Archive for Luglio 2008
Di Consoli Andrea – La curva della notte
Frammenti di appunti di lettura
Teseo è un uomo tormentato, annoiato, attanagliato da un ‘male di vivere’ quasi inspiegabile nei suoi tessuti contradditori, tra alti e bassi feroci e improvvisi.
Due mogli e una figlia alle spalle, un passato da ferroviere poi un locale, il Byron, diventato casa e supporto, passione e peso.
Finché qualcosa stravolge i fragili equilibri di cristallo: Rocco, vecchio amico dimenticato, torna, lo cerca. E prima di morire in un tragico quanto sfuocato incidente, riaprirà le porte di un passato che Teseo aveva chiuso forzatamente, nel disperato quanto inutile tentativo di dimenticare vecchi rancori, tradimenti e quel senso di disgusto e abbandono che, in realtà, ha continuato a perseguitarlo tra gambe aperte e giri di valzer. Perché Teseo non si nega nulla, specialmente i piaceri della carne che lo fanno sentire vivo, riescono a fargli provare ‘qualcosa’ di temporaneo quanto prezioso.
L’ultimo romanzo di Di Consoli mantiene le tinte forti e scure del precedente ‘Il padre degli animali’ ma sposta l’angolazione, la visuale vira e si concentra su un uomo e su un vivere inquieto, selvaggio quasi, tra rimozioni e riprese. E soprattutto dove i sentimenti esistono per riflesso, perché hanno un nome che ogni tanto è necessario pronunciare. Finché il passato torna e con lui i rimescolamenti dell’anima, di quell’anima che sembrava scacciata, sopita o addirittura annientata e invece resiste. C’è. Si svela proprio quando i granelli di sabbia scivolano quasi del tutto, sfuggiti a dita ormai scosse da tremori, invecchiate e incerte. Confuse.
Di Consoli gestisce una prosa potente, lucida, che risente a tratti dell’amore sviscerale per la poesia e ogni tanto ne ‘ruba’ atmosfere, ritmi e approcci.
[ Il resto prossimamente su Letteratitudine di M.Maugeri]
Boschetti Caterina – Il libro nero dei bambini scomparsi
Questo libro è un inchiesta. Penso sia questa la parola chiave che il lettore dovrebbe tenere a mente mentre legge.
Da wikipedia: L’ inchiesta è un procedimento investigativo teso alla scoperta della verità su di un fatto accaduto.
Essa può essere giudiziaria se condotta da un magistrato con la collaborazione della polizia giudiziaria, oppure giornalistica se portata avanti da un cronista.
Non è dunque un romanzo che vuole raccontare storie strappalacrime. Ci sono tante storie dentro le pagine ma sono frammenti di centinaia di documenti, articoli, rapporti, interviste, rielaborazioni e statistiche. Sono storie vere, raccontare ‘fin dove è possibile’, fin dove è permesso, fin dove ci è dato da sapere.
Caterina Boschetti, classe 1977, è una giornalista che raccoglie, unisce. Niente di più. Perché niente di più può fare.
Ogni tanto si sente la sua voce, la necessità di urlare contro realtà che dovrebbero scuoterci fino alle viscere invece ci lasciano indifferenti o quasi. Se ne discute pochissimo, meno ancora li si nomina – questi crimini disumani – addirittura molti adulti neanche vorrebbero sentirli nominare.
Penso che la vera natura di una società si rintracci proprio in quelle dinamiche che colpiscono i più deboli, è nel ‘come’ si reagisce, interviene, aiuta il ‘debole’ che possiamo misurarci. E’ li che ci sveliamo per quello che siamo. E credo che, al di là dei documenti in esso contenuti, in questo libro emerge con una crudezza disarmante che siamo animali senza anima, che colpiamo perfino – soprattutto – gli indifesi per eccellenza, i bambini ma che, oltre tutto, non reagiamo proporzionatamente, non puniamo, difendiamo e tentiamo di evitare a dovere. In Italia, quanto meno, siamo ancora allo sbando.
Ci sono molti documenti complicati, storie lasciate a metà, raccontate con quel velo, quella patina che ogni giorno emerge anche attraverso il filtro dei media. Ma non potrebbe essere altrimenti, credo. E non si può incolpare l’autrice, secondo me. Ha un grande merito, che va riconosciuto, l’aver dedicato approfondite ricerche all’argomento, l’aver strutturato una vastità di tematiche legate da fili rossi sottili che di solito si cancellano furtivamente. L’aver riunito tutti questi documenti è un buon punto di partenza. Se non altro per riflettere.
Scompaiono moltissimi bambini in Italia. Nel mondo. E non starò qui a mettere cifre perché le liste della spesa non hanno sapore tanto meno odore. Sono i fatti che contano. E non solo – anzi soprattutto – quelli NON mediatici.
Ci sono bambini che scompaiono senza che l’opinione pubblica se ne accorga. Perché certi bambini neanche esistono, non hanno codice fiscale o altro.
Poi ci sono quelli che esistono ma all’improvviso non si trovano più. E spessissimo sono stranieri. Quelli che cercando una famiglia cadono in trappole mortali. Quelli che nascono già destinati a essere ‘pezzi di ricambio’ in famiglie talmente povere dove è necessario sacrificare un figlio (di solito l’ultimo) per dare da mangiare a tutti gli altri.
E così si potrebbe continuare a lungo. Perché la morte non è l’unico destino che possono incontrare questi bambini scomparsi.
In conclusione è un inchiesta, non un romanzo, è un testo da studiare, analizzare, non deve rilassare, divertire o strappare lacrime sporadiche. E’ un insieme di documenti scottanti per quanto incompleti, lasciati alle sospensioni del tempo e dei potenti. Ma andrebbe tenuto a disposizione. Per la consultazione. Sfogliato. Lette piccole parti con calma, assorbito e decodificato.
Non so se mai sarà possibili arrivare in fondo a ‘una’ verità in un mondo dove tutti coprono un pò, celano, si arricchiscono e tacciono. Non credo.
Ma non si può ignorare in eterno, fingere che non, girare la faccia.
E questo libro tenta, appunto, di alzare il volume.
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Da Panorama del 24 Maggio 2008:
“Un bambino scomparso è una fotografia che non invecchierà mai”. Per Caterina Boschetti, giornalista e autrice de Il libro nero dei bambini scomparsi (Newton Compton editori, 430 pagine) in libreria dal 29 maggio, è venuto il momento di togliere quelle foto dal cassetto e ricordare a tutti un dramma troppo spesso sottovalutato. Dopo Il libro nero delle sette in Italia (sempre Newton Compton), Boschetti racconta il mondo dell’infanzia negata e dà un volto a tutti quei bambini spariti nel buio. Che non sono pochi: secondo il rapporto annuale del Viminale sono 23.545 le persone sparite nel 2007, tra esse 9.710 sono minori. Le cause vanno dalla fuga volontaria al sequestro da parte di uno dei genitori, dalla riduzione in schiavitù al traffico di organi, dalla pedocriminalità al rapimento per scopo di estorsione.
Come è nato questo libro inchiesta?
Ho iniziato con una ricerca storica del fenomeno: a partire da Paolo Ratti, il primo bambino scomparso nel 1963 , ai sequestri di Farouk Kassam e Augusto De Megni. Ho cercato di raccontare questa piaga attraverso le testimonianze dei familiari delle persone scomparse e mai più tornate a casa, da Paolo Onofri, il padre del piccolo Tommy, a Luciano Paolucci, genitore di Lorenzo, il bambino sequestrato e ucciso dal mostro di Foligno. Con l’aiuto dell’Interpol, della Polizia di Stato e Postale, ma anche grazie al Ministero dell’Interno e della Giustizia ho analizzato i dati e i singoli casi.
Cosa è emerso?
Che c’è poca informazione. Se non fosse per la trasmissione Chi l’ha visto, oggi in Italia quasi non si parlerebbe di persone scomparse. Non esiste un numero verde per i bambini scomparsi, nè una banca centrale degli obitori e dei dati nazionali del dna. Manca un fondo per le vittime e le loro famiglie: anche stampare volantini costa. Non basta indignarsi quando scompare un bambino, altri Paesi hanno avviato sistemi per aiutare queste persone e noi dovremmo prendere esempio da loro. E poi volevo sfatare i luoghi comuni.
Quali?
Raccontare che non esistono solo i casi terribili di Denise Pipitone e Angela Celentano, ma mille altri come lo scenario tremendo del mondo nomade: un bimbo rom rende dai 500 ai mille euro al giorno, e così vengono venduti e usati per accattonaggio e borseggio.
Cosa spera da questo libro?
Che la gente si sensibilizzi al problema. Il 25 maggio è la Giornata internazionale dell’infanzia negata. Chi scompare lascia un segno indelebile. Non cancelliamo il problema con l’indifferenza.
Il rosso dal nero
Il rosso era il suo colore preferito.
Era, almeno credo.
Aveva tinto perfino i capelli, di un rosso biondiccio che su di lei era qualcosa di pazzesco.
Ci sono molte cose rosse, in giro. Non ci avevo mai fatto caso.
Non prima di entrare in quel bagno, vederla là, per terra.
Dopo tutto, forse non era il suo colore preferito. A Roxy piaceva più o meno di tutto. Purché fosse divertente e leggermente fuori dalle regole.
Leggermente.
Però, se ci penso adesso, non lo so. Non sono più sicura.
La verità è che non ci vedevamo più come prima
Prima di.
E mi manca
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E di recente sono tornata, li ho ritrovati tutti lì, ad aspettare, premere e reclamare.
Queste parole nascono appunto da questo ritrovarsi. Da un personaggio – Sara – e da un altro – Rossella -, due donne diverse. Diversissime. Che si incrociano.
Certi legami restano anche quando smettiamo di cercarli, crederci.
Barbara
Giovani Cosmetici – Aa.Vv.- curatrice: Giulia Belloni
Le raccolte di racconti sono ormai un rischio accertato. E ancora non mi capacito dei motivi, delle dinamiche che generano nel lettore più facilmente rifiuto o ‘arricciamenti di naso’.
Di certo, se i racconti sono scritti da sconosciuti, magari giovani, la situazione si complica. Forse negli ultimi tre, quattro anni ne uscite troppe, per medio piccole case editrici, e allo stesso modo ne è rimasto troppo poco per poter dare credito a questo tipo di testi. Sta di fatto che io adoro i racconti, li trovo perfettamente adattabili a particolari momenti della vita come certi viaggi o magari in attesa del turno dal dottore. Brevi intermezzi dove io (ed è quindi una considerazione assolutamente personale) preferisco spesso storie brevi.
Anche sul concetto stesso di racconto si discute ancora. C’è chi sostiene che deve comunque avere una trama precisa, uno sviluppo con un inizio e una fine (anche se sospesa o poco chiara). Altri considerano ‘racconto’ tutto ciò che appunto racconta qualcosa in un numero relativamente breve di pagine. Poi esistono i racconti e basta, quelli brevi ma anche quelli lunghi (e già lì, la faccenda si complica perché il confine con i romanzi brevi è sottile, contradditorio).
Fatto sta che ‘Giovani cosmetici’ è senza dubbio una raccolta di racconti di autori giovani (che non vuol dire over trenta, per fortuna, ma con un ‘ventaglio’ più ampio anche anagraficamente).
Ma anche poco conosciuti.
E sono tutte stesure brevi, a volte addirittura brevissime. Qualche pagina. Alcuni minuti di lettura.
Però.
C’è molta cura dietro a questa raccolta. E lo si percepisce dalle scelte. Dall’ordine di pubblicazione che si è soliti sbirciare prima dell’acquisto o per controllare che ci sia quel ‘tal’ autore che. Ma difficilmente lo si nota nel contesto. Nella globalità del volume. Invece qui c’è un disegno preciso, la volontà di presentare al lettore strutture diverse alternate, di provare a lasciare emozioni che devono contrastarsi, tentare di catturare chi legge attraverso sfumature diverse. Non è affatto una questione di ‘nomi’ perché, come accennavo poco fa, si tratta di giovani autori non noti. Si tratta, piuttosto, di proporre storie che provano a scatenare ogni volta una percezione differente.
Non ci sono due racconti simili per genere, personaggi, storia o scelte stilistiche.
In ognuno ci sono tematiche, strutture e tratteggi precisi e originali.
E anche questo è un rischio notevole. E’molto difficile scommettere su un prodotto così eterogeneo, potente proprio grazie a questa cura, all’unicità delle voci e alla varietà dei temi affrontati, eppure frammentario. Allo stesso modo è più complicato per il lettore ‘entrare’ in ogni racconto perché sono proprio le diversità che colpiscono più o meno, uniscono e dividono.
Nonostante tutti i ragionamenti, le premesse e le logiche, in quest’antologia c’è qualcosa che accomuna i racconti, che li avvicina: l’intendo di scavare in tematiche ‘importanti’. Forti. Ed è un intento che merita il giusto rispetto, che dimostra quanta voglia hanno i giovani scriventi di sviscerare questioni scomode, emozioni complesse quanto sottili.
Basta, dunque, tutto questo per giudicare (post lettura) questi autori? Secondo me no, assolutamente no. Il racconto, considerato singolarmente è una prova secca. Che ha il suo peso, indubbiamente, ma non può e non deve svelare tutto del suo autore e lo sottolineo perché mi sembra che ancora di più in questo caso, con racconti così brevi e intensi, sia fin troppo facile ‘etichettare’.
Ne esce il tratteggio di una società in parte destabilizzata, impietosa, che tende a ingabbiare (‘Come Mork e Mindy’) ma anche un certo modo di vivere che sembra ma non è, e il ritrovarcisi dentro è terrificante (‘Carrozza non fumatori’). Ci sono tante diversità vissute con sofferenza, contrasto (‘Come Mork e Mindy’, ‘La cena degli amanti’ e ‘un silenzio che non è assoluto’). Ma anche l’incomunicabilità, le difficoltà di farsi capire (‘Kostel’), le crudeltà in età normalmente attribuite ai giochi e alla spensieratezza (‘Bambini’) e un altro vivere, tra banalità e noia (‘un attimo prima dei cattivi pensieri’). Poi ancora, i silenzi che spezzano e portano a cercare altrove calore ed emozioni, l’annullamento (‘Non succede mai niente’), i comportamenti complessi, estremi, catalogati come ‘folli’ (‘Non parlatemi più di Fede’), e una vita vissuta in mezzo all’indifferenza, tra azioni che sembrano slegate e insensate ma diventano simboli precisi, crudi (‘Senza nessun suono e senza nessun motivo’). E proseguendo, il transito tra l’infanzia e l’età adulta con un nuovo bagaglio di consapevolezze (‘Olimpionica’), la crudele durezza di una vita fatta di abbandoni e pianti, dove il peso delle scelte è il ringhio di una cagna ‘imbevuta di rabbia trattenuta, sorda’ (‘urlate più che potete’), la tenera voce di chi guarda il mondo dal basso e si appropria lentamente di consapevolezze nuove e difficili (‘Le cose cambiano’). Un’immersione come sfida che cronometra un preciso ‘vivere’ (‘Due minuti’, fulminante), due storie di sopraffazione e alienazione, dove i gesti sembrano quasi assurdi ma celano precise scelte, percezioni della vita dentro e attorno (‘Mi sembrava di essere stato gentile’ e ‘ Non voglio del romanticismo’). Una nonna che si lascia guidare e guida, attraverso ‘una città senza bordi’, in una periferia dove si indicano le lumache, il tempo si dilata e con lui anche gli spazi perché ‘tutto il mondo è come lo so io, da me s’emana e davvero non c’è altro’ ( ‘Attorno a un certo vuoto’). Infine la morte che arriva dopo la potenza della forza (degli altri, di quei cari che circondano e sperano), la consapevolezza delle debolezze personali, della malattia che rende imperfetti. E’ una morte scelta, quasi chiamata, perché ‘non sarei mai stato meglio di così e nemmeno loro. Non sarei mai stato migliore’ come se, in un qualche modo, il malato potesse valutare la qualità della sua vita futura, le sue residue potenzialità (‘Forte, fortissimo’).
Mi è sembrato di avvertire, in molti di questi racconti, il riconoscere ( a volte sussurrandolo) che l’imperfezione è parte di questa nostra vita moderna, anche se nessuno la cerca e la vuole e per contro, la ricerca della perfezione come ‘must’, vincolo che differenzia o addirittura emargina.
In conclusione non so se la denominazione ‘giovani cosmetici’ sia la più appropriata, ho come l’impressione che nell’immaginario collettivo si associno ai racconti elementi di bellezza intesa fine a se stessa, glamour direi, di mera percezione fisica. Perché di fatto il cosmetico è qualcosa che si usa per conservare la bellezza (come spiega la curatrice, Giulia Belloni, nella sua prefazione che chiarisce le dinamiche del progetto) ma è anche qualcosa che ‘tende’ ad accrescere la bellezza, a farla uscire il più possibile. Per come li ho sentiti io questi racconti, la bellezza è dentro la scarnificazione. E’ l’intento di denudare realtà, sentimenti, quanto scelte – che li unisce, li accomuna secondo me; il farlo usando pochi spazi, curando le parole, riducendo ai minimi termini le frasi e le attese. Brevi e intensi. Rumorosi quanto impercettibili. Graffiano, raspano e sputano. Non si curano dell’impatto (alcuni più di altri, ovviamente), del rientrare in forme espressive non orticanti. Tutt’altro, ci provano: a procurare pruriti, a colpire il più possibile. Ci provano, a far riflettere. Viceversa alcuni cercano la cura dei dettagli, i simboli in essi contenuti, i silenzi intensi e i gesti che non sono solo apparenze, bensì mondi in attesa di essere scoperti.
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Alcune brevi annotazioni personali quanti parziali, di un sentire leggendo:
In ‘Come Mork e Mindy’ si racchiudono, dentro una struttura tutto sommato semplice e quasi scontata, una serie di affermazioni ‘toste’, importanti. Che meritano di essere notate. E ce n’è davvero per tutti i gusti: la perfezione, la ‘versione’ che ci viene data di Dio, l’amore, questo nostro vivere oggi che è un continuo giudicare senza sognare. E molto altro. Poi, il riconoscere nell’imperfezione l’unione, l’incastrarsi di due persone per sempre è di una semplicità così potente che sorprende.
In ‘Carrozza non fumatori’ si potrebbe individuare il fraintendimento di cui accennavo sopra ovvero: ‘ è o non è un racconto propriamente detto?’ Per me si, assolutamente. C’è questo vivere che è dolore e annullamento interiore, e già questo basta a spiegare una narrazione che non parla per sequenze ma per macro insiemi. Poi un’aggettivazione, un’abilità nell’associare parole e immagini che destabilizza. Stordisce. ‘Seno di cicatrice’ e ‘gambe di ematoma’ (pag.25) li ho cerchiati leggendo, mi sono rimasti dentro.
Davanti agli handicap ci si interroga spesso. Sulla qualità della vita. Sulle reali percezioni della persona. Su cosa e come. In ‘un silenzio che non è assoluto’ questi interrogativi emergono, si impongono. E’ un incontro delicato quanto crudele, che colpisce il legame genitore-figlio e ne sfalda alcune delle fondamenta tradizionali. ‘Chissa cosa gli arriva da dietro quel muro’(pag.125)
‘Due minuti’ è una sfida che non va sottovalutata. Sembra il racconto di una disgrazia (anche mediamente prevedibile, come tragedia, la senti che scricchiola già dalla prima pagina) eppure c’è dell’altro tra le frasi secche, precise come pungiglioni. ‘La nostra vita fuori ricorda quella della cima attaccata sotto. Dobbiamo tagliarla, è l’unico modo per lasciarla andare veramente.’(pag.116)
Poi il narratore di ‘Le cose cambiano’ e il cane di ‘Urlate più che potete’. Ascoltateli.
Infine, ‘le parole sono inutili e fottono la gente’ (pag.64) in un vivere che davvero è solitudine e tentativo di stordimento, dove l’istinto sessuale diventa necessità per ‘provare’ ancora qualcosa, per sentirsi e sentire in mezzo al ‘niente’ in ‘Non succede mai niente’.
Ma anche ‘bisognava smettere di farsi a pezzi con lo sguardo interiore e creare uno sguardo diverso, esteriore’ (pag.92) in ‘Olimpionica’.
Sassi. Piccoli. Forse fragili in quanto appunto ‘giovani’ ma che racchiudono stimoli, a mio parere, importanti.
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‘Giovani cosmetici’
a cura di Giulia Belloni
Sartorio, 2008
Pag.170 – Euro 10
Sette gennaio 2005, tratta Bologna-Verona
Era il sette gennaio 2005.
Mi ero presa un giorno di ferie e insieme a quello che è, poi, diventato mio marito ci siamo infilati dentro un treno.
Era quello delle otto e qualcosa (l’orario esatto l’ho rimosso del tutto, così diverso eppure vicino all’altro).
Da San Giovanni in Persiceto siamo arrivati a Verona in meno di un’ora, comunque davvero poco. Era la prima volta che vedevo l’arena dal vivo.
Tutta la mattinata l’abbiamo passata camminando svelti, sbirciando vetrine, intrufolandoci in vie strette e serpeggianti. Facendo fotografie improbabili.
Poi gli squilli.
Li ricordo bene perché sono arrivati a pochi minuti di distanza.
Il mio cellulare. Poi l’altro.
E tante voci terrorizzate, acute. Anche senza ascoltarne i significati facevano venire la pelle d’oca.
Mi sentiii? Ma voi state bene? Dove… siete?
Alle dodici e cinquanta circa, all’altezza di Bolognina (una frazione di Crevalcore) proprio dove – all’epoca – c’era un binario unico, due treni si sono scontrati.
Quindi era la stessa linea che avevamo preso noi (la Bologna – Verona), stesso giorno. Solo qualche ora dopo.
Per tornare a Persiceto abbiamo fatto di tutto. Trenitalia aveva messo a disposizione per tutti i clienti una serie di autobus fino a Poggio Rusco da dove dovevano arrivare delle corriere che ci avrebbero riportato fino a Bologna. Aprimmo la porta di casa oltre le dieci di sera. Esausti, stremati e confusi. Quando siamo entrati nel piccolo treno che da Bologna ci ha lasciato a Persiceto ricordo un silenzio irreale. Due piani di treno che rimbombavano a ogni paso. Eppure ogni faccia che incrociavamo era granitica. Tutti scappavano. Anche noi. Ci siamo infilati nel primo vagone libero. E per libero intendo proprio vuoto. Deserto. Non volevamo avere nessuno intorno dopo essere rimasti strizzati tra perfetti sconosciuti per ore. Perfino noi due, io e mio marito, ci siamo seduti in posti lontani.
Eravamo lontani.
Passando, dalla corriera enorme dove eravamo stipati, abbiamo intravisto la fermata della Bolognina. La strada passava accanto alla linea ferroviaria. E noi ammutoliti. Colli lunghi e nasi contro i finestrini. Ricordo che pioveva ma non era un freddo quantificabile quello che sentivamo. Lamiere appena intraviste, tra la nebbia, e gente ovunque che sbucava poi spariva. Occhi enormi, fuori dalle orbite.
Non avevamo paura, noi che in un qualche modo non eravamo lì quando. Piuttosto intontiti, qualcuno dietro di me parlava a raffica, mitragliate di parole vuote ma utili a riempire il silenzio. Una ragazzina stringeva il walkman, lo accendeva poi lo spegneva senza infilarsi le cuffie. Vedevo le sue unghie laccate di fucsia premere i tasti.
Ricordo che l’ufficio informazioni della stazione di Verona era stracolma di gente, formiche operose a velocità doppia. E che, molto dopo, infilandomi tra le coperte mi sono sentita ingiustamente viva. Io e mio marito abbiamo fatto zapping tra i vari telegiornali notturni fino alle tre di mattina. Non riuscivamo più a ‘spegnerci’.
Poi niente.
Non si è più saputo granché.
Passate le settimane ‘calde’, quando i morti e le lamiere ancora urlavano.
Basta.
La linea è stata ampliata, questo si. Adesso ci sono due binari.
Però cos’è successo esattamente, perché proprio quella tratta, a quell’ora di quel giorno.
Non si sa.
Si è discusso sul famoso ‘errore umano’, sui problemi strutturali, le carenza nelle manutenzioni, le gestioni e perfino il tempo (quella mattina c’era una nebbia persistente). Si sono fatte molte ipotesi che sembrano essersi cristallizzate assieme a molti altri eventi tragici che attendono chiarimenti. Attendo e attendono. Forse all’infinito.
Diciassette morti.
Un’ottantina di feriti.
Eppure la colpa pare essere del macchinista (tra l’altro morto anche lui nell’impatto). Non si è fermato davanti a due semafori rossi (c’era la nebbia, l’ho già scritto). Nessun altro avviso, pare. C’è stato chi (dall’interno di Trenitalia, senza nome o qualifica) ha sussurrato che in certi casi di maggior disagio si ‘usa’ telefonare ai macchinisti per avvisarli di eventuali manovre. Si ‘usa’ nel senso che è una prassi non ufficiale, diciamo che alle volte si fa. Forse quel sette gennaio duemilacinque nessuno ha potuto chiamare.
Non è facile trovare informazioni sulla risoluzione del processo, anche se tutti i documenti che ho rintracciato on line parlano di ‘archiviazione’.
Archiviazione.
Quel sette gennaio è stato definitivamente chiuso dentro un apposito contenitore con annessa etichetta.
File.
Salva con nome.
Chiudi.
E in quel ‘chiudi’ ci sento la stessa malata filosofia di gestione di avvenimenti tragici come questi.
A me è andata bene, non c’è molto altro da dire. Eppure tutt’ora non mi basta.
Non capisco perché davanti alle tragedie – nel luccicante e tecnologico ventunesimo secolo – la ‘conclusione’ sia quasi sempre annunciata (mentre aspettavamo la corriera a Poggio Rusco, due funzionari delle ferrovie già discutevano sulle responsabilità dei macchinisti, i semafori, uno dei quali – dicevano – non era ben visibile…), in ogni caso la ‘conclusione ufficiale’ non è mai stata divulgata come doveva. Come meritava. Di certo non fa più ‘audience’, dopo, è meno ‘scenica’. E ‘interessante.
Eppure ci sono stati dei morti e dei feriti. Due treni praticamente smembrati, l’uno davanti all’altro.
E la terribile sensazione che, come sempre, le informazioni siano state divulgate a senso unico. Pilotate. Indirizzate verso un’altra nebbia. In ogni caso c’è stata poca voglia di scavare, capire e approfondire.Non resta che credere alle (scarse) informazioni reperibili.
E ringraziare di essere qui, adesso a raccontarlo.Qualche ora ha deciso per me. Come per moltissimi altri passeggeri.
Qualche ora ci ha sputato verso ‘nuovi giorni’ che ora, si spera, stiamo vivendo.
Trecento. Duecento. Cento minuti a.
Barbara Gozzi
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Ricordo narrativo apparso su ‘Non fiction’.
Nirigua Silvia – La metà di tutto
La metà di tutto è una storia di donne. Di voci femminili che si cercano, perdono, sfuocano e scivolano.
Di certo non mancano le incursioni maschili ma sono comparse, arrivano e vanno quasi in silenzio, in punta di piedi.
Non so quanto sia voluto piuttosto che ‘arrivato’ durante la scrittura. Resta il fatto che ‘La metà di tutto’ sviscera sensibilità profonde, odori e confusioni.
Ed è una narrazione che non accoglie, anzi. Colpisce subito, dalle prime pagine, confonde e continuerà a farlo, il più possibile.
C’è una voce che ne racconta un’altra, ma è un raccontare in seconda persona che non si estrania mai, non perde il filo, non amplia l’orizzonte. Bensì resta concentrata, onesta quanto cruda.
Perché anche la seconda persona ha un ruolo, ha qualcosa da lasciare a chi legge ma lo fa in trasparenza, con la ruvidità dei giochi d’ombra.
Lo stesso titolo, è tutto sommato un messaggio. Una ripreso di un passaggio della trama ma non solo. Secondo me ‘la metà di tutto’ è un approccio parziale, un rispecchiare l’intento di una storia raccontata volutamente a metà solo che, leggendo, si scopre che ‘quella’ metà ruota, si capovolge, gira su se stessa e ne svela l’altra, di faccia, quella che sembra inesistente, persa, svuotata. Invece c’è, era lì, il lettore ce l’aveva sotto il naso dalle prime righe ma non era pronto (così come non lo era la protagonista). Le tempistiche sono chiavi di lettura, tanto quanto gli incontri, le ritirate e i giro-giro-tondo.
La scrittura della Nirigua inghiotte tutto, umori quanti oggetti, personaggi (di ogni tipo, primari ma anche velati) e luoghi.
C’è quest’appartamento che sembra un’entità assestante, capace di appiccicarsi sulla protagonista, di assorbirne ogni energia trasudando sporco incrostato e unto ovunque.
C’è un pronto soccorso, dove Silvia, la protagonista, lavora come anestesista, con le sue storie che echeggiano lungo i corridoi, tra talco e lattice.
C’è una nuova conoscenza, Marina, un’infermiera in fuga che la corteggia, tenta di aprirsi un varco.
Ma anche un’altra ‘nuova’ conoscenza, che racconta e sembra venire da un mondo diverso, lontano dal sangue, e che l’aspetta seduta al tavolo di un bar – il solito – e la fa vibrare a ogni nuova occhiata. A pag.25 in un ‘credi di vedermi per la prima volta, non mi riconosci’ è racchiuso un preciso messaggio che il lettore non può, a quel punto, decodificare ma recupererà dopo, nella lunga corsa finale.
In definitiva è un romanzo di vuoti e riempimenti. Ma anche di buchi enormi, celati quanto straripanti. E la protagonista non sembra accorgersene, non subito almeno. Li zittisce con i turni di lavoro, a volte l’alcool e quel dolore che sembra talmente potente da scuotere qualsiasi cosa. Eppure loro, i buchi, si ribellano, vogliono uscire, non accettano.
‘O forse è solo che stai riempiendo qualcosa dentro di te e ancora non sei arrivata a livello.’(pag.26)
‘Ma io vorrei aiutarti, sento tutto di te, e più forte del resto avverto l’unica cosa veramente impalpabile, il vuoto.’ (pag.26)
‘… ti riesce così semplice cambiare la vita degli altri che ormai non ci fai più caso. Della tua non si occupa più nessuno, tu stessa ti stai abbandonando, ti preoccupi solo di allargare la cosa che si prosciuga dentro di te.’ (pag.91)
Allora arriva il mal di testa, quello localizzato ma ballerino, instabile eppure continuativo. Quello che se ne frega delle medicine e persiste tra notti e giorni che diventano uguali. Quello insomma. E’ di certo una manifestazione di un’intensità strisciante, è un urlo sordo, interiore eppure che pulsa proteso verso l’esterno. E non si può annullare. Tutt’altro, è lui che ci prova, a cancellare la protagonista, a farla uscire dal quel vivere che è puro dolore e basta.
Un breve accenno sulla protagonista.
A pagina 34 c’è l’incontro con Marina, e quel nome e cognome di rito. ‘Silvia Nirigua’ dice appunto la protagonista. Proprio lì, bisognerebbe fermarsi. Quel ‘Silvia Nirigua’ innesca la dinamica curiosa di associazione autore – protagonista. E’ inevitabile. Chi è Silvia Nirigua? Chi è davvero? Perché ha dato il suo nome al personaggio? Forse non lo è, il suo nome. Magari, invece, è il contrario: questa storia è nata da costole precise, le sue. Mi verrebbe da rispondere ‘ni’ a entrambe le ipotesi. Leggendo ci ho percepito, un certo simbolismo, preciso in realtà, un giocare con l’identità e i nomi. Non ne ho la certezza ovviamente.
Dal punto di vista linguistico è una scrittura secca, che non si perde in fronzoli. Pondera. Tratteggia, corre, rincorre, frena e vira. I dialoghi sono brevi e sempre funzionali, non ci sono cali di tensione – direi davvero mai – perché anche quando tutto si ferma lei, Silvia, elabora attraverso la narrazione in seconda persona.
Uniche annotazioni personali da lettrice riguardano i paragoni e l’uso del termine ‘cosa’. Ci sono pagine dove sembrano volutamente ‘ingombranti’, come se fossero stati usati in leggero sovrabbondanza proprio per sporcare un linguaggio che, invece, sembra perfettamente in grado di raccontare, zittire e indurire. Non credo che la Nirigua non avrebbe saputo spiegare senza usare certi ‘come’ tanto quando i ‘cosa’ potevano diventare altro. Perché l’ho sentita una narrazione di testa (certi vocaboli sono usati con precisione e consapevolezza), prima di tutto, ma anche di pancia, però di ‘una’ pancia abituata a vomitare sapendo cosa fa, ragionandoci, tentando si zittire qualcosa e qualcuno che, in realtà, parla in continuazione.
Ne esce una storia dolorosa, crudele. Come spiegherà la stessa Nirigua, piena di ragnatele che offuscano, sporcano. Eppure in mezzo a tanta sofferenza che sembra inconsolabile, un buco nero informe, lì ci sono piccoli spiragli. Silvia ha deciso ma forse non quello di cui si è convinta, forse sta lentamente, inesorabilmente, affrontando una salita terribile. E nella sua brevità il lettore ha il giusto tempo, il ritmo necessario per arrivare ad assaporare il necessario, decodificare e ritrovarsi un po’.
‘Ancora risate e tu realizzi che c’è un senso di appartenenza in questi vostri raduni. […] Vi sentite parte della stessa specie umana.’ (pag. 69)
Alcuni mesi fa lessi il primo romanzo della Nirigua, ‘Un quarto di me’ (MeridianoZero, 2006) e non ho dubbi che la voce sia la sua, non è cambiata nei cardini eppure è diventata più graffiante, decisa. Scava in profondità perché ne ha bisogno, se ne sente l’urgenza quanto la pericolosa funzionalità. Non c’è nulla di gratuito, nella trama quanto nei tratteggi. E’ tutto essenziale ma più orientato verso certe zone d’ombra che toccano corde importanti, silenzi ormai divenuti abituali.
Concludo lasciando alcune bricioline, su questo personaggio complesso quanto controverso. Sull’approccio fuori dagli schemi tradizionali.
‘ Pensi a tutti i drammi immaginari che costellano l’infanzia e ti rendi conto che per te non sono mai finiti, crescendo si sono solo tramutati in realtà.’ (pag.29)
Quelle due parole vicine eppure lasciate lì come se non fossero importanti, ‘drammi’ e ‘immaginari’ hanno rimbalzato nella mia mente mentre proseguivo la lettura, pretendendo poi che tornassi a recuperarli. Per un medico, di qualsiasi specializzazione, i drammi immaginari sembrano quasi una barzelletta. Proprio chi ha a che fare tutti i giorni con dolori fisici e mentali ‘reali’, veri in quanto tali, resta ingabbiato da percezioni definite ‘immaginarie’ma che poi si trasformano in ‘realtà’. Lì, in quel breve passaggio, c’è una chiave di lettura importante, secondo me.
La metà di tutto
di Silvia Nirigua
Sartorio
collana ‘cosmetici’ diretta da G.Belloni
Isbn: 978-88-6009-034-8
Euro 10
Cosa vuoi?
Laggiù ci sono le montagne.
Cosa te lo dico a fare? Tanto lo so che non le vedi, manco ci provi.
Tu.
Cosa vuoi?
Cosa vieni a fare qui – no dico, proprio qui – se poi non.
Ci sono, ti dico.
Le montagne.
E oltre il mare.
Sto sorridendo sai. Di me e di te, insieme. Siamo così patetici, miopi.
Scommetto che non l’hai notato.
Ti ho fatto cercare montagne e mare e lì sei andato, a caccia in un angolo dell’immagine, sul fondo quasi.
Non l’hai notato, insomma.
Il cielo.
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@Foto BG.
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Annotazione dall’ ‘Officina’: vi è mai capitato di cercare qualcosa, fissarvi su un dettaglio perché in quel momento ne avete bisogno? Allora vi concentrate su quello, lo fissate e ve lo imprimete per non perderne neanche un’imperfezione. Poi però, dopo, molto dopo non vi viene il sospetto di aver dimenticato qualcosa? Qualcosa come la visione d’insieme, il tutto insomma. Altri dettagli, altri spigoli che c’erano ma voi non li avete considerati, sono rimasti da qualche parte. Forse qualcun’altro ha guardato proprio quelli dimenticando i vostri.
E voi e loro – insieme – potreste ricostruire ‘il tutto’ che c’era. Ma che poi si è frammentato nei ricordi, nelle menti di chi ha visto e registrato un parziale che tenderà alla deformazione col tempo. Tenderà ad allungarsi, appiattirsi o magari inspessirsi se.
Avete mai pensato a quanti angoli perdiamo?
A quante sfumature, toni, retrogusti non riusciamo ad afferrare.
Ma qualcun’altro si.
Allora siete ancora convinti che da soli ci bastiamo?
Io no.
Ma è un discorso lungo che spesso ci tedia quando siamo in fila per ritirare una raccomandata e fissando l’orologio realizziamo che non abbiamo il tempo per ingoiare neanche una brioche, doppiamo rientrare al lavoro e c’è anche da fare benzina perché se no fino a casa stasera non ci arriviamo, poi… lo so. Lo so. E’ così che funziona…
Io, Alice e la nostra storia
BARBARA Sei sicura?
ALICE Certo. Cos’è che ti fa stare sulle spine, oggi?
BARBARA Non lo so… magari potevo darti un altro finale…
ALICE Ma non è un finale. Lo sai.
BARBARA Si, si, ok… non sottilizzare. Intendevo…
ALICE Compagno o maritino, almeno un figlio (magari in arrivo che fa molto ‘occhi a cuore’) e l’azienda con Luca una multinazionale? Ma ti sei ammattita? Quella non è la mia vita! Eih? Ci sei?
…
ALICE Senti. Non lo so cos’è che oggi ti rende così… inquieta ecco. Però credimi, io sto bene così. Non lasciarti fregare dal tuo lato perbenista… l’hai scritto anche tu proprio ieri! ‘A volte le regole vanno infrante per sopravvivere’ o una cosa così… allora?
BARBARA (sospiro) E’ che…
ALICE Non stare in pensiero per me, non ce n’è bisogno… starò bene, anzi, benissimo…
BARBARA Non fare l’esagerata proprio con me, lo so che non sei il tipo, da stare benissimo.
ALICE Scusa, ci ho provato.
BARBARA (si alza) Allora vado.
ALICE (sorriso) Goditi la domenica coi tuoi, dai! Non fare quella faccia… io sono sempre qui, dove diavolo credi che vada!
…
ALICE (si alza) Ah, senti! Una cosa che puoi fare per me ci sarebbe… non è che mi puoi immaginare alta, biondiccia e con due tette da paura…?
(risata generale)
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Foto, dialogo con un personaggio e inquietudini di Bg
Cioccolato
Bastava telefonare qualche ora prima e disdire; poteva rimanere sotto le coperte, tra la vaniglia sul cuscino e le tisane bollenti. Poteva essere così perfetto che ne ha avuto paura.
Allora si è fatta una doccia tiepida, a tratti fredda così è schizzata fuori e si è asciugata in pochi minuti, senza ripensamenti. Ha indossato il completo a righe blu, quello che le strizza la vita e le piace come cade, senza troppe pieghe. Ha guidato mordicchiandosi le labbra, con la radio spenta e la sua voce in sottofondo che ripeteva il discorso, l’umidità le appannava il vetro.
Dentro l’auditorium c’era una luce strana, di un arancione rossastro molto intenso. Si è seduta sul palco ma in angolo, trascinata dall’assistente che correva, macinava chilometri parlando a un auricolare piantato tra capelli ribelli, vagamente gretti. Ha accavallato le gambe studiando i fogli lasciati in perfetto ordine davanti a lei, il microfono dai mille pulsanti misteriosi e la faccia piatta del suo vicino che l’ha squadrata con un vago sorriso ebete.
Non c’era un altro modo per esprimerlo quel bruciore che le perforava lo stomaco, il formicolio alle gambe e la voglia di piangere e urlare insieme, subito, con la luce rossa accesa, il microfono gracchiante e tutti quegli occhietti lampeggianti puntati su di lei. Occhietti strani, bagliori sfuocati, odore di candeggina poi l’intorpidimento mentre il sudore ghiacciato le colava dalle ascelle.
Ha visto avvicinarsi il portone con i vetri opachi e le finiture in legno poroso, l’ha superato pensando che presto, molto presto, avrebbe vomitato ma l’aria fresca l’ha calmata all’istante.
Le strade erano scure, rassicuranti. C’era gente, certo, ma erano sagome in movimento, parole mozzate dal vento. Sistemata la sciarpa di lana davanti alla bocca si è lasciata avvolgere dal profumo dolciastro, aroma inconfondibile.
Le bancarelle erano piccole, grigiastre e asimmetriche.
Ma erano troppo invitanti.
Ha pagato con alcune monete ritrovate nella tasca della giacca.
Si è fermata accanto a una statua bluastra, un albero affusolato con i rami appuntiti che indicavano il cielo come a volerlo sfidare. Da lì, mentre altri odori le passavano accanto accarezzandola, ha chiuso gli occhi.
Il cioccolato le ha raggiunto il cervello in pochi secondi.
E ha capito.
Non odiava la gente, no.
Odiava farne parte.
Lamri Tahar – I sessanta nomi dell’amore
Tahar Lamri si è trasferito in Italia dopo aver vissuto in Francia e in molti altri paesi europei. Ha lasciato l’Algeria nel 1979 iniziando un periodo di viaggi e lavorando come traduttore e interprete.
Vive a Ravenna dal 1987.
Parla l’italiano benissimo e lo scrive con altrettanta scorrevolezza.
E’ un uomo che ha conosciuto molta gente, ha studiato e scritto storie. Ma soprattutto è un osservatore.
L’aspetto che più mi ha colpito, di lui, ancora prima di leggere questo libro è stato la sua dialettica. L’ho sentito parlare a un reading in provincia di Verona e ne sono rimasta incantata.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è un libricino edito da una piccola casa editrice che in passato ha subito scossoni, cambiamenti negli assetti. La collana ‘Mangrovie’ si occupa appunto di scritture migranti. La mangrovia è una pianta legnosa capace di sopravvivere nei litorali tropicali, periodicamente sommersi da maree. Il collegamento mi pare evidente. Lo stesso Lamri lo spiega in una sorta di introduzione ‘Avant-propos’ (pag.7):
Per me, scrivere in Italia, paese dove ho scelto di vivere e con-vivere, […] significa forse creare in qualche modo l’illusione di avervi messo radici. Radici di mangrovia, in superficie, sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano
Questa è, secondo me, una caratteristica importante per l’autore: lo scrivere in italiano. Lo so, può sembrare scontato eppure non lo è. Tahar Lamri è algerino. Vive in italia da vent’anni, certo, ha studiato molto la lingua italiana e si sente nel parlato quanto negli scritti. Eppure raccontare una storia, scriverla con l’intento di darle il giusto ‘respiro’ è tutta un’altra faccenda. Che ha a che fare con la padronanza delle parole, il loro sapore, il suono e i significati in movimento. Ebbene. Tahar Lamri ha scelto di scrivere in italiano, non c’è dunque filtro (di traduzione). Ogni parola è stata scelta e calibrata da lui, in un processo di trasposizione diretta (Editing a cura di Silvia De Marchi, per dovere di precisione). Ma, a lettura ultimata, mi permetto di aggiungere un ulteriore spinta propulsiva a queste annotazioni: Lamri tenta un passo in più. Lui, straniero, che scrive in italiano non si accontenta di scrivere ‘bene’, seguendo le principali regole della grammatica, sintassi, punteggiatura e tutto il resto. No. Lamri insegue le parole, le cerca mischiandole, ascoltandone le tonalità.
Vorrei spingere la mia esperienza migratoria fino ad abbracciare i dialetti e da lì partire per costruire la lingua italiana assieme agli scrittori italiani. Una lingua nuova che mi permetta, pur portandomi addosso la mia cultura d’origine e le culture che mi hanno investito lungo tutti questi anni di peregrinazioni […], di compiere finalmente il ‘Viaggio’. (pag.8-9)
La lingua dunque, come punto di partenza ma anche di arrivo tra storie diverse eppure piene, intense. Ed è un linguaggio immediato, pieno di aggettivazione vivida e con pensieri costruiti con trasparenza ma mai banali. C’è, in questo periodare, l’intento di trasferire odori, percezioni, colori e moti con la semplicità di chi conosce il linguaggio quanto le storie.
Rimase per un momento sul marciapiede a guardare il vecchio aeroporto: una costruzione irregolare e senza carattere. Una folla, immensa gli nascondeva la parte bassa dell’edificio. Spostò lo sguardo su una fila di palme, dal tronco imbiancato a metà, che corre al di là del parcheggio. Ebbe un tuffo al cuore e si sentì d’un tratto come avvolto da un manto di solitudine. (pag.14)
Ho scelto questo breve estratto dal primo racconto (‘Solo allora, sono certo, potrò capire’) perché è da lì che sono partita come lettrice ed analizzatrice. E mi sembra molto significativo, come estratto, per mostrare le capacità descrittive quanto l’atmosfera ricreata da Lamri. Il ‘vecchio’ aeroporto che è anche ‘irregolare’ e ‘senza carattere’. Le palme ‘imbiancate a metà’ e la folla ‘immensa’. Infine il ‘manto di solitudine’.
C’è, secondo me, si sente tutto, l’ambiente, l’atmosfera che aleggia. Il lettore ci entra a piedi pari e si lascia guidare.
Il viaggio dunque, inizia così ma non è lineare.
Ci sono due persone, Elena e Tayeb che si scrivono email. Un rapporto che nasce tra corrispondenze epistolari e incontri fugaci e poi diventano vere e proprie lettere d’amore. Elena è una scrittrice e cerca informazioni sulle sessanta parole diverse che, in arabo, indicano l’Amore. E Tayeb la aiuta ma a modo suo.
Lamri propone, quindi, queste email alternandole a racconti diversissimi tra loro in un continuo ‘sali e scendi’ di situazioni, ambienti, personaggi e realtà. Non c’è continuità, come spiega lo stesso autore perché ogni scritto risale a un momento diverso e mira a toccare il lettore in modi differenti. Solo Elena e Tayeb tornano, attraverso queste corrispondenze moderne a ricordare al lettore che l’amore non ha colore ne forme precise, può mutare ed essere espresso in tantissimi modi diversi.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è dunque, una raccolta atipica di racconti, per quanto, la classificazione mi suona stonata, stretta. Ogni racconto è, come già accennato, a sestante, in ogni particolare. Nella lunghezza quanto nei personaggi e in parte anche nello stile. Ho avuto l’impressione che Lamri cercasse di sottolineare queste particolarità, come se ogni storia dovesse acquisire un valore speciale, unico in questo senso. E davvero, ce n’è per tutti i gusti, tra riflessioni, scenari e dialoghi dove la figura dell’immigrato, della cultura ‘non italiana’ emerge con discrezione, senza pretese. E’ un raccontare che scava sussurrando.
A casa ho sempre parlato berbere, a scuola l’arabo, ho sempre pensato in francese e adesso sogno in svedese, ma non credo affatto che la nostra situazione linguistica sia da invidiare. (pag.17)
Le diversità tornano spesso, nei racconti, sia dal punto di vista linguistico che nei luoghi. C’è una sorta di ‘volontà sotterranea’ di mostrare al lettore italiano quanto può diventare difficile vivere senza quei punti di riferimento considerati parte del vivere quotidiano.
‘Io non ho paese. Il mio paese è il mio corpo. Il mio paese è dove sto bene’ (pag.19)
‘Akli mi diceva all’aeroporto che il suo paese è il suo corpo. Mi dispiace, ma non ci credo. Ognuno di noi è legato a qualche cosa: un’immagine, un ricordo, un sapore dell’infanzia…’ (pag.32)
I personaggi esprimono dubbi, paure, inadeguatezze da migrante alla perenne ricerca di un equilibrio e arrivano a toccare questioni delicate, anche di origine geo politica e di attualità. L’intento dell’autore sembra essere quello che non trascurare ogni angolazione. Il migrante si abitua in fretta a cambiare il proprio punto di vista, è necessario per sopravvivere durante i viaggi tra culture diverse. Ecco dunque, che i racconti si stratificano, parlano di realtà differenti anche da bocche provenienti dalla stessa origine. E le diversità possono essere spesse ed evidenti, quanto sottili e acute ma ci sono, e diventano materia di studio e analisi.
Questi banchi sono azzurri e non ci si può scrivere sopra. Sono lisci. Come tutto qui. Anche la faccia della maestra è liscia, sembra che il tempo non lasci segni né sui banchi né sulle facce. Sarà vero? Mah. (pag.37)
In mezzo a tutte queste voci, tornano, Elena e Tayeb che si scrivono, svelano e con loro il lettore prosegue un percorso lento ma incessante verso i ‘sessanta nomi dell’amore’.
‘… lo straniero conosce “in vita” l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi e altri pensieri.’ (pag.40)
‘ Chissà poi se sono vere le divisioni geografiche…’ (pag.40)
‘Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano’ è il titolo di uno dei racconti che, mi sembra, riassume semplicemente la filosofia dietro a questo libro. Un viaggio, certo, ma senza effetti speciali. Che non vuole stupire o generare angoscia o attesa. Un viaggio lento, nel suo incedere, ma simbolico, fatto di diversi strati quanto di personaggi intensi, che svelano angolazioni delicate di culture che oggi, nel 2008, sono anche temute, osservate da lontano.
Tante immagini dunque, che sono scatti rubati in un certo senso, scenari tratteggiati con meticolosa precisione quanto lasciati all’immaginazione, dove il lettore si perde muovendosi in silenzio. L’impressione generale è di scivolare tra muri e sabbie sconosciute ma mai ostili. Ed è un’impressione importante di questi tempi.
“ Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me… […] Io non so se il ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso.” (pag.56)
‘Cose possedute’, dunque, tra transiti imperfetti ma anche ‘cose perse’ eppure trattenute, custodite gelosamente come segni di un’altra vita mai dimenticata.
E, tra tutto questo: le parole. Sempre e comunque.
‘ L’uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra.
COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità’ (pag.100)
E’davvero difficile spiegare questo libro con tante trame intrecciate, odori e sapori orientali mischiati a cemento e abbracci occidentali.
Eppure, lo sforzo linguistico, l’intento di svelare realtà, grattare riflessioni e tratteggiare paesaggi che sembrano (oggi) più lontani; tutto l’insieme merita (soprattutto e a maggior ragione di ‘questi tempi) una lettura meditata. Senza fretta. Con la mente libera da schiavitù e regole preconfezionate.
Io sono italiana.
Nata a Modena e tutt’ora residente vicino a Bologna.
Eppure dentro questo libro mi sono sentita. Si può essere stranieri anche in patria. E Tahar Lamri non sconta nulla. Alla fine, però, qualcosa torna. Qualcosa che dipende dall’occhio e dalla mente del lettore, solo da quello direi. Non c’è rigore scientifico, pretesa oggettiva. Ci sono volti, parole e ambienti. Il resto lo fa il lettore, cogliendo un certo colore o un odore da trattenere. Non lo chiamerei ‘buonismo’, affatto, non nel senso sgradevolmente mieloso che si tende ad associare al termine. Lo definirei: visione tendente al positivo. Che ho trovato di una potenza talmente atipica per noi oggi, abituati a ben altri atteggiamenti verso ‘gli stranieri’, di una nuda onestà da lasciare, a tratti, disarmati.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Tahar Lamri nasce ad Algeri nel 1958. In Libia dall’79 all’84, conclude gli studi in Legge iniziati in Algeria, con la specializzazione in Rapporti internazionali e lavora come traduttore presso il consolato di Francia a Bengasi, si sposta dunque in Francia. In Italia dal 1986, vive a Ravenna. Altre informazioni bio-bibliografiche su Wikipedia.
‘I sessanta nomi dell’amore’ di Tahar Lamri, Michele Di Salvo Editore-divisione TraccEDIverse, collana ‘Mangrovie’, gennaio’2007, pag,196 E.12.
Barbara Gozzi – Maggio’2008

Immagine di copertina di Soha Khalil.
(la riproduzione qui accanto non rende giustizia all’immagine in copertina, soprattutto gli occhi)
Che vita di
Sono un gigolò.
Lavoro prevalentemente on line. E funziona bene, il sistema intendo.
Ho imparato a non farmi fregare, le donne sono furrbe e ci provano ogni volta, a non pagare.
Non proprio ogni volta, bisogna essere onesti. Diciamo alcune.
Perché ci sono anche le timidone, quelle che cercano poi hanno paura, le religiose in evasione, le accasate con pruriti e le mammine con il grembiule ancora arrotolato alla vita… ce ne sarebbe da dire, sull’argomento.
Eppure mi capita questa.
Proprio a me che ormai sono quindici anni che lavoro e ho un certo nome.
Insomma mi accordo con una dall’aria banale, niente di che insomma. Frangetta lunga, capelli lisci e castani slavati, pelle impura e labbra sottili. Mi accordo sul prezzo, i tempi e le frequenze (perché questa, da subito via mail, chiarisce che mi vuole vedere con ‘un certo ritmo’… e figuriamoci se mi sono tirato indietro!)
Allora stiamo a posto, le dico io.
E lei mi sorride, si appoggia allo schienale della macchina, si rilassa (vedo che abbassa le braccia dal volante, mi sono pure guardato in giro preoccupato che si volesse spogliare così, senza cercare un posto sicuro) e attacca.
A parlare.
Mi seguite?
Questa qui non voleva scopare o fare alcunché’di fisico’… manco per il cazzo!
Questa voleva solo parlare.
Cercava un prostituto dell’ascolto, che non è proprio un confidente, neanche una semplice spalla su cui sfogarsi. E’ una via di mezzo, credo.
Uno che ascolta e ogni tanto risponde, dice la sua insomma, magari senza sapere tutta la storia ma per quello che ha sentito… uno a cui poter dire anche le questioni più delicate (tanto, non è che un gigolò si possa scandalizzare di qualcosa, che professionalità è?).
Uno pensa di essersi guadagnato il rispetto col duro lavoro. Pensa di potersi rilassare, di non doversi più preoccupare di quantità e qualità perché l’esperienza ormai è arrivata, conquistata anzi.
E pensa male, cazzo!
Perché ti arriva una che ti paga per farsi ascoltare, oltretutto in quel modo ibrido che solo le donne sono capaci di ( e valla poi a capire com’è la faccenda, quando è meglio tacere, quando vuole essere consolata, quando sarebbe il caso di dire qualcosa o magari annuire e stringerle le mani in quel modo da fratello maggiore… )
E adesso non lo so mica se glielo devo dire, che io mi so vendere benissimo e lo faccio con piacere. Ma non con le parole. Quelle, cazzo, sono tutt’altra faccenda. Ci sono i preti, gli assistenti sociali o quelle robe lì, gli psicologi (o psicoterapeuti, non ho mai capito che differenza c’è), gli amici (anche se qui, in effetti, le devo dar ragione: è sempre più una merda riuscire a trovare qualcuno che), poi – super cazzo – le chat. Vuoi che nel world wild web una così non trovi uno spostato che la ascolti e la tenga buona?
Mi sa che mi sto infognato.
Sono tre settimane che va avanti questa storia e inizio a pensare che sia una roba da ‘contrappasso’.
Perché ormai, a forza di sentirla parlare finisce che la osservo anche, ogni tanto, mica sempre.
E non è proprio come mi era sembrata all’inizio. Non sexy o provocante, per carità! Eppure…
Che vita di merda.
E dire che ridevo di mio padre quando ripeteva che ‘non esistono più le mezze stagioni’. Che deficiente che ero! Adesso mi tocca dire che ‘non esistono più le sane scopate e basta’, pensa un pò.
Che vita di merda.