Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Giugno 2008

Intervista a Silvia Ferreri – IV

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> Le precedenti tre parti rintracciabili dalla categoria ‘interviste’ scorrendo i post


BG Che idea ti sei fatta di quello che si può o non si può fare? Ci hai mai pensato ascoltando tutte queste storie? Secondo te, le donne possono qualcosa o è un intervento che deve venire ‘dall’alto’?

SF Guarda, credo che sia un intervento che deve venire assolutamente dall’alto e in maniera molto feroce. Qualcosa che sia veramente dirompente. Perché questo non è un problema delle donne e basta, è un problema culturale tipicamente mediterraneo che ruota attorno alle donne che lavorano ma anche alla madre che fatica a scindere i ruoli. La Spagna per esempio sta facendo davvero grandi passi, Zapatero ha fatto delle leggi pazzesche, anni luce davanti a noi. C’è poi questa legge che è passata qualche mese prima delle nuove elezioni… obbliga i consigli di amministrazione ad avere il 50 % di partecipazione femminile, obbliga il genitore maschio a prendere il congedo di paternità altrimenti il congedo non viene riconosciuto neanche alla madre… non lo so, mi sembra che ci siano degli aspetti nettamente propulsivi rispetto alle leggi italiane. Serve uguaglianza su questi temi. E poi pene. Il Governo in Italia dovrebbe intervenire con una serie di norme e di azioni che favoriscano il lavoro delle donne ma poi ci devono essere altrettante pene, per cui se c’è un sentore di difficoltà o discriminazione rispetto a una lavoratrice madre, immediatamente dovrebbero scattare dei controlli. Bisogna far paura.

BG Forse, in alcuni casi è anche un problema di procedure e tempi.

SF Il problema è che di questi discorsi in Italia non gliene frega niente a nessuno. Se in Spagna uno dei ministeri importanti viene affidato a una donna giovane al sesto mese di gravidanza, è un segno così forte… di rispetto verso le donne, il loro lavoro e il loro poter essere anche madri… è un segnale così forte che immediatamente irradia. In Italia di queste questioni non interessa niente a nessuno. Non ci sono leggi, nel senso che quelle che ci sono andavano bene all’inizio ma si è imparato in fretta a piegarle, a raggirale con dinamiche sotterranee.

BG In effetti non sembra tanto una carenza legislativa generale, una mancanza vera e propria. Sono piuttosto tutte quelle dinamiche bisbigliate, le atmosfere che si riescono a creare attorno alle donne al punto da spingere a subire comportamenti… al punto che in molti casi o resti subendo, accettando demansionamenti o attacchi vai diversamente te ne vai. Non ci sono molte mezze misure, molte strade percorribili…

SF Non c’è niente per proteggere le donne contro queste dinamiche. Il precariato in Italia, ha peraltro legittimato quello che prima era qualcosa di illegale, in un qualche modo. Il precariato lo ha ufficializzato perché se il contratto ti sta per scadere e sei incinta, fine. Quindi ci vorrebbe veramente una rivoluzione sociale dall’ ‘alto’. Perché culturalmente non ce la faremo mai. Non siamo come i nordici attenti al sociale, educati e che riconoscono il potenziale anche delle donne. Noi siamo un popolo fondamentalmente egoista in cui ognuno pensa al proprio orticello e che tu sia il dirigente di una grande azienda o il proprietario di una piccola impresa, la donna incinta ti rompe comunque.

BG Sembrano ancora fortemente radicati ragionamenti maschilisti, in questo senso, che vogliono la donna ingabbiata in un certo ruolo e se tenta di uscire, appunto di lavorare ma poi vuole anche dei figli… allora non c’è quasi comprensione…

SF Per questo se queste dinamiche sociali non vengono spezzate davvero dall’ ‘alto’, con misure totalizzanti rispetto ad educazione, congedi parentali, pene severe, velocità dei processi o delle vie legali, part time, asili nido, orari flessibili… se qualcuno dall’ ‘alto’ questi aspetti non li cura, non possiamo aspettarci che sia la società ad arrivarci da sola.

BG C’è bisogno di dare la possibilità alle donne di dimostrare che quello che sapevano fare prima, lo sanno fare anche dopo un figlio. E che (magari) possono anche essere redditizie. Come emerge dal documentario, c’è un’incongruenza di fondo in talune dinamiche aziendali per cui si colpevolizza la donna per i mesi di assenza in maternità, ma poi, quando rientra, non la si mette in condizione di riprendere appunto a lavorare. Piuttosto la si tiene in un angolo, come racconta una delle donne, o comunque le si riducono le mansioni, le si togli il lavoro da sotto il naso sperando che se ne vada, in ogni caso con l’intento di farle pesare le precedenti assenze. In tanto lei è lì, e non può lavorare ma non perché non sia più capace, bensì perché non glielo si permette come potrebbe e vorrebbe.

SF Assolutamente. Infatti il risvolto devastante rispetto a queste dinamiche è che è tutto legale, sul mobbing la legislazione in Italia non è ancora mirata, non si capisce bene come provarlo, dimostrarlo… tutti elementi che fanno in modo che chi viene colpito da mobbing in un qualche modo è quasi totalmente abbandonato a se stesso. Alla fine se non arriva uno stravolgimento dall’ ‘alto’, non cambierà mai niente. E secondo me il cambiamento non arriverà certamente a breve perché non c’è nessun politico in Italia né di destra, né di sinistra che ha pensato di mettere in mano questo problema, questi argomenti a una donna che certe situazioni le ha vissute, che le conosce. Una donna che ha avuto figli, ha imparato a conciliare, ha magari subito certi trattamenti sul lavoro o comunque ne ha sentito parlare da colleghe e amiche, allora ci si rende conto davvero di quali sono le necessità e le misure da prendere urgentemente. Questi interventi non sono avvenuti nelle passate legislature ed è evidente che non avverranno in questa perché… ci sono appena quattro ministri donne di cui due senza portafoglio, è una cosa ridicola… siamo all’ultimo posto in Europa. Mi sembra che anche nei prossimi anni non cambierà nulla.
Ed è pazzesco perché poi ci si lamenta che in Italia c’è una natalità molto bassa, o che certe personalità di valore emigrano, quando si dice che comunque l’economia non gira perché le famiglie sono povere … quindi non fanno figli e allo stesso tempo le donne non devono andare a lavorare restando quindi sempre povere…

BG Vuoi dire che è un circolo che non si spezza ma anzi, si rafforza. Non ci sono figli ma non si forniscono gli strumenti per farli. Non si lavora abbastanza però le donne non le si vorrebbe nel mondo del lavoro, non se fanno figli almeno…

SF E tutto questo ancora non è niente perché tra trent’anni, quarant’anni, quando in età pensionabile ci saranno tutte queste donne che sono state costrette a lasciare il lavoro, avremo un numero di pensionate povere, che sarà veramente devastante. Ed è una follia, è una cosa tutta Italiana. Siamo un paese che veramente può davvero essere definito il più ricco del terzo mondo. E’ un paese cieco che non vede più in là dei prossimi tre anni, che non si rende conto del male attraverso cui stiamo passando e che il peggio deve ancora venire. Però siamo tutti pronti a credere alle favolette che ci promettono cambiamenti senza capire che siamo a un livello molto basso, il fondo non è ancora stato toccato ma rialzarsi sarà difficilissimo.

BG Ti ringrazio, Silvia per il tempo che ci hai dedicato.

SF Mi fa sempre piacere parlare di questi argomenti, e sebbene io sia una di quelle persone che ha scelto di lasciare questo paese per esasperazione continuo a lavorare su questo argomento e tornerò in Italia per presentare il documentario. Tacere sarebbe peggio, magari è considerato tempo perso da qualcuno ma non per me.

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Barbara Gozzi – Aprile-Maggio’2008

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Se qualcuno volesse raccontarci la sua esperienza, o semplicemente discuterne, noi siamo qui.
Se preferite c’è l’indirizzo mail di declinate o il mio.

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Apparso su Declinate al Femminile.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 29, 2008 alle 3:30 am

Pubblicato in 2008, analisi, interviste

Quello che non sapevo

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Sapevo.
Che sarebbe stato diverso.
Che tu mi avresti distrutta per poi recuperare ogni coccio, perfino quelli piccoli come chicci di riso.
E che poi mi avresti ricostruita, poco alla volta. Senza fretta.

Sapevo.
Contro quali dolori combattevamo.
E tenacemente resistevamo, ognuno a modo suo, ognuno chiuso dentro alveari stantii costruiti su silenzi e menzogne.

Eppure mi sembrava giusto così, normale.
Lasciarmi andare, ascoltare il rumore del tuo cuore e capire.
Sapevo che potevo arrivare così in fondo da scavarti tra le budella. E tu con me. Uguale. Esattamente lo stesso percorso, esattamente lo stesso rito ingenuo, sottile.


Quello che non sapevo era che avevamo iniziato una cura.

Tu e io, senza ricette o prenotazioni, ci stavamo guarendo. Senza chiedere, oltre i margini dei ruoli e delle definizioni, là stavamo.
E’ stato così che sei diventato la mia medicina, ogni volta più amara, dolorosa. Eppure benefica perché lenitiva. E io lo ero per te, adesso lo vedo chiaramente. Ti guardavo, strappavo parole da quelle labbra secche, inaridite. Ti colpivo senza pietà, ma era un gesto d’amore. Ora lo capisco.

Che sia stato affetto profondo o disperazione, ancora non mi è chiaro. Per quanto, mi sembra poco rilevante ormai.
E’ andata così.
Tu e io, amandoci abbiamo disinfettato ferite vecchie e purulente. Abbiamo aperte le gabbie, quelle stesse gabbie che tanto tenacemente ci eravamo costruiti attorno.

Sapevo, guardandoti negli occhi, che in te c’era qualcosa. L’ho capito subito, la prima volta che ti ho visto.
Ma non potevo immaginare quanto male e quanto bene avresti portato nella mia vita preconfezionata.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 26, 2008 alle 2:11 am

Intervista a Silvia Ferreri – III

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>> Parte I

>> Parte II


BG Premettendo che ‘Uno virgola due’ l’ho scoperto da poco, mi sembra però che il progetto meritasse un’altra visibilità.

SF Purtroppo questo è il prezzo che si paga a lavorare in Italia.

BG Infatti te lo volevo proprio chiedere perché sono rimasta stupita. Tra giornali, trasmissioni di approfondimento ed internet, cerco di tenermi aggiornata il più possibile, in un qualche modo ricettiva diciamo eppure questo progetto l’ho scoperto in un blog, per caso. E mi ha fatto riflettere perché è un po’ come voler dire ‘queste tematiche che colpiscono in realtà molte donne, lasciamole in un angolo’. O no?

SF In realtà, quando è uscito il documentario ci sono stati vari articoli sui giornali, ne hanno parlato Repubblica, Famiglia Cristiana, Il Manifesto… sono state pubblicate alcune segnalazioni e mi hanno anche invitato ad alcune trasmissioni televisive, più che altro della mattina. Quando poi, l’anno scorso, è uscito il libro insieme al film, di nuovo c’è stato un po’ di interesse da parte della stampa e delle televisioni. Alla presentazione del libro, e lo ha introdotto Miria Mafai insieme a Francesca Comencini, c’è stato dell’interesse. Proprio un minimo però perché la verità è che, alla fine di tutto, la Rai non lo ha comprato (il documentario – n.d.a). Gli editori a cui mi ero proposta mi hanno detto tutti di no per cui alla fine fortunatamente ho trovato Ediesse che è un piccolissimo editore a distribuzione nazionale e dunque è stato comunque distribuito in tutt’Italia, è possibile trovarlo, il libro con il dvd, più o meno ovunque. La Rai però non ha comprato il film. E se un film del genere non lo trasmette la Rai, chi lo trasmette? Infatti nessun’altro poi si è fatto avanti. Quindi ho avuto molte ottime recensioni al film e al libro, molti giornali italiani e stranieri si sono interessati. Però poi la verità è che il più grande mezzo di comunicazione ovvero la televisione non si è occupata di parlare di questo argomento tanto meno di mandarlo in onda.

BG Sono mancate proprio le forme di divulgazione di massa, mi sembra. Nonostante la tematica sia purtroppo molto diffusa.

SF Non parliamo poi delle grandi distribuzioni come quella cinematografica. E’ impensabile un documentario così che va al cinema in Italia, è praticamente impossibile. Anche il libro, quando è uscito… ci sono state delle librerie, anche a Roma, comunque librerie importanti che lo hanno tenuto in vetrina per qualche tempo. Ma quando poi non lo vedi più in giro perché finisce in uno scaffale in alto, certi libri sono finiti. Perché nessuno lo chiede, non è qualcosa di un autore noto che si può comunque cercare. No? E’ un libro che se non te lo trovi davanti e non leggi il retro di copertina, non lo compri. Comunque mi dicono che ha venduto abbastanza per essere un saggio di un’autrice praticamente sconosciuta insieme a un dvd, deve aver venduto qualcosa come… settecento copie che per l’Italia è già un gran risultato. Ma a me viene da ridere quando mi dicono ‘ guarda che ha venduto tantissimo’… cosa gli rispondo? Poi va bene, si dice che Kafka abbia venduto dieci copie della prima edizione delle ‘Metaformosi’… è chiaro che un libro così ha bisogno di essere reso visibile. Ma ci sono state trasmissioni televisive, senza fare i nomi, comunque importanti, di punta della Rai a cui il progetto era piaciuto molto e quando si è parlato di invitarmi per presentare il lavoro, per un’intervista… diciamo per fare un lancio vero e proprio… parliamo comunque di trasmissioni in fasce orarie di nicchia però seguite, su Rai2 o Rai3… il risultato è stato: ‘ a ma lei non è famosa’. Quindi non mi hanno invitato nonostante il progetto piacesse, e mi avessero spiegato che l’argomento andava assolutamente trattato. Però siccome io non sono famosa… e io ho anche risposto: ‘cosa vuol dire non sono famosa? Chi se ne importa!’

BG Vuoi dire che anche per approfondimenti di questo tipo conta molto l’essere commerciabili? Il potenziale appeal…

SF Assolutamente. Per cui anche in queste trasmissioni vanno di più magari certi attori famosi in quel momento o comici importanti piuttosto che un’autrice sconosciuta. Ma se n’è parlato a lungo, mi hanno telefonato per molti mesi temporeggiando… alla fine mi hanno detto che non si poteva fare. In pratica la figura della giovane autrice regista non famosa… non funziona. No. E’ proprio una cosa che non frega niente. E quindi anche in questi programmi ‘Uno virgola due’ non è passato neanche come messaggio che invece sarebbe stato importante per il progetto, per farlo conoscere.

BG Anche per dare ‘ascolto’ alle storie dentro il documentario e poi riprese nel libro. Perché qui parliamo di realtà molto forti, pesanti. Ci sono vere e proprie denunce…

SF E’ evidente che ci sono molte persone a cui queste cose non interessano per niente se non in certi modi. Mi spiego: ci sono state dopo, a progetto concluso, redazioni che mi hanno chiamato per chiedermi se potevo fornire i contatti delle donne che avevano parlato nel documentario. Perché il caso penoso, che fa piangere tira sempre. Per cui meglio far parlare loro piuttosto che il progetto nel complesso. E devo dire che dopo le prime due o tre trasmissioni a cui alcune sono andate, pensando che fosse un buon modo per parlare di questo argomento poi però si è capito che lo sfruttamento mediatico era semplicemente un ‘vogliamo fare pena’ a chi guarda. Allora hanno iniziato tutte a rifiutare ogni proposta. E non c’è distinzione nelle modalità. Dal programma culturale di rai3, raisat extra, laSette fino a mtv… tutti chiamavano per avere le donne in studio, perché è importante parlare del caso umano che fa audience. E quando, a un certo punto, ho iniziato a rispondere che non potevo più fornire nominativi e che comunque nessuna era più disponibile… si finiva anche per parlare del progetto con la premessa ‘noi non vogliamo lei’ e io ho sempre risposto che non volevo andare, mi interessava che parlassero dell’argomento, del lavoro come messaggio… il punto non era che io volessi o cercassi di andare qui o là. Pochi giornalisti hanno parlato con o senza di me di ‘Uno virgola due’ perché è anche capitato che non fossi a Roma o avessi altri impegni, per cui tranquillamente non sono andata in trasmissione però loro parlavano comunque del lavoro… per esempio punto donna su tg3, rai educational… ci sono stati anche dei giornalisti che ne hanno parlato perfino in televisione e nel modo giusto ma la maggior parte delle richieste era per ‘il caso umano’, per parlare di questo argomento facciamo piangere. E queste sono le classiche dinamiche che mi fanno incazzare perché nel mio film questi elementi non ci sono sono.

BG Infatti nel corso della visione si sente il filo logico ma le interviste vertono sulle circostanze, non c’è spettacolarità nelle riprese…

SF Infatti. L’unico momento in cui c’è questa donna, Maria Grazia, che si emoziona e che piange è un momento che ho deciso di tenere nonostante all’inizio fossi molto indecisa… ma semplicemente perché era importante quello che stava dicendo in quel momento. Ovvero il suo sottolineare che finché gli attacchi (del datore – n.d.a.) li rivolgevano a lei, ci stava, ma quando ha cominciato a capire che erano anche rivolti a sua figlia non c’è stata più, è diventata una iena. E queste affermazioni le dice con le lacrime agli occhi perché pensava a sua figlia non perché si piangesse addosso. Per questo è un momento emozionante che era giusto tenere. Diversamente tutte le donne che hanno partecipato al film, dopo la prima proiezione, mi hanno fatto i complimenti, nessuna si è sentita tradita o usata. Si sono riconosciute tutte nel montaggio delle interviste. Perché stravolgere un’intervista con il montaggio è facilissimo, basta accostare due concetti e hai già cambiato il senso originale. Invece in questo film ho preferito rispettare la sostanza dell’intervista e dell’intervistata anche se avevo sfocature, o tagli improbabili che magari nessun altro regista avrebbe montato me ne sono fregata. Ho lavorato privilegiando il contenuto.

segue…

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Stralcio dal libro:

‘ Alcune sono venute a vedere la prima del film a Roma, molte sono state contattate da giornali e da televisioni perché raccontassero anche a loro le storie di discriminazione che avevano subito. Dopo i primi clamori, però, tutte hanno rifiutato gli inviti. Sono state felici per un momento di poter far sentire le loro voci, ma poi sono ritornate a essere quello che sono sempre state e che vogliono essere: delle donne normali.
Hanno voluto sottolineare che le loro storie sono esemplificative, ma che loro non sono affatto delle eroine. Come loro ogni giorno molte madri affrontano problemi o disagi.”

(pag. 143 – ‘Uno virgola due’ di S.Ferreri- Ediesse)

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Apparso su Declinate al femminile.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 23, 2008 alle 2:25 am

Pubblicato in 2008, analisi, interviste

Intervista a Silvia Ferreri – II

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>> Parte I

BG Per arrivare a questo risultato, per terminare il progetto, nel libro più che nel documentario si intuiscono tutta una seria di traversie, problemi. Anche a livello pratico. Ti va di raccontarci qual è stata la difficoltà più inaspettata e invece quella che ti ha fatto pensare almeno una volta ‘no, non ce la faccio a finire’?

SF Le difficoltà più grandi in realtà sono state due, contro cui ho sbattuto la testa per tantissimi mesi. La prima è stata quella di trovare donne che si raccontassero, raccogliere del materiale insomma. All’inizio ho messo degli annunci, molte donne mi hanno scritto. Ho ricevuto solo nel primo mese diciamo circa un centinaio di lettere con storie pazzesche, però di queste cento nessuna ha accettato di testimoniare. Allora ho ripreso a cercare, a girare gli ospedali, nei centri anti mobbing, i sindacati, alla ricerca di materiale registrabile. Perché di materiale in realtà ce n’era tantissimo ma era appunto difficile convincere poi le donne a raccontare la loro storia davanti alla telecamera. Chi per vergogna, per umiliazione, o perché ancora lavorava dentro al posto che la discriminava…
Alla fine comunque, certi incontri sono arrivati casualmente. Ad esempio il gruppo di donne che parlano di conciliazione all’inizio, le ho incontrate per strada un giorno che ero in giro a fare interviste e mi sono sembrate molto adatte per raccontare quel particolare aspetto, la conciliazione. Invece, Simona, questa donna di Prato… mi è arrivò una lettera inaspettata dopo che avevo chiesto a varie redazioni materiale e loro non sembrano averne finché mi hanno girato questa lettera che raccontava di un’esperienza allucinante. Un’altra trasmissione, invece, mi ha girato la lettera di Cinzia, quella ragazza che ha subito una grave forma di mobbing lavorando nella televisione. In effetti col tempo le storie sono arrivate anche da fonti a cui avevo lanciato ami che sono tornati indietro, però è stata una ricerca difficilissima.
La seconda grossa difficoltà è stata trovare una donna che accettasse di farsi riprendere durante il parto.

BG In effetti, su questo aspetto sono rimasta sorpresa. Premetto che ho comprato ‘Uno virgola due’ e l’ho visionato di recente. Per cui siccome adesso siamo molto abituati a quest’invasione di docu-soap, reality di vario tipo… pensavo ingenuamente che le riprese del parto le avessi registrate subito proprio perché oggi siamo invasi da questo tipo di trasmissioni, poi tu lo sai perché ne accenni anche nella parte finale del libro. Ci sono tante forme di divulgazione, tante donne che accettano di farsi riprendere anche in momenti delicati. In realtà, dal libro sembra invece che sia più una questione di visibilità o no?

SF Assolutamente. Quando ho iniziato a cercare, e lo racconto anche nel libro, la donna che mi facesse riprendere il suo parto, questi reality sulla maternità ancora non esisteva. Ero in contatto con vari ospedali tra cui il San Camillo e pareva che non si trovasse una donna disposta a farsi riprendere. Ho passato mesi in attesa, a parlare con le ginecologhe, i medici e il primario… le uniche che trovavo erano straniere che lo avrebbero fatto in cambio di soldi, però era una cosa che io non volevo fare. Innanzi tutto perché non volevo pagare, una circostanza del genere al di là di eventuali regali fatti poi a Monia e ai suoi bambini ma fatti col cuore perché veder nascere questa bambina è stato incredibile… io non lo volevo comprare un momento così. Poi era necessario che fosse una donna italiana dal momento che si parla di natalità italiana anche perché se ci mettiamo a ragionare sulla natalità degli stranieri la questione cambia notevolmente. Cercavo una donna italiana e non riuscivo a trovarla. Poi ho scoperto che, invece, l’ospedale San Camillo era invaso dalle telecamere di Fox che iniziavano a girare questo reality sulla maternità e lì sono diventata una bestia perché allora ho capito che era evidentemente una questione di visibilità, di soldi, di diventare famose. Andava bene per Fox, per Bonolis che quando voleva fare la trasmissione sul passaggio al nuovo millennio, in ospedale mi raccontavano di donne che si facevano iniettare la sostanza che accelera le contrazioni per essere quelle da riprendere mentre facevano il primo nato del millennio. E questi risvolti qui mi hanno veramente disgustato.
Invece poi ho incontrato questa donna, senza nessuna pretesa, che non ha voluto niente ma ha chiesto di incontrarmi perché aveva saputo del progetto. Voleva solo parlarmi e capire che tipo di persona ero, sperava di poter avere le ripresa del suo parto. E ha accettato per questo, senza chiedere niente. Così sono stata in sala travaglio con lei, tutto il tempo, io e un altro operatore e le ho detto più volte che potevano – lei e suo marito – in qualsiasi momento chiederci di uscire e noi avremmo spento tutto e ce ne saremmo andati ma non hanno detto nulla. In questo sono stata fortunata. Lei tra l’altro è stata molto silenziosa, si sentivano delle urla pazzesche dalle altre sale e io le ho anche chiesto ‘ma come fai?’ ma lei mi ha risposto che comunque anche urlando non cambiava niente. Una donna splendida, senza voler saper nulla, le è bastato incontrarmi e guardarmi in faccia. Mi ha scioccato questo risvolto, per la sua semplicità, senza nessuna idea di immagine.
Questa comunque è stata una difficoltà che mi ha davvero demoralizzato perché alla fine c’era la produzione che mi chiedeva di chiudere, erano dodici mesi che raccoglievo materiali. Non potevamo aspettare ancora. Per cui a un certo punto mi sono data una scadenza anche se sapevo che, senza le scene del parto, il documentario non sarebbe stato come lo avevo immaginato.

BG Oltre tutto, dopo, ti aspettava un grosso lavoro. Nel libro accenni a più di cinquanta ore registrate solo di testimonianze dirette. Dopo, quindi, c’è stata la fase di selezione, analisi e scelta non facile tra le storie che avevi raccolto.

SF Infatti. Ma ho capito che io sono così. Adesso sto girando un nuovo lavoro e ho già registrato sessanta ore e me ne mancano altre quattro o cinque. Per cui è il mio modo di girare, evidentemente. Magari vado a prendere i momenti più impensati. Poi il lavoro di montaggio è quello più faticoso ma anche oneroso a livello di tempo.

Segue…

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Segnalazione per chi abita vicino a Modena:

Martedì 20 maggio 2008 alle ore 21 presso La Tenda in viale Molza: Donne: che tempi! Conciliazione dei tempi tra lavoro, famiglia e libertà. Proiezione di Uno virgola due di Silvia Ferreri, 52′, Italia, 2005. Tindara Addabbo, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, intervista la regista.
Altre informazioni qui.
Nel caso, ci si potrebbe vedere là.

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Vi propongo una sorta di salto spazio-temporale attraverso due spunti:

1
Qui trovare alcune prime annotazioni, del neo ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna. “Le mie idee per la famiglia e le donne”.
Vorrei che le leggeste e le teneste ‘in un cassetto’. Più avanti in quest’intervista con Silvia Ferreri arriveremo a parlare anche di questo. Del perché, secondo lei, oggi l’Italia è il primo paese del Terzo Mondo. Che è un’affermazione forte. Ma capirete strada facendo.
Intanto, arrivare a focalizzare gli obbiettivi di un nuovo Governo mi sembra comunque importante (comunque rispetto all’ideologia politica di ognuno, intendo). Obbiettivi che non vuol dire ‘realizzazione’, ma intanto da lì si inizia, di solito.

2
Uno stralcio tratto dal libro che accenna a ragionamenti su cui ci soffermeremo la prossima settimana:
” Forse la soluzione del problema non sta nelle concessioni ma nel far si che gli interessi della lavoratrice e quelli dell’azienda coincidano. [...] E’ evidente che se le donne fanno parte del mercato del lavoro, le aziende devono imparare ad assorbirle e ad utilizzarle in tutta la loro complessità e versatilità.” (pag.58 – ‘Uno virgola due’ di S.Ferreri)


Barbara

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Apparso su Declinate al Femminile.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 20, 2008 alle 4:18 am

Pubblicato in 2008, analisi, interviste

Intervista a Silvia Ferreri – I

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Quella che segue è un’intervista telefonica che ho registrato con Silvia Ferreri, autrice del progetto ‘Uno virgola due’ che nel 2007 è diventato un documentario acquistabile con il libro- backstage.

Ma Silvia Ferreri non è una scrittrice. Ha frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma come attrice e dal 1999 lavora, appunto, come attrice per il cinema e la televisione oltre che per il teatro, in numerose produzioni italiane e straniere. “Uno virgola due”, da lei scritto e diretto, è diventato dopo due anni il suo primo film da regista.

Chi segue l’E-magazine sa che ho già scritto di questo progetto QUI.

Alla fine ho provato a contattarla, senza troppe speranze in realtà.

Invece ho scoperto una donna disponibile, attenta e convinta del progetto quanto consapevole della difficile situazione delle donne-madri-lavoratrici italiane.

E ci siamo incrociate in una di quelle ‘finestre temporali’ in cui potevamo sfiorarci, io dal bolognese e lei in viaggio, attraverso un nuovo importante transito.

Riporto dunque, l’intervista telefonica integralmente (attraverso più post in pubblicazione nelle prossime settimane). Integralmente e senza filtri. Il linguaggio che leggerete è decisamente quello ‘del parlato’ che esprime anche l’atmosfera che si è creata tra noi scambiandoci informazioni, quesiti ed esperienze.

Ci tengo a ringraziarla ancora prima di iniziare questa ‘trascrizione’ perché davvero mi ha dato modo di approfondire il suo lavoro, le tematiche e quelle difficoltà, mancanze, disagi e ingiustizie che ha potuto ‘toccare con mano’ incontrando tante lavoratrici madri e ascoltandone le storie, a volte allucinanti. Realtà che sembrano lontane, quasi finte tanto sono ‘troppo’ e che invece accadono a una strada di distanza da noi (a volte non c’è neanche quella a separarci da loro, che poi siamo noi). Grazie Silvia.
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BG Iniziamo dal documentario: diciamo che ci si aspetterebbe una sequenza di interviste, di esperienze. Invece il documentario è qualcos’altro. Tu l’hai strutturato in un modo ben preciso. Hai voglia di parlarcene, di spiegare cosa speravi di lasciare?

SF In realtà la struttura del film è venuta col tempo, nel senso che all’inizio ho raccolto il materiale. Dopo di che ho cercato di realizzare le interviste, e non era semplice perché anche se c’erano le storie era poi molto difficile convincere le donne a raccontarle davanti alla videocamera. Dopo le interviste vere e proprie, comunque, è nata la struttura del film anche se l’idea del parto c’era dall’inizio perché secondo me era perfetto per il messaggio. Purtroppo è stato molto difficile trovare una donna disposta a farsi riprendere durante il parto.
Infine, tutta la storia della mia famiglia che si interseca, si alterna con le interviste, anche questa è stata una scelta venuta col tempo. Il problema era che avevo dei dati dell’Istat che avevo bisogno di raccontare. Quando però ho chiesto alle ricercatrici un’intervista, sono sorti tantissimi problemi. Alla fine, dopo vari passaggi burocratici, ci hanno concesso l’intervista ma la ricercatrice ci ha detto che poteva solo leggerci i dati perché non poteva commentarli tanto meno raccontarli. In pratica ho avuto tantissimo materiale dall’Istat, che le ricercatrici mi hanno spiegato e raccontato, ma a telecamera spenta. Poi, però, non avevo i mezzi per spiegarli, questi numeri. Così alla fine ho aggiunto i riferimenti della mia famiglia, che in un qualche modo coincidevano con quelli dell’Istat rispetto alla natalità, per cui questo inserimento è venuto dopo.

BG Devo dire che secondo me, i flash con le donne della tua famiglia, sono una delle parti più ad effetto, nel documentario. C’è questa casualità che rimane molto addosso. Nel finale poi, fai un riassunto molto significativo e lì è facile immedesimarsi e capire quel ‘ Mia nonna ha fatto…, mia madre…’.

SF Assolutamente. Perché poi mi sono resa conto che la mia famiglia rispecchiava perfettamente i dati dell’Istat di natalità e oscillazioni. Per cui ho deciso alla fine di usare le foto e la mia storia girata in questo modo per raccontare dei numeri che altrimenti sarebbero rimasti appunto, solo dei numeri.

BG In effetti è complicato mostrare con la telecamera situazioni schematizzate da statiche. Diventa quasi stantio.

SF Esatto. Sarebbe stato troppo pesante e sicuramente non avrebbe avuto un effetto così forte, nel senso che non sarebbero poi rimasti così impressi, quei dati. E invece in questo modo, attraverso quei numeri si spiegano anche vari fenomeni che riguardano la natalità come il baby boom, la conciliazione che inizia negli anni’70, la posticipazione che risale agli anni’90… tutta una serie di fenomeni che evidentemente hanno attraversato la mia famiglia con precisione. Per cui mi è sembrato il modo giusto, naturale per raccontarli.

BG Quindi ti ritrovi in quel ‘uno virgola due’ che sul finire del documentario, secondo me anche un po’ provocatoriamente, rappresenti? A conclusione delle interviste dici appunto ‘Mia nonna ha fatto…, mia madre…, mia sorella… ‘ poi finisci con ‘ e io ho fatto un documentario’. Tu ti ci ritrovi ancora dentro questo ‘uno virgola due’, insomma?

SF Al momento io sono a ‘zero’, però come categoria certo. Sono il frutto esatto di quella che è la posticipazione rispetto alla natalità. Ho trentacinque anni, ancora non ho figli e pur volendoli sto aspettando.

Segue…

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Sempre a proposito di ’statistiche’ e numeri, ho rintracciato un post sul blog ‘Dolcemente complicate’ del gruppo blogosfere. Risale al 21 Aprile 2007 . Come si è detto, i numeri sono freddi, è difficile capirli a fondo o ricordarli se non ci toccano da vicino, se non diventano immagini precise o storie. Ebbene, mi hanno colpito molto queste affermazioni:

” …in Italia il 51% delle donne dopo aver partorito per la prima volta decide di dedicarsi full time al ruolo di mamma e casalinga. “

“Ricordiamoci che esistono Paesi, come la Svezia per esempio, dove nascono molti più bambini rispetto all’Italia ma dove la partecipazione femminile al mercato del lavoro è dell’80% contro lo scarso 50% del nostro Paese!”

I dati provengono da un’indagine condotta da Ipsos per conto dell’Osservatorio Lines che ha incrociato i dati ufficiali dell’Istat con le interviste a 1.000 donne occupate di età compresa tra i 20 e i 49 anni.

E sulle scelte di vita non si discute.
Eppure mi piacerebbe davvero sapere quali – tra i numeri di cui sopra o quelli dell’Istat – rappresentano scelte consapevoli e libere piuttosto che obblighi o comunque strade percorse perché altro non si poteva fare.
Perché in effetti è tutta lì la differenza, secondo me.
Non è una questione di migliore o peggiore, brava o cattiva madre/lavoratrice. Si può decidere di rimanere a casa coi figli tanto quanto di proseguire a lavorare dopo il parto (se, si può fare una scelta, intendo più che altro dal punto di vista economico).
Le scelte libere non sono nient’altro che questo: percorsi volontari.
Ma quando si viene indirizzati verso una certa strada da altri… ecco. Lì mi fermo a riflettere. Poi magari pesto i piedi e urlo. Dipende.

Barbara

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Apparso su Declinate al femminile.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 17, 2008 alle 5:14 am

Pubblicato in 2008, analisi, interviste

Ci sono posti

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Si ritrova lungo la strada senza rendersene conto; non c’è un percorso, qualcosa che le indichi con precisione dove girare o come arrivarci.
E neanche se ne accorge, non subito almeno, che l’ha trovata.

Cammina continuando a guardarsi in giro poi un raggio di sole, due cartelli storti e nell’aria un odore familiare. Si è lei, pensa, mentre rallenta l’andatura. D’improvviso ricorda il verde scuro che la colpì scendendo dalla Volvo dei suoi, ricorda l’odore di muffa e la nebbia mattutina che ne sfumava i contorni. Poi quel senso di pericolo che le ha fatto gelare il sangue, voci lontane, distorte e un agente che l’ha presa per un braccio, la tratteneva ma lei non capiva, voleva andare, proseguire e sapere cos’era successo, perché dicevano che suo fratello era lì. Ma lì dove?

Certi posti trattengono frammenti indelebili, che li collegano alle persone; tracce invisibili che sono vecchi amici mai dimenticati. E quando si riuniscono riaffiorano colori precisi, un vago aroma che trasforma la percezione in memoria e recupera schegge sepolte, di vite che sono rimaste impresse.

Proprio lì, in quella strada stretta dimenticata dall’urbanizzazione è successo.
Dieci anni fa, però.
E il solo pensarci, ricordare che, sembra complicato, uno di quei film in bianco e nero con la pellicola rovinata dal tempo e le mani. Sembra anche diverso però, adesso che si guarda in giro associando spazi a pezzi di vita sepolti dallo scorrere del tempo; sembra perfino insensato mentre ci cammina con gli occhi di quei vent’anni rubati ai banchi, con la voglia di fare tutto, ridere, non pensare e uscire solo per il gusto di non fermarsi mai.

Le campagne emiliane sono indolenti, è difficile descriverle perché il loro sapore dipende dall’umidità, dai canali quanto dalle distese di terriccio secco e incolto. E’ difficile perfino immaginarle, bisogna posarci i piedi in certi angoli nascosti, tra piante enormi e strade che sono scie di buche e ciuffi d’erba selvatica.
Lei sa però, si è fissata tutto nella testa – polaroid automatica – prima di andarsene. E adesso è tornata. Solo che non pensava di averne ancora paura.

Era il millenovecentonovantasette.
Quando suo fratello si sentì male.
Dopo una nottata passata con la solita compagnia, ‘quelli grandi’ li chiamava lui perché erano tutti ultra venticinquenni mentre lui ne aveva appena compiuti diciotto. Ogni minuto libero lo passava con loro. Beveva e di certo faceva anche altro ma non le interessava granché all’epoca. Dopo invece si, è diventata un’ossessione scoprire cosa, come, dove ma soprattutto perché. Ossessione subdola, ridicola nel suo cercare qualcosa che ormai non esisteva più eppure per molto tempo non è riuscita a fermarsi, ha continuato a inseguirlo, cercarlo. Come oggi.

Era il diciotto febbraio, faceva freddo, umido come sempre in questi posti pieni di vegetazione rada e case diroccate.
Una macchina – si dice scura – ha scaricato un corpo lungo una stradina di periferia, in piena campagna. Un vecchio se n’è accorto solo perché urinava in santa pace dietro una pianta, oltre un paio di siepi c’era casa sua ma la necessità era tale da impedirgli di raggiungerla in tempo per. (Non si è mai chiarito cosa facesse a quell’ora il distinto contadino in pensione tra stradine buie e piante selvatiche).
Comunque li ha visti arrivare a tutta velocità – ha detto alla polizia che la macchina era stipata di gente – poi un’inchiodata da film americano e il tonfo.

Era mezzanotte passata da poco quando suo fratello è stato lasciato lungo quella stradina fangosa.
Nel suo stomaco c’era una miscela letale di alcool e chimica ma nessuno poteva saperlo. Ancora.

Raggiunto l’incrocio con la provinciale si volta, il sole illumina il paesaggio al punto che deve mettersi la mano davanti agli occhi per non vedere tutto bianco.
Allora è così, pensa mentre la paura evapora e lo scopre meno doloroso quel posto, non c’è niente lì che racconti di quella maledetta notte più nera delle altre. Le scappa una smorfia, un sorriso strozzato. Cosa pensava di trovarci? Anche adesso non riesce a rispondersi. E’ tornata ma non sa, non capisce se davvero, se lui o magari loro, se si poteva.

Ci sono posti che non si possono spiegare, in realtà non esistono finché non li si attraversa con gli occhi sbarrati e le orecchie in ascolto. Poi forse, anche dopo finiscono dimenticati.

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Foto BG.

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Alcune note dall’ ‘officina’ creativa.
Fotografia: è stata ‘rubata’ in senso letterale mentre aspettavo in macchina lungo una strada provinciale delle campagne modenesi, in pratica mi sono fermata in attesa che la macchina davanti a me svoltasse a sinistra e voltando la testa alla mia destra ho visto che ero ferma davanti al collegamento con un piccolo viottolo non asfaltato. C’era questo sole mattutino, brillante e in salita ma i colori risentivano ancora della nebbiolina leggera della notte. Così ho scattato.
Racconto: come dico in parte nella narrazione, ci sono posti che hanno qualcosa da dirci pur rimanendo in silenzio. Ci aspettano per sussurrarci quei segreti che custodiscono, di gente passata, avvenimenti accaduti… l’idea che in questa stradina di campagna possa essere successo qualcosa di ‘brutto’ mi è arrivata da subito, già mentre scattavo. Di certo ha contribuito l’atmosfera. Il fatto di trovarmi ferma proprio lì davanti di mattina presto (non erano ancora le otto), in quella finestra temporale dove le campagne si allontanano dalla brina, la notte e il grigio e cercano di avvicinarsi al chiarore di mezzogiorno, quella limpidezza che nelle belle giornate illumina tutto. E’ un transito anche questo per me, l’ho sentito sulla pelle, come una finestra in un certo senso anche temporale. Allora lì, tra la ghiaia e la vegetazione selvatica ci ho visto una donna che camminava, un pò smarrita, un pò confusa. Il resto è venuto da sè.

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Racconto contaminato pubblicato sul blog Declinato al Femminile su menstyle.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 14, 2008 alle 2:54 am

Allo specchio – Novel trailer e backstage

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Questa slide presenta uno stralcio narrativo che fa parte della ‘Contorsione’ per il nuovo numero della rivista Historica, in uscita prossimamente.

Si tratta di una narrazione pulsante, non è un racconto in senso stretto. Descrive, si, una circostanza che però vuole essere più un simbolismo che un’azione vera e propria.

Lo specchio è sempre stato qualcosa di più che vetro e cornici, dimensioni diverse quanto materiale che appunto riflette immagini.
Lo specchio è un oggetto sacro per taluni, profano per altri, ossessione estetica quanto giudice implacabile.
In particolare penso che per le donne abbia rappresentato – e rappresenti tutt’ora – un amico fedele quanto crudo, più facilmente nemico spietato capace di generare paure, alimentare fobie, fissazioni e stili di vita.
Lo specchio è dunque un oggetto pericoloso. E le donne di oggi ne sono spesso assoggettate. Vittime quanto carnefici di se stesse. Desiderose di ‘apparire’ come vogliono, come impone la moda, il canone di bellezza del momento.

Questo stralcio narrativo è una provocazione.
Una sfida.
Uno svelare qualcosa che – forse – molte donne hanno pensato di fare sul serio.
Togliersi di ‘dosso’ tutto ciò che è ‘estetico’, che ne determina la bellezza o bruttezza, tutto quello che può essere giudicato o comparato.

Non ci sono regole, in questa sfida, dentro questo simbolismo che si contorce davanti alla propria immagine riflessa.
Ma soprattutto non ci sono giudizi.

>>‘Allo Specchio’ – novel trailer

Written by Barbara Gozzi

Giugno 11, 2008 alle 6:03 pm

Volevo dirti

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‘Volevo dire però.
Però vaffanculo ecco. È questa la vita? Che gran fregatura allora. Correre, sudare, vomitare, sporcarsi di terra e merda, studiare vaccate, imparare linguaggi, fare l’equilibrista tra consuetudini e costumi. Poi.
Volevo dirti che magari c’è dell’altro.
Le emozioni per esempio. Sempre in agguato. L’odore dell’aria novembrina, pungente e frizzante come una coppa di champagne. Le tonalità che sfumano in un tramonto autunnale mentre sei in macchina di ritorno dal lavoro. La telefonata che non ti aspetti. La pioggia che ti corre fin dentro le mutande mentre la bara sfila tra la ghiaia bianca. Il sorriso di tuo figlio, così intenso e immortale che non esistono parole, non esiste un modo per descriverlo senza sminuirlo, senza inchiodarlo in convenzioni dal sapore vuoto, quel sorriso lì ti resta incollato agli occhi anche quando stai male, proprio per sempre.
Volevo dirti che ci sono poche cose che si possono fare, briciole che sarebbe meglio non perdere per strada inutilmente. Mangiare. Lavarsi. Dormire. E amare.
‘E amare’ l’ho messo volutamente in fondo. Così ti ho dato il tempo di sospirare mentre pensi che sono la solita. Romantica decadente. Fissata con robe che se esistono difficilmente riesci a fartele durare.
Forse hai ragione, a pensare in modo pratico. A chiuderti in questa vita fatta di schemi, orari, scadenze, viaggi, lavori, bollette e vizi (pochi).
Forse.
È che se davvero deve essere una fregatura allora voglio fare a modo mio. Voglio amare insomma. Lasciare qualcosa che ha anche il mio odore addosso a qualcuno. A più di uno se possibile. Se riesco a non avere paura di essere rifiutata, di non essere capita. Odio i ‘no’, lo sai. Li temo come il mal di testa. Eppure se non mi lancio rischio di rimanere con il cuore colmo e la mani vuote. E
vaffanculo allora!
Volevo dirti che tutto quello che non diciamo è perso, sparito nella nebbia del mondo che gira e non si ferma di certo per noi. Per te. Così mi chiedevo se almeno tu ci sei. O se pensi che ci sarai, prima o poi.
Volevo dirti che qualche volta è necessario scoprirsi, mostrare le proprie bruttezze, fragilità, cattiverie, malvagità e dolori. Siamo anche queste cose e non è questione di voler fare il fenomeno. Vorrei poterti dire che mi sento bene, bella, attraente, allegra, vivace, disponibile… e quelle robe lì che odorano di prati primaverili (non so perché ma me li immagino pieni di fiori gialli tipo i piscialetto) ma poi.
Poi mi viene in mente che di riviste patinate ce ne sono già troppe. False e bastarde nel loro voler mostrare una realtà che non esiste. Perché, cazzo, non esiste quella vita lì che tentano di costruire tra corpi lunghi come giraffe e tessuti che sembrano provenire da altri pianeti, coltivazioni extraterrestri insomma.

Sai che manca sempre qualcosa.
Stanotte quel qualcosa che non trovo e cerco, cerco ancora, con la cocciutaggine che ormai conosci anche tu, insomma.
Insomma.
Stanotte sei tu.

Che manchi.’

Piega il foglio con cura. Un angolo dopo l’altro. Sempre più piccolo e stretto. Ne esce un cubetto voluminoso che infila dentro il portafoglio. Magari domani glielo lascia nella buchetta, così, per non perdere quella scrittura notturna sonnambula e solitaria. Triste e arrabbiata. Così, chissà, magari, può darsi.

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Racconto pubblicato su Rivista Inutile che ringrazio.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 8, 2008 alle 3:34 am

Certe giornate

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Certe giornate nascono per non essere.
Certe giornate non esistono perché quando apri la moka bollente e inspiri l’aroma inconfondibile del caffè già pensi alla notte, a quando potrai rintanarti sotto le coperte sperando di essere portata via in fretta, subito. Adesso. Ora.
In realtà lo sai, che non è colpa della giornata – figurarsi.
Sei tu che non esisti.
Per questo è così dura, immaginarti a gestire un tempo che non ti serve, è sempre troppo per quello che dovresti, vorresti.
Cosa vorresti poi?

Smettere di pensare sarebbe già qualcosa.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 6, 2008 alle 8:26 am

Pubblicato in 2008, contrasti, flash, grattare, incertezza

Il tunnel

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- Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!

Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.

- Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!

L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.

- Il tunnel ha delle regola, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?

Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.

Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?

La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.

Gli altri. Mentre muovo qualche passo li osservo ma non c’è molto da vedere, in realtà. Le facce sono tutte uguali. Concentrate. Scolpite. I corpi cammino seguendo un percorso preciso con ritmo e cadenza.

Solo io sembro ‘stonata’, in effetti. Ho iniziato a camminare davanti a me, ma il concetto non è proprio chiaro perché per alzarmi mi sono voltata verso sinistra e da lì sono partita, ma chi mi assicura che non sia la direzione sbagliata? Magari sto facendo il gambero e neanche me ne accorgo! Pazienza, ormai muovo i piedi, tanto vale proseguire poi vedrò cosa fare.

Un ragazzo con due grandi occhi luminosi mi avvicina, a guardarlo bene non avrà più di vent’anni. Parla. Parla. Ma non ho tempo per le chiacchiere vuote, non mi interessa e lo allontano proseguendo a passo più svelto. Se non altro, so cosa non voglio, è già un inizio.

Adesso il tunnel è immerso nell’oscurità, mi accorgo che urto qualcuno quando ormai il danno è fatto. La donna mi rende il favore strattonandomi con un gomito.

- C’è molto da fare. Sei pronta? La ti aspettano ma non per molto.

Mi fermo indecisa. Ho anche la sensazione di sapere cosa c’è da fare, ma non ne sono sicura. Poi vedo, con la coda dell’occhio, dei movimenti veloci accanto a me, folate di vento improvvise. Sono altre persone che corrono nella mia stessa direzione. Maledizione! Vuoi vedere che mi frego, proprio quando sono vicina?

Inizio a correre anch’io, ho il fiatone ma continuo e quando mi fermo mi piego sulle ginocchia. Ho esagerato, come al solito, dovevo capirlo subito che quelli erano troppo veloci per me. Fisso il pavimento e mi sembra troppo chiaro per il tunnel, ripresi i normali battiti mi rialzo e tutto intorno a me è pieno di luce.

Vuoi vedere che ce l’ho fatta lo stesso? Strizzando gli occhi riesco a individuare montagne di carte che mi circondano, mi avvicino e ne prendo in mano alcune.

Qui mancano dei dati… e qui ci sono degli errori di compilazione… bisognerebbe…

Mi guardo in giro in cerca di una biro o qualsiasi cosa con cui scrivere.

Aspetta un momento. Ma tutta questa roba è per me? No, dico… scherziamo? Ho corso, rischiando l’infarto, per farmelo venire lo stesso seppellendomi qui?

Non sono più sicura di voler rimare lì, forse non riesco a tornare indietro ma ci provo.

Cammino per un po’ convinta di rifare il percorso al contrario, chiudo anche gli occhi sperando di riaprirli nell’oscurità ma i primi tentativi non danno risultati. In testa continuo a vedere i numeri e gli spazi nei documenti e, quel che è peggio, la mia mente continua a inserire i risultati in quei fogli dietro di me.

Alla fine tento il tutto per tutto. Riprendo a correre.

Che fatica, però… non ho il fisico per queste cose, non l’ho mai avuto…

Quando mi sento ricoperta di sudore fino alla punta dei piedi, mi fermo. Finalmente è tornata l’oscurità.

Dopo tutto, il tunnel non poteva essere sparito… ho male dappertutto però l’ho ritrovato… perché diavolo non mettono delle indicazioni? Almeno uno si evita di correre avanti e indietro, pensando di sbagliare!

Dovrei fermarmi, giusto per capire quale sarà la prossima mossa, ma so che facendolo decreterei il ritorno del sonnellino sul pavimento e l’omino con gli occhiali mi ha già seccato una volta; non ho voglia di ricascarci.

La passeggiata prosegue tranquilla, gli altri sembrano meno fitti del solito e la strada è più libera.

Meglio così… prendersi contro è proprio seccante! E poi finisce che è colpa mia, ma che ne so? Io cammino o corro, poco per fortuna, ma ogni tanto lo faccio. Tutto qui. Sono loro che cambiano strada e incrociano la mia, ti pare che colpisco qualcuno, tanto per fare? Anzi, se non mi vengono addosso è molto meglio anche per me, ma sospetto che qualcuno lo faccia apposta…

Non riesco a smettere di pensare, camminare inizia a diventare noioso e monotono.

Poi lo sento. All’inizio sembra una cantilena lontana, finché si trasforma in un suono costante per trasformarsi in un pianto vicino. Ma non è un pianto qualunque. E’quello di un neonato.

Ma dov’è? Qualcuno lo sente?

Nessuno mi dà retta, come immaginavo, e mi guardo intorno perplessa. Non riesco a capire se anche gli altri possono sentirlo. Forse sono l’unica a cui interessa.

Ok, qui bisogna darsi una mossa… non si può lasciare da solo un bambino per molto tempo, specialmente se piange in questo modo…

Riprendo a correre, ormai sono più allenata e non sento la fatica. Le gambe si muovono come avessero il pilota automatico, la mente valuta ogni possibilità.

Quando mi fermo sono di nuovo circondata dalla luce, non è proprio la stessa della volta precedente e mi tranquillizzo.

Il pianto si avvicina sempre di più, anche se adesso sono ferma.

Ma allora dov’è?

Sto per perdere la pazienza proprio quando un uomo mi raggiunge, in braccio regge un neonato che indossa una tuta colorata.

- Ma non lo senti piangere? Almeno prova a cullarlo… ha mangiato? L’hai cambiato?

L’uomo mi sorride orgoglioso, posa un bacio sulla fronte del bambino, che si dimena, e me lo piazza tra le mani.

- Adesso vado. Se hai bisogno chiamami al cellulare. Ricordati però, che non posso tenerlo acceso mentre lavoro.

Come sarebbe? Ho bisogno adesso, resta e ti eviti di dover tornare…

Lo osservo mentre si allontana. D’accordo allora, vediamo cosa si può fare qui.

Il neonato ha smesso di piangere e mi fissa. Il suo profumo di buono è inebriante. Gli bacio una manina, una guanciotta paffuta e la testolina senza capelli.

Sai cosa ti dico? Proviamoci… poi vediamo come ce la caviamo, cosa ne pensi?

Un gridolino di risposta è più che sufficiente. Riprendo a camminare ma non faccio molta strada perché senza preavviso mi si para davanti la donna che mi aveva strattonato prima.

- Allora quando torni? Non ti vogliamo sostituire definitivamente, ma se non riprendi al più presto saremo costretti a farlo. Lo capisci vero?

Sono contrariata per essere stata interrotta, dopo tutto ho appena cominciato per la miseria! Ma quando la guardo rivedo quei fogli e quello che potrei fare per completarli.

Nel frattempo il piccolo si agita e devo cambiargli posizione appoggiandolo su una spalla.

Ei… ei… aspetta un attimo topolino… sto cercando di capire cos’è meglio fare…

- Hai deciso?

- Veramente…

La fisso ma non mi sento sicura, abbasso lo sguardo sul piccolo corpo che stringo e non miglioro la situazione.

Ma dico io: può una donna essere monotematica senza tradire la propria natura? Perché deve rinunciare a una fetta di possibilità per partito preso?

Non ho ancora trovato una risposta.

Le allungo il bambino talmente in fretta da non darle il tempo di reagire, finché non lo tiene in braccio.

- Ei! Ma cosa fai?

- Me ne vado.

- Come sarebbe? Qui siamo in ritardo e io devo…

Sento le parole che scorrono veloci ma sono sempre più lontane. Ho ripreso a camminare e non mi volto indietro, non posso. Prima o poi deciderò ma non adesso.

All’improvviso il tunnel mi sembra un posto più confortevole. Almeno lui non mi obbliga a decidere. O no?

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Ringrazio Patrizio Pacioni per aver pubblicato questo racconto, ormai risalente a due anni fa, sul suo portale.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 4, 2008 alle 5:25 am

Appunti su Liquidazione e Imre Kertész

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Lessi ‘Liquidazione’ in un periodo di strappi e in un certo senso è stato proprio questo romanzo che mi ha aperto la mente, sciolto dei nodi.

Kertész scrive di Auschwitz perché è lì che si sono ossidati tutti gli elementi centrali alla sua pulsione narrativa, perché Auschwitz è dolore quanto disperazione quanto voragine nera e infinitamente buia dentro cui si cade e, pur rimanendo in vita, si è anche un po’ morti, si resta là pur camminando su altre strade.

Kertész insegna a disgregare le strutture, a mantenere potente e intensa una storia, una narrazione intaccando però la rigidità tradizionale delle strutture stesse.

In ‘Liquidazione’ il lettore sa dove sta andando segue Keserù (direttore editoriale decadente e alla deriva – non a caso- che vive dentro una sua ‘liquidazione’ editoriale ma anche culturale), ma anche Sara (l’amante – moglie di un amico di B che è un scrittore geniale quanto altalenante, sofferente) e Judit (la prima moglie di B). Il lettore li segue e insieme a loro ‘entra ed esce’ tra registri, strutture narrative, tra scritture teatrali quanto epistolari quanto poetiche. E forse quasi non se ne rende conto. Nel senso che è tutto ‘così naturale’, sequenziale, sorseggiare piano l’uno poi l’altro e ancora.

‘ADAM Nessuno può revocare Auschwitz, Judit. Nessuno, e non conta nessuna autorizzazione. Auschwitz è irrevocabile.
JUDIT (sempre più disperata) Io sono stata lì. Ho visto. Auschwitz non esiste.
ADAM (si avvicina a Judit, l’afferra forte per le spalle) Ho due bambini. Due bambini che sono per metà ebrei. Che non sanno ancora nulla. Dormono. Chi racconterà loro di Auschwitz? Chi di noi dirà loro che sono ebrei?
JUDIT (sottovoce, quasi scongiurando) E se non glielo dicessimo?

CALA IL SIPARIO

(pag.109)

‘Odiavo il fatto di essere ebrea, e avrei odiato ancora di più il fatto di negarlo. Soffrivo di vere e proprie nevrosi, come tanti altri, e proprio come questi altri, anch’io vedevo l’unica via d’uscita nell’abitudine. Ma accanto a B. imparai che ciò non era sufficiente.’- pag.98 – (dalla lettera di Judit al nuovo marito)

Morire è facile
la vita è un immenso campo di concentramento
che Dio ha messo su per gli uomini sulla terra
e che l’uomo ha poi sviluppato
sino a farlo diventare un campo di sterminio per l’uomo
Suicidarsi corrisponde
a fregare quelli che stanno di guardia
scappare disertare e di quelli che rimangono
sghignazzare contenti
In questo grande lager della vita
[…]
qui ho imparato che la ribellione è
RESTARE IN VITA
(pag.55-56)

Dunque, stralci poetici quanto linguaggio epistolare quanto frammenti di dialoghi teatrali e ovviamente narrativa pure. Tutto in unico testo che non è però ‘pesante’. La lettura è immediata, scivola. La lunghezza adeguata anzi, forse un tantino ‘meno’. Il lettore arriva in fondo e ne vorrebbe ancora, un’appendice, un prologo, un ‘qualcosa’ da continuare a leggere o che magari chiarisca (a me è successo).

Perché la straordinaria grandezza di Kertész è la stratificazione. I simboli, i significati, i sensi ‘celati’ sono sparsi, disseminati dentro una trama tutto sommato semplice. Non è l’originalità della storia nuda e cruda, l’elemento con cui Kertész vuole colpire, attirare l’attenzione. E’ tutto ciò che sta dietro a quella trama, che ‘richiama’ anche in corso di lettura.

Kertész è un abile giocatore, secondo me. Mescola i personaggi, varie le importanze, sposta gli assi temporali ma soprattutto i registi. E lo fa come io preparo il caffè la mattina presto. Con naturalezza e semplicità.

Penso che la lettura di almeno un libro di questo autore possa essere illuminante per molti. Anche se di ‘talune tematiche’ forse si preferirebbe leggere poco. Auschwitz è un personaggio ingombrante e onnipresente. Eppure anche dentro questo ‘buco nero’ che assorbe e annulla, anche lì dentro c’è qualcosa che vale la pena di afferrare.

‘ Il sopravvissuto costituisce, nel suo sistema, una specie a parte. – continua -, una sorta di specie animale. Secondo lui siamo tutti sopravvissuti, e ciò determina il nostro mondo concettuale perverso e atrofizzato. Auschwitz. E poi questi quarant’anni alle nostre spalle. Diceva di non aver trovato ancora una risposta precisa a qust’ultima deformazione della sopravvivenza – cioè a questi quarant’anni. Ma la stava cercando, e ormai era assai prossimo a trovarla.’ (pag.24) (il dialogo è riferito a B.)

Concludo con una nota di personale attaccamento all’autore.

La presenza continua e potente di Auschwitz, i cambi di registro, gli scavi tra dinamiche culturali quanto simboliche; tutto in Kertész può portare il lettore a trascurare i sentimenti. Sembra quasi che per lungo tempo non ci sia posto per ‘certi’ sentimenti. L’amore tra tutti. Keserù era amico di B ma non ne capisce il suicidio. Judit ha amato molto B ma alla fine si sono comunque separati. Anche Sara gli vuole bene ma restano comunque distanti, come se ad amplesso concluso avessero esaurito gli argomenti di conversazione.

Sembra.

Ma in mezzo a una narrazione che è anche denuncia sociale, intellettuale; i sentimenti grandi e potenti ci sono e questo me lo ha fatto apprezzare ancora di più. Perché certe volte non c’è bisogno di abbondare con le parole, di affogare nei preludi. Bastano poche, sapienti righe.

‘Tra le fiamme la scrittura si faceva incandescente:
... sulla base dell’autorizzazione che mi viene da quanto ho vissuto e sofferto, per te, e soltanto per te, revoco …
E’ sempre colpevole chi rimane in vita. Ma saprò sopportare la ferita.
(pag.108)

Eccola dunque, una delle più grandi dichiarazioni d’amore. B che ‘revoca’ tutto ciò che Auschwitz rappresenta alla sua amata Judit, per sempre.

Liquidazione
di Kertész Imre
(Feltrinelli, 2005), isbn: 88-07-01673-7
Titolo originale: Felszámolás
Traduzione di Antonio Sciacovelli

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Barbara Gozzi

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La mia non recensione a ‘Liquidazione’ QUI.

Written by Barbara Gozzi

Giugno 1, 2008 alle 8:23 am