partendo da logiche ed esperienze in parte diverse, è impossibile non cogliere parallelismi velati con quanto afferma Iona Heath in ‘modi di morire’. Lei medico generico inglese, lui psichiatra italiano. Entrambi a contatto ogni giorno con la gente. Entrambi dedicati alla cura, ma di due ‘elementi’ che sembrano diversi pur non essendolo completamente. Ed entrambi constatano non con amarezza ma con una certa energia propulsiva che:

“La morte deve promuovere la voglia di comprender l’altro, di conoscerlo, di poterlo aiutare. [...] E ogni difficoltà è già dolore senza un uomo che ti guardi e ti sorrida.
In questo mondo folle di fronte al dolore si tende a prescrivere un lenimento e non a dare un supporto di umanità. Una ricetta, invece che un sorriso. Una pasticca, invece che una stretta di mano.” (pag. 59- L’uomo di vetro)

Iona Heath sostiene che anche il dolore è necessario, fa parte della vita, ci restituisce una precisa dimensione del nostro corpo, del nostro ‘esserci’ ed ‘essere’ e per questo non andrebbe semplicemente e solamente annullato, annientato con la chimica moderna.
Vittorino Andreoli sposta l’angolazione e nota come, in realtà, esisterà sempre un tipo di dolore che nessuna tecnologia, nessuna scienza potrà mai sconfiggere: ” il dolore di vivere, quel male che sembra attaccarsi al respiro, all’esserci ” (pag.60)
Entrambi dunque, arrivano alla stessa, dolorosa conclusione: abbiamo bisogno di recuperare la morte, stiamo perdendo il contatto con il dolore al punto da scansarlo, evitandolo attraverso la scienza e siamo disposti a tutto pur di togliercelo di dosso, di evitare il passaggio. Tanto più che la morte non sembra più un transito ma una materiale quanto sterile ‘tappa’ finale.
La Heath analizza il fenomeno dal punto di vista del medico, si tende per mostrare quant’è importante il ruolo di qualcuno che ‘accompagna’ il morente, Andreoli non distingue ruoli o mestieri ma sottolinea come si sta perdente ‘il contatto diretto’, sentimentale, e lo facciamo consapevolmente grazie alle scorciatoie mediche, attraverso quelle dinamiche che ci permettono di ‘non esserci quando’.

Ma le fragilità non sono solo dentro di noi, parte della stessa natura umana. Ci circondano e tornano ogni volta a ricordarci che la perfezione non esiste. Così Andreoli ricorda episodi recenti ormai fissati nella memoria collettiva e presto nella storia. Singoli episodi che hanno svelato le fragilità dei nostri sistemi moderni, quello di difesa quanto quello medico. L’organizzazione stessa del mondo nel XXI° secolo è fragile. Perché è così che deve essere secondo Andreoli.

La forza delle fragilità è probabilmente il concetto più ribadito e argomentato, in questo saggio, ricorre, se ne sente l’eco. Andreoli ammette di essere quello che è, e di poter ogni giorno ascoltare e lavorare con malati e menti in difficoltà proprio perché è fragile. Secondo lui non è possibile avvicinarsi a un malato se non si è consapevoli di potersi ammalare, se non si riconosce la fragilità del corpo, del proprio prima di tutto. E il sentirsi, sapersi, fragili ci rende più ricettivi verso i dolori altrui. Ci apre quei canali che invece le regole di questo nostro vivere oggi sembrano intenzionate a chiudere.

Non è sempre facile seguire i ragionamenti di Andreoli, ogni tanto si finisce altrove, si ha l’impressione che la ‘zattera’ sia alla deriva e che questo scrivere dentro un flusso continuo tenda verso un ‘tutto’ troppo ampio, spazi verso argomenti importanti che diventano accenni, si confondono. La famiglia. I figli (l’esserlo poi l’averne). La crescita. Le ribellioni. Il matrimonio. I potenti e i saggi. La politica. L’attuale situazione medica. La cultura del progresso. Il potere. La Fede. Dio.
Non sono d’accordo su tutta una serie di logiche esposte nel saggio di Andreoli, che probabilmente eccede in certi toni e spinge le argomentazioni verso un ‘io’ dell’autore a tratti troppo personale, pressante. Forse ci sono (anche) troppe certezze, tra le logiche così puntualmente esposte, in una ’sfera’ dove personalmente mi trovo in difficoltà a riconoscere distinzioni precise, ricette univoche, e additare ‘questo è un uomo’ e ‘questo non è un uomo’ mi lascia un sapore amaro in bocca, da ‘giochino troppo facile’.
Ma è un libro che contiene anche precisi messaggi sulle fragilità. Messaggi che possono suonare banali, ovvi ma che ugualmente meritano almeno una riflessione.
Noi siamo creature fragili, che ci piaccia o meno.
Il nostro corpo lo è, per quanto facciamo di tutto per curarlo, preservalo o ignorarlo.
La mente è un’entità di vetro. Forse la più friabile.
E il continuare, ogni minuto, a combattere queste consapevolezze ci inaridisce, ci rende ciechi, rabbiosi, ci allontana dall’umanità, ci trasforma in predatori, sostiene l’autore.
Anche se, forse (penso io), è altrove che andrebbero cercare le spiegazioni più profonde di una natura (quella umana intendo) che si evolve come tutte, che cerca di sopravvivere adattandosi all’ambiente che lo circonda (e quindi oggi tra tecnologie scintillanti, reality, corpi esposti e violati, corse e sguardi che non vedono, …).
Il messaggio finale di Andreoli è positivo o almeno propulsivo, eppure continuo a sentirci un ‘non so ché ‘ di esagerato, come a voler focalizzare l’attenzione lì, a voler riassumere certi ‘mali’ dentro una precisa bolla che attende solo di essere scoppiata (in questo caso legata all’ammissione delle fragilità, all’accettazione e alla gestione di un ‘io’ che sia più saggio e meno votato al potere).

In conclusione credo che in questo saggio manchi un pizzico di mediazione con la realtà che viviamo, con la quotidianità che spesso (per non dire sempre) ci porta in rotta di collisione con ambienti e persone che si nutrono delle fragilità, che aspettano nel fantomatico angolo buio e silenzioso.
Spero un giorno di insegnare a mio figlio che sentirsi ed essere fragile è una condizione umana di cui non ci si deve vergognare, tanto quanto l’ammetterle, queste fragilità, non ci rende meno meritevoli di amore, o credibili o rispettabili. Anzi. Ma spero anche di trasmettergli che non è possibile aspettarsi altrettanto dagli altri, che ci sono circostanze o comunque situazioni in cui è bene mediare, che non vuol dire tradirsi o costruirsi di sana pianta, ma evitare i colpi più duri, quelli che potrebbero ferirci o farci comunque del male. Non per debolezza, o per manifesta inferiorità. Bensì per istinto, perché c’è – secondo me – qualcosa nella natura dell’uomo che lo porta a cercare una posizione, un determinato potere (economico, sociale, politico, culturale…). C’è questo fattore dentro di noi, in misura e propensione diversa ma esiste. E, nonostante le argomentazioni corpose e, a tratti liriche, di Andreoli, non mi sembra sufficiente accettare e riconoscere le fragilità per recuperare quella sensibilità (propensione) verso noi stessi e gli altri che probabilmente il nostro vivere oggi schiaccia con facilità sin dall’infanzia.

“La fragilità non è sinonimo di debolezza, che è mancanza di forza, un difetto a cui porre rimedio. La fragilità non è povertà, intesa come mancanza di risorse che permettano di rispondere ai bisogni elementari e che è possibile cancellare con un pò di giustizia. La fragilità non è incapacità di fare, di pensare. Non si lega a una dotazione sminuita di abilità intellettiva o emotiva. Non è sintomo o, peggio, un insieme di sintomi tali da definire una malattia. La fragilità non è una inferiorità nel confronto di altre situazioni che paiono invece espressione di una ricchezza di personalità. Non è un difetto, una menomazione o una condizione che comunque la pone sul piano del patologico. E’ semplicemente una visione del mondo che si lega all’esistenza, non al singolo che ne è parte. E’ la visione del proprio essere nel mondo, è la percezione che deriva dal dolore, dal senso del limite.
La fragilità non conduce al male, ma semmai alla saggezza… “

[pag.29]

” La percezione della fine è dentro ciascuno di noi, è uno stigma della specie, un marchio della sua caducità. La fragilità è dentro l’anatomia dell’uomo, fa parte della sua sostanza costruttiva che non è di ferro, ma di carne da macello. L’uomo porta i segni della fine, la si sente anche da ubriachi e c’è un momento in cui, di fronte alla morte, si vorrebbe contare su qualcuno che affermi di essere presente, se non toccherà prima a lui sparire. Un legame anche nella morte. “

[Pag.20-21]

L’uomo di vetro
di Vittorino Andreoli
Rizzoli – 2008
Isbn: 978-88-17-02007-7

Written by Barbara Gozzi

Settembre 9, 2008 alle 7:13 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

La questione di Jekyll e Hyde: genesi e affettività di Barbara Gozzi

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‘La questione di Jekyll e Hyde’: genesi e affettività di Barbara Gozzi

Ci pensavo da alcuni mesi: rileggere ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde’ di R.L.Stevenson. Ho anche cercato inutilmente la vecchia copia usata alle superiori. Alla fine l’ho ricomprato, era giugno 2007. Nello stesso periodo tenevo sul comodino ‘Lezioni di letteratura’di ‘Vladimir Nabokov,  (Garzanti, 1992).

La prima volta ‘ho visto’ una singola scena, esattamente come l’ho poi riportata nella storia.
Una piccola mansarda con gli scaffali semivuoti, libri sparsi, alcuni dentro scatoloni. Una scala a chiocciola che porta al piano di sotto con uno stereo acceso in sottofondo. Poi lui, quello che è poi diventato il protagonista, Marco, che annusa i libri, li scorre affascinato prima di riporli negli scatoloni rimasti aperti. Finché. La copertina con la faccia deforme, il ghigno di Hyde gli resta tra le mai. Poi un foglio che scivola dalle pagine ingiallite. Cose che vorrei si ricordassero di me, c’è scritto nell’intestazione con una grafia sconosciuta.
È iniziato tutto da lì.

Il tema del dualismo mi ha sempre affascinato. Il riconoscere, l’ammettere, che non esistono i toni forti ma tante – infinite – gradazioni, suona banale, scontato. Oggi preferiamo le ‘favolette’ (il più delle volte), ci raccontiamo che esistono precisi confini, cataloghiamo le persone, ci etichettiamo e facciamo di tutto per rimanere fedeli a quella precisa versione di noi che ci piace, che vogliamo trasmettere. Oggi viviamo per e attraverso la perfezione.
Allora l’idea di frenare e recuperare una storia (appunto quella di Stevenson) che risale al 1885, partorita da un uomo intrappolato in un corpo malato, costretto a lunghi periodi a letto, ma con la testa piena di personaggi, avventure, quanto crudeli affreschi della società; insomma. Sentivo che tra quello che vedevo (vedo) io nel XXI secolo e quello che circondava Stevenson non c’era nessuna differenza. Il dottor Jekyll deve – vuole – essere rispettabile, non gli passa mai per la testa che certi istinti o bisogni si possono svelare (a domestici o amici) senza per questo perderne la stima e il rispetto, o peggio, la considerazione. Hyde, invece, se ne frega, non le conosce neanche le inibizioni, nasce proprio per tirare fuori ‘tutto ciò che Jekyll’ ha soffocato seppure nella sua grande genialità di studioso e sperimentatore. È il prezzo da pagare insomma, per lo sforzo di essere perfetto, rispettabile, onesto. Per non avere, appunto, sbavature nei comportamenti perché per quanto riguarda i pensieri – almeno in quelli – Jekyll sa, ammette, di avere precisi voglie, riconosce la necessità di uscire dalla perfezione per assecondare quei bisogni che lo portano a forzare la natura umana stessa.
Due simboli, due entità che sono dentro ognuno noi. Due ‘vocine’ opposte. Eppure così sottilmente legate da non poter essere mai divise, neanche quando prendono decisioni ‘in autonomia’ lo sono, separati.

La prima bozza de ‘La questione’ l’ho scritta nell’agosto 2007. In un periodo di rallentamenti, qualche giorno al mare poi di nuovo il cemento, le corse e l’incalzante quotidiano. Poi ha subito vari ‘interventi’, riscritture. Il mare ha avuto un ruolo preciso, nella genesi.
Da bambina ci passavo almeno un mese (se non di più) con la mia famiglia. Le nostre vacanze erano il mare. Poi ho perso il contatto, il tempo e le necessità sono cambiate.
Allora il recuperare certi odori, ritmi e percezioni mi ha riallineato. Mi ha dato modo di ‘collocare’ i personaggi in un preciso contesto passato che poi è diventato presente.

Una delle scene a cui sono più legata ha appunto a che fare con il mare. Con un ritrovarsi a distanza di molti anni e il riconoscersi diversi dall’immagine che si aveva allora, che ci si era costruiti e si voleva imporre agli altri. Ma c’è anche, in fondo, tra granelli di sabbia e ombrelloni chiusi, l’ammettere un fallimento. Il crollo di fondamenta preziose che coinvolgono i legami familiari, che scuotono antiche certezze e chiariscono quelle nature rimaste nascoste fino a quel momento.

Dunque scene, sequenze, immagini, singole inquadrature. È così che vivo questo racconto, è così che lo richiamo a me, che sento le voci, gli odori e i suoni. Ma le angolazioni possono cambiare, invertirsi, capovolgersi. In realtà è l’occhio della mente che decide.
“ I vari fili di un racconto ogni tanto si uniscono e nell’ordito creano un’immagine; i personaggi incorrono ogni tanto in certi atteggiamenti – tra di loro o rispetto ala natura – che contrassegnano il racconto come un’illustrazione. […] Altre cose possiamo dimenticarle; […] possiamo dimenticare il commento di un autore, anche se era forse ingegnoso e veritiero; ma queste scene che fanno epoca […] le adottiamo nel grembo della nostra mente in maniera tale che né il tempo né le circostanze possono cancellarne o diminuirne l’impressione. Questa, dunque, è la parte (suprema), plastica della letteratura: incarnare un personaggio, un pensiero o un’emozione in un atto o in un atteggiamento che colpisca profondamente l’occhio della mente.” (‘Chiacchierata sul romanzo’ di R.L.Stevenson)

Il titolo è un richiamo preciso, me ne rendo conto. E per chi non lo leggerà diventerà probabilmente un ridicolo tentativo di attirare l’attenzione. È stata la forza del racconto di Stevenson a lasciare nell’immaginario una precisa associazione. Jekyll e Hyde non sono solo due personaggi.
È davvero così difficile risolverla, questa questione?, pensa Marco a un certo punto della narrazione. E rileggendo proprio questo frammento, a distanza di mesi mi è tornata in mente una frase di John Berger:
“A volte succede che una domanda sia per un istante più pertinente di qualsiasi risposta o spiegazione” ( ‘Abbi cara ogni cosa’ di J.Berger, Fusi Orari, pag.108).
Il titolo è nato da questi ragionamenti. Mentre Marco si interroga, nella scena che accenno sopra, c’è – mi sembra sia quasi corporea – la consapevolezza che il libro di Stevenson, l’avere una precisa miscela di un ‘Jekyll’ e un ‘Hyde’ nascosti dentro, tutto questo fa parte di una questione che ‘lampeggia’, aspetta di essere riconsiderata.
“Riusciremo mai ad ammettere che non ci sono sconti, che siamo tutti dosaggi diversi della stessa miscela chiaroscura?” (pag.90, ‘La questione di Jekyll e Hyde’).

Scrive Nabokov: ” L’obbiettivo artistico di Stevenson era di suscitare < un dramma fantastico alla presenza di uomini semplici e assennati>, in un’atmosfera familiare ai lettori di Dickens, in un contesto di gelida nebbia, di austeri e anziani signori che bevono vecchio porto, di case dalle brutte facciate, di avvocati di famiglia e di maggiordomi devoti, di anonimi vizi che attecchiscono dietro la solenne piazza dove vive Jekyll.” (pag.234- Lezioni di letteratura)
‘La questione’ non è nata a tavolino, non avevo una scaletta precisa tanto meno il sotterraneo bisogno ‘copiativo’ di attingere alla linfa di Stevenson. Eppure mi sembra che l’intento, quello di cui parla Nabokov, aleggi, forse è rimasto imprigionato dentro le due copie de ‘Lo strano caso’ che abitano il racconto. La differenza sta nel contesto, nell’aver inquadrato la narrazione all’interno di una realtà moderna dove gli ‘uomini semplici e assennati’ possono essere scrittori quanto critici d’arte, dove le donne sono più presenti (o almeno determinanti nelle conseguenze), dove gli ‘anonimi vizi’ hanno nomi precisi come ‘droga’ o ‘alcool’ e le case non sono più ‘brutte facciate’ bensì luoghi pregni di ricordi, alveari a cui aggrapparsi al bisogno.

Le immagini che sono state inserite dentro il racconto sono contaminazioni consapevoli, simbolismi precisi che però non vogliono essere niente di più di quello che (spero) coglierà l’occhio della mente di chi sfoglierà le pagine. Non sono una fotografa, né ho mai avuto la pretesa o l’aspirazione di diventarlo. Non uso strumenti professionali, scatto quando posso, per lo più di corsa, tra un transito e l’altro. E non cerco ‘La’ bellezza nelle inquadrature, non mi interessa la precisione nei bilanciamenti, nelle messe a fuoco e tutto il resto. È il dettaglio capace di catturare, che attira e lascia addosso qualcosa, è quello che cerco ogni volta e che spero si ritrovi nelle fotografie che accompagnano questo libro.

Tutto, in una storia, è soggettivo. Il ‘sentire’ una scena, l’avvicinarsi ai personaggi al punto da capirli, seguirli. La percezione delle vibrazioni in un’atmosfera, la forza di un dialogo. Ma anche il contrario. I disagi di una scrittura che non si comprende, le parole che sfuocano, scivolano. O la pesantezza, il retrogusto di una trama che sembra lontana, magari assurda e incompleta.
Non ci sono regole, mai.
Ecco perché, di solito, l’autore non ha certezze, né risposte.
Ma solo affettività verso una storia che dopo – quando smette urlare, sostituita da una bolla vuota – dopo non gli appartiene più. Esce da lui e se ne va.
Questo breve scritto, dunque, è il mio saluto affettuoso a ‘La questione di Jekyll e Hyde’ che spero ‘vivrà’ tra i polpastrelli e gli occhi di chi vorrà leggerla.

Barbara Gozzi, 05/09/2008

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La questione di Jekyll e Hyde di Barbara Gozzi

La questione di Jekyll e Hyde

di Barbara Gozzi
Historica – Il Foglio Letterario
Collana: narrativa contemporanea

Racconto lungo con immagini
Isbn: 978-88-903572-2-0
Pag.97 – Euro 7

Written by Barbara Gozzi

Settembre 5, 2008 alle 10:13 am

Allo specchio

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ALLO SPECCHIO (clicca qui per la slideshow)

Lo specchio è rettangolare.
Illuminato da un neon giallastro.

Entra e si spoglia in fretta.
Via
i pantaloni, la camicia color vinaccia e i gambaletti grigiastri. Si ammassano dentro la lavatrice, l’oblò rimane aperto, in attesa.
La luce dello specchio la fa sembrare più colorita, con le dita si allunga la pelle delle guance, l’angolo delle sopracciglia, le labbra. Si guarda con attenzione ma quello che c’è – dall’altra parte – quella sagoma riflessa non le piace.
E non è la giornata lunga, la pioggerella subdola, il fumo o il sudore. E’ proprio lei che non.
Respira piano, quasi rantola. Smette di toccarsi la faccia.
Il beauty è un astuccio nero enorme rivestito di brillantini. Con la mano destra rovista, le è venuta una certa frenesia.
La spazzola passa attraverso le sottili maglie dei capelli lunghi, sono folti e castani con qualche venatura chiara. Li liscia con cura annullandone la piega rimasta miracolosamente in equilibrio per più di dodici ore. Alcune ciocche finiscono davanti agli occhi, le solleticano le ciglia. Inizia proprio da quelle. Le lame sottili delle forbicine scivolano sicure, forti, sente una leggera resistenza mentre conclude il primo taglio ma è uno sbuffo veloce. Prosegue con lo stesso ritmo mentre le lunghezze scivolano come burro fuso sul lavandino. Taglia seguendo una melodia stonata, casuale. Restano spuncioni corti, cespugli radi dall’andamento sconclusionato.
La testa è adesso una palla lucida ricoperta da peluria irregolare, si distingue la pelle candida, timida. Sa di avere il rasoio, da qualche parte, ma non lo cerca.
E’ così che vuole essere. Nuda e imperfetta.
Posa le forbicine sul mobile accanto al lavandino e immerge le dita nel barattolo dello scrub. La crema è fredda, densa e grumosa. Se la plasma attorno al collo, raggiunge ogni spigolo del volto e ricopre la pelle della testa. Interamente fasciata da uno strato abbondante di esfoliante inizia a massaggiarsi. Movimenti piccoli, circolari che strizzano la pelle e le fanno assaporare pieghe e incavi, ruvidità e pori. Inizia così a frizionare più forte, spinge i polpastrelli e affonda nei cerchi immaginari che sta seguendo, sul naso, nella gola, lungo la fronte, attraverso la testa spoglia fino al retro delle orecchie. Si sente friggere, migliaia di pizzicotti invisibili la procurano brividi involontari.

Infila la testa dentro la doccia, afferra il rubinetto dal collo morbido e lo apre con movimenti meccanici. Il getto è bollente, le arrossa la pelle del collo poi tutta la testa che perde il colorito biancastro e l’unto della crema, la schiuma scivola rapida verso lo scolo e lei la fissa con gli occhi semichiusi che bruciano, l’acqua le è finita tra le labbra secche, sta aprendo nuove ferite.
Lo specchio la aspetta. Serio.
Allora recupera le pinzette da un cassetto e avvicina il volto al vetro. E’ un lavoro che richiede tempo e pazienza. Inizia a strapparsi le sopracciglia. Una a una. Ne afferra l’estremità con cura poi tira secca, i gomiti saltellano concentrati.
Gli occhi sembrano più piccoli, adesso, si perdono nelle pianure tortuose quanto morbide. Eppure sono lucidi.

Non sembra più una faccia.
Non sembra più una testa nascosta dietro ornamenti e vezzi faticosi. Le barriere sono sparite, erbacce selvatiche strappate con forza. Via i capelli, il trucco e le cellule morte, perfino le sopracciglia.
E’ diventata un ammasso deforme, splendente. Ci sono angoli, spigoli vivi e distese chiare che seguono le rotondità del cranio. Le gocce d’acqua rimaste sulle spalle si stanno asciugando. Nel bagno c’è caldo, ha alzato il riscaldamento prima di entrare.
Si slaccia il reggiseno poi sfila le mutande. Entrambi finiscono per terra. E lei lì, dritta e immobile.
Eccola finalmente.
Così com’è all’esterno.
Si sorride e la fa stare bene quel movimento dei muscoli facciali. Si sente pronta.
Le forbicine sono ancora sul mobile, silenziose. Le afferra con cautela, lucide e sottili, quasi inconsistenti.
Adesso si, è davvero pronta per la scarnificazione.
Per cercare al suo interno.

C’è questo gusto, di sapone e ferro.
Il neon ammorbidisce i contorni, sul lavandino i dettagli sono nitidi, segnano il tempo, scandiscono lo spazio.
E quel rosso che scende, cola, si mescola a peli e capelli morti, quel rosso la sta liberando dalla schiavitù dello specchio. La svuota.

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> Alcune riflessioni  su Declinate.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 5, 2008 alle 1:01 am

Certi vasi nascono cocci

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Certi vasi si riempiono e basta.
Fanno tutto da soli, di solito.
Poi però, quando scivolano e si rompono è difficile – pressoché impossibile – ritrovare tutti i cocci e incollarli per ricreare quella forma che già prima di cadere era persa, spezzata.
Certi vasi nascono cocci.
E quei silenzi, quel cercare senza fare rumore è solo sintomatico. Necessario. A non sentirsi troppo.
Finché si scopre che è un modo assurdo per sprecare energie, tempo perso a sembrare vaso rimanendo cocci.
Allora ci si ferma, si smette di cercare e si fa un lungo respiro lento. Di quelli che alitano verso l’infinito.
E si ammette.
Che la natura, quella cosa che dentro ci fa essere, non si doma. Non si può plasmare tanto meno imporre. Neanche a se stessi.
E’ così che forse, guardandosi attraverso ogni pezzo sparso, si smette di mentire. Essere vaso non è poi così perfetto. E’ solo un modo per costruirsi un obbiettivo, un super-eroe da venerare e imitare.
Si fa di tutto pur di non accettarsi.
Pur di non ammettere che le imperfezioni, le mancanze e le deformità che ci appartengono sono esattamente dove devono essere.
I cocci smettono di stridere tra loro.
Il vaso non esiste.

Foto Bg

Written by Barbara Gozzi

Settembre 3, 2008 alle 2:06 am

Pubblicato in 2008, contrasti, donne, flash, grattare