Annotazioni su ‘Fidanzato in affitto’ e intervista semi (seria) a Eliselle.
Cristal sta aspettando il suo ragazzo che, stranamente, la passa a prendere puntuale. Si ritrovano in un ristorante molto alla moda, tra musica soffusa e camerieri pronti a scattare. Lui le riempie il bicchiere di buon vino. Si osservano.
Inizia più o meno così, ‘Fidanzato in affitto’. Alcune scene che proiettano il lettore in una realtà in salita (le leggere stonature si notano appena), si tratta di una realtà comune, in ogni caso, nessun effetto speciale alla Rambo o abbracci strappalacrime in stile ‘Amarsi’ con una Meg Ryan pronta a ricominciare e un Andy Garcia dolce, comprensivo e pazzesco (fisicamente parlando almeno). Niente del genere.
Due ragazzi normali che stanno insieme da due anni ed escono una sera, come molte altre, per cenare fuori. In realtà a Cristal le campane echeggiavano in testa da un po’, da quando lui le ha suonato al citofono in perfetto orario, per l’esattezza. Eppure certe volte bisogna andare oltre, superare i piccoli ostacoli e non pretendere la perfezione. È pressappoco quello che pensa la protagonista, indecisa se essere più stupita per la serata o più eccitata per il seguito che immagina…
Da qui in poi, tutto cambia.
E il patatrac inizia proprio con una frase, particolarmente azzeccata, pronunciata da Max (il fidanzato di Cristal) in un momento che doveva essere romantico:
« Al nostro domani […] che non sarà più come ieri» (pag.13)
In effetti, col senno di poi, il lettore non può che dargli ragione (solo per quello, comunque).
‘Fidanzato in affitto’ è un romanzo da intrattenimento che definirei ‘misto’. La scrittura è ironica e leggera, scivola tra bollicine e scene divertenti al limite del pianto. Ci sono le esagerazioni calcolate, i dialoghi dal ritmo cinematografico, così svelti ed efficaci a tratti da dare un corpo a ogni punto esclamativo. Di certo non mancano le situazioni assurde, surreali, che sfiorano alcuni di quei comportamenti etichettati come ‘da depravati’ e ricadono, inevitabilmente, nelle perversioni sessuali.
È dunque una storia che intrattiene piacevolmente: solo immaginarle, certe scene, è uno spasso. Eppure non è tutto. Ecco dunque, il motivo di quel ‘misto’ che ho usato poco sopra.
Ci sono storie che nascono con l’intento di divertire, per favorire quel rinomato fenomeno di ‘distacco’ dalla realtà e dai problemi il tempo di gustarsi qualcosa di vicino quanto lontano, credibile ma divertente, assurdo in quel particolare modo che lascia il sorriso, la voglia di alzare le sopracciglia una volta in più del solito.
Eliselle è una piccola ‘Campanellino’, sbatte le ciglia con fare angelico (sa, dove sta portando il lettore, e pregusta il transito con estrema sobrietà) poi vira, frena, si schianta anzi no, lascia che sia il lettore a farlo. Gli mostra nuovi scenari, lo avvicina ad altre realtà, gli fa saggiare quegli angoli più golosi, birichini appunto, poi torna a correre verso un nuovo scambio, per non perdere la prossima fermata.
Si parla di dominatrici e schiavi, in questo romanzo.
E già so che ho alzato l’audience.
Ebbene sì. Si parla di comportamenti, di ruoli, di tendenze sessuali quanto di stili di vita precisi, votati a, che cercano e danno. Si parla di certe ‘zone d’ombra’, quelle che solleticano la fantasia, senza dubbio, che fanno arrossire qualcuno o che scatenano commenti scandalizzati e occhiatacce. Si entra in un mondo poco ‘pubblicizzato’, che ha regole diverse e non si vergogna di essere.
Eppure, leggendo, ridendo, scorrendo le pagine di questo romanzo frizzante, qualcosa di meno patinato, di schietto e duro c’è – si sente – a dispetto dell’immagine in copertina e delle aspettative.
Dipende tutto dal lettore. Da cosa cerca, da come legge e fin dove è disposto ad addentrarsi, seguendo Cristal e le sue disavventure rocambolesche.
Partiamo dunque, dall’immagine di questo romanzo per chiedere all’autrice a che punto è ‘Fidanzato in affitto’.
Ciao Eliselle, mi chiedevo innanzi tutto se sei soddisfatta dell’ ‘immagine’ del tuo nuovo romanzo?… E per immagine intendo sia quella in copertina (scontata) ma anche come si presenta il libro, la fama che si sta creando attorno…
La copertina mi piace, fa capire chi è che sta “sopra” e chi sta “sotto”, e in fondo è il tema più immediato che affronta questo romanzo, i rapporti di forza tra donne e uomini. È un libro che si può leggere a diversi livelli: è narrativa di intrattenimento, e sono contentissima che diverta i lettori, ma i messaggi che lascia tra le righe sono i più diversi e molto più sottili. Magari chi lo legge può essere “distratto” dal “confezionamento”, ma credo che già a una seconda lettura ci si rende conto che non è proprio tutto lì.
Rimanendo sul tema del ‘ciò che sembra’, in questa storia i maschietti ne escano un po’ ammaccati. È così, o c’è dell’altro?
Un po’ sì, è naturale, anche se a ben guardare c’è spesso equilibrio. La protagonista viene maltrattata dal suo fidanzato, ma è anche vero che è pure colpa sua che glielo lascia fare. L’altro uomo che Cristal incontra lungo il suo percorso è uno che la giudica dalle apparenze, ma in fondo lei commette nei suoi confronti lo stesso errore. Gli uomini non ne escono bene ma ho cercato di bilanciare il tutto, perchè credo che (a parte casi estremi o particolarmente drammatici) le colpe delle incomprensioni tra uomini e donne siano da dividere (più o meno) a metà.
Buona. Cogliona. Forte. Coscienza. Paura. Soffochi. Peggio.
Sono tutte parole estrapolate da alcune frasi, in fondo a pag.37 che mi hanno colpito perché mi sembra che riassumano abbastanza bene il personaggio di ‘Cristal’ che nel corso della narrazione ha modo di farsi conoscere, modificando – in parte – l’impressione iniziale. È così? Ci vuoi parlare un po’ di come vivi tu, Cristal?
Cristal attua un passaggio, una presa di coscienza, sperimentando qualcosa che non fa parte della sua essenza. Attraverso ciò che è altro da sé si trasforma, nonostante non se ne renda subito conto. La sua situazione, all’inizio del romanzo, è come quella di un insetto chiuso in un barattolo che sta per soffocare, che però alla fine riesce a liberarsi e a volare via. La differenza tra l’inizio e la fine della storia è il grado di consapevolezza della protagonista, che arriva a imparare il modo di liberare la vera se stessa.
« È una festa fetish. Hai qualcosa contro le feste fetish?» (pag.39) Siccome io non sapevo bene cosa rispondere, mentre leggevo, ti giro la domanda. E già che siamo in argomento, hai voglia di raccontarci com’è nato l’interesse per l’argomento?
Non ho nulla contro le feste fetish, anzi, le trovo divertenti, diverse, intriganti. Il fetish è uno stile di vita, ne amo molto l’estetica e a volte mi è capitato di partecipare a feste di questo genere con grande curiosità e meraviglia. Sono una persona estremamente curiosa. L’interesse è nato proprio da questo mio amore per le tematiche particolari, spesso nascoste o troppo “di settore”, che risultano ostiche da capire per le persone che non ne condividono la linea e il più delle volte vengono liquidate come “trasgressive” o “deviate” senza una seppur minima ricerca sull’argomento.
Cristal ha due amiche che più diverse non potrebbero essere: Morgana e Alexia. La prima che vestirebbe sempre in lattice nero e la seconda che è una sorta di reincarnazione di ‘Carrie Bradshaw’ (la popolare protagonista del telefilm ‘Sex and the city’). Come e perché sei arrivata a tratteggiare questi personaggi?
Morgana e Alexia incarnano gli opposti, due opposti molto glamour, ognuna nel proprio stile d’appartenenza. Di solito nei cartoons la coscienza viene rappresentata da un angioletto e da un diavoletto che parlano alle orecchie del protagonista suggerendogli cosa fare e cosa non fare. Ho immaginato Alexia e Morgana con gli stessi ruoli: la più tranquilla Alexia e la più monella Morgana. Per questo dovevano essere e sono così diverse. Detto tra noi, io preferisco Morgana.
Mi è piaciuta molto, a un certo punto, la classificazione involontaria che fa Cristal degli uomini: amante, trombamico o nuovo fidanzato. Poi subentrerà ‘lo schiavo’. Insomma, secondo te la figura del ‘compagno’ e basta è passata di moda? O non è mai esistita?
Cristal parla da donna ferita e si lascia andare alle classificazioni sommarie. Certo è che la figura del compagno come io la concepisco è rara. Per compagno intendo una persona che ci sia, sempre e comunque, senza remore né limiti, che condivida senza paura il percorso insieme. In una mia personale visione del rapporto uomo-donna, in un rapporto di completa fiducia, il compagno è tante figure insieme: amante, complice, amico. Sembra quasi di essere troppo esigenti, no?
“ Alla fine, ognuno ha la schiavitù che si merita.” (pag.81)
E la tua, Eliselle, qual è?
Le scarpe. Non a caso ho messo la citazione della canzone La follia della donna di Elio e le storie tese, all’inizio del romanzo: “cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe”. Ecco, è un omaggio al mio piccolo feticismo personale che mi rende schiava di un tacco dodici. Posso dire però che ne vado fiera!
‘Ogni donna vorrebbe essere al tuo posto’ si sentirà ripetere spesso Cristal e ti confesso che io, leggendo, mi sono chiesta più volte se è davvero così. A parte il lato divertente, ironico e – come ho già scritto – frizzante, di questo romanzo; credi che sia davvero così invidiabile questa nuova condizione che la protagonista vive a modo suo eppure accetta? Perché, a voler essere più cerebrale, il ruolo della dominatrice presuppone sudditanza (da parte dello schiavo), che è l’esatto opposto della tanto decantata ‘parità dei sessi’ che le donne sembrano cercare da sempre…
Se volessi rispondere in modo provocatorio, potrei citare Barbara Alberti, che nella rubrica fissa che tiene su A non più di una settimana fa scriveva: “I maschi picchiano le mogli gratis e poi vanno a farsi menare a pagamento. Uno dei mestieri più redditizi è quello delle mistress, specialiste che seviziano i maschi dietro compenso. [...] Poveri maschi. O sotto, o sopra. Alla pari non ci sanno proprio stare.” Con questi presupposti anche le donne si devono adeguare, e a questo punto allora è meglio dominare, no? Voglio però lasciare da parte la provocazione e ti dico che io preferirei la parità autentica a un gioco di ruolo tra mistress e schiavo, nonostante la nostra sia una società che vede ancora ovunque rapporti di forza e poco equilibrio tra i due sessi.
Uscendo dalla storia per sbirciarne il backstage, se mi passi il termine, quanto ti sei divertita nello scriverlo e dove, invece, hai faticato di più?
Ho cercato di non mettere freno al mio divertimento personale e forse per questo la stesura è stata relativamente rapida, due mesi e mezzo. Ho seguito la traccia di un mio racconto precedente, Cercasi padrona disperatamente, e mi è risultato abbastanza semplice scrivere il romanzo perché sono ormai tre anni abbondanti che mi occupo di fetish, ho letto diversi saggi e libri sull’argomento, insomma mi sentivo preparata e sono andata quasi a ruota libera. Ho faticato molto nel tracciare la figura di Dorian, lo schiavo. Qui mi sono dovuta affidare alla mia sensibilità, intervistando e scambiando opinioni con schiavi autentici via e-mail. Spero di essere riuscita a renderlo quanto più “reale” possibile, anche perché questo è un argomento assai delicato.
Per concludere ti tocca la domanda più banale: Eliselle è più dominatrice o schiava? E bada che non valgono le mezze misure…
Dominatrice. Se non altro so organizzare e decidere con piglio risoluto diverse questioni di lavoro, e per farlo bisogna essere un po’ dominatrici, sotto sotto…
Grazie mille a Eliselle per la disponibilità e la pazienza.
Barbara
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[ n.d.a: se qualcuno fosse interessato ad approfondire la questione dei ruoli, nel romanzo si rintraccia un elenco di tutto rispetto di libri che trattano l’argomento… naturalmente non vi svelo a che pagina, vi toccherà leggere e faticare…dopo tutto… « È l’attesa a essere sublime, senza di essa non c’è godimento» ]
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‘Fidanzato in affitto’
di Eliselle
Newton Compton editori
pag.312 – E. 9,9
Isbn: 978-88-541-1127
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Annotazioni apparse su Declinate.
La scrittura di Baldini è scorrevole, a tratti molto pittoresca e concreta. Sa tratteggiare scene di paese come se avesse in mano pennelli o una macchina fotografica. L’atmosfera della borgata c’è tutta, dalle prime righe avvolge e si insinua tra personaggi, ritmi e angoli.
C’è il disagio, anzi ‘i’ disagi degli adolescenti di oggi e di un uomo che cova un’ossessione pericolosa, che ha rinunciato ai sogni e si accontenta di una vita piatta, fatta di gesti ripetuti, bar e pensieri solitari.
C’è un intreccio che sembra sfilacciarsi a ogni nuovo capitolo.
Quattro bambini (o dovrei dire ‘adolescenti’?) e un uomo che guida ‘Rusco’, il bus del comune e li scarrozza tra nebbia, neve e cenere.
Ci sono le storie della pianura padana, arricchite da personaggi che in realtà non sono attori ma proprio persone in carne e ossa (e chi ci ha abituato, tra l’emilia e la romagna, lontano dalle città caotiche, tra distese brulle e strade strette e curve, sa che è davvero così in questi posti a tratti dimenticati).
E’ un romanzo che scivola, pur trattando tematiche dolorose e crude. Ma è l’intendo, quello dell’autore, che guida la lettura, la rende scorrevole, a volte quasi comica (proprio divertente) poi di nuovo drammatica, unta e sibillina.
Perché tra paesi e borgate, tra campi da calcio, bevute e biciclette, non c’è poi tutta quella tranquillità che ci si aspetta dalla provincia. Anzi.
Poi l’amore perduto, tema che torna quasi in ogni pagina, che annulla e annienta il protagonista, Bruno, e lo rende sempre più vittima dei suoi stessi pensieri e carnefice della ex.
Infine loro, i bambini-ragazzini animati da passioni, desideri, dolori e aspettative. E ce n’è davvero per tutti i gusti. C’è la quasi lolita, il quasi calciatore professionista, il disperato con la sorella ‘matta’ e l’ingenua che ancora sogna una famiglia come le altre. Problemi piccoli che, in bocca ai personaggi, diventano enormi e fondamentali com’è per ogni passaggio della vita. Ma anche guai e dolori enormi, raccontati attraverso occhi diversi, punti di vista che ruotano, si spostano per lasciare spazio a un lettore sempre più incatenato tra nebbie, strade e silenzi.
Peccato per il finale, mediamente prevedibile e all’apparenza ‘tirato via’, troppo fulminante per dare modo al lettore di decodificare e capire. Forse meritava qualche pagina in più e una conclusione meno frammentaria. O forse no. I paesini di provincia, a ben pensarci, sono così. Pacati. Esagerati. Confusi.
L’accostamento tra ‘nebbia’ e ‘cenere’ è fondamentale per la trama, per capire quanto labile e complesso è il legame tra sanità e malattia, tra diceria e verità, tra pace e inferno.
E’ vero, non mi passa, tutt’altro. Ma ‘guarire’ che parola è? Serena non è mica una malattia.
Anzi, è l’unica forma di salute possibile. “
(pag.158 )
” Ci vorrebbe un orologiaio che aprisse la sua testa, guardasse gli ingranaggi, scoprisse quello difettoso o guasto e lo cambiasse. Altro che antiossessivi e tranquillanti e stabilizzatori dell’umore, che sembrano non funzionare mai.”
(pag.84)
” La fissò per qualche secondo, come per vedere se scherzava, poi sbuffò: – Ma va’a caghèr!
Ce lo sentì rise, io sbiancai, la maestra si mosse ancora di più sulla sedia, come se il prurito al culo le fosse aumentato, e cercò di cambiare discorso descrivendo le difficoltà e la durezza della vita sul fronte.”
(pag.21)
Nebbia e cenere
di Eraldo Baldini
Einaudi – Stile libero Big
Isbn: 978-88-06-16420-1
Il sito di Eraldo Baldini.