Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Maggio 2008

Femminile?

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Mi dice: ‘Tu non sei femminile’ e io mi fermo, ruoto il collo per guardarlo.
Mai pensato di esserlo. Mai voluto.
O no?
Me lo chiedo adesso, dopo. Ed è una domanda insistente quanto scivolosa.
Forse ogni tanto, quando magari o potevo ed era.
No.
Io e questo sacco non possiamo.
Poi però mi ha sorriso. ‘Tu sei così, lo so. Magari un tacco alto, diciamo medio, o un jeans elasticizzato…’ Occhiolino da corsaro prima di uscire, scappare.
E io resto seduta, mi sbircio e scuoto la testa. Ma i tacchi dove? Alle tennis non rinuncerei neanche…

Credit foto.

Written by Barbara Gozzi

Maggio 29, 2008 alle 3:20 am

Berger John – Abbi cara ogni cosa

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‘Abbi cara ogni cosa’ è un libricino grande come una mano, centoquarantotto pagine per dieci euro. Il sottotitolo recita ‘ Scritti politici 2001-2007’ che lo colloca inevitabilmente tra gli scritti contaminati. Non è un vero e proprio saggio, tanto meno una qualche forma di narrativa mista.
Continua a tornarmi in mente il Moleskine, come approccio quanto meno, nell’intento di miscelare pensieri, descrizioni, considerazioni, volti, schizzi e immagini. Penso che potrebbe essere decisamente un moleskine svelato al pubblico. In un certo senso molti di questi scritti sono ‘intimi’ non tanto nella forma piuttosto nei contenuti che si addentrano tra meandri ripidi, evoluzioni geo-politiche, razze e popolazioni diverse quanto persone che Berger ha studiato, amato o odiato attraverso l’occhio del critico quanto le labbra dello ‘storyteller’.
Berger è di una poliedricità che disarma. Spazia in ogni scritto. Allarga l’orizzonte poi riduce l’obbiettivo. Affonda le unghie tra le mode e gli atteggiamenti poi si fissa su un volto, un singolo volto che in sé racchiude molto, tanto altro. Poi i campi, i componimenti poetici di Nazim Hikmet, le strofe di Morrison, Francis Bacon e tante, tantissime analisi che arrivano come uragani poi scemano. Gli scritti in media non superano le dieci pagine circa, e sono in totale asincronia temporale. In questo, il senso di meravigliosa confusione, che è più apparenza dovuta all’alternanza degli anni, degli scenari e delle tematiche, eppure l’ebbrezza delle miscelazioni richiama molto gli appunti sparsi, scomposti, dei moleskine.
Le poesie sono per Berger fonte inesauribile di mistero. Da ognuno trae qualcosa di diverso, eppure rinnovabile e ne rende partecipe il lettore inserendone brevi stralci tra gli scritti, una condivisione forse necessaria che proietta chi legge verso un’altra dimensione e così sarà per gli altri elementi contaminatori.

Quando il coro della terra trova occhi nel cielo
e rivela gli uni agli altri nella fertile oscurità
abbi cara ogni cosa
(Gareth Evans – pag.118-119)

C’è poi uno schizzo, riportato verso la fine del libricino, che lo stesso Berger fece di suo pugno a una donna in occasione di una cena. Ed è un disegno che nei suoi tratti semplici, tra le linee di un viso che ha visto molte espressioni e tanto sole, lì ci sono perfino delle parole. Frasi aggiunte dal Berger e che escono dalle linee, circondano lo schizzo come a volerlo illuminare. Purtroppo la riproduzione nel libro è troppo piccola, non si leggono le frasi eppure l’ho trovato così illuminante, miscelare volti tratteggiati con parole uscite dopo, come a voler fondere diverse forme d’arte. Il disegno si intitola ‘Alexandra’ e risale al 2007.
Berger non è un tuttologo, anche se a leggere questo libricino si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo come quelli che si proclamano ‘capaci di dire e fare su ogni argomento importante’. Niente di tutto questo.
Berger è prima di tutto un osservatore, un ascoltatore acuto, una persona abituata a riflettere, a scavare tra le radici umide, i campi incolti e gli animali che pascolano a caccia di un ciuffo d’erba buona. Ama ogni forma d’arte e lo dimostra perfino in questo scritti appunto catalogati come ‘politici’ dove la maggior parte dei ragionamenti, in effetti, verte su dinamiche delle società moderne, scelte di governi, percezioni del vivere e lasciarsi vivere oggi, contraddizioni in termini religiosi, sociali ed economici. Tanto, molto davvero ma mai un ‘generalizzare’ gratuito. Ogni scritto ha in sé un suo peso specifico, un inizio e una fine che in un qualche modo scandiscono il ritmo al lettore, gli fanno voltare le pagine consapevole di cosa andrà a trovare.
E non c’è supponenza, tra le righe. Non c’è la volontà di convincere o lanciarsi in lunghe spiegazioni in favore di una tesi. E’ piuttosto un annotare. Scenari quanto pensieri. Berger non la manda a dire, questo è certo, e molte delle sue osservazioni sono anche palesi provocazioni.
Eppure – che il lettore sia d’accordo o meno, che non è affatto scontato – si finisce per seguirne i fili, quasi ammaliati.
E’ difficile oggi arrivare alla fine di un libro che non ha trama. E se si sceglie un saggio in genere è strettamente collegato a una passione o un’esigenza professionale.
Invece ‘Abbi cara ogni cosa’ si divora. Lo stile è senza dubbio scorrevole ma mai trascurato o lascivo. Preciso ma pulito, senza artifizi lessicali o strutturali. E’ un ‘parlare’ senza voler colpire chi ascolta, non attraverso linguaggi quanto meno. E’ un lanciare ami preziosi, parole pesanti ma sussurrate che richiedono tempo e pazienza per arrivare in fondo, per ‘attecchire’.

Cercare ogni mattina
quel poco
che ti fa sopravvivere un altro giorno.

Sapere quando ti svegli
Che in questa giungla di leggi
Non esistono diritti.
Sperimentare negli anni
che niente migliora
e tutto va peggio.

L’umiliazione di non riuscire
a cambiare quasi nulla,
e di afferrarti a quel quasi
che presto porta a un altro punto morto.

(pag.13)

Questo stralcio poetica scritto dallo stesso Berger si trova dentro lo scritto ‘Sette livelli di disperazione’ scritto nel 2001 e non credo richieda molti altri chiarimenti storico culturali.
La guerra è per Berger un fenomeno ossessionante, un buco nero devastante che incombe. Separa eppure ritorna, alimenta l’industria del potere, del sangue e delle manovre. E lascia in silenzio una parte importante di questo nostro mondo sempre più sordo, cieco e vuoto.

“Per noi”, dice una madre palestinese a un checkpoint dopo che un soldato delle Idf le ha tirato dietro un lacrimogeno, “per noi il silenzio dell’Occidente è peggio delle loro pallottole”, e fa un cenno con la testa in direzione del mezzo blindato.
Probabilmente lo scarto tra i principi enunciati e real-polik è una costante della storia. Spesso i discorsi sono magniloquenti. Qui, invece, è il contrario. Ciò che si sta consumando è la meticolosa distruzione di un popolo e di una nazione promessa. E questa distruzione è circondata da parole inadeguate e da un silenzio evasivo. (pag.16)

Come questo, ce ne sono tantissimi davvero di spunti, constatazioni, analisi e descrizioni. Berger sa di cosa parla, è stato in tutti i posti di cui poi ha scritto, a tratti descrive scene che sta vedendo nel momento in cui scrive. Ed è un incontro spazio-temporale che lascia il lettore sospeso. Come esserci e allo stesso tempo sapere che non. E in quel ‘non’ è racchiusa tutta la filosofia di questi scritti. E’ un po’ come se Berger sottintendesse: ‘Tu, caro lettore, che non sei, non eri, non sai… almeno ragionaci, non chiuderti, non lasciarti accecare dai blablabla vuoti, dagli slogan ammaliatori tanto quanto dal consumismo che desensibilizza, distrugge. Tu che puoi, non smettere di (ascoltare, leggere, documentarti, riflettere…)’. Io l’ho sentito questo messaggio tra testi diversi quanto uniti da questo stesso comune denominatore.
Dal 2001 al 2007 molte circostanze sono cambiate, gli scenari si sono evoluti, le società tendono ad allontanarsi sempre di più dalle condizioni precedenti, anelano quello che non hanno, rifiutano di fermarsi. Vogliono ogni volta qualcosa più.
E Berger non si lascia incantare. Osserva, disegna, si imprime immagini quanto note e parole altrui poi le assembla.
Questi scritti sono anche questo. Assemblaggi sapienti ma mai deformanti. Non credo che il lettore potrà sentirsi manipolato o costretto verso una direzione che non vuole. Specialmente perché Berger non ragiona a vuoto, mostra scenari, racconti aneddoti, da un nome preciso a ogni ‘cosa’. Non la manda a dire, appunto.
Alcuni scritti, poi, sono vere e proprie analisi socio culturali, denudano i comportamenti di questa nostra società figlia del progresso e delle tecnologie ma incapace di capire dove sta andando. Un breve testo, ad esempio, intitolato ‘dove siamo?’ inizia così:

Vorrei dire almeno qualcosa sul dolore che esiste oggi nel mondo.
L’ideologia consumistica, che è diventata la più potente e invasiva del pianeta, vuole convincerci che il dolore è un incidente, qualcosa contro cui ci si può assicurare. (pag.42)

E’ impossibile non rimanere incollati a certe pagine. Quando le analisi diventano lucide proiezioni di realtà concrete, conosciute eppure così spesso deformate e ignorate che attraverso le parole di Berger sembrano riacquistare una propria identità pulsante, nuda.
Ci sono poi, per quanto mi riguarda, due specifiche tematiche che Berger osserva molto da vicino e che mi colpiscono personalmente: lo spazio e il muro.
Lo spazio è qualcosa che esiste perché senza l’essere umano non sarebbe, non esisterebbe, non si sentirebbe. Dare una collocazione a noi stessi quanto a tutto ciò che ci circonda ci è diventato indispensabile, senza ci sentiamo incompleti, mancanti forse. Eppure sempre più spesso è difficile sentirsi a proprio agio in un dato ‘luogo’, come se quegli tessi spazi così tenacemente etichettati si ribellassero alle distinzioni e ci rifiutassero. Ecco allora che Berger osserva e ne sottolinea le stonature.

Può darsi che il caos abbia le sue ragioni, ma è muto. Dalla capacità umana di disporre e dare  un posto alle cose nascono il linguaggio e la comunicazione. In inglese il termine place è sia verbo che sostantivo. (pag.81)

Tutti hanno un immediato bisogno di localizzarsi. Come se volessero sgombrare il campo dal dubbio di non essere da nessuna parte. Circondati da così tante astrazioni, hanno bisogno di inventare e condividere i proprio transitori punti di riferimento. (pag.116) da ‘Dieci dispacci a proposito dei luoghi – 2005’
Quindi i luoghi come bisogni. Le coordinate come imperativi per non perdersi, per non sentirsi invisibili, trasparenti e quindi irraggiungibili dagli altri quanto da se stessi. I posti diventano ancore, certezze entro cui rintanarsi e che – ogni tanto – si ribellano a questa deformata considerazione rifiutando, rifiutandoci. Poi ci sono i muri.
Berger attribuisce molti significati ai ‘muri’ che separano ma rappresentano anche la netta distinzioni tra i diversi lati di uno stesso ‘intero’. E non è una mera questione tra ‘bene e male’, questo non è un romanzo e Berger non ha nessuna intenzione di raccontare ‘una storia’ in nessun senso.
I muri rappresentano i confini di quelli scelte che ci danno modo di decidere chi vogliamo essere e come scegliamo di vivere.
C’è un passaggio, in particolare, che mi porto addosso come un amuleto. Non lo trascriverò per lasciare il piacere al lettore di trovarlo e farlo suo, se vorrà.  Inizia a metà di pagina 92. Spero un giorno di poter affermare che ho scelto il ‘rispetto di me’, quel particolare lato del muro più difficile da raggiungere, conquistare ma che ci riporta a una dimensione più ‘umana’ e meno standardizzata, catalogabile quanto targettizzata, governata da altri che ci illudono lasciandoci poi vuoti e soli.
Concludo con un passaggio che è una dichiarazione d’amore verso le storie intese come veicolo di diffusione, di intrattenimento certo ma soprattutto di denuncia, palesamento di situazioni e circostanze che diversamente rimarrebbero inascoltate, senza una voce così forte da arrivare lontano. Ed è straordinario come anche qui, Berger sposti l’attenzione, non si limita a sottolinea quanto ‘può’ uno scritto bensì ricorda anche quanto sia necessario leggere. L’uno e l’altro, dunque, contro i ‘lavaggi del cervello’ propinati da ogni direzione possibile, scrivere e leggere (non necessariamente entrambi, non necessariamente in quest’ordine) come strumento di ragionamento, per non lasciarci ingabbiare.

Osservo il volto di Alexandra seduta in giardino e ricordo una frase di Anton Cechov, che era un medico come lei: ‘il ruolo dello scrittore è descrivere la situazione in modo così veritiero… che il lettore non possa più eluderla’. Oggi noi, con le esperienze storiche che abbiamo vissuto e che le macchine politiche cercano di cancellare, dobbiamo essere sia quel lettore, sia quello scrittore… e possiamo farlo.

(giugno 2007)
(pag.135)

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

John Berger, 78 anni, inglese nato a Londra nel 1926, formatosi in primo luogo come pittore, poi divenuto critico d’arte, è autore di saggi (tra cui Ways of Seeing, che la rete televisiva BBC ha trasformato in una serie TV, romanziere (vince il Booker Price con G nel 1972), sceneggiatore (scrisse, tra l’altro, in collaborazione con il regista svizzero Alain Tanner, Jonah qui aura 25 ans l’an 2000 e quattro piece teatrali), giornalista (su El Pais, The Guardian, The Independent, Frankfurter Rundschau).
Da quasi trent’anni si è ritirato a vivere a Quincy, un piccolo villaggio alpino, da cui è disceso a Torino in sella alla sua motocicletta.

‘Abbi cara ogni cosa’ di John Berger – Fusi orari, 2007, Isbn: 9788889674307, Pag.150 – E.10
Traduzione a cura di Maria Nadotti.

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Barbara Gozzi

Dello stesso autore:

Berger John, Marc Trivier – My beautiful

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Appunti pubblicati su Lankelot.

Written by Barbara Gozzi

Maggio 27, 2008 alle 12:46 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Cacciatori

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Che cosa resta di noi?
Non so se te ne sei accorto.
Le ho rintracciate ieri notte per caso, sono rimaste nella memoria del sito, non chiedermi come.
Di noi sono rimaste delle chattate.
Te ne rendi conto?
Inutili, gelide, scontate discussioni on line. Topolino dice. Minnie dice.
E mi sembra un tale schifo che non trovo le parole. Forse non esistono perché quando le abbiamo messe in fila, le parole, internet neanche si immaginava.

La volevo finire qui, questa specie di lettera. Ma poi, adesso, rileggendola, ci sarebbe ancora qualcosa da. Si, da aggiungere. Perché tu e io – noi se ti pare – siamo nati proprio dentro una chattata. E mi piaceva l’idea, mi sembrava di riuscire a sentirmi abbastanza da parlarti col cuore. Forse l’ho fatto, forse no. Ormai non fa differenza, mi pare. Però mi fa incazzare il doverti ricordare come ‘quello del web’. Come quello che è sparito cambiando nickname (o qualsiasi cosa tu abbia fatto, neanche voglio saperlo, però è impossibile rintracciarci. Tanto basta). Non credevo che un sentimento potesse diventare ‘irrintracciabile’. E invece mi sono lasciata fregare. Da noi, certo, da te quanto me. Perché lo so che in quella stanza virtuale ci venivo libera e curiosa. Lo so eccome. E altrettanto libera ti scrivo adesso che mi resta tanto sporco addosso, di un cercarsi finto come le bambole di plastica, di un solleticarsi che è appena un ologramma, una visione costruita ad arte da noi stessi. Di un qualcosa nato inconsistente e morto secco, senza ossa né pelle.
Non è proprio un volerti lasciare la colpa, perché alla fine della fiera anch’io potevo sparire. Bastava uccidere Minnie e assemblare una Gilda o qualsiasi altra identità volessi appiccicarmi tra i polpastrelli in quel momento. Potevo ma non.
Allora lasciamola, la chattata. Lasciamola viaggiare nella rete come fosse un gelato squagliato.

Sto per chiudere la busta.
Almeno queste poche righe le potrai stringere, annusare o appallottolare. Fai tu. Te le mando a quella casella postale che mi avevi fatto avere l’anno scorso, quando ti ho spedito le foto del mare. E’ l’unico brandello che mi resta, ammesso che sia ancora reale.
E ho scritto con una bic nera, sappilo. Di quelle che rosicchio quando sono nervosa. Scrive bene però, non lascia sbavature.

Non rispondermi, ti voglio rendere le cose più semplici. Non sentirti obbligato a. In dovere di. Tanto le parole importanti le ho già lette in quella stanza virtuale, il resto è ridicolo.
Il resto siamo tu (da qualche parte) e io (qui o altrove, deciderò).
Stupidi cacciatori di emozioni plasmabili quanto inconsistenti.

Foto BG.
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Note dall’Officina: l’immagine risale a un bel pomeriggio di fine marzo. E riguardandola a qualche settimana di distanza mi è sembrata così perfetta, nei colori, le forme, perfino nei fili che si intravvedono in alto (unico elemento che riconduce alla modernità che ha bisogno di cavi e collegamenti per). Mi è sembrata talmente perfetta nel suo rappresentare una natura ‘vera’ e pulsante che mi è tornato in mente questo scritto, questa strana lettera tra ‘chattatori’, esseri immaginati da se stessi che si sono incontrati sul web, in una realtà inconsistente, che – si – c’è nel senso che esiste ma cela talmente tanti fattori, include talmente tante opzioni ‘non reali’ da diventare spesso qualcos’altro.
Allora la foto e lo stralcio narrativo si sono uniti. Contrasti che si rafforzano, secondo me.
Tanto quell’albero, quel prato e quelle nuvole sono ‘vivi’ quanto la narrazione è crudelmente consapevole di aver creduto a una costruzione di emozioni, architettura che ha proiettato nella c.d. ‘realtà virtuale’ due persone in una bolla di sapone sottile e vacua. Due persone che si sono sentite ‘insieme’ in quelle stanze virtuali che in tanti conoscono, insieme attraverso invenzioni, nickname e profili per intenderci.
E la sparizione raccontata nel testo, la scomparsa improvvisa e definitiva testimonia la facilità con cui è possibile spezzare illusioni, legami che sono tratteggi deboli, monchi di tanti elementi indispensabili all’approfondimento come l’olfatto, i suoni, i tocchi, il guardarsi, il sentirsi, il viversi attraverso gesti e umori.

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Stralcio apparso su Declinate al femminile.

Written by Barbara Gozzi

Maggio 24, 2008 alle 3:43 am

Berger John, Trivier Marc – My beautiful

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Questo libro non è qualcosa che si possa guardare, leggere e sfogliare una sola volta.
E’ uno di quei testi che si tengono sul comodino, accanto alla radiosveglia o sulla scrivania, vicino al mouse. Ogni volta che compiamo gesti comuni, quotidiani lo possiamo sbirciare, ogni tanto aprendolo è un tornare a fissare immagini, parole, incastri.
John Berger scrive, Mar Trivier fotografa e Alberto Giacometti raffigura.
Tre uomini lontani e vicini. Ognuno con il proprio mondo espressivo, intenti creativi.
Eppure in questo piccolo libro si uniscono, si miscelano in molti livelli impensati.
In realtà sembra più un moleskine, piuttosto che un libro nel senso tradizionale del terminie, penso che anche quest’aspetto, queste miscelazioni scomposte, me lo hanno fatto amare da subito.

Alberto Giacometti (1901-1966), nasce il 10 ottobre del 1901 a Borgonovo in Val Bregaglia da Giovanni, pittore neoimpressionista, e Annetta Stampa. Qui la sua biografia completa. Le sue sculture, specie nell’ultimo periodo si allungano, sembrano scheletri eppure a ogni nuova osservazione cambiano un pò, sono in continuo movimento nonostante l’apparente staticità.

Nell’immagine accanto lo stesso Giacometti tra alcune delle sue opere.

Marc Trivier è un fotografo belga.
Confesso che non lo conoscevo eppure già dalle parole di Berger se ne intuiscono le ossessioni, quel modo di lavorare cercando il momento ‘perfetto’, quando ciò che si cerca di immortale è esattamente come dev’essere: se stesso.

” Invece di stare di fronte alle sculture, Marc Trivier – che ha il talento dell’attesa – si mette accanto a esse con la sua macchina fotografica e aspetta. ” (pag.12)

Infine John Berger, di cui parlerò per ultimo essendo lui il collante di tutto. Noto come critico d’arte, poeta, giornalista, romanziere, sceneggiatore cinematografico, autore teatrale e disegnatore. Si definisce un semplice ’storyteller’ (lo dirà chiaramente negli scritti politici ‘Abbi cara ogni cosa’ – Fusi orari, che sto leggendo ora) il che mi sembra stupendo, questo suo volersi porre di fronte agli eventi, le storie, quanto i dipinti, le immagini, tutto ciò che gli sta davanti insomma, lui lo osserva e riporta.
In questo caso si tratta di fotografie. Ma non fotografie qualunque. Scatti di sculture preziose, vive e pregne di angolazioni. In pratica Berger è intervenuto con le parole su due strati diversi di creatività.
Le forme. Poi gli scatti. E infine le parole.
Parole dunque, a descrivere con garbo, a spiegare senza eccedere, a lasciare spunti di riflessione, annotazioni, mescolanze di passato e presente. Decisamente un Moleskine atipico eppure poliedrico. Silenzioso quanto energico.
Consiglio questo sito, in inglese dove rintracciare molte informazioni su Berger:

I can’t tell you what art does and how it does it, but I know that art has often judged the judges, pleaded revenge to the innocent and shown to the future what the past has suffered, so that it has never been forgotten.

In questo saggio, ‘My beautiful’ ci sono fotografie che discretamente occupano una pagina, accanto le parole di Berger (con la versione originale in inglese nella pagina successiva) e in mezzo ci sono tutte le sculture di Giacometti che in fila ordinata si presentano all’osservatore, si voltano, cambiano angolazione e aspettano. Aspettano di essere capite. Di essere guardate ancora. E ancora.
Ed è più o meno questo che fa Berger, e prima ancora l’occhio di Trivier che le ha immortalate.
Tutti in fila, insieme, tra queste pagine che hanno echi ma sanno aspettare. Le pagine grandi, le immagini centrate ma non invasive, le parole che non riempiono, accompagnano.

” Allora tutti si girano e avanzano in fila indiana. Le sculture in testa e le fotografie dietro. Sovente seguono passo passo le stesse impronte” (pag.12) E in coda non per importanza queste parole che Berger lascia con amore, dedizione e intensità.

Non mi era mai capitato un libro così. Così tanto. Qualcosa che non richiede una lettura continuativa. Che non ha inizio né fine. Qualcosa che aspetta di essere annusato. Fissato. Sfogliato casualmente. E dove, ogni volta, le frasi restano, hanno un peso specifico tanto quanto le immagini che si lasciano guardare e ogni volta richiamano a sé.
Eppure con garbo.
Quasi sottovoce.
Ma è un silenzio che ne inspessisce gli strati, che si sedimentano in chi lo stringe tra le mani.
E’ davvero un’altra dimensione.

” Non ho mai accettato che pensare faccia solo chiarezza; serve anche a riempire un vuoto. Il pensiero ha una sua propria opacità.” (pag.32)

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My beautiful
di John Berger e Marc Trivier
Bruno Mondandori, 2008
Isbn: 9788861591141
Pag.59 – E.10

Testo: John Berger
Fotografie delle sculture: Marc Trivier
Ritratti di Alberto Giacometti: Jean Marquis
Foto Katrin Cartlidge: Jurgen Teller
Sculture di Alberto Giacometti.

Traduzione dall’inglese di Maria Nadotti.

Dalla quarta di copertina:

My beautiful, mia/o bellissima/o, ma anche “quel che è bello al mio sguardo”. Un’apostrofe amorosa, che

apre la strada a una riflessione folgorante sull’atto del guardare, sull’origine e i percorsi del piacere che ne ricaviamo, sull’idea di bellezza. Ne sono autori il narratore e critico d’arte inglese John Berger e il fotografo belga Marc Trivier.

L’oggetto del loro comune vedere sono le sculture di Alberto Giacometti. Trivier le esplora attraverso l’obiettivo fotografico, ingaggiando con loro una sorta di corporeo passo a due. Berger le ri-guarda attraverso le immagini fotografiche di Trivier, esprimendo nella scrittura la sua vertiginosa attenzione:

all’opera dello scultore, a quella del fotografo, a quell’insieme di ricordi, esperienze e aspettative che modellano il tragitto della percezione. Bello, per Berger, non è infatti quel che stabiliscono critici e accademie, ma quel che dà a chi guarda la misteriosa certezza di essere riconosciuto e accolto: opera d’arte, paesaggio o viso amato…

Un piccolo, prezioso trattato sull’amore, la memoria, l’immaginazione, la necessità di sottrarsi a gerarchie e discipline e di cercare quel che “si tiene” ed è bello per ognuno di noi. My beautiful!

«Un libro o un film non possono cambiare il mondo, ma le storie di John Berger aiutano a modificarlo.» Alain Tanner
Premio Cálamo “Otra mirada” 2005.

– Barbara Gozzi – 18 Maggio 2008

Written by Barbara Gozzi

Maggio 21, 2008 alle 2:51 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Lettera d’amore

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‘Vai A’ di Barbara Gozzi

Cara A
Pensavo fosse facile buttar giù due righe.
Pensavo che per uno come me fosse talmente ovvio far girare le parole e allinearle alla perfezione.
Cazzo, quanto sbagliavo.
Non avevo mai pensato di scriverti, ci sentiamo in molti altri modi che mi sembrava ridicolo pensare a una lettera tradizionale. Eppure, forse, così è meglio.
Perché io e te siamo. Lo sai anche tu, te lo leggo negli occhi.
Ci lega qualcosa che non saprei definire, forse non c’è un termine adatto, che possa sintetizzare quel miscuglio di eccitazione e comprensione. Perché alla fine è così. So che tu mi capisci, anche se non ti racconto granché, anche se mi perdo col lavoro e i viaggi, anche se non ci vediamo. So che ti basta un rumore, un sospiro o un’occhiata rapida tra la gente.
E questa cosa qui mi ha sempre spaventato.
Ricordi quando ti ho detto che ti voglio bene? Eravamo a casa mia ed era tardissimo. Noi due e la televisione accesa (cosa stavamo guardando proprio non lo so, rassegnati). Ad ogni modo ricordo che non ti sei stupita, anzi, hai quasi sorriso. E in quel ‘quasi sorriso lì’ c’era tutto.
Certe persone non sono destinate a stare insieme nel senso ‘tradizionale’ del termine. Me l’hai insegnato tu.
Allora vorrei scriverti adesso che restiamo comunque due tasselli che si cercano e si incastrano quando possono. E non è un voler sminuire questo nostro legame, tutt’altro credimi. Non mi piacciono certi aspetti di questo vedersi col singhiozzo e lo ‘dico’ proprio io che ci ho vissuto per quasi quarant’anni (col singhiozzo, facendo quello che volevo e spassandomela se capitava).
Sono uno stronzo, A, sono abituato a decidere della mia giornata e non sono capace di programmare come invece fai tu che sei maestra di tempi e modi. Non starò qui a sostenere che sei una specie di fanciulla perfetta, creatura ultraterrena dalle qualità infinite. Tanto non ci crederesti.
Tu sei complicata. E va bene, A, anzi, pure io non scherzo.
Quando non ci vediamo per un po’ mi manchi, ti penso poi ti cerco. Mi preoccupo per te anche se le tento tutte per non darlo a vedere, non ti telefono tanto quanto vorrei per esempio, ma tu sei lì, in un angolino del mio cuore che resterà sempre libero, se vorrai restare o tornare.
Più di così credo che non si possa.
Non c’è margine A e adesso, mentre lo scrivo un po’ mi sembra anche ingiusto.
Abbiamo altre vite oltre a questo legame, oltre all’essere qualcosa insieme. E quelle vite separate che portiamo avanti ci sono per un motivo, secondo me.
Io ti voglio bene.
Non mi nascondo più, vedi?
Ma c’è anche dell’altro, A.
C’è il fatto che l’amore e il sesso tra noi sono forti e intensi in questa situazione, lasciando in stand-by il resto per qualche ora a settimana.
Ma se cambiamo le variabili, sei davvero sicura che?
Se puoi resta.
Ma se ti fa stare troppo male, viverci così, vai.
Vai A..
Io so.
E capisco.

C.

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Stralcio pubblicato nell’ambito dell’iniziativa ‘ Scrivi d’amore’ promossa da Barbara Garlaschelli e Daniela , qui.

Written by Barbara Gozzi

Maggio 17, 2008 alle 2:47 am

Mazzucato Francesca – Kaddish profano per il corpo perduto

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Annotazione a parte.
Gli appunti di cui sotto sono apparsi tra i commenti di un post dedicato al romanzo in oggetto apparso su Letteratitudine, ovvero QUESTO. Che consiglio per gli approfondimenti sulle tematiche del libro e per la notevole qualità generale degli interventi.

Dunque questi appunti (assolutamente imperfetti quanto incompleti) sono solo annotazini mie, da lettrice, analizzatrice nonché assorbitrice di realtà e parole.
Non c’è sudditanza.
Non rappresentano il ’saldo’ di nulla.
Non sono telecomandati o forzati dal buonismo del ‘ti conosco per cui ci vado morbida’.
Tanto volevo precisare, poi ognuno è libero di credere in quello che vuole.

Barbara

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“ Siamo noi che scriviamo, va detto, malati. Lo siamo tutti in qualche forma, se la patologia non si trova sui manuali, occorrerà segnalarlo… […] E senza scrittura non potremmo vivere e lo sappiamo. Sappiamo che è così e basta.” (pag.11)

La scrittura dunque come linfa vitale nel senso più letterale possibile. La scrittura che è forma espressiva, è esternazione di qualcosa che da dentro ‘deve’ uscire. La scrittura come canale, flusso unilaterale quanto meno nella sua prima fase, di stesura iniziale. ‘Un vomitare’ parole, concetti, storie e sentimenti che ‘è’, esiste insomma e in quanto tale non può essere dimenticato, zittito troppo a lungo o annullato.

Dentro al romanzo si insinuano anche le ‘paure’. A pagina 55 c’è una partenza. Le paure che rendono fragili ma che sono anche un elemento distintivo, una caratteristica radicata quanto familiare al personaggio. Paure che forse la scrittura lenisce ma che quando si presentano sono insistenti, dominanti. E sono anche paure, secondo me, che alla fine entrano nella scrittura e a tratti rendono più doloroso il percorso ma più vero e pulsante il risultato.

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Nel romanzo le annotazioni, gli spunti sul ‘post scrittura’ sono numerose (che sono certo anche denunce sul mondo dell’editoria, sul trattamento riservato alle storie ‘dopo’). C’è un passaggio in particolare che mi sembra molto rilevante. A pagina 42 la protagonista ammette che ci sono delle regole per entrare in questo ‘mondo’ solo che lei non le conosceva quando ha iniziato e le sembra che tutti i libri che ha scritto dopo (oltre dieci) non siano stati altro che mosse sbagliate, un giocare per perdere in un certo senso. Mi ha colpito questo passaggio perché mi ha subito ricordato un altro testo che ho letto da poco il cui senso – in effetti – è lo stesso. Ovvero ‘La mossa del matto affogato’ di Roberto Alajmo. Nel romanzo di Alajmo il protagonista ha altre mire, si occupa di teatro ma non di scrittura quindi le ‘sue’ mosse mirano ad altro (alla conquista del potere, del denaro, di quella posizione che lo fa sentire ‘vincente’ e quindi temuto quanto coccolato e ricercato…) eppure anche in questo romanzo, piano piano, mossa dopo mossa, il protagonista subisce il peggiore degli scacchi, si affoga da solo in pratica. E nelle parole della Mazzucato, in quelle che mette in bocca alla protagonista mi sembra che il sapore sia lo stesso. Un riconoscere che nonostante il tempo trascorso, i tentativi e la voglia di ‘far parlare’ certe storie che non sono omologate ma sono le ‘sue’ storie. Insomma. In questo percorso ha totalmente trascurato quelle regole che invece nel romanzo riconosce, perché ‘quelle’ regole servono – di solito – a portarti più lontano, a entrare nel patinato mondo delle ‘grandi’ distribuzioni, si diventa ‘scrittori ricercati’ chiamati qui e là, perfino nella tivvù nazionale. E sono regole implacabili, che non lasciano spiragli. O così o niente. Il peso prima di tutto. E qui si sprecano i riferimenti. ‘Le scrittrici XXS e viso bambino’ scrive spesso la Mazzucato. Ecco dunque la rappresentazione di queste regole del mondo editoriale moderno. Ma non solo. E’ anche una questione di argomenti. C’è un dialogo tra la protagonista e l’amico con cui partirà che ne chiarisce il senso. Lei ha sempre cercato di scrivere di qualcosa che sentiva vicino, di importante per lei, che ‘sentiva’ importante. Errore imperdonabile. Bisogna scrivere di qualcosa che interessi la gente, di ‘vendibile’ insomma, che abbia un potenziale tra i lettori che dovranno poi comprare (e a certi livelli anche molto). Eccola dunque, la denuncia. Il riconoscere dinamiche distorte già nell’approccio ai testi e al loro valore. Ecco perché le scrittrici under trenta taglia XXS sono ovunque e sanno anche come muoversi. Le regole, sono sempre loro, che dettano i ritmi. Chi vince e chi perde. Dentro o fuori.

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Sul tema del ‘cibo’ e dei ‘vuoti’ si potrebbe scrivere molto rispetto al libro della Mazzucato. Moltissimo e comunque io sono ancora in ‘corso di lettura’.
C’è in ogni caso questo concetto che mi sembra centrale.
I vuoti arrivano. Esistono.
Sono assordanti e debilitanti.
Allora la protagonista corre a colmarli e lo fa da una parta attraverso la scrittura, parole su parole per tamponare l’emergenza. Dall’altra attraverso il cibo, il masticare cercando il senso di appagamento e benessere che colma ‘quel dolore’ che precede l’abbuffata. E’ un rituale, si potrebbe dire. Qualcosa che permette alla protagonista di proseguire, di non rimanerne schiacciata, di smettere (anche se per poco) di stare così tanto male da perdere la rotta. Dinamiche così, in realtà, sono molto comuni ai disturbi alimentari in generale. Alla bulimia quanto alla c.d. ‘fame nervosa’. Nell’anoressia (che nel romanzo è più una contrapposizione) il fenomeno è contrario. Massimo controllo, ferrea disciplina e forza che arriva proprio quando si riescono a controllare quelle pulsioni naturali che inducono ad alimentarsi.
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‘Tutto è ricarcabile’ affermerà a un certo punto la protagonista ‘ il reload è sempre possibile’ (intorno a pagina 27). Anche questa è una dinamica che meriterebbe osservazioni approfondite. Viviamo in un mondo di ricariche. Quasi tutto si può riportare alla condizione iniziale, prima del consumo insomma. Tutto tranne i sentimenti, forse e il corpo. Consumiamo, a volte, perché ci fa sentire sicuri, e magari felici (o così crediamo) e lo facciamo quasi con leggerezza perché è tutto sommato facile e alla portata di tutti. I centri commerciali sono il paradiso di questa pulsione. Ma nell’osservazione della Mazzucato io ci ho sentito tanto vuoto attorno, è un notare un comportamento che non lascia niente, che resta fine a se stesso, un dare e avere sterile e che impone loop continui per non sbilanciare la situazione.

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Molto altro ci sarebbe da dire.
Molto altro vorrei dire.
E prima o poi, forse altrove, forse vis-a-vis lo farò.

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Kaddish profano per il corpo perduto’
di Francesca Mazzucato
Azimut Edizioni
Isbn: 978-88-6003-063-4
E. 12.50

Written by Barbara Gozzi

Maggio 17, 2008 alle 1:22 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Del vivere e fregarsene

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Di tematiche a cui interessarsi ce ne sono infinità ed è evidente che ognuno fa delle scelte.
Se ci si occupa, in modo più o meno pressante, di qualcosa che colpisce una percentuale limitata di persone penso si metta in conto dall’inizio che sarà difficile ottenere attenzioni.
Eppure sembra che, alla fine, su tutto il livello di interesse è scarsissimo. Quasi nullo.

Il tema della madri lavoratrici tocca da vicino – vicinissimo – un numero considerevole di donne in Italia (ed è evidente che lo stesso vale per il resto del mondo ma vorrei soffermarmi su ciò che accade nel nostro povero stivale).
Dunque siamo in tante. E prima o poi ci tocca subire. A volte anche pesantemente. C’è chi è costretta a lasciare il posto di lavoro dopo una gravidanza, chi deve accettare demansionamenti, chi subisce atteggiamenti al limite della sopportazione, chi viene spostata a Canicattì e impiega ora solo per arrivarci, sul posto di lavoro… poi ci sono i farmaci per resistere, le tensioni in famiglia… ci vorrebbero mesi solo per stilare una lista reale di tutte le possibili situazioni che le donne si trovano ad affrontare.
Eppure.
Non se ne parla mai, pochissimo comunque.
E anche quando lo si fa non è uno scavare, un grattare lo strato superficiale per andare più a fondo. E’ uno sfioramento leggero, un accarezzarsi reciprocamente ferite nella speranza che prima o poi smettano di fare male. Prima. O poi.
Di recente qualcuno mi ha detto che ‘ siamo il primo paese del Terzo Mondo’. E questa affermazioni mi è rimasta cucita addosso perché i cellulari, i pc, internet, i tv al plasma, gli ipermercati, le vetrine luccicanti, i multisala… tutto, guardandoci dall’alto, ci mostra come un paese che segue una qualche forma di sviluppo, a modo suo magari ma la segue.
Invece no, non come vogliamo credere.
Abbiamo si, i cellulari con cui possiamo anche vederci e fare boccacce ma poi non ci indignamo più se una donna è costretta a rinunciare a lavorare perché madre.
Non ci incazziamo più.
Questo mi spaventa, come concetto generale.
Siamo ormai omologati, mi viene da pensare.
Tutti presi dalle nostre realtà, da ritmi e condizioni più o meno voluti ma che poi, una volta piovuti sul groppone, ci trasciniamo in giro per quest’Italia stanca. Nient’altro.
Certo, guardiamo i tiggì, poi col satellitare da qualche anno siamo diventati quasi malati di reality e prodotti televisivi vari… certo. Vediamo la gente che muore per strada, i bambini coi loro pancioni enormi e gli arti ridotti a mucchietti di ossa inermi. Appena possiamo ci lanciamo in risse e magari tiriamo anche fuori coltelli o altre armi che ‘casualmente’ abbiamo in tasca. Seguiamo dibattiti morbosi con i plastici che riproducono la scena del delitto e le tracce di sangue. Sappiamo tutto di questo o quello.
Crediamo di sapere.
In realtà è solo, semplicemente, dolorosamente lo strato superficiale che neanche tocchiamo, il più delle volte. Lo guardiamo sempre da lontano – rigorosamente da lontano.  Commentiamo, per carità! Abbiamo sempre qualcosa da ridire.
Poi basta. Si passa oltre, si va avanti con qualcos’altro da incastrare nel nostro microcosmo super impegnato di vita ‘a modo nostro’. Ognuno per sé. Con pochi scossoni se possibile.
Se.
Possibile.
E allora io non mi ritrovo in questo quadretto. Con tutte le imperfezioni che ho e ci mancherebbe non fosse così. Non è così che.
Eppure non frega niente a nessuno.
Anche questa frase l’ho sentita ripetere spesso, sempre riferita alle tematiche delle madri lavoratrici anche se poi, volendo andare un pò oltre (non tanto, appena un pò) è una filosofia generale.
Anche quando tentavo di guardare in quegli angoli che separano le madri e basta con le c.d. ‘madri assassine’, anche all’epoca il sentore era lo stesso. Non frega a nessuno di andare oltre.
Ci si indigna.
Magari a tavola, la sera, si fanno dibattiti con toni alti e nervosi. Si condanna. Questo sempre e comunque.
Ma poi tutto finisce lì.
Non vogliamo capire, non ci interessa grattarlo via questo strato superficiale. Tanta fatica, scomodità, sudore e forse dolore. E chi ce lo fa fare? Molto meglio restarne lontani, e lasciarci vivere come ci sembra di stare meglio.
Io non lo so, se così stiamo davvero meglio.
O se piuttosto ci costruiamo bolle di normalità dentro cui relegare i vari aspetti della nostra vita, del nostro essere comunque vivi e pensanti ma anestetizzati.
E se anche qualcosa si potrebbe cambiare speriamo sempre che lo faccia qualcun’altro. Lasciamo ‘l’onore’ agli altri, ci convinciamo che prima o poi si farà avanti quel qualcuno che troverà il modo giusto per.
Non esiste un modo giusto.
Tutti si prova e si sbaglia.
Poi però ci si rialza anche, volendolo.
Certo.
E’ più semplice e dolce evitare tutto: non incazzarsi mai sul serio, non scandalizzarsi fino in fondo, fare spallucce all’occorrenza, condannare senza capire, non.
Siamo una nazione di ‘non’.
Forse da perfino fastidio chi mostra qualche timido tentativo fuori dall’omologazione.

Dottore! Immediatamente un ciclo completo di terapie d’urto… così vediamo se avrà ancora voglia di urlare…

Mi sento come se fossi uno di quei bambini che vengono tenuti farmacologicamente calmi, forzatamente inermi.
Io non voglio vivere così.
Per poco che conti, almeno non mi nascondo.

Barbara Gozzi

Written by Barbara Gozzi

Maggio 15, 2008 alle 9:02 am

Un giorno ti alzi

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Un giorno ti alzi.
E fai le solite cose (lavarsi, vestirsi, colazione in piedi, accendere la macchina e cuccarsi l’aria fredda in faccia, inveire contro il pazzo davanti che ha frenato e a momenti gli salti in testa…).
Un giorno ti alzi e non pensi a niente, a parte le solite cose. Le fai, le hai programmate e come tutti i giorni unti, scivolosi ti plasmi attorno a loro, su di loro. Solo così arriva sera, solo così finisci a letto e sospiri pensano ‘cavoli, anche oggi è andata’ oppure ‘porca puttana che giornata di merda’ o ancora ‘non capisco se ho più mal di testa o la nausea’…
Solo che quel giorno lì, uno qualunque ben inteso, succede qualcos’altro. Che ti piomba addosso come una sassata, rapida e violenta.
Senti qualcuno che parla, sommessamente, a bassa voce. E tu sei lì, non importa cosa stai facendo, sei abbastanza lontano da non essere visto ma sufficientemente vicino da capire.
Allora ti accorgi che quella persona che sta parlando, bisbigliando (magari piagnucolando) la conosci. Si, la conosci eccome. Ascolti con il busto rigido, capti subito le stonature, gli acuti della voce, quel tono pesante, grave che si usa solo in certe circostanze. In quelle lì, insomma, quando qualcosa di grosso non va e non c’è una parola migliore da usare, un modo per renderlo meno gelido. Malattia. Ma non una di quelle comuni, banali tipo l’influenza che è quasi una moda o la bronchite (più grave della precedente ma curabile senza troppi sforzi).
No, no, no.
Malattia con la emme maiuscola. Che il solo pronunciarla ti vengono i brividi e il cuore si fa pesante, rugoso. Malattia come ‘non lo so mica se ce la faccio a crepare di vecchiaia ‘.
Ecco.
Un giorno ti alzi e scopri che qualcuno attorno a te ce l’ha, la malattia emme maiuscola.
Scopri che tutti gli sforzi per rispettare gli orari, fare tutto (ma proprio tutto quello che ci si aspetta da te, che tu vuoi riuscire a fare) insomma. Scopri che sono tutte cazzate. Inutili assorbitori di energie. Radar subdoli che ti risucchiano la linfa e in cambio ti fanno credere che vali qualcosa, che sai e capisci e riesci e affronti e sei e sarai e potrai e. E tutto quello che ti procura un brivido di eccitazione.
Nient’altro che puttanate però. Lo realizzi in quel momento, metabolizzi e ti senti pesante, soffochi.
Perché a qualche passo da te c’è qualcuno che sta male. Qualcuno che conosci (aggravante). E sta male sul serio (doppia aggravante).

In giornate così ti rendi conto che stai sprecando la tua vita. Che ti stai preoccupando di niente. Che ti dedichi al nulla e trascuri beatamente il resto.
Il resto
.
Che cos’è poi?
Respirare l’aria fredda della notte? Nuotare con l’acqua nelle orecchie e i muscoli che urlano? Ascoltare la signora che alla fermata dell’autobus vorrebbe raccontarti di quando suo marito è morto? Ridere di una battuta cretina con le mani affondate nella cioccolata? Fare giro-giro-tondo con i tuoi figli? Affacciarti alla finestra e basta, guardare e tacere?
Forse.
Tutto quello che ti perdi ignorando che il domani è meschinamente friabile, scivoloso. Che quello che stai facendo ora (si, si, anche adesso, cosa credi?) non tornerà; che i sorrisi, i pianti, le urla, le confessioni, i perdoni, le banalità, le parole, gli abbracci non sono eterni. Ma soprattutto non conoscono i salti temporali né la scomposizione molecolare. Se non le fai, quelle cose lì che accenno sopra, se le rimandi, pensi che poi, dopo, fra un pò. Ti convinci che ci sarà tempo. Ecco. Allora si che sei perduto. Perché se inizi a correre e non ti fermi, la perdi (l’abitudine di ascoltare, notare, sorridere, baciare, sospirare, non fare niente, lasciare tracce di te sugli altri – sul mondo che ti circonda anche se non lo guardi, lo ignori).

Un giorno ti alzi e ti senti un cretino. Anzi, peggio. Uno che si è dimenticato perché è lì e chi vuole essere. Come vuole spendere il tempo che ha a disposizione (e non si sa, quanto sarà questo tempo, sta lì la fregatura. Anni. Decenni. Mesi. Altri venti, trentacinque, sette, sessanta, cinquantuno o tre. Fa differenza, lo so, ma non è permesso saperlo).

Forse ci vorrebbero più giornate così, per ricordarti cos’è davvero importante. Per cosa vale la pena lottare e a chi stai rinunciando per (ammettilo, solo un attimo, che ci hai pensato anche tu).

Sei sicuro di sapere, capire, potere (e se proprio in quel momento non è così allora ti impegni per arrivarci, barricato nelle tue convinzioni, vittima e carnefice di quel bisogno di dimostrare, essere, fare, comprare). Sei sicuro che il domani ti sia dovuto (e figurarsi perché dovrebbe essere diversamente). Poi arriva il giorno che senti la parola con la emme maiuscola e rimani come una statua di cera. Immobile. Inebetito. Tremante.

Povero piccolo ometto di carta pesta.
Non vedi che è scaduto il tempo?
(
non il tuo, per ora, ma sei sicuro adesso che basti? Per ripartire. Sorridere a comando. Tenere la schiena dritta e il petto in fuori. Sventolare la carta pagatutto e sentirti orgoglioso del luccichio. Sei davvero sicuro che la emme maiuscola non ti tocchi?).
L’hai vista allontanarsi, quella persona malata che conosci e ti è venuta voglia di rincorrerla, rassicurarla, chiederle se le va di andare da qualche parte con te magari per parlare in pace, raccontarsi, ricordare di quando.
Solo che non l’hai fatto. Perché è complicato, il transito. Il non sapere se e come e quando e perché e dove e. E’sempre una ‘e’ che ti frega. Eppure. La lasci andare e pensi che la chiamerai, domani. Facciamo lunedì (un lunedì diciamo).
Riprendi a fare (quello che ti teneva impegnato prima del subbuglio, prima della emme maiuscola e il sudore freddo).

Un giorno ti alzi e scopri che non sarà una giornata qualunque (non per te almeno).
E ti viene voglia di urlare. Al cielo che continua a essere azzurro. Ai maledetti impegni che ti assillano e ti ricordano che è tardi (è sempre tardi, ci hai fatto caso?). A quel bastardo del tempo che non c’è mai, scompare e non sai dove rintracciarlo, come convincerlo a tornare, a darti tregua, a lasciarti in pace.

Sai che c’è?
Quei giorni lì ti conviene non alzarti.

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Questo racconto stato pubblicato all’interno della rubrica ‘ Contorsioni’ sulla rivista Historica.

Alcune informazioni dall’ ‘Officina’ QUI.

Written by Barbara Gozzi

Maggio 11, 2008 alle 8:21 pm

Bianco serpente

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C’è un pianoforte che suona.
Ed è un suono armonioso, potente, che arriva a urlare tant’è profondo e fiero.
Ma c’è anche tutto quel bianco che a vederlo così vicino agli occhi non è tranquillizzante, per niente. Tutt’al più invadente, onnipresente. Sotto, dov’è sdraiato lui; sopra, avvolge la macchina che lo sta fotografando emettendo dei rumori che si, lui finge di non sentire (il pianoforte è ancora più forte, per ora) finge ma se si deconcentra un attimo eccoli che arrivano, i botti e il bianco. Abbraccia tutto, questo bianco muto, serpente.
Anche la questione dello ’stare fermo’ è diventata complicata. Quando la donna dietro il vetro gliel’ha ripetuto – con quel fare cadenzato e annoiato – le ha sorriso, per commiserazione. Certo che lo so, voleva dire quel sorriso e adesso se lo rimangerebbe volentieri, se potesse. Basterebbe spostarsi di lato, spingersi verso il pavimento; così gli sembra di vederla, la tentazione di infrangere le regole. E’ la macchina che lo sta incoraggiando. Da, vai, ti basta spostarti a destra usando la spalla, scendi con le gambe e vattene da qui, brigati!
Basta si.
Gli viene da pensare a suo fratello.
Erano anni che non gli succedeva, di pensare a lui all’improvviso. Di vedere il suo volto scavato, quella pelle verdastra cucita su un corpo rinsecchito, un verde chiaro con qualche venatura violacea, colori stridenti eppure altrettanto naturali su di lui. Perché suo fratello era malato e lo ricorda solo in questo modo, da malato insomma. Però era anche abilissimo con gli esami, lui una macchina così se la sarebbe mangiata, l’avrebbe staccati a morsi (col pensiero) pur di non farsi schiacciare. Lui si.
Il pianoforte continua a suonare.
Com’è che certe volte diventiamo così piccoli e fragili che neanche ci riconosciamo? Se lo chiede proprio mentre l’ovale candido sopra di lui ricomincia a emettere intervalli svelti di tonfi cupi, mitragliate.
Chiude gli occhi e suo fratello torna. E’ sempre lo stesso, coi jeans della Charro larghi e scoloriti e una felpa rossa che adorava. L’aveva ricevuta in regalo, prima che.
C’è sempre un prima che, però è più facile fingere di non averlo visto, quel momento lì che si avvicina al ‘che’. Prima succede sempre qualcosa, anche una cosa piccola, insignificante. Ma noi la ricorderemo sempre perché siamo fatti così, viviamo di attimi, ricordi che la mente afferra e cataloga – dove, lo sa solo lei – e ogni tanto riusciamo anche a nasconderli, quei pezzi del passato. Riusciamo ma facciamo una fatica bestia. Finché di nuovo si liberano e tornano a danzare, per noi. Davanti a noi.
Suo fratello sorrideva prima che. Gli stava ricordando tutta una serie di cretinate che avevano fatto da bulletti alle scuole, le sceneggiate sugli autobus (all’immancabile vecchietta mezza sorda e mezza cieca sul trentotto), i ritrovi sui colli (e le bottiglie di birra rubate da casa), gli scherzi alla Letizia che era davvero una rompicoglioni (graziosa ma rompicoglioni), l’atmosfera del mercato quando si mettevano i giubbotti da fighetti e giravano tra i banchi affollati per fare l’occhiolino (sgembo e nel complesso ridicolo) alle belle ragazze.
Tracce che credeva perse.
Invece no.

Mentre suo fratello osservava serio, con quegli occhi vivaci che dicevano tante cose e tutte insieme, lui si sedeva accanto al letto e attaccava a ricordare ad alta voce. I ricordi non sono processi controllabili, questo l’ha imparato sulla pelle.
Finito.
Si rialza un pò stordito, confuso.
Finito?
La donna gli lancia un’occhiata guardinga ma non si sbilancia (chissà quanti futuri malati le passano tra le mani ogni giorni, chissà. Troppi comunque). Cerca di scendere dal lettino ma gli gira la testa.
E’ tutta una questione di importanze, gli aveva detto una volta suo fratello. Quanto pensi che conti per me questa flebo adesso? Lui era rimasto con la bocca semi aperta, incerto, ogni risposta che gli saliva alle labbra poteva essere sbagliata, offensiva perfino. Si sbagliava. A suo fratello non fregava niente della flebo perché non si riferiva al corpo (Il corpo? Un involucro che ci contiene, nient’altro. E se il mio è difettoso non lo posso sostituire, i sette giorni di prova sono scaduti da un pezzo!, è l’unica fregatura dell’essere umani e non oggetto). Suo fratello pensava al resto. All’energia, le passioni, i colori e i legami. Ecco allora che la flebo diventava un puntino ridicolo se.
Qual’è il mio se, adesso? Si sente domandare.
Ma non c’è nessuno in quella sala alta e bianca. Nessuno che possa rispondere per lui, che possa spiegarli qual’è la prospettiva giusta (se c’è). Lui, che non è abituato a essere malato, arranca, gli sembra di aver nuotato per giorni senza fermarsi. E non è per niente una bella sensazione, di polmoni strizzati e ossigeno indigesto.
Si volta indietro e la macchina è lì, a qualche passo. Immacolata e muta.
Fra una settimana le mandiamo i risultati a casa, boffonchia la donna ma non lo guarda, non si volta neanche – lo schermo del computer l’ha risucchiata – e lui annuisce. La porta scorrevole si apre e scende le scale strette senza sapere bene dove andare. Quasi corre e ha paura di scivolare dall’urgenza di.
Andare.
Aspettare.
Intanto il bianco se n’è andato. Fuori, per strada, i colori sono ovunque; il grigio domina, contamina, investe.
Si guarda in giro, il bianco è rimasto tra le mura che odorano di disinfettante e fiori finti anche se il silenzio, quello se l’è portato appresso.
Il silenzio.
Gli servirà.

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Annotazioni dall’ ‘Officina’.
Racconto: risale a fine novembre, quando mi sono effettivamente sottoposta a una risonanza.
In quel periodo ascoltavo di continuo un cd di Roberto Cacciapaglia (Quarto tempo).
Poi sotto a quella macchina mi sono vista come dall’alto. Ero un uomo che ricordava il fratello morto. L’associazione con il bianco asettico della stanza, gli odori e i rumori hanno fatto il resto. Forse ero semplicemente più preoccupata di quanto volessi ammettere eppure lì dentro c’era quest’uomo che, al posto del mio corpo, meditava di scappare e rammentava questo fratello così abituato agli esami clinici da esserne ‘immune’. Una sorta di priorità capovolte tra i due.

Immagine: l’ho scattata in uno dei palazzi adiacenti al centro medico, mentre aspettavo il taxi. Avevo bisogno di portare con me una scheggia di quella strada, di quel posto così brulicante quanto decadente ai miei occhi un pò stanchi (nel caso qualcuno fosse pratico, si tratta di Via Irnerio a Bologna). C’era un cielo bellissimo, bianco e azzurro come nei cartoni, però la via era buia, grigia come accenno nel racconto, i palazzi alti facevano da scudo protettivo contro la luce. Così mi è rimasta impressa.

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Foto BG.

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Pagina tratta dal Moleskine.

Written by Barbara Gozzi

Maggio 7, 2008 alle 10:17 pm

Ferreri Silvia – Uno virgola due

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‘Uno virgola due’ è prima di tutto un documentario. Silvia Ferreri è un’attrice con nessuna pretesa di essere considerata diversamente, di vedersi riconoscere ruoli o mestieri diversi. In questo caso si addentra nella regia e nella scrittura il tempo di trasformare il materiale raccolto (cinquantadue ore girate solo di testimonianze) in ‘qualcosa’ di fruibile, semplice ma preciso. Onesto.Consiglio la visione del documentario prima, perché di fatto il libro è una sorta di backstage dove si spiegano le dinamiche delle scelte, il percorso di ricerca, gli incontri e cosa hanno lasciato sulla stessa Ferreri tutte quelle donne incontrate e a loro modo disperate, tenaci, indifese e incerte.
In libro chiarisce quello che le immagini forse non possono del tutto. Anche se quegli occhi, quelle mani e quei volti mi sento di affermare che esprimono davvero molto.
E devo ringraziare il web che mi ha fatto inciampare su questo documentario, per puro caso. Altrimenti mai avrei potuto scoprirlo. Mai avrei potuto arrivare in fondo a questo viaggio che in parte conosco, ho visto e sfiorato eppure certe volte sentirselo ripetere, ascoltare. Ascoltare è fondamentale per fermare il proprio ritmo e concedersi il tempo di approfondire quegli interrogativi che tendono a sfuggire.Oggi il numero medio di figli per donna è di 1,3 (potete controllare da questa pagina la tabella 4). Quando Silvia Ferreri portò avanti il progetto era uno virgola due, da cui il titolo.Una donna nell’arco della sua vita sceglie, in pratica, di fare un figlio. In media, evidentemente. Eppure 1,3 è più vicino all’uno che al due. Allora.Tante obbiezioni potrebbero sollevarsi da questa premessa.
C’è un ‘grosso ma’ però che screma i fattori.

L’aspetto lavorativo.

Oggi le donne lavorano. Alcune per realizzarsi, per mantenersi indipendenti, per dare un seguito a quelle capacità che sanno di avere e chiedono solo di poter sfruttare, esattamente come fanno gli uomini. Ma molto più spesso, oggi, le donne lavorano per necessità. Non è più possibile concepire la famiglia retta dal punto di vista economico da un solo membro, di solito l’uomo. Oggi bisogna lavorare in due e rinunciare a molto, volare basso si dice in gergo. Affitto o mutuo, bollette e spese mensili fisse, imprevisti che purtroppo non si possono ignorare, il mantenimento dei mezzi che servono spesso proprio per lavorare… la lista è infinita.
Oggi le donne lavorano anche perché di quei soldi c’è bisogno per non finire per strada.
Ecco allora inserita l’altra variabile dell’equazione.

Maternità più lavoro
. O viceversa, l’ordine non è tanto importante ai fini dell’analisi.

Perché dunque Silvia Ferreri ha realizzato un documentario? Perché un libro che ne spiega le difficoltà? Perché sottolineare per l’ennesima volta che si, le donne oggi sono anche lavoratrici e si, le donne continuano a essere madri (sai che novità)?

Perché ce n’è ancora bisogno.Perché ancora non si è detto abbastanza.
Perché continuiamo a considerare normali dinamiche scandalose che obbligano le donne a compromessi, accettazioni, svilimenti che spesso intaccano perfino la salute e soprattutto la fatidica scelta se e quando diventare madre ma soprattutto quanti figli fare.

Allora ho fermato le immagini che scorrevano nel mio computer. Ero circa a dieci minuti del documentario.

Perché io – donna – devo inserire tra le variabili su cui ragionare se e quanti figli fare, la mia attuale condizione di lavoro? Perché devo scegliere sulla base delle ‘idee’ del mio datore di lavoro? Perché soprattutto il secondo figlio è scelto (più spesso non scelto) a seconda degli eventuali spiragli che si avvertono in azienda?

Confesso che non ci avevo mai ragionato in questi termini.
Troppe questioni sono scontate e chiunque sia entrato nel mondo del lavoro lo sa. E’ normale che si faccia pesare alla lavoratrice una gravidanza. A volte è normale allontanarla. Imporle di non tornare nei tempi previsti o addirittura costringerla a lavorare in condizioni limitanti, demotivanti, denigratorie e svilenti. E’ normale che la donna in età fertile non ancora sposata sia valutata diversamente del coetaneo maschio (perché potrebbe procreare). E’ normale che la lavoratrice sia vista come ‘elemento meno produttivo’ potenzialmente dannoso per la redditività globale, per il fatturato insomma.

E’ normale? Ah si?
Provate ad allontanarvi dalle dinamiche lavorative a cui siete abituati. Provate a chiudere gli occhi e a ragionare sui concetti senza preconcetti. O senza fare i ‘pappagalli’, senza cioè ripetere frasi e discorsi già sentiti fino allo sfinimento lungo i corridoi o durante le pause.

E’ ancora normale?
Appunto.

Questo documentario è un tentativo.Si potrebbero sollevare molte obbiezioni perché documentare è un lavoro difficilissimo. Tante storie sono rimaste inascoltate, tante voci non hanno trovato posto, c’è una versione di fatto (quella di chi ha accettato di farsi intervistare) che non è ‘globale’. Eppure.A visione e lettura ultimata ho pensato: è un punto di partenza.Non c’è accanimento, ci sono voci e racconti. E gli occhi della Ferreri che si inserisce a tratti come parte in causa perché, in effetti lo è. E’ stata lei a volere fortemente che questo progetto arrivasse alle masse o comunque diventasse ‘pubblico’. E nel libro spiega anche come ci è arrivata. Con franchezza. Senza fronzoli o romanzate. A volte è un dettaglio, una frase arrivata quando siamo più ricettivi. Certe volte è così che deve andare e basta.
Allora io dico che questo documentario è un prezioso strumento di confronto. Di riflessione.

Quanta strada deve ancora fare l’Italia e la classe dirigente italiana per arrivare a riconoscere alle donne quel minimo spazio vitale per lavorare e farlo bene, come saprebbero.

Quanta strada ci aspetta per renderci conto che una madre che può gestire la propria condizione familiare con serenità è anche una lavoratrice altamente produttiva, capace di dare l’anima per il proprio lavoro (come spesso accade per chi ha la fortuna di trovare un lavoro che la realizza).

Quanta strada per riconoscere che le donne saprebbero lavorare ‘bene’ proprio perché di ‘default’ devono ‘conciliare’ ogni giorno tanti fattori diversi avendo lo stesso tempo degli uomini.

Questo documentario andrebbe inserito nei workshop di managment.Il libro non è un testo di narrativa. E’il resoconto di un progetto difficile, complesso per sviluppi e tematiche nonché per problematiche pratiche. Non ci si deve soffermare tanto sul linguaggio che comunque è sciolto e gradevole. Silvia Ferreri non sta narrando. Sta trasferendo la sua esperienza e quella delle donne che ha incontrato.
E’ uno strumento di analisi di una parte di questa nostra società cieca e malata.

Le donne-lavoratrici-madri sono discriminate.Inutile fingerci qualcosa che non siamo.In molti modi, sono discriminate e davvero c’è molto da ‘fare’ per risollevarle.Ma si può, secondo me.

E l’idea che io debba scegliere se fare un secondo figlio in base alla possibilità o meno di ricevere un diverso trattamento o comunque un aumento delle difficoltà sul posto di lavoro mi lascia senza parole.

E’ così che vogliamo vivere?

Perché, sempre per rimanere onesti e schietti, non esistono solo le donne. Nelle famiglie ci sono uomini e donne. Allora, se una donna scegliere di non avere figli o di non farne più di uno, questa decisione pesa sulla famiglia e quindi anche sull’uomo. O no? Se la donna entra in crisi, diventa silenziosa o nervosa per quello che è costretta a subire o accettare sul posto di lavoro; tutto questo non investe anche la sfera privata?

Secondo me la risposta è positiva a entrambi gli interrogativi.

“Alle madri è stato esplicitamente domandato se desiderassero avere un altro figlio. Più della metà ha risposto positivamente. Ciò significa che sebbene l’Italia sia il paese con la più bassa natalità al mondo, il divario tra fecondità desiderata e fecondità realizzata è enorme” (pag.27)

“ […] c’è un esercito di bambini mai nati grazie a una cultura che predilige il profitto a una vita umana.” (pag.29 – parole di Silvia P. in una lettera scritta al Presidente della Repubblica ormai vari anni fa)

E io aggiungo che quel profitto tanto venerato potrebbe essere maggiore se si desse alle donne la possibilità di mostrare cosa sanno fare senza dover scegliere, senza doversi annullare o distruggere per far quadrare vita da madre con vita professionale.

Io lo so, che il profitto, l’utile netto, sarebbe maggiore.

E comunque non posso essere smentita.

Non c’è possibilità di controprova.

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Uno virgola due
(viaggio nel paese delle culle vuote)
di SIlvia Ferreri
documentario in dvd + libro
Ediesse Edizini
E.16 – ISBN: 9788823011618
** sul libro prefazione di Miriam Mafai **
*** dvd prodotto con il sostegno del comune di Roma ***

Written by Barbara Gozzi

Maggio 4, 2008 alle 9:58 am

Pubblicato in Non recensione

Domanin Igino – Spiaggia libera Marcello

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Marcello cerca per tutto il romanzo una spiaggia libera in cui lasciarsi andare in ogni possibile significato a esso attribuibile. La spiaggia è dunque un luogo di pace, lontano dal caos, le tessiture sottili e strette della società ma è anche ‘il’ posto dove Marcello sa di poter essere se stesso, fregandosene delle convenzioni, dei lati oscuri della sua vita che sembra prendere in ogni capitolo la direzione sbagliata, quanto meno quella meno propensa al miglioramento.
Non saprei definire questo romanzo, è difficile attribuirgli etichette standard e questo è senza dubbio il suo punto di forza più evidente. Ci sono tanti segnali che possono portare il lettore verso un certo genere, ma questi segnali si alternano con la velocità ipnotica della vita di un professore qualunque, che fugge dall’Italia per non finire mummificato negli istituti pubblici. Solo che la Svizzera, questa nuova istituzione dove lavora che non è università (non del tutto) ma neanche centro di ricerca (non del tutto), tanto meno circolo per intellettuali e menti ‘elevate’ (non del tutto); in questo ammasso di edifici ultra moderni, dove gli studenti si spostano coi pattini per ridurre i tempi di percorrenza; lì insomma, la vita non è esattamente come gli viene prospettata. Piano, piano, con calma quasi maniacale si iniziano a sentire le unghie sui vetri, un rumore acuto che aumenta e il lettore lo segue, ci finisce dentro incredulo. Non può essere, viene da pensare a un certo punto. Invece si, può essere eccome. Perché quel mondo lì che Domanin tratteggia, trastulla, avviluppa e ne stringe la gola, quel modo di percepire la vita, la morte e in generale l’esistenza umana e le cose attorno noi; ebbene si, esiste anche per noi adesso, qui, in Italia quanto altrove, tra tecnologie iper evolute quanto macchine da scrivere da oliare.
Non saprei dire se Marcello nasce come simbolo ma di certo nel romanzo molti aspetti lo sono, a partire dagli sviluppi nella trama, taluni dialoghi e analisi interiori. All’inizio non è facile, entrare nella storia, capire che Domanin si, vuole narrare, ma non nel senso lineare del termine. Tenta di abbattere alcuni muri, vuole prenderci per mano e farci ’sentire’ le profondità celate tra le parole e i fatti che si susseguono. Perché in questo è grande il romanzo. Nello stratificarsi. Nell’essere fantasia quanto realtà, nel voler divertire quanto imporre riflessioni importanti, nel generare situazioni insensate, grottesche addirittura che però svelano presto un retrogusto talmente potente e sincero che il lettore ne viene investito.
Marcello è un personaggio comune, non è giovane, non è fisicamente attraente, non è tanto intelligente quanto sperava in gioventù, non è economicamente stabili, non è libero bensì sposato (e con una moglie malata, per giunta) e non ha prospettive né entusiasmi. E’ un anti-eroe sotto tutti i punti di vista. Eppure cammina lungo tutta la narrazione attirando a se il lettore. Sembra spento nell’animo e negli intenti poi fa qualcosa che non ci si aspetta e lì cattura l’attenzione.
E’ di certo un romanzo sul vivere, la vita e le scelte (di ‘come’ trascorrere il tempo) ma è altrettanto una storia di morte, che all’inizio sfiora il protagonista e sembra restare relegata a quelle poche pagine. Ma è solo l’inizio. La morte sussurrata da Domanin ha molte facce e anche qui il lettore ci arriva a piccoli passi. C’è quella rappresentata dalla ‘Punto Bianca’ che finirà per ossessionare Marcello soprattutto verso la fine, ma c’è anche quella che si nutre di Annalisa, sua moglie, e che le brucia le cellule del cervello, la trasforma in un essere inerme a intermittenze. E’ dunque una morte sottile, che per molti capitoli (specie quelli centrali) quasi viene dimenticata – stand by necessario – ma che poi torna, prepotente a rincorrere Marcello, a ricordargli che lei c’è e che il silenzio non è sempre possibile. Domanin non scrive per ‘abbellirla’, tutt’altro, la svela nella sua cruda mostruosità.

” Il respiro di Annalisa fa un rumore terribile: si espande e si contrae, si dilata immensamente per la stanchezza. Per un tempo indefinito non esiste più niente, solo il suo polmone. Tutto è senza termine. Il suono siderale del respiro. Soffio cosmico che gira. Prigioniero di una stanza. ” (pag.144) [ E qui la narrazione è talmente vera da uscire dalle pagine, lo dico per esperienza perché ho vissuto qualcosa del genere e posso dire che è davvero così che succede, il respiro, la lentezza, la stanza che si riempie solo di quello... ]

Poi c’è l’elemento ‘amicizia’. Panzeri, vecchia conoscenza dell’università torna nella vita di Marcello con un corpo che sembra preso in toto da un altro uomo (più vigoroso, quasi più giovane, di certo muscoloso e potente) e gli tende una mano inaspettata, da al protagonista quella che all’inizio sembra la classica via d’uscita. Panzeri diventa, nel corso della narrazione, quasi una creatura mutevole, tanto che lo stesso Marcello passerà dalla fiducia moderata al tenere gli occhi aperti il più possibile. Panzeri parla sempre da amico, spesso si sente tale e non lo nasconde ma è altrettanto pronto a muovere le pedine a suo piacimento e soprattutto non dice tutto quello che sa. Questo è quello che qui chiamo ‘l’elemento amicizia’, la viscida descrizione di un certo tipo di persona che probabilmente vorremmo come amico ma che, in effetti, ha da subito qualcosa che stride in modo netto, indiscutibile. E’ dunque questa un’amicizia contorta, a tratti malsana quanto estrema, è un rapporto simbiotico, un annullamento che diventa imposizione poi rinascita. E’ uno dei motori pulsanti della narrazione.
Domanin scrive catturando e in questa sua struttura che è densa di metafore e simboli, sbucano a tratti termini più complessi, meno usati anche nella lingua italiana, fanali abbaglianti, campanelli assordanti che rallentano il lettore, forse lo infastidiscono, ma di certo non possono lasciarlo proseguire con eccessiva facilità.

“La costruzione è massiccia e poderosa, molto compatta. [...] … ma visti dall’alto sembrano attratti da una forza centripeta …[...] Una roccia anamorfica prelevata in alta montagna. Scisto megalitico proveniente dal grembo della natura che vive e respira qui intorno. ” (pag.20)

Non è questo un romanzo da divorare, non nel senso stretto del termine. E’ un romanzo da sorsi lunghi ma lenti. Perché capire richiede tempo, le frasi a volte vanno masticate in più fasi se si vuole davvero rimanerne arricchiti, per non chiuderlo continuando a chiedersi ‘Allora?’. Allora c’è tutta un’analisi dietro a Marcello, a quello che fa all’inizio, alle sue ossessioni, le scelte, le scoperte e gli inganni.

” So che c’è la ferita, ma non so dov’è localizzata. Questo è il problema.
Per questo Annalisa è divorata dal suo cervello, dal mostro interno che ha spalancato le fauci? Da quanto tempo è malata? Da quanto tempo sono io stesso a essere malato, ad avere una paura totale di vivere?” (pag.101)

” Che banalità del cazzo. Io mi sento male, ma mica perché partecipo e soffro di quel che accade ad Annalisa. Questa difesa a oltranza della vita, questa concezione assiologica e puritana mi disgusta. ” (pag.141)

Il finale poi, lì davvero ne esce una sconfitta amara dal sapore dello zucchero sulla medicina. E lo zucchero resta comunque ‘buono’, delizioso se si escludono gli elementi ‘disturbanti’.
Per quello che è il mio gusto personale da lettrice ammetto che attribuire un titolo a ogni capitolo non mi piace, mi costringe a tornare indietro a fine lettura per carpirne il senso pieno. Nella parte centrale, poi, tra la focalizzazione della nuova vita di Marcello e l’avvicinarsi della Morte, ho avvertito alcune pagine più pesanti, eccessivamente ‘rallentanti’ rispetto al resto, le analisi si fermano forse per qualche pensiero di troppo. Ma restano mie percezioni, annotazioni assolutamente soggettive.
Concludo segnalando che in questo romanzo ci sono molte dinamiche comportamentali legate ai sentimenti e le relazioni, ci sono analisi più o meno evidenti che il lettore assembla con la trama e probabilmente finisce per pensare ‘cavoli se è così’ (a me è successo).

” Mia moglie sa captare anche i segnali più deboli della mia sofferenza. Abbiamo un rapporto simbiotico, rafforziamo reciprocamente i nostri stati d’animo, soprattutto quelli negativi. Il dolore, adesso, ci sta escludendo l’uno dall’altra, la paura ci rende egoisti.” (pag.12)

Domanin parla di vita ‘vera’ – tra ambientazioni futuriste e sviluppi all’apparenza inconcludenti – narra di stimoli, bisogni, legami, istinti primordiali quanto infantili, futili eppure necessari, dolori e gioie improvvise che evaporano al primo sole; Domanin ci sta descrivendo – noi come società – esseri perennemente a caccia di velocità, felicità preconfezionate che si accendono con un pulsante, noi che sappiamo tendere una mano quanto pugnalare senza pietà, noi che perdiamo sempre più facilmente la rotta e non ci accorgiamo di cosa davvero ci capita a pochi passi di distanza, noi che congeliamo gli affetti e speriamo di ritrovarli intatti solo quando ne avremo voglia, noi che neghiamo vizi e dipendenze per poi finirne sommersi, noi che la cerchiamo per tutta la vita, una spiaggia libera.

” Scoprirà così di provare vergogna della verità. Si sentirà profondamene mortificato da ciò che un giorno gli si è rivelato come puro e semplice vuoto pneumatico. Non gli resterà che cercare di respirare. ” (pag.42)

” Ognuno cerca il proprio punto stabile in cui il gioco delle forze contrastanti trova la sua armonia. Solo allora c’è la serenità vitale. Questo punto è sconosciuto ed è diversamente situato in ciascuno di noi.” (pag.177)

Spiaggia libera Marcello
di Igino Domanin
Rizzoli
Isbn: 978-88-17-01650-6

Written by Barbara Gozzi

Maggio 2, 2008 alle 2:27 am

Pubblicato in Non recensione