Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Agosto 2008

Governa Cristiano – Il catechista

nessun commento

C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questa narrazione, unto, viscido direi.

La storia di un serial killer italiano dai contorni sfuocati, analizzato da qualcuno a lui molto vicino, che ne ha sbirciato (inconsapevolmente) le mosse, che lo ha ascoltato con occhi innocenti, privi di preconcetti o sospetti.

Cristiano Governa colpisce uno di quegli aspetti del nostro vivere in società che più si da per scontato, che in molte famiglie un passaggio di crescita per i figli: il catechismo o, nella fattispecie, proprio la figura del catechista.

Del resto è lo stesso Governa che spiega la logica di questa scelta in un passo fondamentale di una crudezza e realtà spiazzante:

“ Quando il ridicolo entra in scena, ogni omicidio fa davvero paura; non è l’ammazzare che spaventa, figurarsi, ne vediamo a bizzeffe di morti… […] ma quella follia ridicola, quel gesto di demenza squinternata, accoppiato all’infamia della morte, questo ci fa terrore. […] Jack lo Squartatore ci fa meno paura di Topolino con un coltello in mano.” (pag.38)

“Il male può essere fermato, ma se è il ‘bene’ ad uccidere, come si fa?” (pag.61)

Dunque tutta la trama ruota attorno al catechista, figura mitizzata, classificata tra i ‘buoni’ per eccellenza, inquadrata tra ‘quegli’ adulti che svolgono un compito ‘alto’, importante: educare alla fede. Eppure è l’approccio, la scelta narrativa su ‘come’ raccontare i fatti, gli svolgimenti, che proietta il lettore in un mondo in periodico capovolgimento.

Il narratore è uno dei personaggi, ma non si sa, non si deve capire, chi è veramente, questo narratore che non ricorda bene, a tratti frammenta la storia e non può fare altrimenti, essendo affetto da Alzheimer (per sua stessa ammissione). Poi la faccenda si complica. Il narratore riesce a seguire un debole filo logico grazie a un quaderno dove ha annotato i fatti prima di dimenticarli solo che, a un certo punto, appaiono pagine scritte da qualcun altro. Pagine che chiariscono incastri sfuggiti al narratore, già dimenticati. Eccolo dunque, l’espediente scelto da Governo: svelare subito chi è il serial killer. Che stravolge gli schemi a cui si è abituati. Ma allo stesso tempo arricchisce la narrazione di nuove domande, incertezze, paure. Perché, in fondo, non basta sapere chi. Non basta perché il suddetto serial killer rientra in quella categoria di persone che meno di tutti si immaginerebbero nel ruolo sanguinario. Perché si colpisce un aspetto delicato della vita sociale: la religione, l’educazione, la fede, la fiducia. Allora si finisce per cercare altro, per seguire i fili di una mente malata, confusa eppure abbastanza lucida da analizzare, riportare dialoghi, addentare le sottili allusioni, i giochi e le contraddizioni che la collettività, per molto – troppo – tempo non coglierà, intenta a lasciarsi ammaliare da un uomo carismatico quanto astuto, capace di conquistare con il fascino e la lingua sciolta.

È un mondo nel complesso arido, quello che descrive Governa, giornalista e quindi consapevole di una realtà italiana che qui non si nasconde. Ci sono molti riferimenti concreti alla nostra società moderna dove la tivvù e i reality sono membri tangibili di molti nuclei familiari, dove l’apparenza è ingrediente fondamentale, dove non ci si cura della verità ma di una sua versione più o meno deformata all’occorrenza.

Quindi, praticamente da subito il lettore sa chi è il colpevole, d’altronde il titolo stesso non lascia molti dubbi. Eppure si resta letteralmente disarmati di fronte alle descrizioni che scivolano tra i capitoli, che svelano il carattere, i modi, gli intenti. Si arriva al punto da chiedersi se esiste davvero una ‘fine’ a questa ragnatela di menzogne, illusioni, falsità celate, costruzioni a testa in giù.

“Quel tipo infatti sembrava possedere una dote inquietante, la capacità di prendere una cosa pacificamente identificabile come ‘buona e giusta’ e trasformarla, strumentalizzarla sotto i nostri occhi senza che però ricorressero gli estremi espliciti dell’offesa o della volgarità.”

Ecco dunque che inizia il processo di demolizione, distruzione, di quello che è un ruolo chiave per la comunità. Ecco dunque che il lettore inizia a interrogarsi anche sulla sua comunità. I dubbi si insinuano.

C’è poi, sul pian linguistico, una particolarità di questa narrazione che mi ha colpito molto: l’abilità nell’usare aggettivazione precisa e stridente in frasi ravvicinate. L’accostare, insomma, parole che richiamano concetti spesso opposti o comunque difficili da avvicinare. Che è poi un simbolismo evidente della storia, del catechista stesso come ruolo pubblico quanto essere umano contraddittorio quanto volutamente doppio.

“ Un visagista delle anime.

Quell’uomo era pornografico…” (pag.32)

“… marketing della fede…” (pag.55)

“ … i genitori erano molto turbati ma avevano anche una strana eccitazione…” (pag.95)

“ Sembrava distrattamente morta, ma da viva però.” (pag.27)

“ Lui aveva fascino… […] quella bizzarra tiratura a lucido o, peggio ancora, quella fanatica ossessione per gli altri che serve a succhiar loro una qualche forza… “ (pag.31)

Poi tante, tantissime contraddizioni che Governa inserisce nella narrazione senza troppo clamore ma che colpiscono così duro che non può non stringersi lo stomaco, leggendo. Si sente, tra le pagine, la volontà dell’autore di non ‘scontare’ nulla a una realtà che vive ogni giorno attraverso la professione, che conosce intimamente, e che qui tenta di ricostruire seppure con espedienti narrativi che però acquistano valenze diverse, svincolate dalla trama principale. Diventano spunti di riflessione.

“ Guardare i bambini è sempre una faccenda sconveniente, se li ammazzi ti perdonano, se pensano che vuoi violentarli te la fanno pagare. E’ il sesso che li terrorizza, non la morte.” (pag.85)

Infine la contraddizione che più mi ha fatto male, quella che io stessa in ‘tempi non sospetti’ prima di arrivare a questo libro, avevo scarnificato:

“ Prendi la cronaca nera di un quotidiano, una famiglia su cinque fra quelle che si credono ‘improvvisamente colpiti dal male’ ci vivevano già nel male e ci stavano da Re; ne parlano come di un sogno infranto, ne hanno nostalgia quasi.” (pag.178)

Mi sono avvicinata agli scritti di Governa per un suo racconto nell’antologia ‘Giovani Cosmetici’ edita da Sortorio. Quel racconto mi ha letteralmente fatto innamorare di questa penna sciolta ma tagliente, apparentemente tranquilla ma feroce, dura e pregna di riflessioni intense sulla realtà che ci circonda.

Ebbene, in questo romanzo c’è, si ritrova quella penna, seppure ci ho sentito anche una certa ‘prolissità’ nella parte centrale, che scatena in parte stanchezza nel lettore. Di certo è l’espediente narrativo a creare, a un certo punto, qualche rischio in più. Il fatto di sapere subito chi è il colpevole e di acquisire a ogni capitolo nuove informazioni su di lui, alla lunga si sente il bisogno di proseguire e il corpo centrale della narrazione invece rallenta, spiega, insiste, precisa. Ecco, lì forse si poteva valorizzare le doti di sintesi che invece ho trovato egregie nel racconto.

Mi resta addosso una storia nerissima (che non è, in realtà, un’annotazione di genere), una percezione vischiosa, di sporcizia latente. E una gran voglia di urlare che tutte queste ‘cecità’ che ci circondano, di cui ci circondiamo, andrebbero riconosciute e combattute.

E penso anche che le produzioni future dell’autore potrebbero stupire ancora, lasciare il segno.

Il catechista
di Cristiano Governa
Aliberti Editore
Isbn: 978-88-7424-221-4

Written by Barbara Gozzi

Agosto 31, 2008 alle 8:53 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Carnevale: appunti finali di un transito

con un commento


L’immagine di cui sopra (sempre scattata da me) è in un certo senso simbolica.
La compagnia degli ‘Angeli‘ (che quest’anno ha festeggiato i trent’anni della società) dove mi sono ‘infiltrata’ l’anno scorso aveva scelto di lanciare un messaggio fuori dagli schemi, diverso diciamo dalle classiche mascherate o comunque dall’allegria tipica di questo periodo. Un lato del carro rappresentava la platea seduta in piazza a Persiceto (quello fotografato) mentre l’altro, quando il carro ruotava, diventava la facciata anteriore della chiesa (in pratica il carro ruotando mostrava i due volti della piazza che normalmente si guardano senza ‘litigare’). Ruotando quindi, il carro riproduceva l’ambientazione in una sorta di ‘visione allo specchio’. Dentro ogni lato latitavano gli scheletri a ricordarci che, alla fine, non siamo altro che mucchietti di ossa destinati a ritornare polvere.
Una parte della loro esibizione mi ha colpito molto. A un certo punto mentre tutto il carro fibrillava per i movimenti e la coreografia, la voce fuori campo diceva queste esatte parole:

‘ […] la vita stessa se ne va in fretta, e l’anima che albergava in noi decide di accomodarsi altrove e salire. Salire. Salire in alto. In alto. Più su. Tornando, forse, da dove era venuta…’

E forse, in parte anche per questo messaggio, celato tra parole che gli spettatori hanno sentito in mezzo a una musica assordante e scheletri intenti a esibirsi; comunque. Forse proprio per questo frammento sono arrivata a scrivere il racconto che di seguito si conclude.

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Carro con angelo – ultima parte

6. Ore 17.19

I raggi luminosi iniziano a incurvarsi sotto lo scorrere del tempo. La piazza del Popolo è ancora un brulichio di gente curiosa e divertita, che affluisce dalle piccole vie incastrate come serpenti irrequieti. Lo spettacolo degli ‘Spilli’, il momento più atteso del carnevale persicetano si avvia alla conclusione. Manca una sola esibizione. L’aria trasuda eccitazione. Attesa. Curiosità.
Il carro degli ‘Angeli’ è un fermento di corpi. Vittorio ripassa i comandi a voce alta. Gli altri si preparano frettolosamente.
E’ora. Il carro si avvia verso il centro della piazza.
Rossella si lascia cullare dal movimento oscillatorio. Lei è nata con il carnevale. Le piace viverlo ‘da dentro’ insieme agli altri. Poco importa se non la vedono. Le basta assorbirne l’energia.
La musica rimbomba tra gli edifici storici. I brusii si affievoliscono. Lo spettacolo deve iniziare.
Nell’intercapedine interna i tre addetti tirano con garbo i fili che devono trascinare l’enorme telo argentato verso il basso per liberare i palloncini posizionati con cura nel centro della struttura. L’apertura è proprio il volo delle anime.
Rossella capisce subito che qualcosa non va. Sa che ogni fase dello spillo ha una durata massima limitata, per questo i palloncini dovrebbero uscire in fretta, eppure, con gli occhi rivolti verso l’alto, vede solo una fessura piccola, appena lo spazio per una testa.
Sta pensando di andare a vedere cosa combinano nell’intercapedine quando viene trascinata verso l’alto. E’paralizzata. Si sente spingere verso la fessura senza poterlo impedire. La vede sempre più vicina, l’uscita, e non si accorge che insieme a lei anche un palloncino viene trascinato lontano dagli altri.
Uscire è come un pugno nello stomaco. Dentro il carro la luce è filtrata dal tendone ma fuori l’intensità del sole la acceca.
E’confusa, Rossella. Ha perfino la nausea. E non si rende conto che si trova dentro al palloncino. L’unico che riesce a passare attraverso la piccola fessura. Quello con la sua faccia disegnata sopra.
Il pubblico osserva la scena senza fiatare. Dentro il carro gli scheletri si dimenano inutilmente.
Ma il telo non si sposta.
Solo un palloncino sta uscendo come se gli altri fossero trattenuti verso il basso.
Rossella riesce finalmente a riaprire gli occhi, ormai è in volo. La piazza si allontana sempre di più. Vede mamma e papà, fermi in un angolo della chiesa. Alcune lacrime ne rigano i volti.
Il palloncino continua il suo viaggio, unica anima che si fonde con il cielo. Verso una destinazione sconosciuta.
Quando i contorni del palloncino sono ormai sfuocati, fusi nell’azzurro celeste, il telone crolla svelando il carro pieno di scheletri esasperati.
La musica riparte come se l’esibizione iniziasse in quel momento. Gli altri palloncini, finalmente liberi, si afflosciano sulla folla, mossi da folate improvvise. Vittorio urla i comandi e lo spettacolo riprende.
Rispettando gli stacchi, gli scheletri si muovono a ritmo e il carro ruota.

In mezzo alle note, le parole registrate acquistano un sapore nuovo. Agrodolce. Per chi sa cos’è successo davvero. Per chi ha visto l’angelo.

‘ … la vita stessa se ne va in fretta, e l’anima che albergava in noi decide di accomodarsi altrove e salire. Salire. Salire in alto. In alto. Più su. Tornando, forse, da dove era venuta…’

FINE

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Immagine qui a destra scattata da me quest’anno, durante la sfilata in notturna. Il cielo era sfumato come in un acquerello, purtroppo la mia piccola fotocamera non è riuscita a rendergli giustizia.


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A conclusione del progetto ‘Carnevale tra le righe‘ alcuni degli autori ‘infiltrati’ tra le compagnie carnevalesche si sono ritrovati al teatro comune di Persiceto. Era il 14 Febbraio 2007. Ricordo le luci abbaglianti, fuori l’umidità della notte era devastante e io ero – naturalmente – terrorizzata.
Penso che nelle iniziative meno popolari si nascondono spesso cuori pulsanti perché proprio nelle piccole realtà di provincia si possono sviluppare progetti interessanti, che aprono mondi e fantasie inaspettate.
Basta tendersi in ascolto.
E chiudere i soliti schemi sociali in un cassetto, almeno per un pò.


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Questi appunti di un transito carnevalesco di provincia si concludono qui.
Lascio i riferimenti al volume che, alla fine, ha visto la luce da poco. L’ennesima raccolta di racconti, si potrebbe dire. Ennesima si eppure spero che, dopo questo breve viaggio, un pezzetto di quella magia vi sia rimasta tra le ciglia.

‘Carnevale tra le righe’
Autori Vari
a cura del comune di San Giovanni in Persiceto
finito di stampare nel mese di marzo 2008, distribuzione gratuita.
['Dal mirtillo al PVC' di Letizia Trento, 'Carro con angelo' di Barbara Gozzi, 'Loro ci mettono l'anima' di Gianfranco Nerozzi, 'Le apparenze' di Alessandro Berselli, 'Cannocchiale rovesciato' di Matteo Marchesini, 'Maistof' di Maurizio Matrone, 'Cinque minuti' di Andrea Cotti, 'Prima di domenica' di Alfredo Colitto, 'Sembra sia la pioggia' di Stefano Severi, 'Una faccia particolare' di Silvia Torrealta e 'Una storia fantastica' di Franco Foschi.]
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Ringrazio:
Tutti i membri della Compagnia degli Angeli che mi hanno accolta l’anno scorso e sono rimasti in contatto con me anche dopo la pubblicazione del volume.
Il comune di San Giovanni in Persiceto.
Wolfango Horn, assessore alla cultura di Persiceto.
Andrea Cortesi ed Andrea Cotti per motivi diversi.
Tutti i membri del Circolo Fotografico ‘Il Palazzaccio’ per le fotografie scattate l’anno scorso.
Simona Zanicheli per le fotografie scattate quest’anno.

(Immagine scattata dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di Persiceto.)

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Apparso su Declinate al Femminile.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 29, 2008 alle 3:50 am

Pubblicato in 2008, analisi, carnevale

Carnevale: appunti di transito III

con un commento

>> Prima parte.

>> Seconda parte.

Ogni carro viene realizzato da una compagnia diversa.
E ogni compagnia a San Giovanni in Persiceto ha una sua storia fatta di annate, prove, cambiamenti e impegno. Ogni compagnia è quindi una piccola ’squadra’ che ogni anno si presenta allo Spillo per sfidare gli altri e, credetemi, la competizione c’è, ed è palpabile fino al momento dell’esibizione. Ogni anno si tentano nuove idee, ingranaggi innovativi, sequenze capaci di colpire lo spettatore nella speranza di scalare ‘la vetta della classifica’. E’ forse questo l’aspetto che più di tutto mostra il lato goliardico eppure serio del carnevale persicetano. Perché realizzare un carro è davvero una faccenda complessa e rigorosa, tanto quanto confrontarsi lungo le vie del paese e attendere la classifica. Il lunedì successivo lo Spillo, dopo cena, si riuniscono tutti per una sorta di ‘contro Spillo’, una serata all’insegna degli sfottò, quanto dei paragoni spesso spietati.


Non mi è quindi possibile spiegare ogni compagnia, non ne sarei in grado, essendo stata ospitata da una sola per appena un pomeriggio. Per rendere giustizia a tutti ho assemblato nella Slide sotto un’immagine per ogni compagnia, gli scatti si riferiscono sempre all’anno scorso e sono state realizzate dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di Persiceto. La scelta delle immagini è arbitraria eppure in ognuna mi sembra di sentirlo. L’eco delle mani che lavorano, le voci, i richiami e le prove.
L’immagine in alto a destra l’ho scattata io quest’anno durante la sfilata primaverile ‘in notturna’. Il centro del paese illuminato a festa.
La seconda, invece, è stata scattata da Simona Zanicheli quest’anno, e coglie esattamente la spettacolarità, l’intento di colpire con effetti, fantasia e novità.

Link alla slide.

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Carro con angelo – parte III

4. Ore 23.17

Stanotte c’è qualcosa nell’aria. Sento tante cose da quando sono morta.
Sono caduta sull’asfalto bollente. La mia bicicletta rosa si è piegata come una cannuccia. Ricordo l’odore della pelle grattugiata e una spinta molto forte sulla schiena, da qualche parte tra il collo e le gambe, insomma. Mi sono ritrovata con la faccia sul cemento ruvido e scuro. Poi non c’ero più. Stavo bene e riuscivo a muovermi senza usare le gambe. Ho visto la macchina correre lontano e la gente che scendeva in strada urlando. Poi i pianti e le sirene.
Stanotte però sono informicolata e non mi piace. Non mi piace essere agitata.
L’aria ha cambiato odore. Succederà qualcosa domani.
Ho fatto un giretto a casa ma sono andata via quasi subito. Mi
mancano. Mamma. E papino.
Così sono tornata dentro il carro, nel magazzino. Mi sono sdraiata su un gradino che simula l’impalcatura originale. Dove sono adesso. E’rilassante fissare il cielo. Oltre il telo e il tetto, li vedo. Puntini che brillano. Ognuno per conto suo. Luccicano senza chiedere niente. Io non ci riesco. Se non faccio domande esplodo! Da quando sono morta nessuno mi spiega.
Ho sonno.

5. Ore 16.40

Odio aspettare. Non ne posso più. Le formiche continuano a camminarmi addosso. Sono stanca.
Ci sono tanti bambini e hanno dei costumi bellissimi. Il mio preferito è Cat Woman ma non l’ho mai messo. La compagnia è tesa. Siamo stati estratti per ultimi. Che noia! Aspettiamo da ore assistendo alle esibizioni degli altri. E siamo sempre più nervosi. Ecco, sono arrivata sul nostro carro rigorosamente coperto. Gli scheletri si sono sparpagliati in attesa del nostro turno. Vittorio si aggira per il Corso con gli occhi invasati. Fa sempre così poco prima dell’esibizione, deve scaricare la tensione e concentrarsi. Ieri ha fatto rifare le prove cinque volte. E’ un po’ esagerato, Vittorio. Gli altri lo prendono poco sul serio ma senza la sua precisione molte esecuzioni sarebbero saltate.
Entro attraverso il telo argentato, mi siedo sulle gradinate. Sono proprio stanca oggi e non so perché.

Mamma e papà stanno arrivando. Si sono fatti un giro per salutare un po’ di amici. Chissà come mai mamma non sale sul carro come fa sempre. Si diverte a stare in mezzo agli altri. Mi piace quando ride. E’meno triste. E più bella.

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Immagine dentro il racconto scattata da me l’anno scorso durante l’attesa dello Spillo.

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Link alla slide.

[ Fotografie nella slide poco sopra scattate nel corso del Carnevale primaverile 2008 a S.Giov.in Persiceto da Simona Zanicheli.]

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Apparso su Declinate al femminile.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 26, 2008 alle 2:44 am

Pubblicato in 2008, analisi, carnevale

Carnevale: appunti di transito II

con un commento

>> Prima parte QUI.

Annotazioni sulle fasi prelimari dall’ ‘Officina‘: La preparazione di un carro carnevalesco richiede svariate abilità e mestieri. Non si tratta solo di scegliere un tema e incastrare pannelli da dipingere. Anzi. Di solito all’origine c’è un progetto vero e proprio, specie se è prevista una struttura con movimento meccanico o manuale. E’ necessario valutare ogni aspetto, scegliere i materiali, adattare l’illuminazione, l’impianto sonoro…
Confesso che non immaginato una tale attività febbrile che impiega, assorbe e richiede manualità quanto competenze elettriche, elettroniche, meccaniche, di materiali oltre che di pittura, arrangiamento e creatività a trecentosessanta gradi.

Per rendere meglio l’idea di quanto ci sia ‘da fare’ nelle fasi che precedono la sfilata vera e propria, propongo di seguito una slide che unisce alcune immagini pubblicate sul volume ‘Carnevale tra le righe’ o comunque scattate quel sabato durante l’incursione di noi scriventi nei vari cantieri delle società carnevalesche. Dalle immagini si vedono distintamente i mestieri e le abilità.
Di seguito alla slide la seconda parte del mio racconto.

Link alla slide.

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Carro con angelo – parte II

2. Dicembre

Se hai tempo ti faccio vedere. Solo se hai tempo però.
Stanno lavorando al carro, vedi? Sembrano degli invasati, lo so. E’ normale.
Là in fondo c’è Federico, lavora il ferro. Quelli sotto di noi, invece, sono i carpentieri. Aspetta, non ho finito! Il signore col berretto rosso è Renzo. Fa magie col legno. Ma mi stai ascoltando? Quelle che ridacchiano sulla soglia sono Rosetta, la Pia e Margherita. Preparano da mangiare e cuciono i costumi. Li fanno sempre allegri e colorati. Mi piace quando sono tutti allegri. Quando sono morta hanno smesso. Di ridere intendo. Eppure eccomi qui.
Vedi che litigano? Fa parte del lavoro. L’importante è finire in tempo. Alla compagnia non piace ritardare, per niente. Anche se gli imprevisti ci sono sempre, che carnevale sarebbe senza?
Alcuni ‘Spilli’ li ho dimenticati, quando ero molto piccola e venivo qui in cantiere con mamma e papà. Certi dettagli no. Li ricordo alla perfezione. L’odore della legna che brucia. Le decorazioni viscide. La musica forte durante le prove. Adesso ho dieci anni e ricordo tutto quello che vedo. Aspetta un attimo! Avevo dieci anni quando sono morta. Però non lo festeggio, il compleanno. Per cui ho sempre dieci anni. Giusto?
Cosa stavo dicendo? Vedi quel tipetto con l’aria svogliata seduto sulla cassa di legno? Per tre anni si è travestito con tanto di trucco e parrucca. Giuro! E ha sfilato insieme agli altri, è ovvio. Non fare quella faccia, è vero, ti dico! Non racconto bugie, io.

3. Sabato 10 Febbraio ore 17.48

«Tua cugina è arrivata?» La donna minuta con lo strofinaccio in mano finge noncuranza mentre parla.
«Si, è di là. Ormeggia coi palloncini.» Roberto smanetta con il vecchio stereo, sta lavorando alle ultime prove sulla musica dello Spillo.
«Capisco. Forse era meglio chiederlo a qualcun altro.» Un gruppo di ragazzi passa tra loro e il carro incelofanato. Ridacchiano mentre salutano.
« Perché dici?»
«Non so, mi sembra un po’ giù quest’anno.»
Roberto alza gli occhi.
«Può essere. So che non sale sul carro. Sarebbe la prima volta. Beh, a parte dopo la morte di Rossella.»
«Pensavo che il tempo avrebbe aiutato di più.» La Pia si infila lo strofinaccio nell’enorme tasca del grembiule.
Roberto annuisce e riprende l’ascolto con le cuffie. Certe ferite sono più profonde di altre, o almeno lui la vede così. Basta lasciarle cicatrizzare. Spera.
La donna si allontana, circumnaviga il carro dormiente e sbircia il retro. La vede seduta per terra, tra i palloncini appena gonfiati. Le sorride con calore. Elena contraccambia. Pallida. Lontana. Poi si concentra sul palloncino che stringe. Il primo schizzo sarà un volto vero. Il più difficile da realizzare.
Chiude gli occhi, Elena, e si lascia avvolgere dall’odore dell’erba bagnata. L’aria frizzante e il sole caldo. Rossella corre nel campetto dietro la parrocchia. Ride. E apre le braccia come a voler acchiappare l’aria. D’improvviso si volta. I raggi del sole le illuminano il viso.
Fermo immagine.

Torna alla realtà, Elena e inizia tratteggiare i lineamenti della figlia con movimenti rapidi. Decisi. Terminato lo schizzo osserva il palloncino. Può andare. Quel palloncino è.

Continua…

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Link alla slide.

[ Fotografie nella slide poco sopra scattate nel corso del Carnevale primaverile 2008 a S.Giov.in Persiceto da Simona Zanicheli.]

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La prima immagine in alto l’ho scattata io l’anno scorso.
Le immagini della prima slide nonché quella dentro lo stralcio narrativo, invece, sono state scattate dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di S.Giov.Persiceto (A.Bencivenni, L.Fontana, I.Serra, R.Moscardini, R.Pizzetti, A.Risi, R.Risi, G.Tomba, I.Volpi) che ringrazio.
L’immagine dentro il racconto si riferisce alla prova generale dello Spillo quel sabato precedente l’esibizione. La compagnia dove mi sono ‘infiltrata’ si era radunata davanti al carro incelofanato con la musica in sottofondo per provare gesti e tempi dello Spillo.

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Apparso su Declinate al femminile

Written by Barbara Gozzi

Agosto 24, 2008 alle 2:40 am

Pubblicato in 2008, analisi, carnevale

Carnevale: appunti di transito I

nessun commento

Annotazioni sulle fasi preparatorie dall’ ‘Officina’:
Nel paese dove vivo, San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna, il carnevale è un periodo magico. E allo stesso tempo seriamente vissuto da persone che lavorano duramente mesi e mesi prima per preparare carri, maschere e sviluppare tematiche. E’ davvero un lavoro duro che ho toccato con mano l’anno scorso, invitata insieme ad altri a seguire le fasi finali della preparazione. L’idea – che mi è piaciuta subito – era passare un sabato pomeriggio (e per alcuni anche la notte) insieme a una compagnia della zona. E naturalmente il giorno dopo lungo le vie del paese per assistere allo spettacolo vero e proprio. Da questa esperienza sono nati dei racconti che il comune di Persiceto ha poi riunito in una raccolta che cela un sentire, approcci, angolazioni diverse. Per la prima volta io (ma è chiaro che vale anche per tutti gli altri) ho vissuto una storia partendo dai luoghi e le persone che ho conosciuto, ho stretto mani, visto sorrisi e inspirato odori (di pennelli sporchi, vernice, legno e metallo, prosciutto fresco). Io c’ero, immersa in questo clima inusuale, forse surreale eppure eccitante a modo suo. Che unisce.
Il carnevale non è solo maschere e costumi, stelle filanti o ragazzini che si rincorrono spruzzandosi schiuma.
Il carnevale è anche competizione (e qui a Persiceto davvero non si scherza) e voglia di giocare, ma giocare sotto ogni punto di vista. Con l’identità, lo spirito di squadra, le abilità manuali e i travestimenti.
E’ un calderone di colori, musica, storie estremizzate – eccessive nella loro rappresentazione finale – eppure vere, pulsanti, allegria ‘leggera’ che non si fa domande e tanta, ma proprio tanta forza.
Lascio qui, in questo taccuino virtuale, il mio racconto diviso in parti. Ma proverò anche ad aggiungere dettagli su questo sentire. Nelle prossime parti il Moleskine si arricchirà di impressioni, ricordi, immagini e sensazioni.
La foto in alto l’ho scattata nel febbraio 2007, la domenica, in attesa dell’esecuzione dello ‘Spillo’. Il carro che ho immortalato era quello a cui ero ’stato assegnata’ realizzato dalla compagnia degli ‘Angeli’ di Sant’Agata Bolognese (il carro non si distingue bene perché è rimasto ‘incelofanato’ come un salamino fino all’ultimo momento, però attorno si vedono alcuni ’scheletri’ nervosi).
Lo Spillo è di fatto un’esibizione in tutto e per tutto. Ogni carro ha un tempo limitato per fermarsi in piazza a Persiceto e, con una musica di sottofondo scelta appositamente, esibirsi in un mix tra coreografie, parole, danze ed esecuzioni dal carro stesso (che spesso è strutturato in modo che alcune sue parti si muovano). Ogni compagnia partecipante viene infine giudicata per poter decretare il vincitore. (Se siete curiosi dal sito del comune è ancora possibile visionare la classifica 2008, qui)
Lo Spillo è l’essenza del carnevale persicetano.
E’ uno svelare l’intento, l’idea che ha portato alla realizzazione del carro stesso. Attraverso lo Spillo viene spiegato il significato delle maschere, il tema scelto e il messaggio che si spera di lasciare al pubblico.


Foto di Simona Zanicheli – Spilli 2008

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Carro con angelo – parte I

1. Ottobre

Il tavolino di legno è di quelli traballanti, il ripiano è un minestrone di colori incrostati con qualche scalfittura qua e là. Straripa di fogli enormi sdraiati sulla superficie. Bozze per il prossimo carro carnevalesco.
La porticina laterale si spalanca all’improvviso e alcuni angoli dei fogli si alzano senza garbo. Vittorio Vetro si guarda in giro con fare circospetto. «Aloura, as pol savèir sa vlì fèr? » (Allora, si può sapere cos’avete deciso?)
La scena si ripete ogni anno. Perfino la battuta è la stessa.
« Du a si andè a finir, carògna ed sgrazié? » (Dove vi siete rintanati, razza di disgraziati?)
Un’altra porta, più pesante, cigola dalla parte opposta del capannone. La testa di un ragazzo fa capolino. Sorride.
« Stiamo preparando per stasera, capo. Decidete voi. Poi a cena ci spiegate con calma. »
Sparisce senza aggiungere altro, con quella faccia rossa per le risate che risuonano nella cucina adiacente.
Brontola, Vittorio, a denti stretti. Nessuno vuole decidere, mai. Dopo è un delirio di ‘facciamo’,’spostiamo’ e viadicendo. Sempre dopo, però.
Si ferma davanti alle bozze con lo sguardo assorto. Le sopracciglia folte, del colore della neve, delineano strane geometrie sul viso rugoso.
« Bon, ades agh pèns me. Acsè a la finen una volta par tot … » (Va bene, adesso ci penso io. Così la finiamo una buona volta).
Si volta dando la schiena al tavolo, le gambe vecchie del mobile cigolano implorando pietà sotto il peso del corpo appoggiato.
Immagina, Vittorio, i carri lungo il Corso. Se strizza gli occhi e si concentra quasi ci riesce. A vederli. Quest’anno sono arrivate due proposte. Mai successo. Eppure.
Due progetti. Una scelta.
Si concentra, Vittorio, e immagina i colori, la piattaforma che si alza e l’altra che ruota su se stessa. Le vede.
Finché qualcosa si muove. Una folata d’aria. Tiepida. Fulminea.
« As pol saveir chi ròmp i quaiòn propri ades? » (Si può sapere chi mi rompe i coglioni proprio adesso?)
Riapre gli occhi di soprassalto, si volta verso la porticina da cui è venuto ma non c’è nessuno. Tutto tace.
« Zuvnaz! »(Delinquentelli!).
Quando butta gli occhi sul tavolo uno dei progetti è scomparso. Vittorio fa un passo avanti e pesta qualcosa. Carta. L’altro progetto, probabilmente finito a terra con la folata d’aria di poco prima.
« Bon. Al va bein quas que. » ( Ecco fatto. Va bene questo.)
Lo arrotola con cura e si avvia in cucina. L’altro foglio rimane per terra a incurvarsi sotto l’umidità che penetra dal pavimento.

Quest’anno ho aiutato Vittorio nella scelta.

Nessuno può sentirlo, il pensiero silenzioso che fluttua nella stanza.
Gli unici rumori distinguibili provengono dalla cucina, dove le mani sapienti della massaie stanno preparando una succulenta cena per tutta la compagnia. Una delle tante.

[continua...]

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La foto dentro il racconto è uno scatto rubato quel Sabato pomeriggio quando sono stata mandata presso la società carnevalesca degli Angeli. Quello che vedete è l’interno del capannone della compagnia, nello sfondo c’è sempre il carro ‘incelofanato’, pronto per l’esibizione dello Spillo, ‘celato a occhi indiscreti’.
Immagine scattata dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di Persiceto.

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Direttamente dal carnevale primaverile da poco concluso, lascio qui una slide che assembla una prima parte delle fotografie scattate da Simona Zanicheli che ringrazio. Quelli che potete vedere sono i carri che hanno sfilato quest’anno. E penso che da queste immagini si assorba molto. L’atmosfera magica, lo spirito goliardico e la voglia di divertirsi, travestirsi e colorare tutto. Se volete assaporarle singolarmente, potete cliccare sull’immagine, si aprirà una finestra da dove è possibile visualizzare ogni immagine in formato più grande. Meritano davvero.

Qui il link alla slide.

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Apparso su Declinato al Femminile

Written by Barbara Gozzi

Agosto 24, 2008 alle 12:36 am

Pubblicato in 2008, analisi, carnevale

Anticipazione: appunti sul transito di un carnevale

con un commento

Il taccuino per me non è soltanto uno spazio (reale o virtuale) dove fermare scene, situazioni, frasi ed emozioni. E’ un foglio bianco in viaggio, che transita con e per me.
Allora nelle prossime due settimane condividerò qui un’esperienza iniziata l’anno scorso e legata al carnevale del paese in cui vivo, San Giovanni in Persiceto (Bo) anche se, in realtà, penso sia un viaggio nello spirito carnevalesco, un modo per approcciarsi a questa realtà che può sembrare marginale, da bambini (infantile insomma) o magari classificabile come ‘follia ridicola’ da chi la osserva da fuori, vede le maschere che si dimenano e gli sembra tutto troppo.
Invece è molto di più.

Ci sono emozioni, idee in movimento, voglia di fare e lavorare sodo, nonché messaggi (codici che si celano dietro le maschere e i carri stessi) e certamente, tanta voglia di uscire dagli schemi, divertirsi ed essere qualsiasi cosa – chiunque. Per un pomeriggio, un fine settimana. Qualche giorno appena, il tempo di abbandonarsi ma abbastanza per.

Ogni regione, più spesso ogni provincia italiana ha le sue dinamiche, anche all’interno di una festa come questa, forse ai margini ma che ho scoperto molto viva in talune realtà extra urbane.
Ci sono carnevali molto famosi, a livello nazionale o addirittura internazionali (Venezia, Viareggio, quello di Cento gemellato direttamente con Rio …).
Ma non è di questi che voglio scrivere, lasciare tracce su queste pagine virtuali.
Il moleskine è un riflesso. Di quello che vedo, sento, provo.
Sarà un backstage, direi.
Qualcosa che unisce un’esperienza che ho vissuto l’anno scorso, una storia ma soprattutto percezioni, immagini e resoconti di una realtà di provincia che io stessa non avrei mai immaginato così.

Intanto, un pò di significati e storia sul Carnevale, per entrare piano, piano nello ’spirito’…

Nel calendario liturgico cristiano, il Carnevale è il periodo compreso fra l’Epifania e l’inizio della Quaresima. Nella tradizione popolare, tuttavia, copre soltanto i giorni detti “grassi”: dal giovedì al martedì prima del Mercoledì delle Ceneri, che segna appunto l’inizio della quaresima (secondo il rito ambrosiano, invece, i giorni “grassi” si protraggono fino al sabato, dato che la quaresima inizia la domenica). L’origine della parola non è sicuro. Due i possibili etimi: carmen levare, ovvero “intonare un canto”, oppure currus navalis che designava uno dei carri su cui si sfilava nelle parate durante la festa. Carnevale venne successivamente reinterpretato con la locuzione carne-levare che significa “astenersi dalla carne” e indica l’obbligo di non mangiare carne e di evitare rapporti sessuali durante il periodo penitenziale della Quaresima.

In realtà il Carnevale è, fin dai tempi più remoti, il periodo dell’anno dedicato alla festa, al divertimento, al travestimento, alla licenza e, più in generale, a dire e fare liberamente quel che si vuole senza alcuna soggezione verso l’autorità e la morale costituite. In questo significato generale, la festa di Carnevale – indipendentemente dal suo specifico nome nelle diverse epoche e culture – ha attraversato pressoché tutta la storia della civiltà umana. Nel mondo latino, per esempio, esso è riconducibile alla festa dei Saturnali degli antichi romani.
Oggi, in tempi forse più edonistici e permissivi di un tempo, i festeggiamenti del Carnevale hanno in gran parte perduto il loro valore eversivo e liberatorio, e si limitano di solito all’uso delle maschere, al travestimento e alle feste danzanti. Solo in alcune località esso ha conservato, pur con notevoli diversità da un posto all’altro, l’aspetto di una grande festa collettiva: ad esempio a Ivrea, Viareggio e Venezia in Italia, a Nizza in Francia e a Rio de Janeiro in Brasile, dove prevale ancora il gusto delle danze collettive e liberatorie.

Fonte: Sapere.it
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Foto BG risalente a Febbraio’2007.

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Apparso su Declinate al Femminile

Written by Barbara Gozzi

Agosto 24, 2008 alle 12:10 am

Pubblicato in 2008, analisi, carnevale

Di Consoli Andrea – La curva della notte

nessun commento

LA CURVA DELLA NOTTE di Andrea Di Consoli, Rizzoli, 2008, euro 17, pagg. 202

di Barbara Gozzi

Teseo è un uomo tormentato, annoiato, attanagliato da un ‘male di vivere’ quasi inspiegabile nei suoi tessuti contraddittori, tra alti e bassi feroci e improvvisi.
Due mogli e una figlia alle spalle, un passato da ferroviere poi un locale, il Byron, diventato casa e supporto, passione e peso.
Finché qualcosa stravolge i fragili equilibri di cristallo: Rocco, vecchio amico dimenticato, torna, lo cerca. E prima di morire in un tragico quanto sfuocato incidente, riaprirà le porte di un passato che Teseo aveva chiuso forzatamente, nel disperato quanto inutile tentativo di dimenticare vecchi rancori, tradimenti e quel senso di disgusto e abbandono che, in realtà, ha continuato a perseguitarlo tra gambe aperte e giri di valzer. Perché Teseo non si nega nulla, specialmente i piaceri della carne che lo fanno sentire vivo, riescono a fargli provare ‘qualcosa’ di temporaneo quanto prezioso.
L’ultimo romanzo di Di Consoli mantiene le tinte forti e scure del precedente ‘Il padre degli animali’ ma sposta l’angolazione, la visuale vira e si concentra su un uomo e su un vivere inquieto, selvaggio quasi, tra rimozioni e riprese. E soprattutto dove i sentimenti esistono per riflesso, perché hanno un nome che ogni tanto è necessario pronunciare. Finché il passato torna e con lui i rimescolamenti dell’anima, di quell’anima che sembrava scacciata, sopita o addirittura annientata e invece resiste. C’è. Si svela proprio quando i granelli di sabbia scivolano quasi del tutto, sfuggiti a dita ormai scosse da tremori, invecchiate e incerte. Confuse.
Di Consoli gestisce una prosa potente, lucida, che risente a tratti dell’amore sviscerale per la poesia e ogni tanto ne ‘ruba’ atmosfere, ritmi e approcci.
Ci sono tre diversi livelli narrativi, individuati dai capitoli (comunque sempre brevi, fulminanti) e dai titoli. La stessa cronologia sarà comprensibile solo leggendo, strada facendo. C’è un passato che è remoto, mischiato quasi ai sogni, all’irrazionalità dei pensieri incompleti, dove il tempo ha iniziato a rosicchiarne pezzetti. Ma ci sono anche due strutture presenti che sembrano slegate, assestanti. Sembrano perché non lo sono. In questo romanzo si racconta una storia che non è ombelicale: l’analisi introspettiva di un uomo complesso e controverso. Si tirano fili precisi tra tessuti che sono anche analisi di una società – la nostra, quella che vive oggi seppure con riferimenti precisi al sud – ; e i personaggi sono protagonisti e simboli. Ci sono, dunque, passato remoto, prossimo e presente. Ma l’ordine non è scontato. Tutt’altro. Lo stesso titolo in realtà, mi sembra una traccia rilevante, da seguire per trovare il ritmo giusto, una prima decodifica. ‘Una’ notte si consuma un presente annunciato dalle prime righe, in una curva che si allunga, sale poi scende irrimediabilmente verso il basso, quando ormai ogni personaggio ha recitato la sua parte, incastrando tasselli e sfaldando certezze.
Di Consoli ha capacità espressive non comuni, usa un’aggettivazione mirata e ‘visiva’, ogni nuova scena viene tratteggiata in modo che il lettore ci si ritrovi immerso, tra odori, sapori, umori.

Non ce la facevo più a vivere […] la morte che più non si teme quando si è stanchi, sfiniti, alla fine del deserto; alla fine di una statale che porta nel regno dei vivi che sono già morti.
(pag.63)

Questo parallelismo tra vita e morte, anzi peggio, questo considerare taluni ‘vivi’ come fossero già morti è decisamente pressante, nel corso della narrazione. Teseo sa, sente. E queste sue percezioni incombono, irrompono tra avvenimenti presenti e passati.

Il passato è la nostra vergogna, la palude che ci fa impazzire di risentimento e di noia.
(pag.83)

Rancori dunque per accadimenti mai dimenticati, impossibili da cancellare e allo stesso tempo la noia, quel lento lasciarsi vivere tra il torpore di azioni che scivolano e la sottile depressione verso un futuro che appare piatto.
Solo il sesso, l’atto in sé, sembra scatenare nel protagonista reazioni cercate e mai noiose. Ed è una ricerca continua, un impulso irresistibile, unico a cui Teseo non si sottrae mai, neanche quando si sente avviluppare da trame oscure, a lui avverse. C’è senza dubbio una forte e presente componente sessuale in questo romanzo ma non la definirei erotica, non ci sono manifestazioni di un desiderio che cerca, annusa corpi; bensì tratteggi brevi e precisi di azioni solitarie. E’ un prendere, per Teseo, un dare per riflesso. I gesti sono ripetitivi, non si curano di forme o sostanze. E’ l’atto, come accenno sopra, l’unico vero obbiettivo. Il resto è un contorno spesso inutile, privo di sapore. E lo spiega in più d’un occasione lo stesso Teseo.

Non esiste, il piacere. Esiste solo il dolore di non amare più, o di amare male, come una ferita che non si chiude.
(pag.107)

Poi l’ ‘urlo della mente’ (pag.128) e l’ ‘amore nero’ (pag. 91). Parole chiave precise. Dominanti eppure sussurrate, che quasi si perdono tra racconti e virate.

La curva, dunque, si avvicina alla sua discesa finale e quaranta, cinquanta pagine dalla conclusione, il lettore la avverte, la caduta. Ci si sente dentro. I personaggi stringono, incalzano, i tasselli appaiono e lentamente si uniscono.
Di Consoli non è un autore facile, secondo me. Scrive avvalendosi di simboli, livelli diversi e strutture che sono il frutto di volontà precise. E rallenta forse proprio quando il lettore vorrebbe invece correre verso il finale. Ma è tutto necessario, sotto molto punti di vista. Decodificare non è un processo semplice tanto meno comodo.

In quel momento – senza capire niente – capii invece tutto. Mi andava bene, quello che stava succedendo. “Iole” dissi con la voce spezzata di chi è disposto a morire pur di amare ancora una volta.
(pag.197)

La parola ‘amore’ viene usata con parsimonia per circa centottanta pagine. Appena sussurrata. Poi d’improvviso, a poche pagine dalla fine, diventa un imperativo che si mischia al sesso, all’accettazione. Diventa un elemento dominante. Riempimento e rovina. Causa ed effetto. Mentre la morte, ovunque, resiste, perdura ma in queste ultime pagine pare addirittura meno graffiante, leggermente smussata.

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Appunti di lettura apparsi su Letteratitudine.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 21, 2008 alle 2:04 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Postorino Rosella – La stanza di sopra

nessun commento

La stanza di sopra non è un romanzo. Ne ha il sapore, si districa tra strutture, punteggiature e numeri di pagina.

Ma è un ritratto.

Feroce, dolce, straziante, duro, innocente, silenzioso, struggente, inconsapevole, lento, sanguinoso.

Di un dolore immenso, di una perdita indimenticabile perché è quel tipo che non si può – dimenticare – dal momento che il corpo resta, respira tra tubi e medicine, lentamente si scioglie ma resiste, ogni giorno lo puoi vedere, sapere che c’è.

E’ dunque difficile, molto devo dire, commentare uno scritto del genere dove si sentono i respiri, le budella si contorcono, i piatti scivola per terra, poveri cocci abbandonati.

Ester è un’adolescente la cui crescita è come cristallizzata, bloccata a un giorno imprecisato che solo verso la fine della narrazione si paleserà attraverso gli occhi di una bambina che non reagisce, non piange, non trema. Eppure quella bambina ha capito, sa. E passerà moltissimi degli anni successivi a ferirsi, stretta in una casa enorme e silenziosa, sfiorando una madre distrutta, incapace ad aprirsi al dolore. Gesti, suoni, odori. Un mondo popolato di ritmi lenti, cadenzati che Ester sembra accettare poi rifiutare. Tutto e il suo contrario in un certo senso perché lei, così giovane, fragile, perduta, non sa, non riesce a capire dove sta andando veramente. Si sente come attirata dalla compagna ‘perfetta’, brava a scuola, pacata poi finisce con i soliti amici a scambiarsi canne e baci come fossero gesti qualunque, privi di significato.

Ha bisogno di sentirsi, di lasciarlo uscire questo dolore immenso, potente, trattenuto al punto da essere riuscita a soffocarlo, eppure, non è mai abbastanza. La sua testa urla in continuazione pur non cercando le parole. Il corpo rifiuta il cibo quanto quella stanza, a pochi passi dalla sua, di sopra, è ovunque. Anche quando non viene citata, la stanza, torna, si incolla alle dita del lettore.

Rosella Postorino usa le parole come fossero pugnali. Le dosa con sapienza, gestisce respirazione e ritmo. Ogni aggettivo è scelto con cura, con la pazienza di chi non ha fretta, anzi, tenta a ogni nuovo capitolo di rallentare. Ancora e ancora. Perché non è nello svolgimento che il lettore deve cercare, ma nel suo significato. Non è dove sta andando Ester ma come. E i ‘vuoti’ quanto i ‘buchi’ sono termini ricorrenti, chiavi di lettura.

Non si può leggere questo libro aspettandosi trama, dialoghi e colpi di scena. La ricetta standard qui non funziona, difetta.

Il dolore è tutto. Ricopre, avvolge. E’ quasi difficile arrivare alla fine per la paura di scoprire che ci si possa addentrare ancora più in profondità.

La paura attanaglia, stritola. Arriva subdola e unge i polpastrelli.

Poi certi ricordi, di quando lui era ancora, di quando la bambina riusciva a ridere senza pensarci, senza rendersene conto e la madre non era altro che una madre, maldestra forse, pasticciona anche. Ma una madre che amava e sorrideva a sua volta.

E’ la storia di una perdita sospesa, di una digestione impossibile, di una crescita faticosa, di una bambina persa, di un’adolescente nuda. E’ il raccontare quelle parole che restano tra la bile e lo stomaco, quei gesti che attendono, quei corpi che non sono.

Ci sono si, riferimenti sessuali ma l’errore peggiore che si possa fare, secondo me, è accomunare questo libro a una qualche ‘Lolita moderna’ o cugine. Ester non prova piacere, piacere reale, consapevole, cercato o preteso. Ester non è sfrontata o sfacciata. Semplicemente non sa cosa vuole, non ha quella consapevolezza per il proprio corpo che la porterebbe a desiderare. Vive di azioni, istinti che sente familiari, fugge dai soffocamenti poi torna. Cerca e scappa. Anche quando bacia.

La citazione iniziale, in effetti, è forse la sintesi migliore di una fotografia in piena contorsione.

Il difficile non è raggiungere qualcosa,

è liberarsi dalla condizione in cui si è.

Marguerite Duras

Paura, colpa, confusione, ferite eternamente aperte, mancanze.

Paradossalmente è proprio il ritmo, l’unico ‘nemico’ di una narrazione che vomita, sputa e se ne frega. Il ritmo perché è lì che il lettore rischia di sentirsi ingabbiato, tra tessuti che si flettono, allungano, in una staffetta senza cronometro dove Ester racconta, si sente la sua voce, poi diventa personaggio, sfuoca e si allontana. Finché di nuovo torna. Lì insomma, non è sempre facile accogliere le ferite della protagonista con calma e pazienza, leggere senza desiderare di sfuggire, senza voler tendere una mano e chiudere tutto.

On line è possibile rintracciare molti commenti a questo libro. Alcuni li lessi l’anno scorso, come questo di Francesca Mazzucato, o quest’altro di Sabrina Campolongo perché, come spesso succede, i suggerimenti di chi stimi di solito colpiscono duro, solleticano la curiosità, hanno un peso insomma. Ne lessi dunque, prima di leggerlo la prima volta, sempre l’anno scorso, ma questa volta no. Avevo bisogno di dimenticare, di ignorare le parole degli altri, le impressioni, svuotare tutto insomma. Perché in questo libro ci si può perdere, si rischia di affondare e di averne paura. Per cui, questa volta, sono entrata sola nella stanza, ho seguito Ester, l’ho cullata dentro di me e ho pianto con e per lei. Forse qualcosa di mio è rimasto, leggendo , tra le pagine e gli appunti frettolosi. Rosella Postorino mi ha lasciato un incede importante, lontano dai rigori, un gestire sentimenti potentissimi quanto ‘un vivere’ dominato e dominante dove anche la punteggiatura, più che altro l’assenza di, diventano dettagli vivi, pulsanti. Dove il tempo si prende il suo spazio, tanto quanto gli ambienti e le atmosfere. i colori, come il verde acido del divano. E quel pensare, ricordare, valutare che è ancora, sempre, paura, fragilità, bisogni inespressi eppure che non smettono di premere e cercare. Forse, almeno una volta nella vita, tutti noi ci siamo sentiti così, con o senza una stanza di sopra, ma questo ascolto quanto assenza riconosciuta di no, non è comune, è rarissimo. Prezioso. E’ un ammettere che qualcosa, durante la crescita – la vita -, può andare storto al punta da.

E in mezzo c’è lei, dentro all’abbraccio di quei genitori divertiti, il pesciolino che nuota già senza braccioli, e ride: per la madre imbranata innamorata del padre, che insegna, paziente, comprensivo, a nuotare. Per amore.

(pag.151)

Mia madre suona il piano e quassù l’odore di silenzio è asfissiante, sa di morte, come mai padre puzzi di morte, come puoi padre farmi questo, dove sono io, stupida bambina che gioca attorno a un divano e trattiene in mano un oggetto qualsiasi lo trattiene immobile non fa altro guarda, lo lancio, lo prendo, prendo il bicchiere appoggiato sul tuo comodino, lo lancio, colpisce, si spacca.

(pag.62)

La stanza di sopra
di Rosella Postorino
Neri Pozza, 2007

Written by Barbara Gozzi

Agosto 18, 2008 alle 12:24 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Sciutti Maeba – Flaming June

nessun commento

“Flaming June” è una contaminazione, un tipo di contaminazione dove le muse ispiratrici di alcuni noti pittori diventano le protagoniste in e con sapevoli di racconti brevi, flash intimi, laceranti.
Maeba Sciutti osserva dipinti di Klimt, Leighton, Waterhouse, Hiroshige, Wesselmann, Modigliani, Mucha, De Lempicka e Schiele, osserva queste donne così diverse eppure simili a tante altre di ieri e di oggi.
E da questa osservazione nascono dodici racconti, dodici incontri profondi, onirici, espressioni di moti e intensità che l’autrice ha sentito arrivarle dai dipinti e che, poi, sono diventati parole, accenni di storie.

Lo sforzo, l’intento, della Sciutti sono decisamente interessanti, e non tanto – non solo – per l’originalità nell’ispirazione e nello svolgimento, piuttosto per la volontà di proiettare il lettore ‘dentro’ queste opere, tra la vita di chi le ha realizzate ma soprattutto di chi ha posato.
Ed è uno sforzo complesso, che richiede amore e profonde conoscenze delle opere quanto della natura femminile.
La scrittura è ricercata, raffinata, a tratti complessa, si contorce prima di tornare in superficie ma è appena un attimo. Ogni racconto ha un ritmo diverso, respiri, profumi, strutture che lo rende unico e legato sottilmente all’opera di appartenenza.
Ci sono dunque le donne che si sono piegate, quelle irrimediabilmente fragili e all’apparenza sperdute. Ci sono le donne mai diventate, destinate a rimanere ‘figlie’mai abbastanza adeguate.

Allora giugno le fiammeggerà in casa e i pettegoli dimenticheranno che ha partorito una figlia emotiva. (pag.22)

Ma anche donne vicine all’essenza femminile moderna fatta di estetica e sacrifici, inadeguatezze e insoddisfazioni.

Compri una vita per assimilazione.
Un vestito di raso ti rende divina, una minigonna un’icona trasgressiva… (pag.57)

Poi quell’universo a parte popolato dalle donne che non sono mai diventate (donne), non dentro i canoni della società del momento; eppure loro – queste donne – tenaci, insistono e sopravvivono in questo loro essere diverse. Fuori da certi schemi ma piene di molto altro e poco importa, in fondo, quello che sussurra la gente.

La bambina continua a preoccuparla, non manifesta attenzioni per l’economia domestica, preferisce correre per strada, … […] Sophie teme che la bambina abbia dodici anni e uno spirito artistico. (pag.87)

Tante donne dunque, immortalate in pose e movenze uniche, irripetibili. Al punto che il dipingere, diventa anche ‘atto di allontanamento’ che la rende immortale, certo, ma anche muta e immobile. Lontana.

Mi hai dipinta: appesa, abbandonata come una maschera che ha finito le sue risa. (pag.48 )

Accanto alle muse, però, ci sono anche molti ambienti che la Sciutti cura, allunga e deforma. Il ‘dove’ diventa ‘come’ o ‘quando’ in un processo di fusione, dove le parole guidano o perdono la rotta ma non sono mai banali, scontate.

Il paese era una puttana estiva, perdeva la dignità del suo essere restio alla cultura, alla città, perdeva il sapore del pane sfornato e del dialetto sussurrato sull’uscio, si apriva e appassiva. (pag.75-76)

Penso che lo sforzo dell’autrice sia stato enorme eppure taluni approcci sono, forse, scivolati troppo verso un ‘descrivere’ e proiettare piuttosto che un ‘raccontare più nudo’, meno schiavo dell’aggettivazione vivida e il periodare serpeggiante.
C’è tanto, dentro questi racconti che sono proiezioni quanto tentativi di graffiare, scarnificare immagini e donne che sono state poi sono diventate e oggi continuano a vivere grazie alle mani dei diversi autori. Eppure in questo ‘tanto’ ho avuto l’impressione che, a tratti, qualche traiettoria si sia allontanata, piuttosto che avvicinarsi.
Il lettore di “Flaming June” ha bisogno di sapere, di capire chi sono questi pittori, queste muse. Penso che sia un libro che richiede un minimo di conoscenze della materia per poter essere apprezzato in profondità, capito come merita.
L’autrice è giovane, alla ricerca, non teme le sperimentazioni e si mette alla prova in un terreno misto complesso. C’è bisogno, forse, di recuperare un approccio più immediato per potersi avvicinare anche a quei lettori meno abituati ai liricismi, agli aggettivi come macigni che celano significati e strati.
Segnalo un tocco concreto di contaminazione che ho particolarmente apprezzato: ogni racconto è introdotto da un’illustrazione di Francesca Fasoli che riproduce proprio ‘quella’ musa che prenderà forma tra le parole dell’autrice. Ed è un approccio a mio avviso azzeccato, che favorisce l’immaginazione e quindi l’ingresso in queste dodici realtà deformate, attuali quanto lontane, profonde e dolorosamente consapevoli.
Ci vuole molta empatia, secondo me, per arrivare ‘dentro’ a occhi, volti, corpi. Bisogna saper ascoltare perfino le immagini che invece sembrano così immobili, fredde e invece, grazie alle parole dalla Sciutti, acquisiscono forme, colori, odori e sapori.
‘Flamming June’ è un libro curato e Maeba Sciutti è senz’altro un’autrice da tenere sotto controllo, che spero arriverà ad entrare nelle storie che si rincorrono per essere prima di tutto ascoltatore poi ‘traspositore’, dove le parole hanno un loro peso specifico equilibrato, amalgamando con e per tutto il resto, moti, strati e quella sensibilità spiccata che ci ho sentito.

Barbara Gozzi, Giugno’2008.

EDIZIONI ESAMINATE E BREVI NOTE

Maeba Sciutti (Rimini, 1977). Vive in provincia di Rimini. Ha pubblicato:
2007 – Cristalli di fiato – Liberodiscrivere, 2007 – Lingue di piume – ARPANet, 2007 – presente su The Cats Will Know – Antologia – Lulu e ‘Flaming June’ (Arpanet, 2008 )

Il suo blog: http://rapsodieinvernali.splinder.com/

Su lankelot: Lingue di piume

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Appunti apparsi su Lankelot

Written by Barbara Gozzi

Agosto 17, 2008 alle 5:07 am

Pubblicato in 2008, Lankelot, Non recensione

Baldini Eraldo – Nebbia e cenere

nessun commento

La scrittura di Baldini è scorrevole, a tratti molto pittoresca e concreta. Sa tratteggiare scene di paese come se avesse in mano pennelli o una macchina fotografica. L’atmosfera della borgata c’è tutta, dalle prime righe avvolge e si insinua tra personaggi, ritmi e angoli.
C’è il disagio, anzi ‘i’ disagi degli adolescenti di oggi e di un uomo che cova un’ossessione pericolosa, che ha rinunciato ai sogni e si accontenta di una vita piatta, fatta di gesti ripetuti, bar e pensieri solitari.
C’è un intreccio che sembra sfilacciarsi a ogni nuovo capitolo.
Quattro bambini (o dovrei dire ‘adolescenti’?) e un uomo che guida ‘Rusco’, il bus del comune e li scarrozza tra nebbia, neve e cenere.
Ci sono le storie della pianura padana, arricchite da personaggi che in realtà non sono attori ma proprio persone in carne e ossa (e chi ci ha abituato, tra l’emilia e la romagna, lontano dalle città caotiche, tra distese brulle e strade strette e curve, sa che è davvero così in questi posti a tratti dimenticati).
E’ un romanzo che scivola, pur trattando tematiche dolorose e crude. Ma è l’intendo, quello dell’autore, che guida la lettura, la rende scorrevole, a volte quasi comica (proprio divertente) poi di nuovo drammatica, unta e sibillina.
Perché tra paesi e borgate, tra campi da calcio, bevute e biciclette, non c’è poi tutta quella tranquillità che ci si aspetta dalla provincia. Anzi.
Poi l’amore perduto, tema che torna quasi in ogni pagina, che annulla e annienta il protagonista, Bruno, e lo rende sempre più vittima dei suoi stessi pensieri e carnefice della ex.
Infine loro, i bambini-ragazzini animati da passioni, desideri, dolori e aspettative. E ce n’è davvero per tutti i gusti. C’è la quasi lolita, il quasi calciatore professionista, il disperato con la sorella ‘matta’ e l’ingenua che ancora sogna una famiglia come le altre. Problemi piccoli che, in bocca ai personaggi, diventano enormi e fondamentali com’è per ogni passaggio della vita. Ma anche guai e dolori enormi, raccontati attraverso occhi diversi, punti di vista che ruotano, si spostano per lasciare spazio a un lettore sempre più incatenato tra nebbie, strade e silenzi.
Peccato per il finale, mediamente prevedibile e all’apparenza ‘tirato via’, troppo fulminante per dare modo al lettore di decodificare e capire. Forse meritava qualche pagina in più e una conclusione meno frammentaria. O forse no. I paesini di provincia, a ben pensarci, sono così. Pacati. Esagerati. Confusi.
L’accostamento tra ‘nebbia’ e ‘cenere’ è fondamentale per la trama, per capire quanto labile e complesso è il legame tra sanità e malattia, tra diceria e verità, tra pace e inferno.

“Mimosa mi ha detto molte volte che devo schiodarmi, che devo troncare ogni contatto con la mia ex, altrimenti non guarirò mai.
E’ vero, non mi passa, tutt’altro. Ma ‘guarire’ che parola è? Serena non è mica una malattia.
Anzi, è l’unica forma di salute possibile. “
(pag.158 )

” Ci vorrebbe un orologiaio che aprisse la sua testa, guardasse gli ingranaggi, scoprisse quello difettoso o guasto e lo cambiasse. Altro che antiossessivi e tranquillanti e stabilizzatori dell’umore, che sembrano non funzionare mai.”
(pag.84)

” La fissò per qualche secondo, come per vedere se scherzava, poi sbuffò: – Ma va’a caghèr!
Ce lo sentì rise, io sbiancai, la maestra si mosse ancora di più sulla sedia, come se il prurito al culo le fosse aumentato, e cercò di cambiare discorso descrivendo le difficoltà e la durezza della vita sul fronte.”
(pag.21)

Nebbia e cenere
di Eraldo Baldini
Einaudi – Stile libero Big
Isbn: 978-88-06-16420-1

Il sito di Eraldo Baldini.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 14, 2008 alle 2:22 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Nothomb Amélie – Igiene dell’assassino

nessun commento

Appunti di lettura di ‘Igiene dell’assassino’ di Amélie Nothomb

‘Igiene dell’assassino’ è il primo libro della Nothomb che leggo.

E, complice le vacanze, l’ho finito in due giorni. Non tanto per la semplicità, tutt’altro ma per la ‘forza risucchio ‘.

E’ una trama semplice, quella a cui si avvicina il lettore eppure cela imbrogli a ogni capitolo, mostra dettagli nuovi, giochi di parole e simbolismi potenti quanto contorti.

Prétextat Tach, premio nobel per la letteratura, e autore di più di una ventina di libri pubblicati e molti altri ancora ‘nel cassetto’, scopre di avere due mesi circa di vita. Una rara forma di cancro alle cartilagini sta divorando il suo corpo enorme e non gli da scampo. Nell’attesa, trincerato in un casa buia e silenziosa, accetta di incontrare cinque giornalisti. Con ognuno avrà scambi verbali diversi ma solo uno, l’ultimo, riuscirà a non lasciarsi schiacciare dalle capacità lessicali, logiche, culturali e, in una parola, ‘feroci’ dell’ormai condannato scrittore famoso.

I capitoli dunque, ricalcano le interviste. La struttura è di una semplicità disarmante.

Eppure ogni pagina mostra come si può, tenere alta ‘la tensione’, le aspettative e la voglia di proseguire senza usare particolari effetti speciali. Solo attraverso dialoghi serrati che passano dal grottesco al drammatico al disgustoso all’irreale al patetico al crudele al romantico all’ironico e oltre. Un gioco a due, lo si potrebbe definire. Tach e lo sventurato giornalista di turno riescono a tenere il lettore incollato alle pagine, almeno a me è capitato per quanto non mi sentirei di definirla una ‘tipica lettura estiva’ nel senso che richiede decodifiche complesse, pur proponendo una serie di colpi di scena, verso la fine, che solleticano la curiosità.

Il vero scoglio iniziale è senza dubbio la lingua, l’uso calibrato di vocaboli ricercati, strategici mi verrebbe da aggiungere. Immane, ottuagenario, vegliardo, tachiani, imberbe, epitaffio, teutone, sepolcrale, risatina giallastra, perifrasi abituali sono solo alcuni dei termini che nelle prime pagine non possono lasciare il lettore indifferente. Per il contesto, in cui sono inseriti, la ‘scioltezza’ con cui sono usati e allo stesso tempo la complessità dei significati. L’inizio insomma, richiede attenzione e si potrebbe facilmente pensare che non ne vale la pena anche perché – come accennavo sopra – la trama è molto semplice e quindi l’aspettativa del lettore potrebbe subire una brusca frenata.

Invece no. Sono i dialoghi che rendono impossibile l’abbandono. Lo scoprire che si può costruire una storia anche attraverso dialoghi tutto sommato semplici nella struttura ma che sono lame taglienti, venti che cambiano direzione in continuazione, parole che scivolano lasciando tracce mai casuali.

In questo romanzo si può affermare tranquillamente che la Nothomb è un’abile narratrice, un’analizzatrice sottile, un direttore attento e uno stratega di primordine.

Poi certo, ci sono quantità industriali di simboli, affermazioni che non sono – evidentemente – lì per rafforzare la trama in sé, piuttosto sono messaggi per chi legge, campanelli d’allarme precisi e altamente rumorosi. A tratti nauseanti ma ugualmente interessanti.

“La gente non sa niente delle metafore. E’ una parola che si vende bene, perché ha un portamento fiero. ‘Metafora’: l’ultimo degli ignoranti percepisce che viene dal greco. Una raffinatezza incredibile, queste etimologie fasulle – fasulle, veramente: quando si conosce una polisemia della preposizione metà e la neutralità buona per tutte le stagioni del verbo phéro, per essere in buona fede si dovrebbe concludere che la parola ‘metafora’ significa qualunque cosa.”

(pag.19-20)

“ No, mi creda, i libri scritti per pura bontà sono rarissimi. Sono opere che si creano in abiezione e in solitudine, ben sapendo che dopo averle scagliate in faccia al mondo si sarà ancora più soli e abietti. E’normale, la principale caratteristica della gentilezza disinteressata è di essere irriconoscibile, inconoscibile, invisibile, insospettabile, perché un beneficio che dica il suo nome non è mai disinteressato. “

(pag.46-47)

“Come! Invece il parallelismo è sorprendente. Questo ammassare, per esempio: si parla di corsa agli armamenti, si dovrebbe dire anche ‘corsa alle letterature’. E’ un argomento di forza come un altro: ogni popolo brandisce il suo scrittore o i suoi scrittori come cannoni.”

(pag.52)

E questi sono solo alcuni esempi delle prime cinquanta pagine.

L’impressione è che la Nothomb non solo scriva ‘a filo’ ma con una consapevolezza che va oltre la mera esperienza personale. L’acido, i graffi, la logorroica necessità di spiegare senza essere trasparenti, sono tutti moti che il lettore avverti come ‘veri’ e ‘autentici’ senza che la voce dell’autrice sia distinguibile, specie con il quinto giornalista che – di fatto – è la chiave di volta, il secondo personaggio principale capace di aprire lentamente ogni lucchetto.

Il quinto giornalista è una donna. E viene nominata in molti modi possibili, tutti dispregiativi fino a diventare, nelle ultime pagine ‘la creatura’, ma anche ‘l’avatar’ dello stesso Tach. Non svelerò altro per non togliere il piacere della scoperta che davvero in questa parte è potente quanto controversa.

Eppure qui la Nothomb raggiunge vette alte, quindi anche più difficili da cogliere. Si continua a parlare di letteratura, della capacità dei lettori di non leggere davvero, della scrittura. Ma arriva prepotente una nuova onda, inaspettata quanto profonda: l’amore o meglio, alcuni angoli precisi dell’amare, del volere così bene a qualcun altro da. Angoli bui, certo, duri e difficili da comprendere eppure nitidi nel loro esistere e affermarsi.

Le teorie espresse dallo scrittore sono, il più delle volte, difficili da riconoscere ed accettare perché forano ogni tipo di struttura sociale e, a tratti, anche umana. Eppure verso la fine qualcosa sembra quadrare nell’assurdità generale, qualcosa torna tra domande e risposte sempre più serrate, ansimanti.

Credo che in questo libro, il lettore possa trovarci molto o poco, dipende dalle possibilità che si danno alle parole, dall’impegno e dall’apertura verso una narrazione fuori da moltissimi schemi abituali. C’è una trama di base, ci sono personaggi e dialoghi determinanti. Ma è il contenuto a necessitare di antenne e analisi.

Perché, in fondo, quello che sembra non è quello che è, comunque. Sin dalle prime pagine. Solo che la Nothomb oltrepassa molti confini, non si limita a giocare coi ruoli e le aspettative. Propone precisi ragionamenti di una lucidità e complessità disarmanti. Che stendono. Ma possono anche irritare o far sbadigliare. Perché se non si arriva a una qualche decodifica resta davvero poco di un romanzo dove i personaggi dialogano tra loro, non ci sono altre azioni, tanto meno scene complesse o intrecci specifici (perfino sul finale, i legami e gli intenti si svelano con semplicità).

La Nothomb non scrive storie e basta. Raccoglie alcune contraddizioni di questa nostra società moderna. E lo fa vomitandoci sopra, sputando e ruttando. Lo fa con il preciso intento di colpire, di fare molto male. Di disgustare perfino pur di procurare una qualche reazione.

Di questo libro si potrebbero scrivere molti commenti, ma che lascia indifferenti (in un verso o nell’altro) mi sembra impossibile.

Igiene dell’assassino

Di Amélie Nothomb

Guanda

Isbn:978-88-8246-366-3

Written by Barbara Gozzi

Agosto 9, 2008 alle 5:50 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

Come la mettiamo?

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Alice ne ha fin troppo, riflette. Di spazio suo. Che è un ‘non posto’ in effetti, proprio come ha detto a Caterina. Non esiste, non ha coordinate precise. Eppure ci si ritrova da sola. Come adesso. Andrea è lì, a pochi passi. Ma non si sa dove sia sul serio, con la mente e il cuore quanto meno. Il corpo conta il giusto, e in momenti come quello le sembra che – anzi – non sia altro che un ammasso di strati coprenti che evitano ai polmoni di rotolare per terra, alle vene di correre ognuna dove le pare e al cervello si schiantarsi sul cemento. Nient’altro. Una scatoletta più o meno carina destinata a disintegrarsi.
Esce di corsa.
Il bisogno è troppo forte, pulsante.
Andrea, il suo Andrea c’è ma non è. O forse è ma non c’è. Comunque non si può, così proprio no. E neanche trova le parole per spiegarselo quel fastidio che è anche imbarazzo e vergogna.
Non si scappa da qualcuno che si ama. Anche se forse è più morto che vivo.
Eppure restare sarebbe peggio, lo sa. Con lei è tutto peggio. Quando ci si mette d’impegno è capace di distruggere tutto.
Allora la ritirata è la soluzione più sensata.
Se adesso lui potesse vederla la sgriderebbe. Non l’amante, no, ma l’amico si, eccome. Scappi da quando avevi dieci anni, A, non è ora che la smetti e affronti quei demoni?
Finalmente fuori, all’aria aperta, si blocca. Massaggia gli occhi ancora umidi e prende fiato.
Sarebbe ora si, vorrebbe rispondergli adesso, ma sto scappando da te. Come la mettiamo?
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Foto, rielaborazioni, incastri e testo di BG

Written by Barbara Gozzi

Agosto 7, 2008 alle 3:17 am

Dei romanzi rosa e di un certo amore

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Appunti di lettura di ‘Chi ama torna sempre indietro’ e dei romanzi rosa.

Gli appunti che seguono sono stati ispirati dalla lettura del romanzo’ Chi ama torna sempre indietro’ di G.Musso ma spaziano verso ragionamenti soggettivi sui ‘generi’ e gli approcci. Forse risulteranno sgradevoli, per chi predilige un certo approccio alle storie o l’autore, ma non vogliono essere né assolutistici tanto meno critici nel senso più negativo del termine.

Da Wikipedia:
Viene detto romanzo rosa quel genere di romanzo che narra vicende amorose e passionali a lieto fine venate di romanticismo e dedicate soprattutto ad un pubblico femminile.

Ho sempre avuto difficoltà a ragionare considerando il sesso del potenziale lettore. A parte quest’annotazione personale, penso che ‘Chi ama torna sempre indietro’ possa rientrare nella categoria ‘romanzo rosa’ seppure con le dovute eccezioni. Nel senso che, nel romanzo, si rintracciano elementi di fantasia evidenti legati all’opportunità del protagonista di ‘viaggiare nel tempo’ per tornare indietro di trent’anni. Poi ci sono tutta una serie di elementi ‘introspettivi’, di analisi del protagonista e, sul finale, di altri due personaggi principali, che – di fatto – allentano la pressione ‘rosa’ per concentrarsi sui drammi personali, ombelicali se vogliamo usare un termine molto di moda oggi.

L’ho comprato da uno di quegli espositori che nei grandi ipermercati sbucano all’improvviso tra mutande ed elettrodomestici. Erano anni che non leggevo un romanzo così. E a quel ‘così’ non intendo attribuire un significato negativo, non necessariamente. La trama è evidentemente un elemento chiave e già dalle prime pagine il lettore capisce – sa – dove sta andando.
Forse anche per questo ho avuto dei problemi, mi sono dovuta imporre di finirlo.

In particolare, tre nodi.

Uno. E’ il primo romanzo da due anni e oltre, dove non ho sottolineato, annotato o pastrocchiato quasi per nulla, leggendo. E per me è un indicatore rilevante. Ogni capitolo inizia con una citazione, molte delle quali le ho cerchiati e rilette. Per il resto non ho trovato frasi o punti capaci di colpirmi, che sentivo di voler riprendere in seguito o segnalare in eventuali appunti di lettura. E questo non perché sia ‘scritto male’ qualsiasi cosa voglia dire. Affatto. Scivola, scorre senza intoppi, il linguaggio è semplice (con qualche termine ‘fuori registro’ che però può dipendere dalla traduzione), i capitoli sono brevi e strettamente collegati, la trama è ben sviluppata, non ci sono ‘buchi’ o sospesi, anzi. Eppure il mio sentire si è fermato lì. A un ‘tutto’ fluido, coerente, mediamente accattivante, tendenzialmente tenero. Nessun guizzo.

Due. Il buonismo dilagante. Inizio precisando che negli ultimi anni sono cambiati molto i miei gusti ma soprattutto le percezioni che ho di una storia. Preferisco nettamente intrecci realistici, dove luce e ombra si mescolano e non si da nulla per scontato. E questa lettura me lo ha dimostrato. In ‘Chi ama torna sempre indietro’ ci sono moltissimi elementi smaccatamente positivi. I personaggi sono comunque e sempre ‘buoni’ anche quando sbagliano il lettore avverte la volontà dell’autore di assolverli. Agiscono con l’intenzione di fare bene anche quando il risultato non corrisponde. Hanno si, alcuni tratti ‘neri’, da cattivi, ma sono brevissimi, parentesi sempre risolvibili (e il lettore lo sa, senza accelerare la lettura, lo avverte).
Poi il finale. Non c’è niente da fare: sono arrivata alla fine pensando che storie così (al di là degli elementi fantasiosi ma gradevoli) non solo non esistono, ma sono anche nocive. Giuro. E lo ribadisco: non è la storia in sé, l’intreccio o le costruzioni stilistiche. E’ questo alone di luce che acceca, procura bruciori di stomaco e tramortisce. L’idea di questo amore indissolubile, immenso perfino quando ci sono ore di aereo che separano gli innamorati, o trent’anni o la morte. E’ l’idea che si possa essere sempre (o quasi) così smaccatamente coerenti, onesti nonché pronti ad afferrare ogni possibilità per redimersi e riconquistare ‘un posto al sole’. E’ la volontà precisa e calcolata di concludere la storia chiudendo ogni porta nel modo migliore. Tutto quadra, si potrebbe dire che ‘torna al suo posto’ nonostante le difficoltà, i capovolgimenti e le sorprese. Tutto è inondato da questo caramelloso senso di pace infinita e amore traboccante. Ed è troppo, non mi viene in mente un altro modo per spiegare cos’ho provato. Troppo.

Tre. La trama verte, come accennavo, su alcuni elementi di fantasia. Al protagonista vengono date dieci pillole in grado di riportarlo indietro nel tempo, di trent’anni esatti, quando la sua vita è cambiata radicalmente perché l’amata è morta improvvisamente.
Ora.
Ci sono precise teorie sui c.d. ‘universi parelleli’ ma anche sul fatto che ‘cambiando i fattori in gioco il risultato finale è destinato inevitabilmente a mutare’.
Per tutte queste considerazioni, ogni tanto, leggendo ho sentito degli scricchiolii. Forzature, diciamo. Non che io sia in grado di stabilire, per ogni azione mutata, l’esatta e precisa contro azione corrispondente, nessuno lo è. Eppure certi espedienti usati mi hanno lasciata perplessa. Proprio per l’inquadramento del romanzo stesso dove c’è si, l’elemento evidentemente fantasioso, ma c’è anche la volontà di raccontare una storia concreta, con riferimenti (anche storici) precisi e tratteggi verosimili. Allora, in mezzo a tutta questa somiglianza con la realtà, certi dettagli, passaggi, mi sono sembrati ‘ pro trama’ in modo ecclatante. Come se l’autore li trascinasse in una precisa direzione perché così doveva essere, perché solo così poteva arrivare al risultato.

In conclusione, non è un romanzo che sconsiglierei.
Dipende dal tipo di lettore e dal momento in cui lo si legge.
Bisogna essere predisposti a entrare in una precisa atmosfera. E definirla ‘rosa’ mi sembra ridicolo, limitante. La storia d’amore è il fulcro di tutto. E’ per ‘amore’ che i personaggi agiscono, che accadono ‘cose’ e stravolgimenti. Ma è di un preciso amore che si scrive. Quel tipo che non ammette eccezioni tanto meno repliche. Quel tipo che sconfigge davvero tutto, che tira fuori praticamente solo ‘lati positivi’, capace di giustificare o almeno capire, perfino i comportamenti meno nobili.

Amore per un’altra persona, la vera e unica ‘metà’ perfetta.
Ma è anche Amore per una figlia a cui non si rinuncerebbe mai.
E infine, Amore per ciò che è giusto, positivo e propositivo in ogni cellula.

Chi ama torna sempre indietro
di Guillaume Musso
Rizzoli – libri oro, 2008

Isbn: 9788848603775

Barbara Gozzi, 1/8/2008

Written by Barbara Gozzi

Agosto 5, 2008 alle 2:41 am

Eliselle – Fidanzato in affitto

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Annotazioni su ‘Fidanzato in affitto’ e intervista semi (seria) a Eliselle.

Cristal sta aspettando il suo ragazzo che, stranamente, la passa a prendere puntuale. Si ritrovano in un ristorante molto alla moda, tra musica soffusa e camerieri pronti a scattare. Lui le riempie il bicchiere di buon vino. Si osservano.
Inizia più o meno così, ‘Fidanzato in affitto’. Alcune scene che proiettano il lettore in una realtà in salita (le leggere stonature si notano appena), si tratta di una realtà comune, in ogni caso, nessun effetto speciale alla Rambo o abbracci strappalacrime in stile ‘Amarsi’ con una Meg Ryan pronta a ricominciare e un Andy Garcia dolce, comprensivo e pazzesco (fisicamente parlando almeno). Niente del genere.
Due ragazzi normali che stanno insieme da due anni ed escono una sera, come molte altre, per cenare fuori. In realtà a Cristal le campane echeggiavano in testa da un po’, da quando lui le ha suonato al citofono in perfetto orario, per l’esattezza. Eppure certe volte bisogna andare oltre, superare i piccoli ostacoli e non pretendere la perfezione. È pressappoco quello che pensa la protagonista, indecisa se essere più stupita per la serata o più eccitata per il seguito che immagina…
Da qui in poi, tutto cambia.
E il patatrac inizia proprio con una frase, particolarmente azzeccata, pronunciata da Max (il fidanzato di Cristal) in un momento che doveva essere romantico:
« Al nostro domani […] che non sarà più come ieri» (pag.13)
In effetti, col senno di poi, il lettore non può che dargli ragione (solo per quello, comunque).

‘Fidanzato in affitto’ è un romanzo da intrattenimento che definirei ‘misto’. La scrittura è ironica e leggera, scivola tra bollicine e scene divertenti al limite del pianto. Ci sono le esagerazioni calcolate, i dialoghi dal ritmo cinematografico, così svelti ed efficaci a tratti da dare un corpo a ogni punto esclamativo. Di certo non mancano le situazioni assurde, surreali, che sfiorano alcuni di quei comportamenti etichettati come ‘da depravati’ e ricadono, inevitabilmente, nelle perversioni sessuali.
È dunque una storia che intrattiene piacevolmente: solo immaginarle, certe scene, è uno spasso. Eppure non è tutto. Ecco dunque, il motivo di quel ‘misto’ che ho usato poco sopra.
Ci sono storie che nascono con l’intento di divertire, per favorire quel rinomato fenomeno di ‘distacco’ dalla realtà e dai problemi il tempo di gustarsi qualcosa di vicino quanto lontano, credibile ma divertente, assurdo in quel particolare modo che lascia il sorriso, la voglia di alzare le sopracciglia una volta in più del solito.
Eliselle è una piccola ‘Campanellino’, sbatte le ciglia con fare angelico (sa, dove sta portando il lettore, e pregusta il transito con estrema sobrietà) poi vira, frena, si schianta anzi no, lascia che sia il lettore a farlo. Gli mostra nuovi scenari, lo avvicina ad altre realtà, gli fa saggiare quegli angoli più golosi, birichini appunto, poi torna a correre verso un nuovo scambio, per non perdere la prossima fermata.
Si parla di dominatrici e schiavi, in questo romanzo.
E già so che ho alzato l’audience.
Ebbene sì. Si parla di comportamenti, di ruoli, di tendenze sessuali quanto di stili di vita precisi, votati a, che cercano e danno. Si parla di certe ‘zone d’ombra’, quelle che solleticano la fantasia, senza dubbio, che fanno arrossire qualcuno o che scatenano commenti scandalizzati e occhiatacce. Si entra in un mondo poco ‘pubblicizzato’, che ha regole diverse e non si vergogna di essere.
Eppure, leggendo, ridendo, scorrendo le pagine di questo romanzo frizzante, qualcosa di meno patinato, di schietto e duro c’è – si sente – a dispetto dell’immagine in copertina e delle aspettative.
Dipende tutto dal lettore. Da cosa cerca, da come legge e fin dove è disposto ad addentrarsi, seguendo Cristal e le sue disavventure rocambolesche.

Partiamo dunque, dall’immagine di questo romanzo per chiedere all’autrice a che punto è ‘Fidanzato in affitto’.

Ciao Eliselle, mi chiedevo innanzi tutto se sei soddisfatta dell’ ‘immagine’ del tuo nuovo romanzo?… E per immagine intendo sia quella in copertina (scontata) ma anche come si presenta il libro, la fama che si sta creando attorno…

La copertina mi piace, fa capire chi è che sta “sopra” e chi sta “sotto”, e in fondo è il tema più immediato che affronta questo romanzo, i rapporti di forza tra donne e uomini. È un libro che si può leggere a diversi livelli: è narrativa di intrattenimento, e sono contentissima che diverta i lettori, ma i messaggi che lascia tra le righe sono i più diversi e molto più sottili. Magari chi lo legge può essere “distratto” dal “confezionamento”, ma credo che già a una seconda lettura ci si rende conto che non è proprio tutto lì.

Rimanendo sul tema del ‘ciò che sembra’, in questa storia i maschietti ne escano un po’ ammaccati. È così, o c’è dell’altro?

Un po’ sì, è naturale, anche se a ben guardare c’è spesso equilibrio. La protagonista viene maltrattata dal suo fidanzato, ma è anche vero che è pure colpa sua che glielo lascia fare. L’altro uomo che Cristal incontra lungo il suo percorso è uno che la giudica dalle apparenze, ma in fondo lei commette nei suoi confronti lo stesso errore. Gli uomini non ne escono bene ma ho cercato di bilanciare il tutto, perchè credo che (a parte casi estremi o particolarmente drammatici) le colpe delle incomprensioni tra uomini e donne siano da dividere (più o meno) a metà.

Buona. Cogliona. Forte. Coscienza. Paura. Soffochi. Peggio.
Sono tutte parole estrapolate da alcune frasi, in fondo a pag.37 che mi hanno colpito perché mi sembra che riassumano abbastanza bene il personaggio di ‘Cristal’ che nel corso della narrazione ha modo di farsi conoscere, modificando – in parte – l’impressione iniziale. È così? Ci vuoi parlare un po’ di come vivi tu, Cristal?

Cristal attua un passaggio, una presa di coscienza, sperimentando qualcosa che non fa parte della sua essenza. Attraverso ciò che è altro da sé si trasforma, nonostante non se ne renda subito conto. La sua situazione, all’inizio del romanzo, è come quella di un insetto chiuso in un barattolo che sta per soffocare, che però alla fine riesce a liberarsi e a volare via. La differenza tra l’inizio e la fine della storia è il grado di consapevolezza della protagonista, che arriva a imparare il modo di liberare la vera se stessa.

« È una festa fetish. Hai qualcosa contro le feste fetish?» (pag.39) Siccome io non sapevo bene cosa rispondere, mentre leggevo, ti giro la domanda. E già che siamo in argomento, hai voglia di raccontarci com’è nato l’interesse per l’argomento?

Non ho nulla contro le feste fetish, anzi, le trovo divertenti, diverse, intriganti. Il fetish è uno stile di vita, ne amo molto l’estetica e a volte mi è capitato di partecipare a feste di questo genere con grande curiosità e meraviglia. Sono una persona estremamente curiosa. L’interesse è nato proprio da questo mio amore per le tematiche particolari, spesso nascoste o troppo “di settore”, che risultano ostiche da capire per le persone che non ne condividono la linea e il più delle volte vengono liquidate come “trasgressive” o “deviate” senza una seppur minima ricerca sull’argomento.

Cristal ha due amiche che più diverse non potrebbero essere: Morgana e Alexia. La prima che vestirebbe sempre in lattice nero e la seconda che è una sorta di reincarnazione di ‘Carrie Bradshaw’ (la popolare protagonista del telefilm ‘Sex and the city’). Come e perché sei arrivata a tratteggiare questi personaggi?

Morgana e Alexia incarnano gli opposti, due opposti molto glamour, ognuna nel proprio stile d’appartenenza. Di solito nei cartoons la coscienza viene rappresentata da un angioletto e da un diavoletto che parlano alle orecchie del protagonista suggerendogli cosa fare e cosa non fare. Ho immaginato Alexia e Morgana con gli stessi ruoli: la più tranquilla Alexia e la più monella Morgana. Per questo dovevano essere e sono così diverse. Detto tra noi, io preferisco Morgana.

Mi è piaciuta molto, a un certo punto, la classificazione involontaria che fa Cristal degli uomini: amante, trombamico o nuovo fidanzato. Poi subentrerà ‘lo schiavo’. Insomma, secondo te la figura del ‘compagno’ e basta è passata di moda? O non è mai esistita?

Cristal parla da donna ferita e si lascia andare alle classificazioni sommarie. Certo è che la figura del compagno come io la concepisco è rara. Per compagno intendo una persona che ci sia, sempre e comunque, senza remore né limiti, che condivida senza paura il percorso insieme. In una mia personale visione del rapporto uomo-donna, in un rapporto di completa fiducia, il compagno è tante figure insieme: amante, complice, amico. Sembra quasi di essere troppo esigenti, no?

“ Alla fine, ognuno ha la schiavitù che si merita.” (pag.81)
E la tua, Eliselle, qual è?

Le scarpe. Non a caso ho messo la citazione della canzone La follia della donna di Elio e le storie tese, all’inizio del romanzo: “cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe”. Ecco, è un omaggio al mio piccolo feticismo personale che mi rende schiava di un tacco dodici. Posso dire però che ne vado fiera!

‘Ogni donna vorrebbe essere al tuo posto’ si sentirà ripetere spesso Cristal e ti confesso che io, leggendo, mi sono chiesta più volte se è davvero così. A parte il lato divertente, ironico e – come ho già scritto – frizzante, di questo romanzo; credi che sia davvero così invidiabile questa nuova condizione che la protagonista vive a modo suo eppure accetta? Perché, a voler essere più cerebrale, il ruolo della dominatrice presuppone sudditanza (da parte dello schiavo), che è l’esatto opposto della tanto decantata ‘parità dei sessi’ che le donne sembrano cercare da sempre…

Se volessi rispondere in modo provocatorio, potrei citare Barbara Alberti, che nella rubrica fissa che tiene su A non più di una settimana fa scriveva: “I maschi picchiano le mogli gratis e poi vanno a farsi menare a pagamento. Uno dei mestieri più redditizi è quello delle mistress, specialiste che seviziano i maschi dietro compenso. [...] Poveri maschi. O sotto, o sopra. Alla pari non ci sanno proprio stare.” Con questi presupposti anche le donne si devono adeguare, e a questo punto allora è meglio dominare, no? Voglio però lasciare da parte la provocazione e ti dico che io preferirei la parità autentica a un gioco di ruolo tra mistress e schiavo, nonostante la nostra sia una società che vede ancora ovunque rapporti di forza e poco equilibrio tra i due sessi.

Uscendo dalla storia per sbirciarne il backstage, se mi passi il termine, quanto ti sei divertita nello scriverlo e dove, invece, hai faticato di più?

Ho cercato di non mettere freno al mio divertimento personale e forse per questo la stesura è stata relativamente rapida, due mesi e mezzo. Ho seguito la traccia di un mio racconto precedente, Cercasi padrona disperatamente, e mi è risultato abbastanza semplice scrivere il romanzo perché sono ormai tre anni abbondanti che mi occupo di fetish, ho letto diversi saggi e libri sull’argomento, insomma mi sentivo preparata e sono andata quasi a ruota libera. Ho faticato molto nel tracciare la figura di Dorian, lo schiavo. Qui mi sono dovuta affidare alla mia sensibilità, intervistando e scambiando opinioni con schiavi autentici via e-mail. Spero di essere riuscita a renderlo quanto più “reale” possibile, anche perché questo è un argomento assai delicato.

Per concludere ti tocca la domanda più banale: Eliselle è più dominatrice o schiava? E bada che non valgono le mezze misure…

Dominatrice. Se non altro so organizzare e decidere con piglio risoluto diverse questioni di lavoro, e per farlo bisogna essere un po’ dominatrici, sotto sotto…

Grazie mille a Eliselle per la disponibilità e la pazienza.

Barbara

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[ n.d.a: se qualcuno fosse interessato ad approfondire la questione dei ruoli, nel romanzo si rintraccia un elenco di tutto rispetto di libri che trattano l’argomento… naturalmente non vi svelo a che pagina, vi toccherà leggere e faticare…dopo tutto… « È l’attesa a essere sublime, senza di essa non c’è godimento» ]

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‘Fidanzato in affitto’
di Eliselle
Newton Compton editori
pag.312 – E. 9,9
Isbn: 978-88-541-1127

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Annotazioni apparse su Declinate.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2008 alle 2:35 am

Pubblicato in 2008, Non recensione, interviste