Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

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Ma Elisa cammina

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Ma Elisa cammina di Barbara Gozzi

L’acqua è rumorosa. Scroscia e si infrange sul fondo della doccia dalle pareti di plastica.
Elisa si spoglia con calma. Entrando in bagno ha chiuso la porta, attenta a girare una sola volta la chiave.
Lei piange. In quel modo ossessivo, cadenzato ma adesso non può, proprio non riesce a darle retta. Per questo si è chiusa dentro, da lì è meno forte, il pianto. Apre l’acqua che scorre veloce, i primi vapori salgono mentre osserva la faccia riflessa nel piccolo specchio quadrato. Il pianto continua ma è meno pressante, sembra vicina ad addormentarsi. Sembra.
Dentro il box doccia sbatte i gomiti nel tentativo di afferrare lo shampoo poi niente, si lascia andare. Libera, svuotata, investita dal getto finalmente bollente che le arrossa la pelle.

Non si sente più, il pianto, con l’acqua nelle orecchie riesce a rilassarsi, abbandona il collo e cede. La testa ronza appena e la schiena le fa meno male.
Riapre la porta a fatica, la serratura scricchiola.
Esce avvolta nell’accappatoio ruvido comprato in Piazzola prima di partire (un’occhiata appena, ‘prendo quello’ e la mano che allunga una banconota), fa freddo nel piccolo appartamento, appena tre stanze bagno compreso ma Elisa non la sente la pelle intirizzita, improvvisamente porosa. Alcuni brividi isolati le raggiungono le labbra. C’è silenzio fuori dal bagno, di quel tipo stantio e sospeso che ormai conosce bene.

Entra in camera e si siede sul letto bagnando le lenzuola accartocciate. I capelli gocciolano.
Non piange più, nota.. Poi sorride. Un sorriso incurvato verso il basso, rassegnato, amaro. Certo che no, cretina.
Sul comodino brilla la fede argentata e una fotografia sgualcita, un tempo lucida e dai colori vivaci. L’immagine ritrae il volto di una donna pallida ma sorridente che stringe in grembo un mucchietto secco di pelle e ossa di dimensioni lillipuziane. E’seduta, la donna e indossa uno di quei camici verdastri che era obbligatorio nel reparto. Il reparto dei bambini sospesi, che aspettano di sapere se. Intensiva neonatale dov’è rimasta ricoverata una bambina, insieme a molti altri. La sua bambina.
Volta a faccia in giù la foto, sente suonare il telefonino e si maledice.

Non ha voglia di parlare, pensare, ascoltare.
Osserva il display e rimane immobile alcuni secondi. ‘Casa’ dice la scritta lampeggiante. Ma la sua casa è tra quelle mura, ormai. Lì, in una città sconosciuta quanto aggrovigliata. Non è colpa di Bologna o di qualche altro posto ma è lei che ha scelto, poi il Natale in arrivo che. Brivido. Sospira, rifiuta la chiamata e lo spegne.
Si allunga fino alla piccola finestra vicino ai fornelli (angolo cottura recitava l’inserzione).
Attraverso i vetri vede la strada principale, enorme ma tranquilla, due corsie per senso di marcia con uno spartitraffico di cemento vivo dove si fermano alcuni passanti incerti. Saranno turisti, nota, come lo eravamo noi. Noi ovvero lei e Luca, quasi due anni fa.
A ripensarci le sembra un’eternità, un’altra vita addirittura.
Due anni. A inizio Dicembre duemilacinque, in occasione della Fiera ‘più libri, più liberi’ al Palazzo dei Congressi.

Così quando ne ha avuto bisogno le è tornato in mente il posto, quello, e ha deciso. Qualche giorno per organizzarsi, una valigia stipata di roba presa a caso e il treno.
Sei un’egoista, le ha detto Martina ormai due settimane fa con una faccia scura da far paura.
Ebbene si, l’ha interrotta, ed era arrabbiata Elisa ma non se n’era accorta mentre le urlava contro. Ebbene si, sono una maledetta egoista che si fa i cavoli suoi proprio quando non dovrebbe.
Ma c’è Luca, ha provato a replicare l’amica un pò incurvata dalla risposta ringhiata.
Luca. Ah.
Luca, sua madre, suoceri, zii e cugini misti, amici, vicini, colleghi e. Tutti tranne lei insomma.

Ha mollato Martina davanti a un negozio con la vetrina in allestimento. Purtroppo.
Perché in realtà il problema è tutto lì. Negli addobbi, le canzoni dolci per forza, i fiocchi rossi, i campanelli, gli alberi pieni di roba colorata e scintillante che sembrano caricature, i sorrisi di gomma, le carte di credito che corrono alle casse, quella roba lì insomma.
Il Natale.
Il primo dopo. Senza.
Si stacca dalla finestra, ha i capelli appiccicati al collo e un vago sapore amaro tra la lingua.
Lì starà bene.
Lontano da loro, quelli che la conoscono e sanno.
Lontano dalle vie che le si sono stampate in testa nei tre mesi di spola da casa al reparto, ogni santissimo giorno che piovesse o ci fosse il sole, feriali e festivi, sempre di mattina presto lei c’era. Corse avvolte nell’angoscia, vissute col fiatone, la paura sempre addosso tra i vestiti sgualciti e la voce incrinata. Vie che adesso neanche riesce a sfiorare. Massarenti, Palagi, Mazzini ed Ercolani. Le provocano la tachicardia, le viene il fiato corto e un certo formicolio alle mani.
Lì starà bene.
Casa, diceva il diplay. Davvero la può chiamare ancora così? Che si trovi a Roma o altrove, là a Bologna, c’è davvero la sua casa? Senza sua figlia? Quel mucchio di pelle e ossa dalle sembianze vagamente umane che non è riuscita a sopravvivere, nata alla ventinovesima settimana di gestazione ha pensato bene che il mondo era troppo buio per rimanerci.
La piccola senza nome.
Elisa lo sente, il pianto, sta tornando a tormentarla e non c’è niente da fare.

Chiude la finta porta blindata (finta perché non è così spessa come dovrebbe, passano degli spifferi dalle estremità). Quattro rampe di scale poi la strada enorme che si perde oltre lo sguardo.
Si incammina verso la fermata dell’autobus assorbendo il grigio che la circonda, sfiora le facce chiuse dei malcapitati in giro a pomeriggio inoltrato in una giornata fredda di inizio Dicembre. La notte incalza, la sente che si avvicina a via Cristoforo Colombo come fosse un serpente affamato.
Ma Elisa cammina.

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Grazie a Fabrizio Centofanti, questo racconto è stato pubblicato su La poesia e lo spirito.

Written by Barbara Gozzi

Marzo 1, 2008 alle 12:43 am