Archive for Marzo 2008
Sogni d’oro amore – versione integrale
E se noi, se poi.
Ti guardo e so che basterebbe proprio poco. Potresti allungare un braccio, spostarlo dal comodo appoggio sotto le coperte, potresti sai? Sfiorarmi e magari stringermi fino a convincermi.
Mi piace parlarti piano, sussurrarti mentre dormi chiuso nel tuo mondo, con le labbra leggermente piegate come adesso, i tuoi capelli sono morbidi, mi solleticano i polpastrelli.
L’ho fatto, si.
Si.
Ti ho dimenticato per un po’ mentre un altro corpo si muoveva dentro di me, mentre altre mani mi facevano tremare, odori diversi, suoni improvvisi e quel risucchio che non ricordavo, pensavo di non esserne più capace e invece.
Poi Sara. Quando se n’è andata credevo di spezzarmi, di non riuscire a reggere l’urto e avevo paura che quel buco enorme e pieno di spifferi ci risucchiasse. Eppure siamo ancora qui.
L’altro giorno mi è tornata in mente mia madre. Lo so, lo so, riusciva a inacidire perfino le torte – con te poi che la stuzzicavi ogni volta era quasi dovuto, un gioco di ruoli solo vostro, direi. Comunque l’ho rivista fasciata in quel vestito lungo macchiato di fiori piccoli, fini. Ti ricordi com’era bella? Io si. Andavo a lavarle i capelli e ci mettevo ore a pettinarla come voleva lei.
Mi è apparsa per strada, in quella panchina che fa angolo con il vecchio parco, prima non c’era niente da quelle parti, solo alberi e prati pieni di erbacce, mentre adesso. Lo sai. Comunque era lì e mi guardava, è stato l’altra mattina che ero anche in ritardo. Quella cavolo di sveglia nuova ha suonato mezz’ora dopo – o l’avevi spenta tu, secondo me è andata così ma non insisto. Avevo la testa già dentro le scartoffie quando il suo sorriso mi ha riacciuffato prima della curva. Era lei ti dico, sono sicura. E voleva che frenassi, anzi no, che inchiodassi proprio per sedermi lì anche se faceva un gran freddo e in alcuni angoli l’asfalto era lucido, brillava per il ghiaccio sottile, subdolo.
So che lo sai, comunque. Di Piero. E adesso ti vorrei, ho bisogno di sentire che tu ancora; di stringerti e leccarti finché non riesci a stare fermo e allora anch’io. Il tuo corpo mi ha sempre mosso qualcosa, laggiù dove non c’è spazio per le bugie, i rancori e la voglia di farsi del male. Anche questo dovresti sapere. Solo che alle volte è così… così e basta.
Com’è poi che non ti spuntano mai i capelli grigi?
Fuori il cielo si muove, vedo i primi bagliori.
Sogni d’oro, amore.
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Questo testo rappresenta la prima pagina del Moleskine su Declinato al Femminile.
Assolutamente no
- di un intervento allucinante quanto scientificamente inesatto, onirico -
Lei si è alzata dal lettino freddo, il camicione le è scivolato scoprendole le gambe ma non ha tempo per fare la schizzinosa.
Si è messa a sedere con i piedi che penzolavano e gli ha chiesto cosa intendeva fare con quel bisturi in mano e gli occhi lucidi di stanchezza. Lui l’ha guardata e voleva ridere, gli sembrava ridicolo che una paziente si ribellasse proprio in sala operatoria, dopo aver passato tutta la giornata a operare, cucire, ricucire, staccare e viadicendo. Gli sembrava quasi una gag di quel tipo inglese dalla faccia da topo che non ne azzecca una eppure se ne va in giro di continuo a fare danni.
Ma lei era seria. Con le mani strette al petto lo fissava e continuava a dire che no, a lei non stava bene quella situazione. Perché poi, d’accordo il taglio profondo nello stomaco, la cicatrice che sembrerà un gigantesco sorriso quando invecchiando diventerà enorme e la pelle si affloscerà. Va bene insomma, però in quelle condizioni lì no. Assolutamente no.
A lui, il chirurgo, pareva tutto come sempre. Interventi programmati, appena il tempo di assolvere ad alcune funzioni corporali tra un taglio e l’altro e quello stato di concentrazione perenne che gli teneva aperte le pupille. Aveva sempre lavorato così, erano quindici anni ormai.
Ma quella donnetta minuta, davanti a lui lo contraddiceva. Non le andava di farsi aprire la pancia, di rischiare emorragie o altre complicazioni dal momento che lui sembrava – era – stanco morto, come si usava dire tra qualche risatina macabra.
Continuava a fissarla con i ferri in mano e ne ascoltava i discorsi, seri e filati. Niente da dire, sapeva il fatto suo. Solo che senza l’intervento rischiava di morire se non proprio quella sera stessa, il giorno dopo, al massimo fra settantadue ore dicevano gli ultimi referti.
Ha aperto un occhio, poi l’altro.
Si è sollevata la camicia da notte chiara e ha tirato un sospiro di sollievo. La pancia era intatta, non un graffio. Eppure ricordava che le avevano spiegato del taglio, del fatto che sarebbe stato doloroso ma non la potevano addormentare del tutto perché doveva avvisare il dottore, dirgli se sentiva più male in un certo angolo piuttosto che altrove. Ricordava anche di aver visto il bisturi a pochi centimetri da lei e di aver parlato proprio con il chirurgo che pareva affaticato, come se ci vedesse doppio.
No, no, no.
Il dolore poteva sopportarlo – ci sperava almeno – ma di morire in quel modo insulso no. Se le dovevano aprire la pancia, creare due labbra enormi da cui far uscire intestini o altri organi strani, che lo facessero come si deve, con la luce accecante puntata su di lei e tanta gente a parlottare, controllare monitor lampeggianti e a passarsi arnesi di metallo lucido.
Comunque erano tutte logiche inutili, si è detta. Era ancora a letto, non c’erano dubbi che fosse notte fonda perché oltre gli scuri accostati era tutto noiosamente nero, indistinguibile. E comunque lei era ancora integra, non aveva male da nessuna parte. Buon segno, ha notato prima di richiudere gli occhi.
Se la paziente è morta è solo colpa sua!
Il primario – una donna, tanto per cambiare – urlava come un’isterica per il reparto. Urlava così forte che si affacciavano anche i degenti, alcuni curvi e storti, altri più dritti ma doloranti.
E non servivano le sue spiegazioni, a quanto pareva neanche le sentiva. Lui voleva chiarire che si erano parlati a lungo, lei non voleva essere operata in quel modo, solo che non c’era tempo, il suo turno era finito da un’ora ma doveva sostituire il collega con la madre deceduta la mattina stessa. Così cercava di intervenire il più in fretta possibile. Aveva fame e di certo una comoda poltrona imbottita su cui riposare le ossa non l’avrebbe rifiutata, solo che non c’era niente del genere. Poi lei non sentiva ragioni, non aveva scelta, hanno parlato tutta la notte finché di ritorno dall’ennesima sterilizzazione l’ha trovata così.
Immobile, lunga distesa.
Fredda e con la pelle già bluastra.
Non respirava.
Lei è un pazzo, un visionario! La paziente era sedata, come poteva intrattenerla in chiacchiere tutto quel tempo!
Mezza verità, pensava lui correndole dietro. Era sedata ma non del tutto. L’intervento non si poteva fare in anestesia totale perché era risultata allergica a quel tal componente senza il quale si resta lucidi dalla vita in sù. L’anestesista era stato chiaro, però era anche un uomo, ricordava il chirurgo senza smettere di rincorrerla.
Allora?
Spingendo il maniglione antipanico che dava sul giardino interno sono stati investiti da un vento tiepido, delicato. Lui si è seduto su una panchina di cemento chiaro, di quelle che d’estate graffiavano le gambe e provocavano pruriti strani. Si è seduto e l’ha vista da una finestra al secondo piano. Con il suo camicione sgualcito lo salutava con la mano destra alzata, praticamente appiccicata al vetro. Non ha ricambiato però. Lei era bella, con i capelli scompigliati e quella pelle chiara, trasparente. Ha smesso di sentire il chiacchiericcio lunatico del primario. La fissava con la testa rivolta verso l’alto e una gran voglia di piangere.
Perché salutarla? Di lì a qualche minuto sarebbe tornato in sala operatoria e l’avrebbe ritrovata là ad aspettarlo, per sgridarlo con quei modi canzonatori quanto seri.
Come aveva fatto la notte precedente.
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Sul perché e per come è nato questo componimento QUI.
Dell’intrattenimento e dei prodotti.
Leggere è un atto soggettivo quanto privato. Che risente degli umori, i desideri del momento, il tempo e gli impegni, i gusti e i suggerimenti.
Ecco perché trovo assolutamente sensata l’esistenza di una c.d. ‘letteratura di intrattenimento’ quanto di una ‘da scavo, approfondimento, interiora in movimento’.
Leggere è vivere, perché si dovrebbe solo ridere o solo piangere? E’ una semplificazione, me ne rendo conto, ma il nodo cruciale mi sembra questo. E spesso le donne non si lanciano, hanno paura di ‘addentare’ una storia più difficile da digerire o raccontare. Ecco perché ho l’impressione che si tenda tutt’ora ad accostare la scrittrice con determinati generi letterari, diciamo meno impegnati. Più da indigestione di cuori palpitanti e corpi muscolosi o aneddoti divertenti sul colore degli smalti e le tinte per capelli.
Siamo noi, le donne di ieri, oggi e domani, che dobbiamo imparare a non temere. Di leggere o raccontare della morte, il sangue, i demoni e l’odio tanto quanto di un amore segreto, i corpi che si cercano e la cura del barboncino francese.
L’uno e l’altro si può. Assolutamente.
Io guardo i documentari sulle anoressiche con le costole di fuori e le teste dentro i water tanto quanto mi perdo in certi serial tv americani… la logica è la stessa. Io – come tutti – ho bisogno di momenti di approfondimento, anche di dolore perché no?, ma allo stesso modo non potrei rinunciare a un sano relax, qualche risata leggera o magari un tuffo in una storia intrigante e improbabile. Ma che fa bene a una certa parte di me che così respira, si ricarica.
Non ho mai considerato la letteratura di intrattenimento come spazzatura o pseudo tale. Ci sono libri che si, sono immondizia ma possono essere di qualsiasi genere, provenire dall’Italia come dall’estero, essere scritti da mani sottili e ben curate come da dita enormi e grassocce. Intrattenere, ma soprattutto saperlo fare bene, è un’arte. Non ho dubbi in proposito. Così come c’è bisogno di un certo ‘dono’ per addentrarsi in quelle storie che nascondono cicatrici profonde, dolori, angosce, ossessioni e tragedie.
Ed è certamente più ‘commerciabile – per usare un termine di marketing – la storia leggera, l’intrattenimento che si divora per sapere se, piuttosto che un racconto crudo, che indaga e magari stordisce per quanta forza scatena in chi lo legge. Per tanti motivi è così. Ma è così.
Allora perché fingere che un libro sia una sorta di ‘viaggio mistico’?
Un libro è un prodotto.
Ha dimensioni e spessori, colori e odori. Può essere riposto nelle librerie e diventare un buon ornamento, che si abbina alle tonalità del divano. O può essere stretto, frustato da mani sudate e matite sporche. Può essere un oggetto estetico quanto sentimentale. E’ morto e vivo nello stesso momento.
C’è un mercato, ricordiamocelo. Domanda e offerta, c’è chi li ‘produce’ con una catena tutta sua e chi li compra. E ‘di certo poco ‘nobile’ come visione d’insieme ma pur sempre realistica. C’è un’industria a monte e ci sono dei potenziali acquirenti. Più prodotto di così! Poi certo, che dalla lettura del libro ‘x’ io mi arricchisca di più rispetto a quando consumo un cartone di latte… ci sta anche questo.
I libri sono oggetti che celano ‘poteri’ tanto soggettivi quanto facilmente ignorabili. Siamo noi che leggiamo a decretarne l’importanza, l’uso e il segno che ci lasceranno addosso. Conosco persone che li comprano perché c’è un buco tra ‘quello grosso sugli Elfi’ e quall’altro che mi hanno regalato per Natale. E quel buco lì mette tristezza.
Ma conosco anche chi non sopravvivrebbe senza aprirne uno ogni giorno, per leggerne anche solo poche righe se i ritmi e gli impegni non permettono altro.
Per me un libro è quel sapore che non si può descrivere, colori che attirano, forme e parole che non hanno (quasi mai) un solo significato. Ogni lettura è un viaggio differente, soggettivo come ho già accennato.
Quindi si, un libro è un oggetto prima ancora di essere personaggi, intrecci, storie e sentimenti.
E’ un oggetto magico però.
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Ringrazio Francesca Mazzucato che ha pubblicasto su Books and other sorrows questo mio breve pensiero.
Certi sogni
Si è svegliato di soprassalto, aveva sete.
Sul muro i numeri proiettati dalla sveglia sembravano confondersi, si muovevano sotto i suoi occhi stanchi. Quando è rientrato in camera si è accorto che sul letto non c’era più posto.
Per lui.
Susanna si era voltata a pancia in sù, con le braccia semi aperte e le gambe divaricate. Accanto a lei, verso il centro del materasso, Stefania era ancora raggomitolata sul fianco destro, ne poteva vedere solo la schiena magra e qualche ciuffo di capelli ribelli. Susanna e Stefania gli avevano rubato il letto.
Gli è scappata una risata bassa, ironica. I corpi, quei corpi, seminudi e ormai freddi gli appartenevano, suoi e di nessun altro. Tenuti stretti, legati a sè. Amati e temuti.
Si è intrufolato tra loro, con delicatezza.
Certi sogni vanno anche coccolati, ogni tanto.
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Flash pubblicato sul blog TheSleepers.
Lasciarlo andare
Di ‘Cicatrici’ qui ho già lasciato vari contributi.
Ma di quest’altra storia no.
QUI ne ho spiegato un pò l’approccio.
Mentre, per chi fosse interessato, dopo lo stralcio ho inserito alcune annotazioni alla storia nel complesso.
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Lasciarlo andare
(Estratto da ‘Il Nero’ – titolo provvisorio)
Inutili corrosivi.
I sentimenti, le emozioni, il ’sentire qualcosa’… andrebbero condannati una volta per tutte, rinchiusi a vita dove non possono più fare del male. Sono le fregature più subdole, silenziose eppure quando colpiscono te ne accorgi eccome! Enormi, improvvise e fulminee fregature.
Lo pensa Sara mentre se ne sta rannicchiata sul divano, sotto di lei, sdraiato sul tappeto c’è il Nero. Non lo vede però sa che c’è, sbuca la mano che si muove, stringe un bicchiere di rosso e parla. Parla di qualcosa che dovrebbe essere molto interessante ma lei non sa decidersi. Si sente a disagio, come se qualcosa di strano aleggiasse nell’aria. Non è la prima volta che finiscono a casa sua dopo il lavoro. Dopo l’ennesima giornata stressante. Lui pieno di unto e olio ovunque e lei con le mani che puzzano di detersivo anche dopo mezz’ora di strofinamenti folli sotto la doccia.
Le piace stare lì col Nero, le piace ascoltarlo parlare, commentare e ridere.
Le piace molto.
La mano continua a muoversi, vede il braccio muscoloso adesso, pieno di peli scuri e vene che si contraggono.
I sentimenti dovrebbero abolirli per legge, torna a riflettere. Passi l’amore, il re delle emozioni e in quanto tale capriccioso, volubile, traditore e menefreghista. Passi pure. Però gli altri no, cazzo! L’amicizia poi è proprio ridicola. Uno fa tanto a crederci che rimane col culo per aria, solo e senza un cane che gli sbavi sui jeans.
Eppure lei è ancora comodamente seduta sul suo divano cigolante e ascolta la voce roca del Nero. Forse le sta raccontando dei soliti casini all’officina, i clienti che non saldano o i ricambi che non arrivano. Forse.
O magari no.
Prova ad allungare il collo ma la visuale non cambia. Il braccio fasciato dalla camicia stretta a quadri, la mano che impugna il bicchiere perennemente pieno di rosso. Nient’altro.
Allora si decide e inizia anche a lei a raccontare. Le parole escono, scorrono sotto il divano, verso il pavimento freddo (non ha ancora acceso il riscaldamento).
Perché poi dovrei illudermi? Si domanda all’improvviso. ‘Perché ne ho bisogno’ è l’unica risposta che ha un senso, in quel momento (magari è la verità). L’appartamento sembra di colpo stretto. Soffocante, fa caldo. Prova ad alzarsi ma non ne ha la forza, non ne ha più voglia.
E’che qualcosa di vero ci deve essere se da secoli se ne decantano le lodi. Dell’amicizia insomma. Qualcuno l’avrà pur provata, sta benedetta emozione, e non per una decina di secondi. Anche a lei sembrava di averla scovata. Con Nero e con chi se no?
Lui era l’amico perfetto. Disponibile ma con pochi peli sulla lingua. Se faceva una cazzata sapeva che lui non gliel’avrebbe abbuonata. Se però aveva bisogno di sfogarsi o di spaccare la faccia a qualcuno eccolo pronto, in prima linea coi pugni in posizione.
Il Nero era davvero un ragazzaccio d’oro. In molti sensi. Pieno di difetti che a volerli elencare non le basterebbe questo sogno eppure. Eppure qualcosa nel suo modo di fare, di essere e vivere lo rendeva speciale. Per Sara almeno.
Intanto il braccio è sparito. Sposta il busto e nota che sotto il divano non c’è nessuno. Sente freddo e ha sonno, all’improvviso si ritrova sotto le coperte, in camera.
Quand’è che mi è venuto in mente, di crederci? Al Nero e alle sue puttanate sul ‘ci sarò, fammi un fischio se, ti chiamo dopo per, arrivo subito’ e blablabla. Proprio.
Una vera merda.
Ecco cos’è tutta questa storia, si sente pensare ad alta voce.
Una fregatura e basta, l’ennesima dimostrazione che non ci si può fidare neanche del cane. A volte capita, di scontrarsi con qualcuno che sembra ‘compensativo’, Sara annuisce nell’oscurità delle coperte, capita in effetti. Ma bisognerebbe scansarsi in fretta, rialzarsi, salutare e tanti baci. Fine. Basta. Amen.
Ma insomma, che faccio?
Trema, Sara.
Se anche l’amicizia è una falsa, un’invenzione di comodo, un modo per fingersi al sicuro. Se. Anche.
Lei ne ha bisogno, questo è il vero scoglio da superare. Adesso. Da quando lui è sparito e non si sa neanche se è ancora vivo.
Per carità.
Trema sempre più forte, sente i denti che battono. Stridono.
Il Nero si è solo cacciato in un guaio più grosso del solito, tutto qui. Tenta di rassicurarsi mentre rivede il braccio muscoloso. Il rosso intenso del vino. C’era anche un odore, una specie di colonia, qualcosa di speziato non dozzinale.
C’era.
Apre gli occhi e si maledice.
La radiosveglia sul comodino segna le quattro.
Porca puttana, adesso anche di notte mi perseguita?
Sposta il corpo appoggiandosi sul fianco sinistro. Osserva la finestra chiusa, qualche raggio di luna filtra fino al letto, stria le lenzuola felpate.
Non è lui, il Nero, che la perseguita.
Ne è consapevole tra la foschia dei ragionamenti appiccicati alla faccia.
E’lei che non riesce a smettere di pensarci. Quando qualcosa manca (come un pezzo di carne strappata e poi lasciata a pulsare in modo che gli occhi la vedano), quando è così c’è poco da fare. Aspettare che passi, sperare che passi in fretta. Presto insomma. Sopportare e sperare.
Sperare?
Riapre le palpebre e si maledice di nuovo.
Bisogna chiudere e andare avanti.
Parlerà coi muri se proprio non ce la farà a tacere.
Prima però deve sapere. Sapere e basta senza andare oltre.
Capire se sta bene, dov’è e come se la passa. Poi potrà lasciarlo andare.
Lasciare andare qualcuno è la dimostrazione di quanto la vita sia insensata, ingiusta e superiore agli affetti.
Lasciarlo.
Andare.
——–
Dalla presentazione di Patrizio Pacioni sul suo sito – portale:
Il brano che ci presenta, in gentilissima anteprima, fa parte di “un’opera che”, dice Barbara “mi sta assorbendo già da un po’: un lavoro difficile tra sentimenti, incastri e riscritture.” Nella storia del romanzo si tratterà di due vecchie amiche dalle anime inquiete piene di ferite, Sara e Rossella. Poi un matrimonio, un’esplosione, qualcuno che scompare. E il mondo si capovolge in un viaggio di sola andata dove non c’è più tempo per riflettere, capire, perdonarsi. È una corsa contro il tempo per farlo tornare. Lui. Il Nero.
Per conto nostro, solo leggendo il breve estratto che segue, caratterizzato da una scrittura cruda ed essenziale, ci sentiamo di affermare quanto segue: una volta pubblicato (speriamo presto!) si tratterà di un libro da non perdere, che -se è vero che il buon giorno si vede dal mattino- confermerà l’ormai splendida maturità espressiva di questa giovane e versatile autrice.
Il momento per
1.
Ti sei seduto e mi hai detto che ti piacciono le more ma non le fragole. Avevi la faccia imbronciata, c’erano stati dei problemi al lavoro, io lo sapevo anche se tu non me ne parlavi mai.
Ti sei seduto e hai preso a fissare la gente, le macchine e il cielo. Solo che io volevo raccontarti, e l’ho fatto. Ho parlato per ore, in mezzo ai clacson e gli schiamazzi. Non so se mi ascoltavi però, penso di si ma non posso esserne sicura.
Si è alzato pulendosi i pantaloni di velluto, detestava l’aria fredda e quando arrivava era costretto a rintanarsi da qualche parte a gustarsi il calduccio che gli calmava i nervi. Lei lo ha seguito, sembrava stanca, aveva parlato molto. A lui non dispiacevano le chiacchiere, i confronti e perchè no? perfino i litigi con i toni alti e le mani che si alzavano e abbassavano come fanno quelli che dirigono le grandi orchestre. Eppure lo stesso gli mancava qualcosa, di subdolo, lo sapeva, perché non era mai il momento per, le occasioni gli sfuggivano dalle mani, si prendevano gioco di lui.
C’era profumo di brioche calde nella caffetteria.
2.
Volevo venire, lo sai, ma non ce l’ho fatta.
Tremavo tutto, quella mattina là e non era per il vento gelido, non ridere però. Sono serio. Volevo venire, giuro, ma non potevo abbracciarti.
Ormai l’ho detto e non me lo rimangio, no. Perché volevo farlo davvero, da tanto tempo sai? Sono sempre stato un orso, me lo dicevi anche tu, i contatti fisici mi soffocano. Ma tu. Continuo a pensarti, rivedere nella mia testa certi momenti che. So che lo sai o meglio, ci conto.
Non andare troppo lontano, se puoi.
3.
Per le vie del centro si mormora che sia stata una ‘cosa lenta’, logorante. Che lei ha lottato perché voleva vivere e si vedeva da come fingeva di stare bene, girava per le vie piena di sporte e andava in drogheria a prendere le solite cose. La gente vede un sacco di cose che non esistono se non in quelle loro testoline bisognose di trovare un modo per tenerne in movimento certi elementi.
In realtà lei non lo sapeva, che stava per morire. Neanche ci pensava alla morte, all’Aldilà e a tutto il resto. Perché avrebbe dovuto? Di paure ce n’erano lo stesso, senza che si aggiungesse anche quella. Perché in effetti ha avuto paura, dopo, quando ha saputo.
Paura di andare ma anche di rimanere.
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Se qualcuno fosse interessato a capire com’è nato questo flash : QUI ci sono alcune annotazioni finali.
Sogni d’oro, amore
L’altro giorno mi è tornata in mente mia madre. Lo so, lo so, riusciva a inacidire perfino le torte – con te poi che la stuzzicavi ogni volta era quasi dovuto, un gioco di ruoli solo vostro, direi. Comunque l’ho rivista fasciata in quel vestito lungo macchiato di fiori piccoli, fini.Ti ricordi com’era bella? Io si. Andavo a lavarle i capelli e ci mettevo ore a pettinarla come voleva lei.
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Oggi, otto Marzo 2008 inizia un viaggio, un incontro di donne ma anche di desideri, scelte e condivisioni. Qui le parole di Francesca Mazzucato che chiariscono lo spirito di uno spazio multiforme.
E sempre oggi si apre un taccuino virtuale dal sapore agrodolce.
Qui maggiori informazioni sulla rubrica.
Mentre QUI il frammento completo, il cuore di una donna che parla al suo compagno addormenta, lo sfiora e gli sussurra tutto quello che forse non riuscirebbe a dirgli con il sole in faccia.
Nirigua Silvia – Un quarto di me
“L’amore è un fiore delizioso da cogliere sul ciglio di un abisso spaventoso.” (Stendhal)
La citazione che precede l’inizio di ‘Un quarto di me’ ne descrive la filosofia.
Quattro personaggi diversi per sesso, preferenze e stili di vita eppure alla ricerca. Una ricerca di qualcosa che sembra difficile da afferrare, trattenere, cullare.
L’amore certo ma anche un equilibrio proprio che non risenta del tempo o delle maree, la voglia di mettersi in gioco rischiando e la paura di sbagliare rotta.
I quattro personaggi si raccontano in prima persona, è un alternarsi di voci che entrano ed escono dalla narrazione scandendo un ritmo che segue il flusso degli eventi, dei pensieri e tenta di amalgamarne i toni.
E’una grossa sfida, questo libro, perché la scelta di far raccontare ai personaggi ha messo l’autrice nella difficile posizione di trovare quattro registri, forme linguistiche che potessero essere abbastanza diverse da risultare credibili nel rappresentare persone differente. Una sfida dicevo che si snoda tra il rincorrersi dei personaggi, le curve e le frenate, in un lasso di tempo brevissimo dove tutti finiscono con lo sperimentare il sesso, il crollo e una timida risalita.
Il linguaggio tenta di frammentarsi, di far sentire la voce di Stella, Alessio, Bruno e Silvia. Ci prova e in parte ci riesce perché ognuno di loro ha qualcosa di diverso da trasmettere, da far uscire piano piano, come in un gioco di incastri. È davvero molto difficile gestire registri diversi e qui la sfida è doppiamente complessa perché tutta la narrazione ruota attorno all’alternanza delle voci, non c’è un narratore esterno che media o comunque allenta la pressione sui toni. Ci sono loro, quattro anime che corrono, cercano, si affannano e amano. Ecco perché la gestione dei registri si fa complessa, oltre al fatto che i quattro personaggi non hanno caratteristiche gergali o sociali che li possano caratterizzare ulteriormente. Non ci sono, per intenderci, inflessioni dialettali o condizioni che li renderebbero più facilmente tratteggiabili. Sono quattro persone come tante, di media cultura, sulla trentina e senza una famiglia propria.
Ho trovato molto intrigante l’idea di mostrare lo stesso evento (nella fattispecie una festa in una vecchia fabbrica) da diverse angolazioni, a seconda di quale personaggio ‘prende la parola’. Intrigante e abilmente gestito, la Nirigua è una regista attenta e capace, che non si perde nelle tessiture, gli incastri restano vivi e pulsanti fino all’ultima pagina.
Verso la fine i pensieri tendono a tratti a diventare un po’ pressanti, mentre il lettore sente che il cerchio si stringe, la corsa si fa più difficile, manca quasi il fiato per continuare eppure non ci ferma, si continua a leggere. Ecco che in certi punti i pensieri diventano frenate un po’ troppo brusche, ma è un fastidio leggero, appena percettibile.
Le fragilità e le contraddizioni sono sottili ma palpabili, l’autrice ne ha la piena consapevolezza e ci ‘gioca’ con sapienza, svelandole senza fretta, tenendo il lettore in perenne attesa.
È curioso notare come accanto ai quattro personaggi che ho già citato, già verso metà del romanzo, sono evidenti e udibili i respiri di altrettante figure fondamentali per la narrazione. Le madri (e in alcuni casi i padri, ma molto di più le madri).
È curioso, dicevo, perché è un’evoluzione che non ci si aspetta. I quattro protagonisti parlano di se, della loro vita presente, amori, abbandoni, fallimenti, incertezze. Si raccontano come farebbero davanti a un cockail in un pub fumoso e affollato. Il lettore, quindi, non si aspetta di veder arrivare queste nuove figure, i genitori, che sembrano un contorno ma diventano sempre più importanti, quasi a voler scalzare i quattro protagonisti. Ed è un’escalation di flash back, cicatrici passate che ancora spurgano e chiariscono i comportamenti presenti, quelle fragilità di cui accennavo sopra e che sembrano banali segni di immaturità hanno radici ben più profonde e dolorose.
Si potrebbe dire che dentro la narrazione principale c’è una sorta di giardino segreto dove ogni tanto si entra per carpirne i misteri, uno spazio popolato da madri malate, morte, chiocce, tradite, amorevoli quanto indifferenti. Poi sbuca qualche padre, uno in particolare che si abbandona a un pianto liberatore davanti al figlio creduto perduto. Un giardino pieno di piante delicate quanto comuni, insomma, un giardino che resta chiuso mentre i protagonisti si presentano ma che poi lascia entrare il lettore amplificando i colori, i sapori e i suoni di un romanzo che pulsa, nelle sue imperfezioni e originalità.
“ Il dolore piano piano smantella l’impalcatura che la rabbia ha costruito attorno a me nel corso di tutti questi anni. In una sola notte la struttura ha cominciato a cedere, si sono aperte delle falle che non so se serviranno a mandarmi a fondo o al contrario a tirarmi su, facendomi perdere solo zavorra.” STELLA
(pag.140)
“ Rimanevo immobile a sperare che le note si accumulassero dentro di me fino a formare qualcosa di solido e compatto, fino a riempire in qualche modo il vuoto che si era aperto dentro di me. Dovevo provare qualche cosa, un’emozione a caso, provocata dalla melodia della mia canzone preferita.” BRUNO
(pag.124)
“ Ho l’impressione che l’amore sia come un interruttore, acceso o spento e non il risultato di un fitto intreccio di emozioni. Questa volta succede in un secondo.” SILVIA
(pag.106)
“Quante volte ho cercato di sfuggire allo sguardo di mio padre, che sembrava giudicare cose di me ancora lontane dall’accadere. Ma lui ne era certo, coglieva in me l’imbarazzo di quello che sarei divenuto. Noi lo avevamo seppellito prima del trapasso e lui mi aveva condannato in totale assenza di reato. Certe cose si sentono, se solo uno le vuole ascoltare.” ALESSIO
(pag.97)
In mezzo alle voci, ci sono molte frasi così vive, vere e crude che vale la pena sottolineare (come ho fatto io) e tenerle chiuse in un cassetto che io so, riaprirò molto presto. Come questa:
“ Ma, a volte le tue giornate perdono la consistenza dei giorno e delle notti, per diventare un unico pannello grigio sullo sfondo, allora corri il rischio di dimenticare che le reti sono nate per imprigionare e non per salvare.” (pag.34)
‘Un quarto di me’
di Silvia Nirigua,
MeridianoZero, collana ‘gli intemperati’, 2006,
pag.155, Euro 9.
APPROFONDIMENTI IN RETE
Una profonda e attenta recensione QUI su Books and other sorrows di Francesca Mazzucato.
Ma Elisa cammina
Ma Elisa cammina di Barbara Gozzi
L’acqua è rumorosa. Scroscia e si infrange sul fondo della doccia dalle pareti di plastica.
Elisa si spoglia con calma. Entrando in bagno ha chiuso la porta, attenta a girare una sola volta la chiave.
Lei piange. In quel modo ossessivo, cadenzato ma adesso non può, proprio non riesce a darle retta. Per questo si è chiusa dentro, da lì è meno forte, il pianto. Apre l’acqua che scorre veloce, i primi vapori salgono mentre osserva la faccia riflessa nel piccolo specchio quadrato. Il pianto continua ma è meno pressante, sembra vicina ad addormentarsi. Sembra.
Dentro il box doccia sbatte i gomiti nel tentativo di afferrare lo shampoo poi niente, si lascia andare. Libera, svuotata, investita dal getto finalmente bollente che le arrossa la pelle.
Non si sente più, il pianto, con l’acqua nelle orecchie riesce a rilassarsi, abbandona il collo e cede. La testa ronza appena e la schiena le fa meno male.
Riapre la porta a fatica, la serratura scricchiola.
Esce avvolta nell’accappatoio ruvido comprato in Piazzola prima di partire (un’occhiata appena, ‘prendo quello’ e la mano che allunga una banconota), fa freddo nel piccolo appartamento, appena tre stanze bagno compreso ma Elisa non la sente la pelle intirizzita, improvvisamente porosa. Alcuni brividi isolati le raggiungono le labbra. C’è silenzio fuori dal bagno, di quel tipo stantio e sospeso che ormai conosce bene.
Entra in camera e si siede sul letto bagnando le lenzuola accartocciate. I capelli gocciolano.
Non piange più, nota.. Poi sorride. Un sorriso incurvato verso il basso, rassegnato, amaro. Certo che no, cretina.
Sul comodino brilla la fede argentata e una fotografia sgualcita, un tempo lucida e dai colori vivaci. L’immagine ritrae il volto di una donna pallida ma sorridente che stringe in grembo un mucchietto secco di pelle e ossa di dimensioni lillipuziane. E’seduta, la donna e indossa uno di quei camici verdastri che era obbligatorio nel reparto. Il reparto dei bambini sospesi, che aspettano di sapere se. Intensiva neonatale dov’è rimasta ricoverata una bambina, insieme a molti altri. La sua bambina.
Volta a faccia in giù la foto, sente suonare il telefonino e si maledice.
Non ha voglia di parlare, pensare, ascoltare.
Osserva il display e rimane immobile alcuni secondi. ‘Casa’ dice la scritta lampeggiante. Ma la sua casa è tra quelle mura, ormai. Lì, in una città sconosciuta quanto aggrovigliata. Non è colpa di Bologna o di qualche altro posto ma è lei che ha scelto, poi il Natale in arrivo che. Brivido. Sospira, rifiuta la chiamata e lo spegne.
Si allunga fino alla piccola finestra vicino ai fornelli (angolo cottura recitava l’inserzione).
Attraverso i vetri vede la strada principale, enorme ma tranquilla, due corsie per senso di marcia con uno spartitraffico di cemento vivo dove si fermano alcuni passanti incerti. Saranno turisti, nota, come lo eravamo noi. Noi ovvero lei e Luca, quasi due anni fa.
A ripensarci le sembra un’eternità, un’altra vita addirittura.
Due anni. A inizio Dicembre duemilacinque, in occasione della Fiera ‘più libri, più liberi’ al Palazzo dei Congressi.
Così quando ne ha avuto bisogno le è tornato in mente il posto, quello, e ha deciso. Qualche giorno per organizzarsi, una valigia stipata di roba presa a caso e il treno.
Sei un’egoista, le ha detto Martina ormai due settimane fa con una faccia scura da far paura.
Ebbene si, l’ha interrotta, ed era arrabbiata Elisa ma non se n’era accorta mentre le urlava contro. Ebbene si, sono una maledetta egoista che si fa i cavoli suoi proprio quando non dovrebbe.
Ma c’è Luca, ha provato a replicare l’amica un pò incurvata dalla risposta ringhiata.
Luca. Ah.
Luca, sua madre, suoceri, zii e cugini misti, amici, vicini, colleghi e. Tutti tranne lei insomma.
Ha mollato Martina davanti a un negozio con la vetrina in allestimento. Purtroppo.
Perché in realtà il problema è tutto lì. Negli addobbi, le canzoni dolci per forza, i fiocchi rossi, i campanelli, gli alberi pieni di roba colorata e scintillante che sembrano caricature, i sorrisi di gomma, le carte di credito che corrono alle casse, quella roba lì insomma.
Il Natale.
Il primo dopo. Senza.
Si stacca dalla finestra, ha i capelli appiccicati al collo e un vago sapore amaro tra la lingua.
Lì starà bene.
Lontano da loro, quelli che la conoscono e sanno.
Lontano dalle vie che le si sono stampate in testa nei tre mesi di spola da casa al reparto, ogni santissimo giorno che piovesse o ci fosse il sole, feriali e festivi, sempre di mattina presto lei c’era. Corse avvolte nell’angoscia, vissute col fiatone, la paura sempre addosso tra i vestiti sgualciti e la voce incrinata. Vie che adesso neanche riesce a sfiorare. Massarenti, Palagi, Mazzini ed Ercolani. Le provocano la tachicardia, le viene il fiato corto e un certo formicolio alle mani.
Lì starà bene.
Casa, diceva il diplay. Davvero la può chiamare ancora così? Che si trovi a Roma o altrove, là a Bologna, c’è davvero la sua casa? Senza sua figlia? Quel mucchio di pelle e ossa dalle sembianze vagamente umane che non è riuscita a sopravvivere, nata alla ventinovesima settimana di gestazione ha pensato bene che il mondo era troppo buio per rimanerci.
La piccola senza nome.
Elisa lo sente, il pianto, sta tornando a tormentarla e non c’è niente da fare.
Chiude la finta porta blindata (finta perché non è così spessa come dovrebbe, passano degli spifferi dalle estremità). Quattro rampe di scale poi la strada enorme che si perde oltre lo sguardo.
Si incammina verso la fermata dell’autobus assorbendo il grigio che la circonda, sfiora le facce chiuse dei malcapitati in giro a pomeriggio inoltrato in una giornata fredda di inizio Dicembre. La notte incalza, la sente che si avvicina a via Cristoforo Colombo come fosse un serpente affamato.
Ma Elisa cammina.
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Grazie a Fabrizio Centofanti, questo racconto è stato pubblicato su La poesia e lo spirito.